I misteri della cappella di Sansevero – Bizzarro Bazar


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Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

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Divinazione prêt-à-porter “a qualunque costo”


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Ho un ricordo nella testa, come un lungo flash delle noiose mattinate al liceo, in cui un professore senza volto spiega qualcosa.  Ad un certo punto, questi esordisce con la frase “quando le certezze crollano, la superstizione dilaga”.

Un motto dal sapore settecentesco più che un pensiero oggettivo, che ha continuato a dormire nella mia mente, fino al suo risveglio di  fronte a questa pagina bianca. Ed è la risposta alla domanda complice della nascita di questo articolo: perché al giorno d’oggi ancora parliamo così tanto di Divinazione?

Nonostante la scienza, la tecnologia, le scoperte della fisica perché ancora, web e TV pullulano di medium e sensitivi?

Sarebbe abbastanza semplice evocare in fila per due, i grandi demoni del nostro tempo: crisi dei valori, crollo della Fede, globalizzazione e quant’altro ma noi cerchiamo di sottrarci ai luoghi comuni, e pensiamo con la nostra testa, se ancora qualcosa è rimasto al suo interno.

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ESTRATTO da “REICH E GURDJIEFF – La sessualità come strumento di evoluzione della coscienza”


Reich e Gurdjieff
di David Brahinsky
in corso di pubblicazione per Spazio Interiore
previsto per Dicembre 2014

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All’interno de I racconti di Belzebù a suo nipote, [1] a un certo punto il protagonista condanna l’uomo moderno e lo rimprovera duramente per non essere riuscito ad adempiere ai partk/dolg/doveri esserici, tanto da considerare questo fallimento come una malattia, dal momento che per lui il lavoro cosciente e la sofferenza volontaria costituivano la naturale e sola funzione che l’essere tricerebrale maturo manifestasse. Ma se sono così naturali, perché allora l’uomo odia tali pratiche? Perché odia intraprendere un percorso necessario all’evoluzione del proprio essere?
Lo studio di Reich fornisce una risposta alla questione di cui sopra: odiamo fare qualsiasi cosa sia necessaria per proseguire il nostro sviluppo perché sin dall’infanzia, e poi anche nell’adolescenza, proprio le funzioni primarie che ci contraddistinguono sono state represse. Ci è stato insegnato a temere l’evoluzione creativa, ad aver paura del libero fluire dell’energia orgonica all’interno del nostro corpo, e da queste paure è nata la corazza. Essa ci rende pigri, ci frammenta internamente in diversi “io” e ci impedisce di assimilare le impressioni legate all’evoluzione. Quando impressioni di tal genere, infatti, sono disponibili in un individuo molteplice, pigro, arrabbiato, frustrato, pauroso, represso, apatico, pieno di desideri infantili, che rigetta le idee del Lavoro, queste non possono essere assimilate in modo adeguato e pertanto si rivelano inutili. L’elemento alla base di questo processo, che è volto a reprimere la capacità di evolvere, consiste nella soppressione della sessualità, cioè di quella funzione base della creatività che sta all’origine dei processi creativi dell’evoluzione, prevista peraltro in ogni piano dell’esistenza.
Ora, se l’analisi sin qui condotta è esatta, il ripristino di questa funzione svilupperebbe nell’individuo la capacità di introdurre le impressioni tramite il secondo shock cosciente, impressioni che vengono registrate all’interno del centro emozionale superiore come “sentimento religioso”, “sacralità o divinità di ogni cosa che esiste” e, al contempo, “rimorso di coscienza”. Questa descrizione sottintende che le impressioni sono contraddistinte da un amore fortemente radicato nei confronti di tutti gli esseri, un sentimento così straordinario e onnicomprensivo che comporta il pieno sentire; pochi, oltre ai santi, sono in grado di provarlo. In effetti, c’è da chiedersi come possiamo noi, che ci lamentiamo continuamente per questioni riguardanti il tempo, i vicini, i politici, le tasse e via dicendo, giungere a provare un sentimento di tali proporzioni. Alcune religioni si fanno portatrici di tale messaggio, sebbene non sia poi automatico che esso venga incarnato da coloro che ne seguono i dettami.

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IBLIS (secondo la realtà) di Enrico Khu Manzo


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Sono le tre, la notte è fresca, la finestra della stanza è aperta. Il buio invade tutto, le luci del vicoletto non arrivano ad illuminare niente, sono ingoiato dal niente. Mi sento niente. Sono solamente consapevolezza. E’ in questi momenti che ricordo, quando la mente è così vuota che fa eco qualsiasi cosa vi entri.
Sento l’abbaiare di un cane. Ricordo i tuoi cani, non so per quante notti abbaiavano senza sosta mentre mi dormivi accanto, li sentivo correre dal balcone al giardino, dal cancello alle scalette di entrata. Rivedo il loro pelo nero, e le loro forme mastodontiche. Li accarezzo col pensiero… e riprendo sonno, o forse no.

C’è qualcuno nella stanza.
Sento la presenza di qualcuno nella stanza. La porta è chiusa, ma vedo un’ombra ferma tra la finestra e il letto. Sobbalzo. Mi volto dall’altro lato, ma avere le spalle scoperte non giova a calmarmi. Non voglio scappare sotto le coperte, fa troppo caldo. Allora mi faccio coraggio: mi volto di botto e fisso verso l’ombra.
Si sposta verso il letto e si siede. Sento il peso di un corpo, che piega le coperte e fa suonare, con un sinistro carillon, il materasso.
“E’ successo qui dentro vero?” la voce sembra venire dalla parete dietro di me, dalla mia testa, da fuori la finestra aperta, o dalla cucina. Priva di eco, ma non era minacciosa. Una voce curiosa ma sicura della risposta. Rispondo: “Si.”
“Perché? Perché hai pensato di farlo?” l’ombra restava ferma e appannata davanti ai miei occhi, senza muoversi. Sembrava che tutto il buio della stanza fosse concentrato in un unico punto e formasse quello che io vedevo come una persona, ma non ne ero così sicuro.
“L’amavo, l’ho fatto per amore!” l’unica risposta banale che sapevo dare in quel momento.

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Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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PLATONE, INTERNET E TOTH – di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (SPAZIO INTERIORE)


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Confrontarsi con Platone mette in campo una certa dose di soggezione. Autore prolifico, che ha scritto pressoché su ogni aspetto della vita umana, su ogni sentimento, su ogni disciplina dello scibile e sulle cause prime dell’essere al mondo, nel corso dei millenni ha innescato riflessioni, critiche, discussioni, riscoperte.

Qualche decennio fa gli esponenti della scuola di Tubinga iniziarono a parlare di un Platone esoterico, riferendosi alle dottrine non scritte a cui in alcuni dialoghi si fa palese e celato riferimento. Tali dottrine avrebbero rappresentato la vetta e le fondamenta del pensiero platonico, eppure secondo il filosofo ateniese non potevano essere comunicate al di fuori dell’Accademia. Questa visione, in seguito diffusa e ampliata da Giovanni Reale e dalla scuola di Milano, se da un lato ha reso manifesta la necessità di un approccio nuovo, meno accademico e didascalico al pensiero di Platone, dall’altro si è appropriata di un concetto – quello di esoterismo – senza restituirne la portata e, anzi, depotenziandone enormemente il messaggio. L’idea, infatti, era che il pensiero di Platone si basasse su dei Principi Primi, cioè su informazioni e nozioni necessarie al raggiungimento della reale comprensione di ciò di cui i dialoghi parlavano. Tali Principi Primi, però, potrebbero riguardare qualcosa di diverso – di più profondo, di meno semplice e, di conseguenza, di davvero esoterico – rispetto all’idea degli esegeti di Tubinga e Milano.
Secondo questi ultimi, in altre parole, tali Principi riguardavano l’Uno, il Bene e la Diade, cioè delle idee facilmente identificabili e ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. In Platone, come in altri filosofi precedenti e successivi, queste idee non si limitano, però, a essere filosofiche, ma attingono probabilmente a un’autentica tradizione esoterica.

Ecco cosa scrive nella VII Lettera: «Io non credo che quel che passa per una trattazione, a riguardo di questi argomenti, sia un beneficio per gli uomini, se non per quei pochi i quali da soli sono capaci di trovare il vero con poche indicazioni date loro, mentre gli altri si riempirebbero, alcuni, di un ingiusto disprezzo, per nulla conveniente, altri invece, di una superba e vuota presunzione, convinti di aver imparato cose magnifiche». Come risalire a queste idee fondamentali? Non bastano i pochi riferimenti degli allievi alle dottrine dei Principi Primi, non basta leggere in una manciata di righe che tali agrapha dogmata riguardavano l’Uno e la Diade per comprendere cosa fossero l’Uno e la Diade, perché, come si legge sempre nella VII Lettera: «la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende allo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da se stessa si alimenta».

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“IBLIS” di Enrico Khu Manzo


Era impaziente, le sue mani si muovevano come prese da scatti di tosse: nella piccola stanza sembravano le uniche cose vive; mentre i libri sugli scaffali riposavano, piccole nicchie che contenevano sapere raccolto da menti illuminate da bagliori dell’immaginazione, assistevano alla scena. Seduto sulla poltrona a tre passi da un camino spento, questa figura, silenziosa e sottile, attendeva impaziente. I suoi occhi erano chiusi, ad un osservatore poco attento, poteva sembrare dormiente ma in realtà era così vigile che la pelle era tesa più di quella di un tamburo.
Proprio come in un racconto gotico, la porta scricchiolò sotto al tocco secco di quattro colpi, che lasciarono un’eco impercettibile tra i libri e gli oggetti di quella wunderkammer. I suoi occhi si aprirono lenti, il sole che alzandosi ad est avrebbe avuto meno voglia di guardare oltre i monti era più veloce a confronto alla lentezza di quelle due perle scure che adesso fissavano la porta. I suoi occhi erano di un colore quasi indefinito, ma se dovessi dargliene uno sceglierei volentieri il rosso rubino, e le ciglia erano spade lunghe come ali di corvi. Il suo corpo non si mosse: era fisso e immobile, anche le mani si calmarono, non fece nessun cenno, nessun movimento, non sembrava intenzionato a rispondere ai colpi che l’avevano destato. Ma la porta si aprì comunque, senza nessun cigolio. Un piccolo servitore in livrea, tremante, fece capolino con una testa piccolissima e guardò nella stanza impaurito, cercava qualcuno che non subito riuscì a vedere, fin quando una voce dalla poltrona a tre passi dal camino spento parlò:
“Dimmi…”

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