Daniela Caruso model


 

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Daniela Caruso, fotomodella italiana con 7 anni di esperienza. Vanta alle spalle numerosi shooting con affermati fotografi italiani ed esteri, workshop, modelsharing, editoriali e adv a livello nazionale e internazionale.

 

Benvenuta su WSF Daniela

Come e quando nasce il tuo percorso artistico come modella?

Ciao a tutti, il mio percorso come modella nacque tanti anni fa per gioco, mi contattò un fotografo per fare delle foto e provai a fare per la prima volta da modella, mi divertii molto e da lì ho capii che avrei dovuto continuare.

 

Quanta teatralità si nasconde dietro ad uno scatto fotografico?

Molta, una modella deve recitare, interpretare il personaggio richiesto e lasciarsi trasportare dallo scatto.

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Cosa la modella apporta all’occhio del fotografo e viceversa?

Anzitutto per una buona riuscita di uno shooting deve esserci simbiosi tra modella e fotografo. Senza feeling dubito nel buon risultato fotografico.

Il termine foto grafia significa letteralmente, scrivere con la luce. Tu come lo descriveresti e che cos’è per te?

Certo, la luce per una foto valida è tutto, ma per me significa anche cogliere quell’attimo irripetibile, bloccare un ricordo.

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Newton asserisce che “una foto tecnicamente perfetta, è sicuramente una buona foto, ma l’attenzione eccessiva per il dettaglio può altresì creare una fotografia sterile.” Qual’è il ruolo della modella all’interno di questo difficile equilibrio?

Il ruolo più difficile di una modella è saper emozionare, guardare lo scatto è lasciarsi trasportare

 La vera bellezza è qualcosa che attacca, vince, ruba, e infine distrugge. (Yukio Mishima). Tu come la definiresti?

La bellezza per me è armonia, tende a collegarsi a un contenuto emozionale ed è un sentimento soggettivo.

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Che cos’è per te il corpo? 

Un’opera d’arte

 Mostrare il proprio corpo è un atto di libertà, uguaglianza, esibizionismo… Cosa?

Di libertà, mostrarsi senza paure, far apprezzare il corpo di donna non nella sua sessualità ma da un lato artistico, odio la volgarità

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Cosa dà e cosa toglie l’essere una modella?

Ormai siamo nel 2016, forse anni e anni fa una modella veniva vista come una poco di buono.

Come valuti l’uso/abuso del corpo femminile nella società di oggi?

La donna è sempre stata esibizionista ma negli ultimi anni trovo che stia un po abusando nel mostrarsi e apparire, soprattutto nei social.

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Quando una foto diventa volgare?

Quando è una foto fatta tanto per guardare una donna nuda, e purtroppo molte volte si vedono foto insensate e volgari, se il nudo non lo si sa posare è facile cadere nel volgare!

Ti sei mai sentita in qualche modo sfruttata, giudicata per il tipo di lavoro che hai scelto?

Per fortuna sono venuta sempre a contatto con persone intelligenti e che hanno capito che per me è un lavoro pulito e lo svolgo in maniera professionale

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Cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Prossimamente farò un evento fotografico in Grecia, anzi ne approfitto per invitarvi a partecipare, se volete fotografarmi siete i benvenuti!

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Grazie Daniela

All images are copyright protected

Official site: http://carusodanielamodel.jimdo.com/

Christian Humouda

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Un Museo pieno di Bottoni – intervista a Giorgio Gallavotti


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Bottoni giapponesi del 1600 il primo in. ebano, avorio, strati di madreperla e corniola lavorata a buccia d’ arancia il secondo avorio con strati di madrepera

Facciamo quotidianamente uso del bottone per mantenere insieme i lembi delle nostre camicie o dei nostri cappotti. Ma sicuramente sono pochi quelli che si sono incuriositi dell’evoluzione del bottone attraverso i secoli. Tra questi vi è Giorgio Gallavotti. Nel 1991 espone per la prima volta la collezione di bottoni che aveva cucito prendendoli dal vecchio magazzino del padre.

Dopo diverse mostre private, anche fuori comune, e una voluta dalla amministrazione comunale nel 2001. Il Museo del bottone ha aperto privatamente il 10-05-2008. La collezione conta ora 12.000 bottoni.

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Bottone che raffigura Maria Antonietta

Com’è nata la sua passione?
Io e mio padre abbiamo venduto bottoni per tutto il 1900 in un’importante merceria a Santarcangelo.
Lui nel 1920 ha rilevato un vecchio magazzino chiuso da vent’anni ove vi erano bottoni in stile liberty di fine ‘800 e dei primi del ‘900, il negozio, poi, è stato chiuso nel 2002.
Naturalmente ho giocato coi bottoni sin da bambino. Nel 1980 ho iniziato a creare il Museo del Bottone.

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Un’ala del museo

Ha da subito ottenuto un riscontro eccezionale con la sua raccolta, sin dal 1991 la prima mostra. Questo l’ha portata poi ad esporre in modo permanente la sua collezione dal 2008 nel comune di Santarcangelo di Romagna. Come mai crede che la mostra abbia attirato così tanti visitatori?
Ho capito che il bottone, non serviva solo per unire due lembi di stoffa o ad ostentare la moda, ma che vi erano dieci modi di lettura: ostentazione, comunicazione, seduzione, provocazione, con le figure erotiche, del gossip, del contrabbandiere, da lutto, di superstizione e in fine il bottone psicologico e virtuale dei rapporti fra uomini e donne. Il successo deriva dal fatto che noi non facciamo vedere i bottoni, ma raccontiamo i bottoni. Ovvero raccontiamo le storie sociali, politiche, economiche e di costume di cui loro sono i testimoni. Le storie sono quelle della nostra vita della società dal 1600 ai tempi nostri.

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In vetro di Boemia 1980

Per catalogare i suoi bottoni, ha dovuto fare delle ricerche. In che ambito si sviluppano?
Le ricerche indubbiamente e soprattutto nell’ ambito della storia sociale, di qualunque tipo ed epoca.

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Giorgio Gallavotti all’interno del Museo mentre spiega ai visitatoro

Cos’è per Giorgio Gallavotti un bottone?
Il bottone è la memoria della storia. Era nei palazzi dove si decidevano i destini dei popoli e nelle carceri e dove venivano martoriati i detenuti. Era in grado di raccontare la storia dell’ umanità sotto tutti gli aspetti.
Quando succedevano degli avvenimenti sulla strada, nella società, nel mondo di cui la gente ne parlava e discuteva, c’è stato sempre uno stilista che metteva e mette ancora la simbologia di quell’ avvenimento su un bottone, che diventa una pietra miliare e testimone dell’ evento.

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Maiolica tedesca del 1800 con 32 zirconi, smaltata e disegnata a mano.

Ha dei bottoni, tra quelli della sua collezione, a cui è legato particolarmente?
Certamente vi sono dei bottoni a cui si è più affezionati. Ma contrariamente a quello che potrebbe pensare la gente non è un bottone di lusso come quello con la miniatura, pitturata a mano, sotto vetro con un cerchio dorato, montata su ottone con otto zaffiri bianchi e otto rosette di metallo del 1800,  ma un bottone del 1970 comperato in un mercatino a lire 100 negli anni 1980. Nel 1970 era finita la guerra fredda ed iniziata la distensione. Su questo bottone vi è la simbologia con la scritta Usa ed i grattacieli
( NewYork – l’America) e la scritta CCCP ed il Cremlino ( Mosca – la Russia ).
La simbologia è un grande messaggio di pace e di fratellanza fra i popoli. La pace nel mondo deve essere l’ obbiettivo di tutta l’umanità.

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La distensione nel mondo anni 1970

Il bottone, può ancora oggi essere un elemento distintivo oltre che decorativo?
Il bottone è funzionale quando serve per unire due lembi di stoffa o di ostentazione quando si vuole far notare la ricchezza.
Sono convinto che se nel 2008 non ci fosse stata la crisi mondiale economica pian piano il bottone sarebbe diventato molto importante e gli stilisti si sarebbero orientati non tanto su un bottone per allacciare, ma più per essere notato come ostentazione di ricchezza e qualcuno avrebbe osato con i diamanti. Il bottone funzionale ha ormai perso la sua funzione perché nel secondo millennio le donne non vogliono essere più abbottonate.

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Giorgio Gallavotti all’entrata de “Il Museo del Bottone”, dove illustra il lavoro ad un gruppo prima di farli entrare

DOVE SI TROVA
Museo del Bottone
via Della Costa,11
47822 Santarcangelo di Romagna (RN)
Ingresso e guida gratuita

LINK
http://www.bottoni-museo.it/
http://bottone.art-italy.net
http://www.facebook.com/MuseoDelBottone
http://ibottonialmuseo.blogspot.it/
Visita Museo : 339 3483150339 3483150

La realtà dell’arte tessile di Lorenzo Nanni


Curiosità è la prima cosa che mi collega all’arte di Lorenzo Nanni, di come rende magnificamente palpabile, qualcosa che in natura a volte si rende inavvicinabile o non guardabile, ogni sua opera mozza il fiato.
Lorenzo Nanni crea con l’arte tessile mondi ed ho compreso che ci si può innamorare di quest’arte, portando la gente verso i particolari, interni ed esterni.

Lorenzo Nanni ph Anna Bonnet

Lorenzo Nanni ph Anna Bonnet

Lorenzo Nanni, come nasce in te l’arte ? E sopratutto l’arte tessile ?

E arrivata molto presto, dal disegno. Da bambino ci passavo tanto tempo.
Già i soggetti erano cose un po’ particolari, disegnavo animali strani che andavo ad osservare fuori casa, negli stagni e nei fossi.
Poi, mi piaceva disegnare mostri, ero affascinato dal personaggio di Dracula, che per me era come un eroe.
L’ arte è nata così, da queste rappresentazioni reali e immaginarie che disegnavo con molti dettagli e colori.
L’arte tessile è arrivata verso i 20 anni, nel momento in cui ho dovuto orientarmi per continuare gli studi artistici.
Alla base c’era il desiderio di voler nel settore dell’illustrazione, ma le cose sono andate diversamente da quello che avevo pensato. Sono stato accetato a Parigi per la famosa scuola statale Duperré e ci sono andato.
Lì mi sono diplomato in Design tessile e mi sono specializzato in ricamo di moda e soprattutto d’arte
Senza abitudini e meccanismi, ho utilizzato il ricamo con molta libertà e cioè come se fosse un pennello con cui dipingere i colori.
Per me l’arte tessile non è una religione, ma una mediazione che mi permette di esprimere e concretizzare le mie idee.
Sicuramente un domani cambierò lo sguardo, il tessile forse non sarà più adatto al mio discorso e dovrò girarmi verso altre tecniche.

Fragment n 10

Fragment n 10

Perché hai scelto d’inspirarti alla materia organica e alle forme viventi ?

Non é stata una scelta , perchè in realtà non faccio differenza tra la mia vita e il mio lavoro . Parlo di quello che mi colpisce. Mi esce in maniera naturale , come un’evidenza.
La nascita, l’evoluzione e la morte di qualsiasi forma vivente è qualcosa che mi affascina.
Mi piace questa unione di forza e fragilità che costituisce il nostro mondo.
La materia organica della fauna e la flora è una inspirazione quasi infinita. Il mio lavoro é un’interpretazione personale di quello che io vedo e sento.
Poi ci sono altre inspirazioni che si vengono aggiungere : l’arte in qualsiasi forma, l’architettura, il design, la moda, la musica…
É difficile per me spiegare i motivi, le ragioni del mio lavoro in maniera obiettiva.

Haemorrhagia

Haemorrhagia

Parlaci di Naiade.

Naiade è il mio progetto video in stop motion, che ho realizzato nel 2008 con Nadia Micault.
E’ nato nel momento in cui volevo vedere le mie creazioni muoversi e di conseguenza essere messe in scena.
Assieme abbiamo scritto la storia e poi ci siamo divisi il lavoro per le competenze di ciascuno. Lei per la parte video ed io per quella reale e per la direzione artistica.
E’ stata una grande e lunga esperienza, il progetto è durato un anno e mezzo tra le prime preparazioni e al lavoro di post produzione per un video di quasi 12 minuti.
La storia parla di Ava, una ninfa che vive in completa armonia in un stagno quando un giorno, Igor un scienziato cattivo cattura tutte le creature del regno.
Quando Ava esce dall’acqua resta colpita nel vedere il suo mondo vuoto e senza anima.
Scoprendo strane tracce a terra, Ava parte alla ricerca delle sue creature ed entra così nella foresta nera. Dopo una lunga corsa nel buio, Ava cade in trappola facendosi così catturare.
Si sveglia in una capanna fatta di cose strane e li si accorge che tutte le creature sono chiuse dentro dei boccali di vetro.
Vede luce che veine dalla cantina, apre una porta e li scopre che il suo rapitore sta facendo delle strane sperimentazioni.
Igor sta trasferendo le anime delle creature viventi in quella del fratello gemello portatore di handicap, Klim…

Per la fine la lascio scoprire : http://www.youtube.com/watch?v=hMviEJC21Pk http://www.naiade-lefilm.com/

Naiade

Naiade

Com’è vivere a Parigi ? Sei soddisfatto del tuo lavoro e successo ?

E’ bello viverci è una città a grandezza d’uomo, che offre le opportunità di una città internazionale, con un servizio culturale veramente perfetto.
Ormai ci vivo da un pezzo, qua, mi sento a casa e la conosco benissimo.
Mi pare una città schizofrenica , non è proprio la solita cartolina in bianco e nero dolce e romantica che tutti credono di conoscere.
E’ una città urbana, cosmopolita talvolta aggressiva e acida.
Parigi é un classico esempio di città antica che haa saputo trasformarsi in capitale moderna.
Per quanto riguarda il mio lavoro, sono soddisfatto della scelta che ho fatto e cioè di vivere della mia passione anche se in realtà non è veramente sempre cosi facile.

Syrtensis

Syrtensis

Muridae

Muridae

Cosa ti ha spinto ad andare all’estero ?

A 10 anni abbiamo traslocato con la mia famiglia, siamo andati a abitare a Besançon , città nell’est della Francia accanto alla Svizzera.
Mia madre é franco-italiana, naturalmente siamo andati a vivere nella città che dava le origini a lei.
Son voluti partire d’Italia per cambiare vita e dare a me e a mio fratello forse la possibilità di avere un futuro mentre a Bellaria Igea-Marina le possibilità erano decisamente piu ristrette per vari motivi.

Cryptocoryne

Cryptocoryne

Panax G

Panax G

Progetti ed eventi futuri ?

Attualmente lavoro su dei progetti d’esposizioni, qua in Francia e all’estero.
Ho in mente delle nuove sculture in tessile da realizzare.
Sto pensando di andare verso altre tecniche per allargare le mie possibilità artistiche.
Mi viene nostalgia dell’Italia, mi piacerebbe tornarci un po’ e fare qualche esperienza artistiche lì.

Beyond

Beyond

http://www.lorenzonanni.com

http://curiator.com/art/lorenzo-nanni

“FERMATI, GUARDA E ASCOLTA” – Elsa Schiaparelli


Sono nata tra i fili e l’odore inconfondibile dell’olio delle macchine da tessitura. Da piccola sperimentavo, giocando, su manichini nudi, li vestivo di stoffe cucendole solo di spilli e disegnandole di gessi. Inventavo ricami e forme nel laboratorio di mia mamma – senza attitudine ne desiderio di essere una stilista ma solo per gioco – costretta ad occupare il tempo che mi restava tra la scuola e il catechismo mentre intorno a me quelle mani di donne realizzavano vestiti veri.  Intere collezioni commissionate o singoli completi su misura per corpi “deformi” o anche “troppo in forma” di donne decise a spendere abbastanza per lusingarsi, magari solo per distrarsi. Insomma, la moda c’è sempre stata nella mia vita, è sempre stata un interesse preciso, indotto dalla genetica forse o solo educato dalla presenza di chi quel mestiere sapeva proprio farlo. Crescendo ho acquisito il gusto e la coscienza delle proporzioni, capito l’importanza di ogni abbinamento, accettato (non senza fatica) quello che il mio corpo poteva permettersi e quello che proprio invece non doveva contemplare. Soprattutto da adulta, ho capito l’importanza della Signora Moda nella nostra società, quanto rappresenti la storia e i suoi innumerevoli girotondi.
La moda è specchio della realtà che ci circonda ed è stata arte eccelsa nelle mani di menti sensazionali e brillanti.

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“un abito non è solo stoffa: un abito è un pensiero”

Mai citazione fu più vera! La scriveva una donna eccezionale, che ha fatto della moda la sua vita attraversando lo storico e da esso prendendo come si dovrebbe sempre per creare, inventato un colore, esprimendo posizioni personali e pensieri unici nelle sue collezioni, collaborando con personaggi di sensazionale spessore artistico, rivisitando il ruolo della donna negli abiti e dunque nel suo tempo, vincendo lotte e perdendo poi tutto senza però mai più oscurarsi d’importanza. C’era il tempo tra le due Guerre, la moda di quel tempo e due donne che seppero crearla: Gabrielle Bonheur Chanel e Elsa Schiaparelli. Elsa nacque nel 1890, figlia del benessere e di tutte le obbligate limitazioni che questo comporta, l’arte fu subito un’amica con cui camminare a braccetto…

“Avevo un pensiero fisso in testa: salvarmi dalla monotonia della vita di salotto e dall’ipocrisia borghese. Per le mie idee d’avanguardia venivo considerata una folle

Pubblicò a ventun’anni una raccolta di poesie, che fu anche apprezzata ma che comunque turbò l’aristocratico perbenismo della sua famiglia, tanto che per non correre rischi con questa figlia “folle”scelse di esiliarla in un convento svizzero. Ma giustamente, l’animale in gabbia si ribella. Elsa fece un lungo sciopero della fame contro la forzata reclusione finché non le fu accordato il trasferimento a Londra. Nella capitale inglese conobbe quello che poi divenne “sciaguratamente” marito e padre dell’unica sua figlia Gogo (mi fa sorridere l’assonanza di questo nome con quello della sua antagonista per eccellenza Coco). Questo insieme di tre, prima di sfasciarsi, si trasferì a New York dove poi Elsa rimase sola e con Gogo molto malata.  Non le rimaneva che tentare la sopravvivenza usando quella caparbietà scaltra che solo certe donne possono avere. Questo lei fece. A New York conobbe e frequentò gli artisti d’avanguardia dadaista, Man Ray, Baron De Meyer, Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp, e nel 1922 ospitata dai coniugi Picabia, si trasferì a Parigi.
Madre/donna/ creativa

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A Parigi un incontro illuminò il suo destino…

“Un giorno accompagnai una amica americana ricca nel piccolo hotel straripante di colori che Poiret aveva in Faubourg Saint-Honorè. Era la prima volta che entravo in una Maison de Couture. E mentre la mia amica sceglieva degli abiti, mi guardai intorno abbagliata. Silenziosamente provai dei vestiti e, dimenticando completamente dove mi trovavo, passeggiai, molto contenta di me, davanti allo specchio. Misi un mantello dal taglio ampio e largo, che sembrava fosse stato fatto per me. Era di velluto d’arredamento nero con grosse bande lucenti, doppiato in crepe de Chine blu vivo. Era magnifico. – Perché non lo acquistate, signorina? Si direbbe fatto per voi. – Il grande Poiret in persona mi guardava e io sentii lo choc delle nostre due personalità. – Non posso, risposi. E’ certamente troppo caro, e quando potrei metterlo? – Non vi preoccupate del denaro, riprese […]. E poi, voi potreste portare qualsiasi cosa in qualsiasi posto. – Poi con un affascinante saluto me lo offrì. Nelle mie stanze scure, il mantello somigliava a una luce del cielo.”

Era iniziata l’avventura di Schiap, soprannome affibbiatole per semplificare quel cognome fin troppo italiano e divenuto poi il suo vero nome d’arte. Nel 1927 venne presentata la sua prima collezione, si trattava di maglieria ispirata al Futurismo e a Poiret. Un golf fu la porta che si spalancò sulla moda. Realizzato con un particolare punto a maglia bicolore, che Elsa modificò creandoci sopra i più disparati disegni. L’idea del golf trompe-l’oeil fu premiatissima, il primo lo indossò lei stessa poi liberò la sua fantasia e nel tempo di un giro sul posto tutte le signore alla moda avevano un maglione trompe-l’oeil.

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Indossava personalmente le collezioni più stravaganti, l’abito era un’azione concreta sulla sua epoca e sulla cultura delle donne. Il vestito diventava comunicazione interpersonale. Nei primi anni trenta la produzione di Schiap crebbe assieme al suo coraggio. Rischiava. Si sentiva un’artista e proprio per questo fecondava di senso ogni sua creazione. Stabilì una silhouette femminile capace di rappresentare la donna che stava emergendo, decisa a creare abiti in grado di proteggerla dai contrattacchi del maschio, contro il quale era ormai viva una sfida di superiorità. Creava gli abiti e loro creavano una rivoluzione sociale. Aveva vissuto e subito il fallimento del suo matrimonio ed era rimasta sola con una figlia da crescere, per tutto questo la “sua” donna – diffidando degli uomini – doveva essere un universo autonomo. Ideava per la “nuova” donna degli anni trenta vestiti con imbottiture, dalle linee dritte e verticali e dalle spalle larghe e squadrate, pulsanti di decori che fossero  femminilità ma irrinunciabile armatura.

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Ingrandì nel trentuno la sua Maison, ogni settore aveva un responsabile e vantava ormai una serie di collaborazioni. Questa coraggiosa donna ce l’aveva fatta! Nel 1935 Elsa scelse di non limitare più la sua produzione agli abiti; voleva proporre alle clienti tutto. Abiti, accessori, profumi Schiapparelli. Sfogò liberamente la sua teatralità sfruttando l’intuizione che lei per prima ebbe, quella di creare nella sfilata lo spettacolo, la proposta, l’aspettativa. In poco tempo la sua boutique fu famosa per la nuova formula di pret a porter. Proporre taglie standard e abiti pronti, accessori solo da provare e scegliere. Sperimentava Schiap e si divertiva, creava, provocava. A Copenaghen un giorno, passeggiando al mercato del pesce, vide donne sedute sui canali con in testa cappelli fatti con fogli di giornali ripiegati. Tornata a Parigi ritagliò articoli che parlavano di lei e li mise insieme per farci stampare seta e cotone. Era il 1935 e quella stoffa stampata divenne la sua nuova collezione… la chiamò:  “FERMATI, GUARDA E ASCOLTA”.
Voleva l’individualismo Schiap, anche osando contro l’alta moda.  Era sempre presente il contatto avuto anni prima con gli artisti Dada e i Surrealisti. Nel 1936 sull’azione creativa di Elsa fu forte la presenza di due importantissimi artisti del surrealismo: Cocteau e Dalì con i quali cercò di proporre un parallelismo tra linguaggio del corpo e abiti.

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Dalì disegnò per Schiap un tailleur su cui furono cucite delle bocche che nell’immaginario dell’artista rappresentavano l’organo genitale femminile, con il tailleur fu presentato un cappello a forma di scarpa proposto come simbolo fallico. Attraverso questi accostamenti il capo poteva esprimere autenticamente qualcosa che fino a quel momento si era invece voluto celare.  Comunicazione dall’interno verso l’esterno passando attraverso l’abito.

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Restando alla comunicazione nel 1937,   Schiap creò il profumo “Shocking” e con esso tra genio e naturalezza nacque quello che sarà per sempre il rosa shocking…

“Nacque la bottiglia di profumo a forma di donna […] il colore d’un tratto mi si palesò davanti agli occhi: brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno d’energia, come tutta la luce, tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme, un colore proveniente dalla Cina e dal Perù, non occidentale; puro e non diluito. Così chiamai il profumo Shocking. La presentazione sarebbe stata Shocking e la maggior parte degli accessori e degli abiti, sarebbero stati shocking. […] Il colore shocking si impose per sempre come un classico.”

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Nel trentotto la ricerca di questa sensazionale donna cambiò ancora una volta, si rese conto che la concettualizzazione di Dalì le stava ormai stretta e che la strada da percorrere doveva essere ancora più “surreale, ancora più libera. Vestiti come pagine bianche da riempire. Si ispirò a quello che era stato l’esempio di Duchamp e dei suoi ready-made. La collezione “circus” del 1938 fu la massima espressione di tutte le sue ricerche, la sfilata fu davvero uno spettacolo fatto da acrobati tra capi che erano ormai gioielli.

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Poi venne la seconda guerra mondiale e tutto quello che una guerra fa… questa storia la lascio così, come avesse ancora l’orlo da cucire. E’ stato bello raccontarvi di lei, chiamarla per nome come fosse un’amica, sorridere e in qualche modo invidiarla. Come spesso mi capita di invidiare certe donne che stimo e che per me diventano esempio da seguire, bellezza a cui tendere.

“Il vestito perfetto che resiste alla moda e alla vita è solo uno: il vestito della libertà”

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Le scarpe di Zazà


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Lo spazio, l’idea, l’invenzione, il colore, il segno grafico, le forme non ammettono categoria. Vengono da lontano, vanno lontano.  Sono entità immediate dello spirito, ideali regolativi capaci di assicurare unità ed estensione alla sostanzialità creativa individuale. La moda oggi è al centro di un discorso complesso che la propone non solo come spettacolo mediatico di life style, ma la pone anche in rapporto armonico e dirompente con il design e l’architettura.  Arte e moda si intrecciano in un dialogo fruttifero : la moda incorpora la strategia artistica della creazione esclusiva e indimenticabile acquistando dunque una dignità non solo formale, ma anche e soprattutto culturale e filosofica. La moda è espressione della trascendenza dell’idea e della sua correlazione all’intreccio immanente di materia, forma, potenza e atto ed ingloba nella sua valenza il carattere affascinante della progettualità. Se in letteratura infatti siamo portati a giustificare e a plaudere ogni metafora pindarica avveneristica con cui si valorizza o si distorce il lessico e la lingua italiana, tanto che la letteratura ora più che mai è concepita come una forma di espressione artistica  che ha ispirato e ispira artisti di ogni tempo e luogo, perchè non si può ammettere la trasposizione formale di moda e architettura in rapporto simbiotico che fa sia del fashion victim sia del comune impiegato al catasto un vero e proprio performer dell’architettura moderna ?   Se  d’altra parte Claus Oldemburg, architetto molto pop artist, ha affermato che ” un edificio si distingue da una statua solo perchè all’interno ci sono i gabinetti ” allora non stupiamoci che Zaha Hadid architetto di fama mondiale per le sue costruzioni  tecnologiche fantascientifiche reinventi lo stile e la concezione della scarpa con un’idea inaspettata che  ci obbliga  ad un riesame con il canone classico di essa in rapporto non solo alla realtà, ma anche alla nostra individualità e personalità.

Zaha Hadid per Melissa

Zaha Hadid per Melissa

Zaha Hadid per Lacoste

Zaha Hadid per Lacoste

A proposito della creazione per Lacoste , ci dice Zaha Hadid : ”

“L’espressione del design all’interno della collaborazione con Lacoste permette l’evoluzione di reticoli di fluido dinamici; avvolti intorno alla forma del piede, si espandono e si contraggono per fondersi e adattarsi al corpo in modo ergonomico. Ne emerge un paesaggio, una struttura di onde e raggi che si unisce al corpo senza soluzione di continuità

E’ di questi giorni l’ultima sua creazione, NOVA , che come riporta la rivista Elle ” è statapresentata nei giorni scorsi in occasione dell’Alta Moda francese nell’esclusiva boutique L’Eclaireur (rue de Sévigné 40, Parigi) ed ha un aspetto a dir poco futuristico e avant-garde. Il suo design definisce un rapporto formale diretto con la struttura primaria della scarpa ed esprime le forze dinamiche applicate alla camminata, sviluppando un sistema innovativo a sbalzo che fa apparire il tacco di 16 cm completamente sospeso nell’aria.Pensate sia un semplice prototipo? Non è così. Realizzata in soli 100 esemplari per colore, sarà disponibile in esclusiva presso punti vendita selezionati, come L’Eclaireur a Parigi, Zaha Hadid Design e United store. Pronta per essere indossata ed esibita. “

Zaha Hadid - NOVA

Zaha Hadid – NOVA

La scarpa è realizzata in vinile, gomma, fibra di vetro e cuoio. Al momento saranno solo 100 le paia di NOVA che verranno prodotte ed ognuna avrà un prezzo di circa $ 2.000.

Zaha Hadid - NOVA

Zaha Hadid – NOVA

Personalmente trovo che la  scelta di una scarpa in un uomo o donna che sia, sia un elemento distintivo del suo linguaggio più intimo, tanto che alla luce di questo non nascondo che una brutta scarpa ha su di me un effetto straniante poichè è indice dell’integrazione della sua idea di rapporto tra funzionalità e la sua idea di bellezza.  In questa era così dominata dalla tristezza, poter pensare che una scarpa possa entrare a tutto diritto a far parte come elemento architettonico , abitabile e dunque compatibile con il nostro scheletro da cui trae genesi il suo progetto è cosa esaltante. La scarpa domina il cammino per ogni dove, risulta il mezzo con cui si domina lo spazio affidandone il ritmo e la fluidità all’ambiguità della sua doppia identità estetica e strutturale. L’uomo diviene elemento estatico del paesaggio, costellazione mobile tecnologica in quel paradosso fashion che vede relazione e tecnica urbanistica  trasportate su un piano fantastico dello stile. L’oggetto è teso nella sua volontà di vivere schopenhaueriamente parlando, in uno scenario teatrale che permette almeno per un attimo di coccolarci nell’idea che volontà e sogno coincidono.

Articolo di Mezzanotte