Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


contest

Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.

Continua a leggere

Annunci

L’autobiografia fatta romanzo nel XX/XXI secolo: Proust, Knausgård e lo strano caso di JT Leroy


I romanzi sono, spesso, racconti distorti della realtà degli autori, o del loro modo di interpretare la propria vita. Anche i romanzi di fantasia a volte prendono spunto da fatti realmente avvenuti agli autori, che decidono di raccontarli attraverso i loro personaggi. Non è sempre così, ovviamente: la maggior parte delle volte in cui la narrativa è narrativa, a prescindere dal genere letterario, ed è tutto inventato di sana pianta dagli autori; ma ci sono volte in cui gli autori decidono di trasformare la propria vita in un romanzo. A volte magari per sfogo, altre volte come esercizio stilistico, o semplicemente perché si può.

L’ultimo esempio in ordine di pubblicazione e il primo per fama è la saga “La mia lotta” di Karl Ove Knausgård, autore norvegese che ha diviso la propria vita in sei romanzi – di cui due pubblicati anni fa in Italia e riproposti nella loro interezza negli ultimi anni. La particolarità dei romanzi di Knausgård non sta nello stile in cui sono presentati o per dettagli particolarmente crudi e cruenti della sua vita, quanto per l’assoluta, brutale onestà con cui racconta la propria storia senza censurarsi in nessun modo. Knausgård non risparmia dettagli della vita privata sua o quella dei suoi cari, senza cambiare neanche un nome né un fatto: tanto che racconta senza problemi della sua vita matrimoniale e della sua storia extraconiugale, avvenuta all’insaputa della moglie (almeno fino alla pubblicazione).

Un’altra serie autobiografica meno nota, ma assolutamente meravigliosa e degna di ogni nota, è quella de “I Melrose” scritta da Edward St. Aubyn che racconta la propria infanzia disperata alla mercé di un padre pedofilo, crudele, distruttivo, dedito solo al lusso sfrenato, dolorosamente lontana da una madre ricchissima e alcolizzata, seguita dal racconto dettagliato della propria tossicodipendenza e dai propri tentativi di autodistruzione e crescita personale. L’intera serie di St. Aubyn è vera fino all’ultimo rigo, spietata e crudele come la vita dell’autore che, forse in un iniziale istinto di pudore, ha cambiato tutti i nomi dei protagonisti della storia, incluso il proprio. Così finiamo col seguire i passi di Edward/Patrick (o forse seguiamo Edward che segue Patrick lungo la propria storia, ricostruendola una parola alla volta) credendo di avere a che fare con un romanzo davvero ben scritto, e ricordandoci solo ogni tanto, con una fitta di empatia e dispiacere, che l’intera storia si è svolta nel mondo reale.

Questi due esempi citati sono rappresentati della nuova frontiera del romanzo autobiografico, che come genere ha origini molto più antiche ma ha visto il suo sviluppo e apice ai primi del novecento; un po’ per l’evoluzione naturale dello stile letterario, un po’ per le nuove frontiere filosofiche del ‘900 che vedevano l’uomo al centro del pensiero, e rendevano naturale lo svilupparsi di un genere che mettesse sotto i riflettori la vita umana in tutte le sue sfaccettature. Tuttavia ci sono delle precisazioni da fare: se quelli di Knausgård e St Aubyn sono romanzi autobiografici nel senso più autentico del termine, ovvero romanzi che parlano della vita dell’autore così com’è avvenuta, gli antenati del romanzo autobiografico dell’inizio del secolo scorso sdoganano lo stile senza però parlare dell’autore in sé, ma di un personaggio inventato trattato come reale. Fra alcuni degli esempi più famosi e consigliati su questi schermi ci sono il celebre “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, forse il primo e più clamoroso caso di romanzo autobiografico nella storia della letteratura; Proust racconta vita, morte e miracoli di un singolo individuo narrati quasi passo dopo passo, come se si trattasse di sé – ma non essendolo. Perché, per quanto la Recherche possa sembrare autobiografico, non lo è come lo sono le opere sovracitate. Il confine fra verità e finzione è sottilissimo, ma c’è. Anche alcuni dei romanzi di Amelie Nothomb, come il celebre, “Biografia della fame”, o il famoso “Delta di venere” di Anaïs Nin, possono essere accostati a questo stile per il modo in cui la un episodio più o meno centrale della loro vita (l’anoressia della Nothomb o la vita sessuale della Nin) sia stato trasposto fedelmente su carta.

Il dettaglio davvero importante degli esempi citati come realmente autobiografici, però, è che anche se fossero inventati di sana pianta sarebbero considerati altrettanto belli e indispensabili da leggere; la consapevolezza della realtà dietro la storia permea questi libri di una visione diversa, ma non più o meno forte di quanto lo sarebbe stata di fronte ad un’opera di fantasia. L’importante è mantenere fede alla promessa della verità: uno scrittore non è in sé un bugiardo, a meno che non inventi storie di sana pianta giurando che siano avvenute davvero. Non è fondamentale che una storia sia vera o meno, ma la promessa fatta dall’autore lo è: godersi una storia vera o inventata che sia diventa godibile solo una volta che le regole sono state rispettate. Io, lettore, posso lasciarmi andare alla verosimiglianza della tua storia inventata o interessarmi a te autore, se mi dici che la storia che stai raccontando ti è successa davvero.

Questa premessa è necessaria perché, a questo punto, è impossibile non citare la saga/farsa di JT Leroy, nome di fantasia di Laura Albert. Se Knausgård e St. Aubyn hanno messo la propria storia prima della propria persona, con JT Leroy è avvenuto esattamente il contrario: esisteva prima il personaggio abusato, con la madre tossicodipendente e una serie di patrigni uno peggio dell’altro, pieno di disturbi emotivi e comportamentali, e poi i racconti della sua vita, raccolti in romanzi brevi che reggevano unicamente sulla certezza della loro veridicità. La sua storia di riscatto attraverso l’arte e la scrittura ha avuto un tale successo da farlo diventare un personaggio internazionale, tradotto e venduto in tutto il mondo; talmente noto da vedersi produrre un film sulla sua vita diretto e interpretato da Asia Argento. Quando si è scoperto che dietro il ragazzino figlio di una prostituta dall’infanzia traumatica e infernale si nascondeva Laura Albert (che non si riteneva abbastanza interessante per farsi notare da qualche editore e una propensione patologica alle bugie), JT Leroy e la sua fama internazionale sono crollati come un castello di carte. Dopo aver superato lo scandalo ed essere stata condannata per frode Laura Albert ha pubblicato un nuovo romanzo, ancora inedito in Italia, e passato quasi in sordina in America.

Ps: durante lo scandalo Leroy, Asia Argento fu accusata di essere a conoscenza della vera identità di Leroy, e di aver taciuto per non vedersi sfumare la possibilità di girare un film in America – cosa che poi, però, le ha impedito di farne altri. Ma questa è un’altra storia.

Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


contest

Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

Continua a leggere

Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Ilaria Pamio – “Cristo Nero”


contest

CRISTO NERO di Ilaria Pamio

C’era una volta…
in un paesino piuttosto lontano, una casetta piccola piccola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecentocinquanta anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella.
Di giorno facevamo quello che fanno tutti i bambini: andavamo a scuola. In aula eravamo in venticinque e c’era un’unica classe elementare. Il pomeriggio giocavamo con altri bambini del vicinato, o talvolta, noi due soli.
La nostra maestra odorava di vecchia minestra. La pelle libera da trucco, vestiva con colori sciatti e quando raccoglieva i capelli in uno chignon, le si intravedeva un’unica ciocca grigia.
I bambini della classe avevano età differenti e, in base a quella, a fine mattinata ci venivano assegnati i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che spesso legava, perché le avrebbero dato fastidio se le fossero passati davanti agli occhi mentre cuciva. Faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, ai tempi delle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove il papà le rimandava occhiatine complici. Si erano sposati senza nemmeno conoscere il calore dei loro corpi, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.

Continua a leggere

Tramonto lugubre di Andrea Mauri


Danilo Capua

Danilo Capua

Aspettavo il crepuscolo sulla poltrona di vimini davanti alla finestra. Seduto, con lo sguardo fisso al davanzale, intercettavo l’annacquarsi del tramonto tra il groviglio delle piante. Lasciavo le ante aperte perché nulla impedissealla luce violacea di impossessarsi della stanza. Rallentavo il respiro per non violare il silenzio. L’unico suono che accompagnava la sacralità del momento era lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour. Su quello non avevo poteri, ma in fondo rasserenava l’inquietudine di una giornata ormai finita. Il viola e l’arancio investivano la poltrona e invitavano allo spettacolo.
Un’ombra imprevista si formò all’orizzonte, un gruppo proteiforme che zigzagava nel cielo. Lo stridio propagatosi nello spazio oscurò il viola e l’arancio dell’orizzonte e la stanza piombò nel nulla. Una barriera lugubre di volatili senza direzione avanzava verso di me. Il richiamo di allarme di quegli uccelli spietati cancellò lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour, che si spense dallo spavento. Innumerevoli ali irregolari alzarono un vento che sradicò piante e infranse vetri. Rimasi impietrito sulla poltrona di vimini, quando l’onda mi investì. Non reagii, lasciai colpirmi da quel vortice inquieto. Tutto di me tremava, muscoli e nervi, corpo e anima. Quando il muro di uccelli oltrepassò la casa, osservai l’orizzonte. L’impronta nera di quell’onda micidiale si era stampata sulla linea tra cielo e terra. Non c’era null’altro che un davanzale divelto, una finestra in mille pezzi, un abat-jour abbattuto e io immerso nel vuoto di un buio artificiale.

La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella

UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?

Continua a leggere