Fuori Menù 16 – Benvenuti a Zombilandia.


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“Cari zombetti miei…” chi è del range di età fra i 35 e i 40 anni avrà avuto un flash back di questa frase, un pupazzo di gommapiuma decisamente orrendo, seduto dietro ad una gotica scrivania, imbandita da candele, teschi e ragnatele che presentava la famosa “Notte Horror” di Italia Uno.
Vi starete chiedendo perchè sono partita da qui…beh ovvio direi! Questo Fuori Menù vuole portarvi a fare un giro nel must tornato in voga…gli Zombie.

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Fuori Menù 14: quando il cinema si mette ai fornelli


Cucina è tutto ciò che supera l’obbligo del cibo. È la cura nella scelta, la preparazione, la trasformazione dei cibi in modo che risultino seducenti per i sensi.

Heinz Beck, L’ingrediente segreto, 2009

Da sempre c’è un rapporto d’amore e odio tra cinema e cucina, due arti che sul grande schermo trovano hanno sempre trovato uno spazio notevole, sia per creare matrimoni indissolubili che per guerre all’ultimo sangue.
Perché davanti alla macchina da presa il cibo si trasforma, diventando ottimo carburante per passioni travolgenti ma anche per litigi furibondi, paragonabili ad un film di Tarantino.

Questo Fuori Menù è il primo che dedicherò alla cucina, quella cucina mostrata nel cinema, dove il cibo è il mezzo, farmaco, per non soccombere…dunque buon viaggio!

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Uno dei primi film che ho incontrato sulla mia strada è Il pranzo di Babette, un film del 1987, sceneggiato e diretto da Gabriel Axel, tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, vincitore dell’Oscar al miglior film straniero.
Dove due anziane sorelle Martina e Philippa, figlie di un pastore protestante, decano e guida spirituale del posto, dopo la sua morte hanno ereditato la direzione della locale comunità religiosa respingendo le proposte di matrimonio e continuando a vivere una vita semplice e frugale, per aiutare i compaesani in difficoltà. Fino al giorno in cui, davanti alla loro porta si presenta la stremata parigina, Babette Hersant, sfuggita alla repressione della Comune di Parigi, durante la quale il generale Galliffet le ha fatto uccidere il figlio e il marito. Babette viene accolta dalle anziane signorine grazie alla lettera di Achille Papin, un vecchio corteggiatore di una delle due, e si guadagna l’ospitalità facendo da governante e contribuendo all’attività di beneficenza.

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Fuori menù 13: Torino e i suoi mille volti


Vorrei in qualche modo invitarvi a visitare con le nostre parole una città interessante sotto molti punti di vista, la città in questione lo avrete capito dal titolo: Torino.

Quarto comune italiano per popolazione ed è (o era visto la crisi che sta mangiando pian piano l’italia intera) il terzo complesso economico-produttivo del Paese. Capitale del Ducato di Savoia dal 1563, del Regno di Sicilia dal 1713 al 1720, del Regno di Sardegna dal 1720 al 1861 e, quindi, del Regno d’Italia dal 1861 al 1865.
Uno dei maggiori poli universitari, artistici, turistici, culturali e scientifici dello Stato. Sede nel 2006 dei XX Giochi olimpici invernali, fulcro dell’industria automobilistica italiana, importante centro dell’editoria (grazie all’annuale evento che si tiene al Lingotto – Fiera del libro), del sistema bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, del cinema, della pubblicità, dell’enogastronomia, del design e dello sport.

Ph Emanuela Trossero

Ph Emanuela Trossero

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Fuori Menù 12: la Svezia turistica, la cucina gustosa e il progressive death metal degli Opeth


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La Svezia ha in sè il fascino del grande nord, con numerosi luoghi da vedere e attrazioni turistiche sparse ovunque: antichi monumenti megalitici, siti vichinghi, castelli, navi da guerra ed eleganti città come Stoccolma. La capitale è nota per gli eleganti palazzi, i canali navigabili dove perdersi coi pensieri, i musei, i vecchi quartieri dove fare passeggiate tutte da scoprire.

Ma la Svezia non è solo monumenti ed edifici, è anche natura, vera anima del Paese. La Lapponia, per esempio, oltre il circolo polare artico o le isole di Koster ad occidente al confine con la Norvegia, costituiscono vanto e orgoglio della nazione.

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A circa una trentina di km da Malmö, in Svezia, in una cornice di grande suggestione naturalistica, sorge il castello di Häckeberga, un grande ed elegante edificio del 1875. Il castello è situato in un piccolissimo isolotto nel lago di Häckeberga, inizialmente costruito come una fortezza nella prima metà del XVI secol da Holger Ulfstand (lo stesso del castello di Glimmingehus) per poi essere demolito e fare posto alla presente struttura. La sua bellezza architettonica è dovuta all’architetto Helgo Zetterwall, responsabile anch’egli di molti lavori nella città di Lund (la cattedrale, la chiesa di Tutti i Santi e dell’Università di Lund).
Oggi il castello è di proprietà della famiglia Tham, al suo interno è situato un elgante hotel, un raffinato ristorante gestito da Gunilla e Bo Madsen e una sala congressi. L’edificio è anche aperto al pubblico per una visita di carattere storico-culturale; da non perdere il periodo pasquale, quando il tour si arricchisce della tradizionale mostra d’arte. Per piacere o per business, visita o soggiorno, il castello di Häckeberga è un luogo da visitare, anche solo per le belle passeggiate e le tante attività che è possibile fare nella sua campagna.

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Potete scegliere questa bella campagna anche solo per un’escursione fuori porta, a soli 4 km dalla città di Uppsala, sappiate tuttavia che a Gamla Uppsala l’aria che si respira, oltre ad essere buona, è anche intrisa di antichi misteri e magie. I vostri piedi andranno a calpestare uno dei più importanti luoghi di sepoltura di tutta la scandinavia pagana: sono 2000-3000 le tombe dell’area, di cui 250 visibili tumuli. I più grandi, sono conosciuti come i tumuli dei re Kungshögarna (Aun, Egils e Adils della dinastia di Ynglinge, antenati del primo re di Norvegia Harald il Chiaro) datati VI secolo e risalgono all’era dei vichinghi, periodo nel quale la mitologia svedese vi fa risalire anche le dimore di Odino, Thor e Frey.
Secondo quanto afferma lo storico Adamo di Brema, vissuto nella seconda metà del XI secolo, Gamla Uppsala è il luogo dell’antico Tempio di Uppsala, uno dei più grandi tempi pagani del nord Europa. Un luogo creato per venerare gli dei norreni in tempi ancora più antichi, poi soppiantato dall’arrivo del cristianesimo. Tale culto è tuttavia scarsamente documentato, non fosse per gli scritti delle saghe norrene, come appunto il Gesta Danorum di Brema. In anni recenti, diversi studiosi come Neil Price e Magnus Alkarp, in alcuni scavi archeologici, trovarono importanti reperti nelle fondamenta dell’attuale chiesa medievale di Gamla Uppsala; ricerche continuano a tutt’oggi. L’antica Uppsala è un luogo da non perdere nella vostra visita in Svezia, lo stesso Papa Giovanni Paolo II nel 1989 ha fatto visita alla caratteristica chiesa di Gamla Uppsala.

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La Svezia è una delle terre più antiche del mondo e in quanto tale conserva una moltitudine di testimonianze storiche. Tra queste le pietre di Åle (in svedese, Ales Stenar) nella regione meridionale della Scania, sono sicuramente le più ricche di suggestione: 59 pietre verticali vanno a formare uno dei più grandi monumenti megalitici della Scandinavia, risalente probabilmente al periodo della fine dell’età del ferro.

Mito e leggenda trovano qui il proprio profilo intriso di mistero: ciascuna pietra è posizionata in modo preciso e tale da formare nel complesso una sorta di ovale ben definito, nelle cui estremità è sita una pietra madre, più alta delle altre. La forma ricorda con molta accuratezza una nave vichinga di dimensione 67×19 metri, tant’è vero che la collina nella quale esse sono situate si rivolge verso il mare. La monumentale formazione megalitica sorge in prossimità di un villaggio di pescatori, Kåseberga, a circa 18 km dalla cittadina di Ystad ed è situata in una verde collina a prato piana. La vista è appunto quella che dà sulle spiagge del Mar Baltico, 180º gradi di perfetto orizzonte marino e 180º di altrettanto perfetto orizzonte di terra, nient’altro è posto nel mezzo. Non sono pochi coloro che come accade per Stonehenge attribuiscono alle Pietre di Ale una funzione astronomica.

Secondo alcuni, il nome Åle (o Als) significa ‘santuario’ in lingua nordica, mentre secondo altri il suo significato va riferito alla particolare conformazione della costa, altri ancora riferiscono il nome ad un capo vichingo vissuto nel periodo delle grandi esplorazioni degli uomini norreni. Nel complesso, gli studiosi sono inclini alla conclusione che vuole questo luogo un monumento in onore dei vichinghi, che al mare diedero la loro vita morendo nei viaggi di conquista (è il caso per esempio dello studioso Oskar Monelius, vissuto tra il 1843 e il 1921). Di certo c’è che le pietre di Ale erano già conosciute nel 1624 quando vennero descritte dal viaggiatore Niels Ipsens e da altri dopo lui, ma fu solo nel 1919 che il monumento venne inizialmente restaurato e portato ad antico splendore. Alla fine degli anni Ottanta, furono ritrovati dagli archeologi dei resti umani bruciati e custoditi in un’antica pentola di creta, e accompagnati da diversi altri oggetti antichi.

Oggi, la grande incertezza rimane, non esistono nomi su chi innalzò questo grande monumento, come non esistono neanche certezze circa la data esatta di edificazione. L’Università di Lund e l’Università di Göteborg sono al momento le uniche che portano avanti gli studi, guidati dal team del Professor Märta Strömberg.

Passando alla cucina, possiamo dire che in Svezia la cucina tradizionale, ”husmanskost” in svedese, è semplice ma non per questo poco gustosa e sostanziosa. Affonda le sue radici in un’economia di altri tempi en nel clima temperato della Scandinavia. All’origine di molte delle abitudini alimentari c’era proprio la necesita di conservare per il resto dell’anno quei prodotti che altrimenti avrebbero avuto una durata molto limitata, per esempio le carni, il pesce, prodotti della terra ed il latte, che nel nord si poteva bere solo d’estate, quando le mucche pascolavano in libertà. Anche il pane secco (knäckebröd, tipo wasa) risale al tempo quando il regime idrico dei corsi d’acqua consentiva la macinazione solo in primavera e in autumno.

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Involtini di Cavolo – ”Kåldolmar”

Ingredienti per 6 persone

1 cavolo cappuccio (1 chilo circa)

Per il ripieno:
400 g di carne macinata
50 g di riso
2 dl di acqua
1 uovo
½-1 dl di latte
3 pizzichi di sale
1 pizzico di pepe

Per la cottura :
2-3 cucchiai di burro
2 cucchiai di melassa

Per il sughetto :
acqua
½ dado
sale
pepe
(3 dl di panna da montare, soia)

Tolte le foglie esterne e il torsolo del cavolo, fatelo cuocere in acqua leggermente salata che conserverete poi per la salsina. Togliete le foglie appena sono pronte (non devono cuocere troppo).
Ripieno : Fate un impasto con la carne macinata, l’uovo, il sale, il pepe, e infine il riso che avrete cotto e fatto raffreddare. L’impasto dovrà risultare ben morbido.
Mettete adesso un po’ del ripieno in ogni foglia, che avvolgerete come un pachetto. Fate scaldare il burro in una padella, aggiungendo poi anche una cucchiaia di melassa, e mettetevi gli involtini che farete colorire tenendoli con la piegatura rivolta verso il basso.
Trasferite poi gli involtini (sempre senza girarli) in una teglia imburrata. Mescolate un goccio d’acqua al fondo di cottura della padella e versate il tutto sugli involtini.
Cuocete gli involtini in forno a 225º per circa tre quarti d’ora, irrorandoli ogni tanto, e se necessario aggiungendo un po’ dell’acqua di cottura del cavolo. Disponete gli involtini su un piatto di portata. Mescolate un po’ d’acqua al fondo Della teglia, aggiungete il dado, sale, pepe e fate addensare. Se si desidera una salsa più consistente, aggiungere 3 dl di panna e un goccio di soia.
Si accompagnano con patate bollite e marmelatina di mirtilli rossi.

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Biscottini speziati – ”pepparkakor”

Dose per 300-400 biscotti

350 g di burro
350 g di zucchero
2 dl di melassa
1,5 cucchiai di polvere di zenzero
1,5 cucchiai di polvere di cardamono
1,5 cucchiai di polvere di cannella
1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere
3 dl di panna da montare
1 cucchiaio di lievito per dolci
900 g di farina bianca

In una ciotola mescolate bene burro, zucchero, melassa e spezie, sino ad ottenere un composto cremoso, al quale aggiungerete la panna montata a neve. Mischiate il lievito a metà della farina, e inglobatela al composto, aggiungendo oi il resto della farina un po’ per volta. Rovesciate la pasta su una tavola infarinata, tiratela ben liscia, e rimettetela nella ciotola che terete coperta in frigo fino al giorno dopo.
Preriscaldate il forno a 200º. Spinate un pezzo di pasta per volta, direttamente su un foglio di carta da forno, tiorandola il più sottile che potrete e ricavandone le varie figurine natalizie (stelle, cuori, maialini ecc.) con gli appositi stampini. Togliete poi la pasta in eccesso ed infornate per circa 5 minuti, finché i biscottini abbiano assunto un bel colore dorato. Allora sfornateli e posate il foglio così com’è su una retina finché siano freddi.
I biscottini si possono anche decorare con una glassa che si pepara sbattendo bene una chiara d’uovo con un cucchiaio di aceto bianco e due bicchieri di zucchero a velo. Mettete il composto in una siringa (o cono di carta) dal foro sottile, e decorate i biscottini. Si possono anche usare mandorle spellate, che si mettono sui biscotti prima delle cottura.

Concludo l’excursus dentro questa splendida Svezia con la musica, con un gruppo a me caro, gli Opeth, gruppo progressive death metal svedese, formatosi a Stoccolma nel 1990.
Dal punto di vista stilistico, gli Opeth nascono come una band death metal, affondando le proprie radici nelle classiche sonorità del genere, ispirandosi a gruppi quali Morbid Angel, Death e Bathory. L’ascolto di una band svedese, i Mefisto, che aveva inciso una sola demo, cambia però le vedute del gruppo sul metal estremo: l’accostamento di sonorità death con elementi melodici ed acustici adottato in questa demo (intitolata The Puzzle) porta gli Opeth a riconsiderare altri generi diversi dal death metal. Questa riconsiderazione non si risolve però nel cambiamento radicale di genere, ma in un’approfondimento e nella fusione di più generi diversi.
Al death metal vengono accostate influenze progressive rock anni settanta (sul genere di Camel, Pink Floyd e Genesis) ed una gran quantità di spunti e contaminazioni blues, jazz e soprattutto gothic metal, uno stile gotico che spesso fa da background a molte loro composizioni. Il risultato è un tipo di musica molto originale, difficile da classificare, che ha ricevuto molti appellativi tra cui “progressive death metal”, che probabilmente è quello che più gli si addice.
È comunque più corretto dire che gli Opeth hanno creato un genere a sé stante (oggi ci sono band, come gli italiani Novembre, che si ispirano in parte agli Opeth), originato dalla loro fantasia e dalla fusione di tanti generi differenti.

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Proposte d’ascolto:


Fuori Menù 11: la cucina maledetta – le vie en rose – Paris/Brest e la moda parigina


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Casa dolce casa oserei dire, la Francia per me è un prezioso scrigno, ammetto che non ho mai visto un centimetro di questa meraviglia, ma prima o poi accadrà e se il destino vuole magari ci vado a vivere – un desiderio che mi vive dentro da tanti troppi anni ormai.

Questo Fuori Menù nasce dopo aver letto un bellissimo libro, una sorta di diarioricettario di Alice B. Toklas (consigliatomi da Federica Galetto), mentre la lettura andava spedita sono incappata in due bellissime ricette, due ricette dei miei amati poeti maledetti, Mallarmè e Baudelaire e dunque mi è sembrato logico farne un articolo – percorrendo ciò che amo della Francia, cioè non tutto, ma una buona parte.

Parto allora dalla parte culinaria…e conseguentemente poetica.

I biscotti di Baudelaire (ottimi per le giornate di pioggia)

E’ il cibo del paradiso… dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con grandi tazze di té caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò santa Teresa.
Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, i cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sguasciate: tritate la frutta e mescolatela assieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa Basteranno.
Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzoli delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde.

baudelaire fotografato da Nadar
Inno alla Bellezza di Charles Baudelaire

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio
ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Quest’altra ricetta è una creazione di Stephane, lui la chiama marmellata, ma è un dolce meraviglioso.

Marmellata di cocco

Nessuno che entri in un negozio, prenda dal banco una noce di cocco e se la comperi sa poi cosa farsene. Per i parigini questo frutto che viene da lontano, fra melograni, arance o ananas, rimane una curiosità inutilizzabile. Ma ecco una squisitezza tra le più delicate, della quale il cocco costituisce il principale ingrediente, originario delle isole e delle loro coste. Mettere 2 tazze di zucchero e mezza tazza d’acqua in un bollitore di rame e far bollire fino a quando si formerà il petit boulé, aggiungere la noce di cotto grattugiiata e mescolare con una spatola di legno. Dopo 15 minuti mettere 2 uova in un altro bollitore, versarci il cocco mescolando sempre nello stesso senso. Profumare di vaniglia, cannella o acqua di fiori d’arancio, rimettere sul fuoco per 5 minuti e, dopo aver lasciato freddare per altri 5, versarlo in un compotier e servire freddo.

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Brindisi di Stéphane Mallarmé

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d’inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

(le due ricette sono prese da “I biscotti di Baudelaire”, Alice B. Toklas, Bollati&Bordighieri, 2013)

Dopo aver mescolato la cucina e la poesia, e direi che sono proprio un bel connubio, innaffierei il tutto con un Bordeaux…

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Il Bordeaux è uno dei vini francesi maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
Viene prodotto nei dintorni della città di Bordeaux, nel dipartimento della Gironda, nelle terre situate lungo i fiumi Garonna e Dordogna. I vini Bordeaux sono rossi, bianchi secchi o liquorosi, o rosé.
Le vigne sembrano essere presenti nel bordolese fin dall’antichità: i notai di Burdigala (Bordeaux) avrebbero deciso di creare i propri vigneti a causa dei prezzi elevati dei vini italiani e narbonesi, importati dai negozianti romani.
Nel XII secolo, l’Aquitania diventa un ducato inglese in seguito al matrimonio di Eleonora d’Aquitania con Henri Plantagenêt, conte di Angiò e re di Inghilterra sotto il nome di Enrico II. Il commercio vinicolo si sviluppa.
Nel XIII secolo, il re di Francia conquista La Rochelle, porto esportatore di vini bordolesi; conseguentemente, Bordeaux diventa un porto esportatore di vini privilegiato a destinazione britannica. Il re d’Inghilterra concede quindi importanti privilegi fiscali ai negozianti bordolesi: i vigneti si estendono verso le zone di Libourne. All’epoca, il vino, ottenuto miscelando uve di colore diverso, era chiaro, da cui il nome usato in Francia e Inghilterra di claret.
A partire dal XVI secolo i vitigni iniziano ad assumere una struttura simile a quella dei filari presente oggi.
Nel XVII secolo gli uomini d’affari olandesi causano un’importante mutazione nel commercio europeo, che vede l’espansione di nuove bevande quali la cioccolata, il caffè o il tè, assieme a nuove birre e al gin. Gli olandesi incoraggiano la produzione di vini che prediligono, quali i vini bianchi dolci o scuri, non solo nel bordolese ma a Cahors e nella penisola iberica (ad esempio, i primi vini di Porto). Il Bordeaux deve fare fronte a numerosi concorrenti.
La famiglia bordolese Pontiac sceglie quindi di migliorare la qualità della coltivazione del suo vino: il territorio e le vigne sono curate, i vini vengono messi in barrique nuove e di quercia. Approfittando di un albergo di sua proprietà a Londra, la famiglia Pontiac fa conoscere i suoi vini in Inghilterra, che sono così apprezzati che finiscono per essere venduti più cari degli altri Bordeaux. Anche gli altri negozianti seguono quindi questa strada, che si rivela vincente: i vigneti si estendono ulteriormente fino al Médoc e al Sauternes, e nelle regioni di Blaye e Bourg. Vengono creati i grandi vigneti del Médoc ed i grand cru bordolesi.
Durante il Secondo Impero francese i grandi vini rossi di Saint-Émilion, Fronsac e Pomerol diventano i vini di prima qualità della produzione bordolese.

Non può mancare il dolce, prima di ascoltare la cara Edith Piaf…i Paris – Brest, qualcosa legato alla storia dei trasporti francesi.

Il Paris-Brest è un dessert della cucina francese, fatto di pasta choux e crema di cioccolato o fragole e/o frutti di bosco.
Questo dolce è stato creato da un pasticciere di Maisons-Laffitte, Louis Durand, nel 1891 per commemorare la corsa ciclistica Parigi-Brest-Parigi.La sua forma circolare infatti rappresenta una ruota. Divenne popolare fra i ciclisti della corsa Paris-Brest, in parte per via del suo largo apporto energetico, ed in seguito si diffuse nelle pasticcerie di tutta la Francia.

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Ingredienti:

75 g Burro
200 g Farina
200 g Fragole
60 g Mandorle Pralinate
400 g Panna Montata
qb Sale
4 n Uova
qb Zucchero A Velo

Preparazione:

200 g di farina,

4 uova,

75 g di burro,

400 g di panna fresca,

60 g di mandorle pralinate,

200 g di fragole,

zucchero a velo,

sale.

Versa 2 dl di acqua in una casseruolina, unisci 1 pizzico di sale e il burro morbido a pezzettini. Metti sul fuoco, porta il liquido a bollore, poi togli dal fuoco; butta nell’acqua la farina tutta in una volta, mescolando energicamente con un cucchiaio di legno per evitare che si formino grumi. Rimetti la casseruola su fuoco basso e fai cuocere, sempre mescolando, finche l’impasto formera una palla e si stacchera dalle pareti della casseruola, sfrigolando. Trasferisci l’impasto in una terrina e lascialo raffreddare, poi incorpora le uova, uno alla volta.
Metti il composto in una tasca per dolci con bocchetta larga e liscia e spremilo sulla placca rivestita con carta da forno, formando un anello di 20 cm di diametro. Poi fai un secondo anello all’interno del primo (ben vicino) e un terzo a cavallo  dei primi due.
Metti la placca in forno caldo a 180? e cuoci la ciambella per circa 30 minuti. Lasciala raffreddare, poi tagliala a meta orizzontalmente e farciscila con la panna, prima montata con 2 cucchiai di zucchero a velo, le fragole dimezzate e le mandorle. Spolverizzala di zucchero a velo e servila.

Coco Chanel

Coco Chanel

La moda parigina raggiunge il suo culmine nonostante la rivalità con le altre capitali europee, Londra – Milano – New York, a Parigi la moda è tutta un’altra cosa. Qui hanno mosso i primi passi le più grandi firme della moda internazionale, Chanel, Gaultier, e tanti altri, hanno trovato a Parigi il proprio modo d’essere. Hanno tratto ispirazione dai suoi colori, quelli di Montmartre o del Quartiere Latino, quelli spirituali della Parigi letteraria o quelli che lega Parigi e il cinema.
La moda a Parigi è di fatto nata con le grandi corti francesi, quando il re Sole o Maria Antonietta dettavano legge in ogni senso. Di grande tendenza fu il cosiddetto Cul de Paris, la moda della gonna lunga a fondo schiena sporgente (le donne dell’epoca si servivano di una sorta di attrezzo chiamato Tournure per mettere in mostra il proprio ‘posteriore’).
Nel XX secolo si confermano le grandi tendenze della moda, quelle che guardano al cambiamento sociale, alla lotta per le pari opportunità, ai nuovi modi d’espressione di una società sempre più in movimento. I costumi femminili si arricchiscono di nuove battaglie, tipo quella che pone fine alla tortura del busto. Nascono le grandi case della moda: la Maison Callot (1825), delle celebri sorelle Callot, o la Maison Jacques Doucet, per citarne alcune.
Madeleine Vionnet, una delle più grandi stiliste francesi, aprì la propria casa d’alta moda nel 1912, dando avvio ad una rivoluzione nel mondo degli stilisti. Da Vionnet a Coco Chanel. Non si tralasciano grandi stilisti come Pual Poiret, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, o anche il famoso coccodrillo di René Lacoste, che fu un tennista francese, la cui casa d’abbigliamento venne fondata nel 1933. Grandi nomi che trovarono in Parigi la musa ispiratrice della propria arte.

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A Parigi tutto fa moda, il Carrousel du Louvre ben quattro volte l’anno preannuncia i colori sgargianti di quelle che saranno le collezioni delle prossime stagioni, comunicando al mondo intero cosa portare (e come portare) nelle strade della città. La capitale dell’eleganza non si sente affatto minacciata da nessuno, pronta a creare sempre nuove tendenze e nomi d’alta moda. Seguiamone i trend nelle nostre pagine legate ai Festival ed eventi in Francia o notizie sulla Francia.

Fuori Menù 10: Portogallo – il gotico, la cucina e l’inquietudine di Pessoa


In Portogallo sul filone dell’arte gotica “flamboyant ” furono inseriti elementi ornamentali di diversa provenienza (anche asiatica) . Tale stile che prende il nome dal re Manuel I ( 1495-1521) influenzò l’edificazione di  molti monumenti portoghesi in particolare nel periodo in cui il paese lusitano fu impegnato nelle scoperte di nuove terre e relativi insediamenti.
Anche se è molto difficile indicare in modo esatto i canoni di tale corrente artistica,  è anche vero che diversi monumenti a Batalha (Santa Maria da Vitoria), a Tomar , a Lisbona ( monastero “dos Jeronimos” e Torre di Belem) ecc. furono costruiti, principalmente sotto i regni di Giovanni II e Giovanni III,  con gusti estetici abbastanza simili.
Lo stile manuelino o tardo gotico portoghese, è lo stile architettonico sontuoso e composito fiorito in Portogallo nel primo decennio del XVI secolo. Esso incorpora elementi marinari come riferimento alle scoperte fatte in quegli anni dai navigatori portoghesi Vasco da Gama e Pedro Álvares Cabral. Lo stile innovativo sintetizza aspetti del tardo gotico con lo stile plateresco spagnolo ed alcuni elementi dell’architettura italiana e fiamminga.

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Mosteiro da Batalha

Funge da elemento di transizione fra il tardo gotico e lo stile rinascimentale. La costruzione di edifici pubblici, chiese e monasteri in stile manuelino venne finanziata dai commerci delle spezie fra Africa e India e l’Europa. Il nome di questo stile venne proposto da Francisco Adolfo de Varnhagen, Visconte di Porto Seguro, nel 1842, descrivendo il Monastero di Jerónimos, nel suo libro Noticia historica e descriptiva do Mosteiro de Belem, com um glossario de varios termos respectivos principalmente a architectura gothica.
Lo stile fu molto influenzato dagli strabilianti successi ottenuti dalla flotta portoghese nell’era delle grandi scoperte, con il raggiungimento delle coste dell’Africa, del Brasile e delle rotte oceaniche verso l’Asia.

Questo stile durò molto poco (dal 1490 al 1520 circa), esso riveste una grande importanza nella storia dell’arte del Portogallo. Celebrando il potere marittimo del paese, esso viene impiegato nella costruzione di chiese, monasteri, palazzi e castelli, ma anche nella scultura, nella pittura, nella lavorazione dei metalli preziosi e nella costruzione di arredamento.

Alcuni importanti artisti che utilizzarono questo stile furono:

Diogo Boitac, Mateus Fernandes, Diogo de Arruda, Francisco de Arruda, João de Castilho, Diogo de Castilho, Diogo de Torralva, Jerome de Rouen, Diogo Pires, Vasco Fernandes, Gaspar Vaz, Jorge Afonso, Cristóvâo de Figueiredo, Garcia Fernandes, Gregório Lopes.

Torre di Belem

Torre di Belem

I seguenti elementi appaiono regolarmente nella lavorazione delle pietre nello stile manuelino:

elementi di derivazione marinara;
elementi marini;
motivi floreali;
simboli del Cristianesimo;
elementi provenienti dalle nuove terre;
colonne scolpite come funi attorcigliate;
archi a volta semicircolare anziché a sesto acuto dello stile gotico;
colonne binate;
mancanza di simmetria;
pinnacoli conici;
superfici con nicchie.

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Il Portogallo ha una cucina molto variegata e ricca di sapori mediterranei. Anche se ha ingredienti comuni in tutto il paese la cucina portoghese assume delle caratteristiche e delle sfumature diverse in relazione alle aree del paese. La cucina del Portogallo centrale viene considerata la più variegata; qui si trova il famoso maialetto della regione del Coimbra, mentre la zona di Aveiro è caratterizzata soprattutto dalle zuppe di anguilla. La gastronomia del Portogallo settentrionale è più creativa, qui sono nate la maggior parte delle zuppe, anche i più conosciuti piatti portoghesi a base di pesce. Infine abbiamo la cucina del Portogallo meridionale che si contraddistingue indubbiamente per piatti a base di pesce, soprattutto tonno e sardine.
Come detto la cucina portoghese si caratterizza per piatti a base di pesce, soprattutto di bacalhau che può ben essere considerato come l’alimento simbolo della cucina portoghese. Il baccalà è per i portoghesi un alimento quasi “mistico” preparato in tutte le varianti possibili.
Tra i piatti a base di baccalà più conosciuti segnaliamo:
Bacalhau a Braz: baccalà con patatine fritte alla francese accompagnato da uova e condito con prezzemolo e salsa di cipolla
Bacalhau con Natas: baccalà con cipolle fritto e poi infornato con patate e besciamella
Pasteis de bacalhau: Tortine di baccalà servite fredde come snack o calde come piatto principale
Bacalhau à Gomez de Sà: Baccalà con patate, cipolle e decorazioni di uova e olive
Tra gli altri piatti di mare, impossibile non ricordare:
Açorda de Marisco: Ovvero crostacei e arselle affogati in una densa zuppa di pane, olio, prezemolo e coriandolo
Arroz de marisco: Riso bollito con crostacei, cipolle, pomodori, pepe tipo maleguetta e molto prezzemolo tipo coriandolo
Arroz de Polvo con Vinho tinto: variante del precedente con aggiunto il vino rosso
Caldeirada: zuppa di pesce con le patate
Sardinhas Assadas: sardine arrosto o grigliate servite con pane piccante Nisa

Per quanto concerne i piatti a base di carne tra i più conosciuti ci sono:
Cozido à Portuguesa: Mix di carne affumicata tipo salsiccia, costolette di maiale, prosciutto affumicato, accompagnato da carote, patate e cavoli bolliti
Laitào à Bairrada: una gustosissima polpa di maiale arrosto da servire caldo o freddo
Cabidela: Pollo con riso cucinato nel sangue del pollo stesso con aggiunta di aceto
Carne de porco à Alentajana: piatto misto di mare e di carne da condire con molte erbe
Ensopado de Borrego: stufato di agnello con cipolle, aglio, prezzemolo tipo coriandolo da servire con pane abbrustolito
Tipiche della cucina portoghese sono poi le zuppe, presenti in molte varianti, da consumarsi soprattutto per cena. Tra le zuppe più importanti ricordiamo:
Sopa Caldo Verde: zuppa di patate, cavolo a pezzetti, olio d’oliva da servire con pane rustico e salsiccia affumicata di maiale
Sopa de Galinha: brodo di gallina con riso, uova e interiora
Sopa de Pedra: una sorta di minestrone con l’aggiunta di carne di maiale, manzo, bacon, salsiccia di maiale
Açorda: una zuppa semplice fatta con acqua calda, olio d’oliva e un mix di aglio, sale, prezzemolo e pane abbrustolito

Eccellenti anche i formaggi portoghesi tra i quali ricordiamo il Rabaçal , il Serra, il Saloio e il Azeitào, mentre tra i vini vi consigliamo di assaggiare il Porto, il Moscatel Roxo, il Bical e il Moura solo per ricordarne alcuni.
Infine i dolci, tra i più buoni vi consigliamo di assaggiare :
Pasteis de Nata: tartine alla crema
Queijadas de Sintra: tartine al formaggio e alla cannella
Pastel de Feijào: dolce a base di mandorle
Arroz doce: budino di riso al limone e vaniglia
Torta de Viana: Arrotolato di pan di spagna con ripieno all’uovo
Touchinho do Cèu: dolce a base di mandorle e cannella
Papos de Anjo: tipiche paste portoghesi
Budin Abade de priscos: budino di Porto con spezie e limone

Vi propongo due ricette, la prima del Bacalhau à Brás e l’altra di un dolce, Bolo de Bolacha.

Bacalhau à Brás

Ingredienti per 4 persone:

400 gr di baccalà
3 cucchiai di olio di oliva
1 pacco di patatine stick
6 uova
2 cipolle
1 spicchio d’aglio
prezzemolo
sale
pepe
olio evo
olive nere

Se il baccalà è secco metterlo in ammollo; una volta pronto pulirlo delle pelle e delle spine e sfilacciarlo grossolanamente con le mani.
Tagliare le cipolle a fettine sottilissime. Tritare l’aglio. Metterli a dorare in un tegame capiente a fuoco lento.
A questo punto aggiungere il baccalà sfilacciato e mescolare bene lasciando cuocere per alcuni minuti.
Aggiungere le patatine al baccalà mescolare bene, e col tegame sul fuoco, aggiungere le uova sbattute condite con sale e pepe.
Mescolare fino a che le uova saranno cremose ma cotte. Mettere il baccalà, una volta pronto, in un piatto di portata, spolverizzare con prezzemolo tritato e decorare con olive nere.

Bolo de Bolacha

Ingredienti

4 tuorli d’uovo
125 gr di burro morbido
250 gr di zucchero
biscotti tipo oro Saiwa
un bicchiere di caffè non zuccherato

poi per decorare, a piacere
cocco in polvere, panna, cacao o quello che volete.

Con le frusta sbattere zucchero, tuorli e burro finché diventano una crema immergere i bisotti nel caffè e disporli nello stampo da plum cake precedentemente rivestito con della pellicola trasparente.
Mettere sui biscotti un primo strato di crema, proseguire alternando crema e biscotti fino a finire gli ingredienti.
L’ultimo strato deve essere di crema, poi sopra potete spolverizzare o con cocco in polvere, o con cacao, o con biscotti tritati.
Tenere in frigo per un paio d’ore prima di servire

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Mi son riscoperta metallara, ed oggi accompagnerò questo mio fuori Menù con la musica dei Moonspell, gruppo musicale heavy metal portoghese il cui stile musicale mescola elementi di gothic metal, doom metal, metal estremo e black metal.

La band nasce nell’89 sotto il nome Morbid God da Fernando Ribeiro (voce) e João Pedro (basso), al tempo la band si orientava su sonorità black metal. Continuano a sperimentare, e nel 1993, registrano il demo Anno Satanae. Nel 1994, fanno la loro prima importante , aprendo il concerto dei Cradle of Filth a Lisbona. Poco prima, la band aveva inciso il suo primo mini-album (Under the Moonspell). L’anno successivo i Moonspell firmano con la Century Media incidendo il loro primo album Wolfheart.

È con Irreligious che arriva il successo: il singolo Opium è inserito in diverse compilation ed il video è oggetto di diversi passaggi televisivi. Questa traccia resta una delle più conosciute del gruppo, ed è spesso usata per chiudere i concerti.

Nel 2001, il gruppo che canta quasi esclusivamente in inglese, fa un’eccezione riprendendo un fado dei Madredeus, Os Senhores da Guerra.

Nel 2003, riprende il pezzo jazz I’ll See You In My Dreams per la colonna sonora dell’omonimo film dell’orrore portoghese.Il loro ultimo album, The Antidote è stato all’origine del romanzo omonimo dello scrittore José Luis Peixoto. Nel gennaio 2005, Fernando Ribeiro ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata Le Ferite Essenziali.

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Vi regalo qualche estratto da Il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa

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*

Se un giorno potessi raggiungere con una forza tale di espressione da concentrare tutta l’arte in me, scriverei un’apoteosi del sonno. Non ho mai conosciuto in tutta la mia vita un piacere maggiore di quello di poter dormire. L’annullamento integrale della vita e dell’anima, l’allontanamento totale di tutto quanto è gente ed esseri, la notte senza memoria e senza illusione, il non avere né passato né futuro, il nulla.

*

Ho scoperto che penso sempre e attendo sempre a due cose allo stesso tempo. Presumo che come me siano un pò tutti. Esistono certe impressioni così vaghe che solo più tardi, quando ci ricordiamo di esse, sappiamo di averle avute; da queste impressioni, credo, è formata una parte (la parte interna, forse) di tale duplice attenzione di ogni uomo. Nel mio caso le due realtà a cui attendo hanno uguale importanza. In ciò consiste la mia originalità. In ciò consiste, probabilmente, la mia tragedia – e la sua commedia.

Curvo sul libro nel quale traccio per bilanci la storia inutile di un’oscura azienda, vado scrivendo con diligenza; e al contempo il mio pensiero segue, con uguale attenzione, la rotta di un inesistente transatlantico attraverso paesaggi di un Oriente che non esiste. Entrambe le cose sono ugualmente nitide, ugualmente visibili davanti a me: il foglio sulle cui righe scrivo con cura, i versi dell’epopea commerciale di Vasques&Company; e il ponte sul quale vedo chiaramente, vicino alle connessure calafatate degli interstizi delle tavole, le sdraio allineate e le gambe stese dei passeggeri che riposano.

(Se io fossi investito dalla bicicletta di un bambino, quella bicicletta di bambino diventerebbe parte della mia storia.)

[…]

L’errore era nel debito e non nel credito di Marques (lo vedo, grasso, amabile, pieno di battute, e in un attimo, il transatlantico si dissolve).

*

Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza. (…) Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. (…) No: niente legami, neppure con noi stessi! Liberi da noi stessi e dagli altri, contemplativi privi di estasi, pensatori privi di conclusioni, vivremo, liberi da Dio, il piccolo intervallo che le distrazioni dei carnefici concedono alla nostra estasi da cortile.
Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. E’ un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. (…) Perfino l’arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell’illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (…) Vivere è non pensare.
(…) La felicità è fuori dalla felicità. Non c’è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.

(…) Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensieri e senza emozioni. (…) Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo (…). Non aver imparato fin dalla nascita ad attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l’immagine che le cose hanno in sé dall’immagine che è stata loro imposta. (…) Smarrisco l’immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. (…) Tutto questo non è più la Realtà: è semplicemente la Vita.

Pantelleria Rei, il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle – Fuori Menù 9:


“La nostra vita è impossibile, assurdità. Ogni cosa che noi vogliamo è contraddittoria con le condizioni o le conseguenze relative; ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con il loro contrario.”

-Simone Weil-

“La stella vive quindi sospesa tra due estremi: da un lato vi è collasso gravitazionale, dall’altro la fusione termonucleare e la pressione verso l’esterno. […] Le stelle sono degli incandescenti calderoni di trasformazione. Sono il ventre di una creatività immensa. […] Come possiamo ritrovare noi stessi in forze che sono al tempo stesso seducenti e spaventose? Come facciamo a vivere in mezzo a una instabilità scintillante?”.

-B.Swimme, M.E. Tucker, IL Viaggio dell’Universo

“Come lo spazio che all’improvviso s’incendia, etere propagante dove la distruzione dei mondi è un unico cuore che totalmente s’infiamma.”

-Vicente Aleixandre-

DSCN0897xPantelleria Rei.

Una gigantesca vela di pietra nella bolina vertiginosa del tempo; quarantamila anni geologici lei e intorno la vecchiaia della Terra, l’infinito delle stelle. Tutta la piattaforma emersa dal folto di bocche atteggiate del dio Vulcano fa oggi figura come un battito di ciglia appena domato, se posto a confronto con la maestà delle ere che la incoronano.

A nord-ovest del corpo isolano, chilometri di roccia fusa, rossa e nera, hanno assunto statura solida nell’ancora più misero abbrivio di diecimila anni. Tempi di caverne, di fuoco appena catturato, di ossidiana che portava la morte in punta di freccia, il gioco sociale collettivo si dipanava, i primi egizi già sognavano di esplodere al mondo con le piramidi, quaggiù la natura ancora dava furiosamente le carte.

Pensate tutte le retoriche mediterranee possibili, l’antica Cossira ne suggerisce ancora di impensabili. Prendete un volo a metà settembre, siete ancora in tempo, imbarcatevi sentendovi come quando non sapreste, con quella malinconia speciale dell’estate che vi abbandona aggrappata a una spalla. Poco prima di toccare pista, al centro del mare, da qualche angolo sottomesso di voi, inattesa, la poesia vi aggredirà.

“Amare è qualcosa di inevitabile o semplicemente un modo di essere: la coscienza”

-V.A.-

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Vicente Aleixandre era nascosto quaggiù, lo scoprite dopo qualche ora, tra i ricordi che non ricordavate più, cose come un libello Newton-Compton da svendita in una vecchia libreria a monte degli anni, quando si bruciava tutti le prime arie d’esistenza. Lui che nel ’27 spagnolo ardeva di passione edificando la colonna del dubbio, e teneva insieme con l’immaginazione sensibile gli opposti dinamici dell’universo, in uno sforzo immane di testimonianza viva. Vicente che fu mandato in pensione con un Nobel nel ’77; montava l’ansia della dimenticanza, il tempo preparava le cerimonie di polvere e le eseguiva al buio delle nostre spalle. Oggi non sono molti coloro che lo richiamano, a rileggerlo potrebbe far figura di cosa usata, passata di moda, così come la poesia dovrebbe sempre apparire, in realtà, alla fonte delle molte nudità incresciose, prima che lo stile e la cognizione la rivestano per esporla nelle botteghe di luce fioca delle arti periferiche.

Pantelleria vi accoglie con un cesto di regali, in realtà, se siete all’erta, in una permanente sfacciata che espone le vite pietrificate della lava su gigantesche tele sghembre. Una mostra di cieli aperti in cui perdere la vanità del proprio respiro, nel rumore del vento che accompagna ogni cosa, in cui è facile cogliere le metafore portanti della vostra statura fusa con le dinamiche del mondo, il fuoco di Agni(1) che copula a mare, le esplosioni disordinate del piacere di Gea, le colonne di vapore mefitico che danno l’assalto ai paradisi celesti, subito dopo. Dimenticatevi perciò la plebea pacificazione delle spiagge. O se avete infinita pazienza e il vizio dell’immortalità, lasciate fare al lavorio del vento, alla saggezza levigante delle onde, ripassate lieti tra qualche altra decina di migliaia d’anni.

“La notte è infida e a volte nasconde un pugnale silenzioso”

-V.A.-

«Topograficamente Pantelleria presentava ostacoli quasi spaventosi per un assalto. Molti dei nostri comandanti erano decisamente contrari all’operazione perchè un fallimento avrebbe avuto un effetto scoraggiante sul morale delle truppe.» Cosi scriveva Eisenhower nel suo libro Crociata in Europa.

Fu una sorta di beffa dell’immaginazione che tolse agli americani le castagne dal fuoco pantesco. Munitissime difese del fascio italico avevano scelto l’isola come unico punto di resistenza a sud del nostro misero scacchiere di guerra; nascoste in profondità nei diversi generosi uteri naturali dell’isola, le armi, gli aerei, l’acqua, le vettovaglie sufficienti per trascorrere settimane intere sotto una pioggia di bombe da ultimo giorno.

DSCN1150xSi narra che fu il carattere isterico, raccogliticcio, degli ufficiali del fascio a mandare a monte un capolavoro difensivo naturale. Avessero lasciato fare al nervo incrollabile dell’isola, avremmo almeno oggi da raccontare un lato intelligente della disfatta. L’homo italicus spiantato, piuttosto, cedette di schianto alzando bandiera bianca alle prime ore di fuoco impressionante che fiammeggiava dalle corazzate yankee, non potendo mai verificare come gli americani avessero piuttosto deciso di utilizzare le scarse munizioni che rimanevano in zona tutte insieme, nel giro di pochi infernali frames panteschi. Ci sarebbe stato tempo e modo, allora, per una sortita da antologia.

Ancora oggi l’isola si diverte in quell’aria ambigua di tagliola insidiosa, riservando la minaccia della propria verticalità assassina al flusso moderato dei turisti che la percorre goffamente.

Così, scendere a mare somiglia vagamente all’esercizio di un equilibrista brillato di passito, i piedi si barcamenano su vecchie aguzze creste di lapilli solidificati nello slancio plastico, e al corpo umano che inciampa vien paura non tanto delle relative contusioni, quanto piuttosto di venir accoltellato nelle fragili carni, accoltellato dolcemente dalle nere unghie sguainate della dea Cossira.

“Sulle tue labbra un bacio come una lenta spina o un mare che volò mutato in specchio, come il brillio d’un’ala, è ancora mani, è ancora crepitio di capelli, fruscio vendicatore della luce, luce o spada mortale sul mio collo minaccia, ma non potrà distruggere l’unità di questo mondo.

-V.A.-

Dunque l’isola attira e respinge nello stesso amorevole gesto, come certi neonati impertinenti ti instupidisce di tenerezza e poi ti spernacchia e ti sputa in faccia il suo vago malessere igneo. Con lo schiaffo delle onde strozzate abbatte la spocchia degli architetti milanesi arrampicati nel punto più impervio, con i fanghi mobili del turchese lago di Venere risucchia e fa inciampare intere legioni di fiduciose carampane che sognavano di tornar giovani nelle generose pieghe del fango curativo.

E in superficie, ogni cosa appare piegata dal vento, un vento antico, testardo, che non smette, una spinta primaria inesausta che costringe gli aranci e i limoni a crescere in giardini recintati come in stanze Borgesiane a cielo aperto, tra muri di pietra lavica alti fino a due metri; poi, sugli infiniti terrazzamenti scoscesi, costringe le piante a subire una potatura bassa, quasi rasoterra, che fa somigliare i tralci di Zibibbo e i rami dell’ulivo a battaglioni di Marine che avanzano strisciando impavidi tra i tralci dei capperi e fin dentro le carreggiate delle strade.DSCN0913x

E sempre il vento, la roccia, lo spigolo, l’esclusiva furia primaria d’esistere, trova sponda perfetta nelle nomenclature geografiche. Le località si chiamano: Gadir, Mueggen, Khamma, Kattibuale, Kazzen, persino.

A Kazzen ci siamo fermati per una foto e una risata dozzinale, un vecchio è passato lì vicino maledicendoci, forse, o forse ancora era solo il riflesso della nostra paranoia di ospiti infiltrati, al passo coi tempi, nudi come ci siamo spesso sentiti al cospetto dell’isola, dei suoi panorami definitivi, del fumo delle sue leggende.

Così gli isolani, gente che t’accorgi da certi silenzi di parole mancanti in replica ai tuoi paralleli quanto non ami particolarmente essere accostata al resto della sicilianità. Gente di scorza ruvida, con anima di ossidiana, asciutta e drastica, come il NO secco echeggiato in un vecchio alimentari dai prodotti improbabili alla richiesta se per caso avessero del semplice pane. O come il gesto irrevocabile successivo con cui ti viene prima proposta e poi negata l’apertura di un coscio nuovo, te ne devi andare, comunque lieto, con due etti di gambuccio scuro sottobraccio, al costo del culatello.

A Piana della Ghirlanda, nella valle del Monastero, nelle verdissime conche interne dove trionfa la coltura dello squisito Zibibbo che fu migrato dai tavolieri della Mesopotamia e piantato da mani fenice, poi, come una nera Kalì in vacanza a ponente, la dea Cossira moltiplica le proprie opulente braccia paesaggistiche. E’ un niente quassù dimenticarsi il mare, così come, illusi dall’arcaica omogeneità architettonica delle sagome di pietra e dei tetti a cupola dei Dammusi rurali, aprire a suggestioni prospettiche che ricordano la Palestina dei tempi del Cristo, l’aguzzo Marocco dei berberi, le infinite pietraie senza tempo dello Yemen.DSCN1077x

“Corpo felice, acqua tra le mie mani, volto amato dove contemplo il mondo, dove graziosi uccelli si riflettono in fuga, volando alla regione dove nulla si oblia.

E alla fine, cara fine..”

-V.A.-

…è talmente vasto il gioco infinito dei rimandi geopoetici che fai presto a raggiungere una esausta quiete conclusiva: ricordando tutto ciò che di primitivo e intenso ha fatto radice nella tua vita, l’isola non somiglia davvero a nulla, nulla che non sia il proprio ruvido carattere vivificante, metamorfico, la propria irreplicabile imago posta a faro o monito, sull’ombelico del Mediterraneo.

Pantelleria Rei.

“Non avvicinarti, perchè il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle”.

-Vicente Aleixandre-

*

 

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(1) – Agni: il principio dell’Ardore, o fuoco, emanazione-costola di Prajapati, il primo essere che ebbe un nome e fu antenato di Brahma.  Prajapati sorse dall’interrogativo perenne, il KA, “Chi sono?”, la prima miccia di coscienza che provocò il grande Bang dell’Universo.

Agni, da cui discende Shiva, decapitò la quinta testa di Brahma. E fu di Shiva la risorsa che rese possibile ogni cosa, fino a bere via l’intero oceano del mondo che fu avvelenato dai demoni. Da tradizione, il colore blu di Shiva si deve all’effetto dell’assunzione massiccia di quel veleno.

Nella tradizione dei testi sacri Hindu, Agni è sempre presente e/o evocato, oppure destinatario dei sacrifici rituali connessi alla meditazione profonda. Attraverso l’ardore di Agni, i Rishi poterono scendere dal ritiro ‘Himalayano e diffondere negli inni Vedici la realtà completa del mondo che avevano intuito, dando vita alla più antica modernità di cui si trovi testimonianza sulla Terra.

L’incredibile civiltà ariana lasciò di sè non una costruzione, non un utensile, non un monile, nessuna raffigurazione, soltanto gli inni Vedici, e una meravigliosa, complessa lingua che ancora oggi è studiata, parlata e approfondita: il Sanscrito.

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*** ***

Se non ce la fate ad andare, almeno, festeggiatevi così.

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Ingredienti per 6 persone

  • 500 gr di semola fresca (o precotta) a grani medi

  • 800 gr di pesce da zuppa (cernia, scorfano rosso, pesce fagiano, lugaro, San Pietro)

  • 500 gr di verdure (zucchine, peperoni, melanzane)

Per il soffritto

  • 1 cipolla

  • 2 spicchi d’aglio

  • concentrato di pomodoro q.b.

  • 1 ciuffo di prezzemolo

  • peperoncino rosso q.b.

  • sale e pepe q.b.

Preparazione

Preparazione della zuppa di pesce Friggete leggermente nell’olio il pesce già pulito, e appena pronto metterlo a parte. Fate un soffritto con la cipolla e l’aglio tritati, una punta di concentrato di pomodoro e il peperoncino piccante a piacere; aggiungete 1 litro circa di acqua, portate ad ebollizione e metteteci il pesce già fritto, lasciando sobbollire per circa 30 minuti. A fine cottura aggiungere una manciata di prezzemolo tritato.

Lavorazione della semola In un pentolino intiepidite tre bicchieri di acqua con sale e olio extravergine d’oliva; disponete in una teglia la semola fresca o precotta e lavoratela con l’acqua tiepida facendola roteare sul palmo della mano per farla gonfiare lasciandola poi cadere nel contenitore; questa operazione va fatta ripetutamente sino a che la semola sia raddoppiata del suo volume (volendo durante l’incocciatura si può aggiungere un trito fatto al mixer di carote, prezzemolo e aglio). Disponete la semola lavorata in una cuscussera o in uno scolapasta. Ponete la cuscussera sulla pentola della zuppa, dalla quale avrete tolto e spinato i pesci e mettete il coperchio. La cottura della semola è di circa 20 minuti per la precotta, mentre per la semola fresca bisogna togliere la cuscussera dal vapore, rimettere nella teglia a raffreddare un po’, sgranare con un cucchiaio di legno, irrorarla col brodo del pesce e rimetterla a cottura per altre due volte.

Preparazione delle verdure Lavate e tagliate tutte le verdure a dadini, soffriggetele in abbondante olio e scolarle. Quando tutto è pronto, aggiungete le verdure e il pesce alla semola cotta, uno o due mestoli di brodo per ammorbidire e amalgamare. Lasciate riposare per circa 20/30 minuti prima di servire.

Tratto da La cucina di Pantelleria- Tradizione e innovazione (Grazia Cucci- Gianni Busetta)