Selfie e la disperata ricerca del giudizio di Leonardo Renzi


Selfie

Partiamo da una banalità, che bisogna tener costantemente presente: il selfie non è solo un autoscatto, ma un autoscatto pensato per essere postato sui social network. Questa ovvietà lo apparenta strettamente alla tradizione ritrattistica e poi fotografica ottocentesca, di cui è la diretta evoluzione. Il selfie è quindi un’immagine di sé pubblica, una maschera sociale autoprodotta, e come tale la vorrei analizzare.
Il ritratto fotografico nasce contemporaneamente alla fotografia, e contende alla pittura ad olio il privilegio di ritrarre le classi agiate (siano esse aristocratiche o borghesi) per produrne un’immagine pubblica, che incarni l’opulenza e l’eccellenza morale del soggetto o dei soggetti ritratti, fornendo così un’immagine idealizzata, un biglietto da visita adatto ad introdurre il pubblico nella sfera della maschera ritratta. Come per il ritratto pittorico, quello fotografico richiedeva ore di posa al soggetto, un operatore esperto e formato da studi classici, e rispondeva a schemi estremamente rigidi, mutuati dalla tradizione ritrattistica nobiliare, ma soprattutto era un prodotto unico, non essendo ancora stato inventato il negativo, che permetterà la potenzialmente infinita riproducibilità dello scatto. Con l’invenzione del negativo, e poi della macchinetta Kodak, verrà dapprima eliminata l’unicità del ritratto, e poi verrà eliminato l’operatore, il terzo che con il suo sapere accademico garantiva il rispetto di uno standard qualitativo dello scatto. L’innovazione produce un ovvio tracollo dei prezzi e delle qualità dei ritratti fotografici, rendendoli accessibili a tutte le tasche e le classi sociali, ma non per questo si modificherà la rigidità delle pose assunte dal soggetto fotografato, anche se ci sarà un progressivo spostamento dall’estetica della ritrattistica a nobiliare a quella sempre più diffusa dell’intimismo borghese.

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Homo homini Virus, il contagioso romanzo di Ilaria Palomba


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Il nostro corpo è spesso un regno per entità biologiche centomila volte più piccole di una cellula: i vīrus (lat. tossina, veleno).
Sebbene inizialmente questo tipo di “veleno”sia stato considerato solo in termini patogeni, con il passare del tempo si è scoperto che i virus possono anche svolgere una funzione utile all’organismo.
Il titolo che Ilaria Palomba ha scelto per il suo libro è un richiamo all’espressione latina “Homo homini lupus” che in una letterale traduzione ricorda come l’uomo sia un lupo nei confronti del suo simile.
Nel romanzo a cui ci riferiamo l’uomo è un virus: può contaminare e sconvolgere la serenità illusoria in cui ognuno si rintana in questa epoca oscura. Tentiamo ostinatamente di sopravvivere, come se i comportamenti automatici e “necessari” (in termini sociali) possano renderci vivi, questa routine a cui ci siamo abituati in realtà ci ammazza: ci svuota.
Lo stare al di fuori ci annienta, “il talento scava dentro, e quando aspira all’esteriorità perde tutta la sua potenza iniziale” (v. pag. 27).

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Breaking Bad. Da Candido a Kurtz, ama l’Antieroe tuo come Te stesso di Alessandro Gabriele


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“Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l’unico pericolo reale che esiste è l’uomo in se stesso.” – C.G. Jung

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ESTRATTO da “REICH E GURDJIEFF – La sessualità come strumento di evoluzione della coscienza”


Reich e Gurdjieff
di David Brahinsky
in corso di pubblicazione per Spazio Interiore
previsto per Dicembre 2014

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All’interno de I racconti di Belzebù a suo nipote, [1] a un certo punto il protagonista condanna l’uomo moderno e lo rimprovera duramente per non essere riuscito ad adempiere ai partk/dolg/doveri esserici, tanto da considerare questo fallimento come una malattia, dal momento che per lui il lavoro cosciente e la sofferenza volontaria costituivano la naturale e sola funzione che l’essere tricerebrale maturo manifestasse. Ma se sono così naturali, perché allora l’uomo odia tali pratiche? Perché odia intraprendere un percorso necessario all’evoluzione del proprio essere?
Lo studio di Reich fornisce una risposta alla questione di cui sopra: odiamo fare qualsiasi cosa sia necessaria per proseguire il nostro sviluppo perché sin dall’infanzia, e poi anche nell’adolescenza, proprio le funzioni primarie che ci contraddistinguono sono state represse. Ci è stato insegnato a temere l’evoluzione creativa, ad aver paura del libero fluire dell’energia orgonica all’interno del nostro corpo, e da queste paure è nata la corazza. Essa ci rende pigri, ci frammenta internamente in diversi “io” e ci impedisce di assimilare le impressioni legate all’evoluzione. Quando impressioni di tal genere, infatti, sono disponibili in un individuo molteplice, pigro, arrabbiato, frustrato, pauroso, represso, apatico, pieno di desideri infantili, che rigetta le idee del Lavoro, queste non possono essere assimilate in modo adeguato e pertanto si rivelano inutili. L’elemento alla base di questo processo, che è volto a reprimere la capacità di evolvere, consiste nella soppressione della sessualità, cioè di quella funzione base della creatività che sta all’origine dei processi creativi dell’evoluzione, prevista peraltro in ogni piano dell’esistenza.
Ora, se l’analisi sin qui condotta è esatta, il ripristino di questa funzione svilupperebbe nell’individuo la capacità di introdurre le impressioni tramite il secondo shock cosciente, impressioni che vengono registrate all’interno del centro emozionale superiore come “sentimento religioso”, “sacralità o divinità di ogni cosa che esiste” e, al contempo, “rimorso di coscienza”. Questa descrizione sottintende che le impressioni sono contraddistinte da un amore fortemente radicato nei confronti di tutti gli esseri, un sentimento così straordinario e onnicomprensivo che comporta il pieno sentire; pochi, oltre ai santi, sono in grado di provarlo. In effetti, c’è da chiedersi come possiamo noi, che ci lamentiamo continuamente per questioni riguardanti il tempo, i vicini, i politici, le tasse e via dicendo, giungere a provare un sentimento di tali proporzioni. Alcune religioni si fanno portatrici di tale messaggio, sebbene non sia poi automatico che esso venga incarnato da coloro che ne seguono i dettami.

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Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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PLATONE, INTERNET E TOTH – di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (SPAZIO INTERIORE)


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Confrontarsi con Platone mette in campo una certa dose di soggezione. Autore prolifico, che ha scritto pressoché su ogni aspetto della vita umana, su ogni sentimento, su ogni disciplina dello scibile e sulle cause prime dell’essere al mondo, nel corso dei millenni ha innescato riflessioni, critiche, discussioni, riscoperte.

Qualche decennio fa gli esponenti della scuola di Tubinga iniziarono a parlare di un Platone esoterico, riferendosi alle dottrine non scritte a cui in alcuni dialoghi si fa palese e celato riferimento. Tali dottrine avrebbero rappresentato la vetta e le fondamenta del pensiero platonico, eppure secondo il filosofo ateniese non potevano essere comunicate al di fuori dell’Accademia. Questa visione, in seguito diffusa e ampliata da Giovanni Reale e dalla scuola di Milano, se da un lato ha reso manifesta la necessità di un approccio nuovo, meno accademico e didascalico al pensiero di Platone, dall’altro si è appropriata di un concetto – quello di esoterismo – senza restituirne la portata e, anzi, depotenziandone enormemente il messaggio. L’idea, infatti, era che il pensiero di Platone si basasse su dei Principi Primi, cioè su informazioni e nozioni necessarie al raggiungimento della reale comprensione di ciò di cui i dialoghi parlavano. Tali Principi Primi, però, potrebbero riguardare qualcosa di diverso – di più profondo, di meno semplice e, di conseguenza, di davvero esoterico – rispetto all’idea degli esegeti di Tubinga e Milano.
Secondo questi ultimi, in altre parole, tali Principi riguardavano l’Uno, il Bene e la Diade, cioè delle idee facilmente identificabili e ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. In Platone, come in altri filosofi precedenti e successivi, queste idee non si limitano, però, a essere filosofiche, ma attingono probabilmente a un’autentica tradizione esoterica.

Ecco cosa scrive nella VII Lettera: «Io non credo che quel che passa per una trattazione, a riguardo di questi argomenti, sia un beneficio per gli uomini, se non per quei pochi i quali da soli sono capaci di trovare il vero con poche indicazioni date loro, mentre gli altri si riempirebbero, alcuni, di un ingiusto disprezzo, per nulla conveniente, altri invece, di una superba e vuota presunzione, convinti di aver imparato cose magnifiche». Come risalire a queste idee fondamentali? Non bastano i pochi riferimenti degli allievi alle dottrine dei Principi Primi, non basta leggere in una manciata di righe che tali agrapha dogmata riguardavano l’Uno e la Diade per comprendere cosa fossero l’Uno e la Diade, perché, come si legge sempre nella VII Lettera: «la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende allo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da se stessa si alimenta».

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La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

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