L’Italia irragionevole e permalosa che ci rovina la vita


charlie_hebdo_jan_issue_its_nice_thatAi tempi dell’attentato di Charlie Hebdo il Words Social Forum, come molti altri, si schierò senza se e senza ma con la redazione del quotidiano francese.
Le bacheche di Facebook furono invase dall’hashtag #JeSuisCharlie, la bandiera francese imperversava sulle immagini del profilo del 90% degli iscritti al famoso social network (ma anche gli utenti di Twitter, Tumblr ed Instagram non scherzavano); i vignettisti di tutto il mondo espressero il loro cordoglio con un omaggio. In Italia il Corriere della Sera, particolarmente solidale coi colleghi francesi, fece scaricare suddette vignette da facebook senza avvisare gli autori (evidentemente avevano molta fretta di cavalcare l’onda della solidarietà, dimenticando ogni norma del vivere civile) e le riunirono in un libricino dal modico prezzo di 4 euro e 90 centesimi che, assicurò la redazione, sarebbero andati tutti ai lavoratori del settimanale francese – e in base alla serietà dimostrata ci credemmo, eh. Tutto molto bello, ma andiamo oltre.
Charlie Hebdo ha continuato a prendere e prendersi in giro senza farsi scrupoli di fronte a niente: né davanti ai propri colleghi deceduti, o a quelli del Bataclan. Neanche a quelli di Nizza. Qualcuno forse storcerà il naso, ma la libertà – sopratutto quella di satira – è anche questo.

Charlie Hebdo, vignetta su terremoto in Italia

Poi c’è stato il terremoto di Amatrice. L’ennesimo disastro annunciato, altre (tante) morti che si potevano evitare e ancora una volta un imbarazzante susseguirsi di notizie sui soldi rubati, sulla corruzione e i mancati controlli, sul politico di turno che in tempi non sospetti si era rubato la sua fetta, le chiacchiere su una ricostruzione che non si farà mai e, se si farà, sarà completamente oscena e degradante come è successo all’Aquila (e dal terremoto dell’Abruzzo molti sono ancora nelle tendopoli) o in Irpinia (stanno aspettando degli alloggi da quanto, trent’anni?). L’italiano medio abbozza, si arrabbia, commenta inferocito, abbozza di nuovo, poi guarda avanti. Il circoletto vizioso si ferma quando Charlie Hebdo pubblica una vignetta molto esplicita sul terremoto italiano di Amatrice definendolo “Sisma all’italiana”: penne gratinate (calcinacci), al sugo (sangue), lasagne (corpi schiacciati fra strati di macerie). Orrore e raccapriccio! I giornali italiani, mostrando una serietà ed un’etica giornalistica tipo il Corriere, sparge a gran voce l’interpretazione cretina e facilona della vignetta per attirare facili consensi, visualizzazioni e commenti infuocati sotto i propri articoli: Charlie Hebdo prende in giro i morti! La vignetta contro i morti! Oddio i morti! I nostri morti! Vilipendio di cadavere! I francesi ci sfottono, oddio! Un’escalation di idiozia a cui ha partecipato il sovracitato 90% degli iscritti a Facebook: improvvisamente nessuno, all’epoca dell’attentato, è stato Charlie. Gente che fino all’altro ieri portava la bandiera francese come immagine del profilo e si scagliava contro i “bastardi islamici” (citazione di un altro quotidiano degno di nota) improvvisamente si dispiace del fatto che in quell’attentato non sia morta l’intera redazione.

Le argomentazioni più in voga:

– Eh però non hanno fatto vignette sui morti in Francia! (bastava un minuto di ricerca su Google per sincerarsene, ma mi rendo conto che lo Spirito del Grande Saggio che vive in ognuno di noi non può aspettare di vedere se una cosa è vera o no)
– Pensassero ai loro morti, ché si fanno esplodere le bombe sotto al culo!
– La satira deve avere delle regole! (no, non deve)
– Non fa ridere! (in teoria la satira non deve far sempre ridere, ma ho idea che chi si è accodato a commenti di questo tipo non abbia la minima idea di cosa sia davvero la satira)
– Commento sarcastico random pro Charlie
– Commento sarcastico random contro Charlie (es. Io non sono mai stato Charlie, lo sapevano che producevano solo schifezze!)
– Insulti random contro la Francia scritti in un italiano discutibile, al punto da non riuscire a capire se chi li sta scrivendo odi di più la Francia o l’Italia
I francesi non possono sfotterci perché non hanno il bidet! (giuro che è vera, e pure fra le più popolari)

Per le tante polemiche Charlie Hebdo ha deciso di pubblicare una seconda vignetta (e quiitaliani-non-e-charlie-hebdo-che-costruisce-le-vostre-case-e-la-mafia son stati cretini loro a pensare che qualcuno in grado di scrivere commenti di quel livello per la prima vignetta potesse in qualche modo capire anche la seconda), in cui una persona ferita e mezzo sepolta fra le macerie spiega che non è stato Charlie Hebdo a costruire male le case, ma la mafia. Apriti cielo: l’idiozia ha di nuovo raggiunto l’apice e lo ha superato, dando al mondo un’immagine dell’Italia tipo Derek Zoolander alle prese col pc. Gli intelligentoni di turno affermano che no, beh, la mafia mica c’entrava con Amatrice, mica hanno costruito loro le case, che ne sanno loro di mafia? Siamo noi gli esperti! Prima la pasta poi la mafia, ci prendono in giro sfruttando i nostri stereotipi! (Eccetera, eccetera)

Forse, per un francese, la “mafia” è semplicemente tutto ciò che non funziona: corruzione, criminalità, superficialità, appalti truccati. Aggrapparsi ad un cavillo linguistico per non constatare l’ovvio – e cioè che è una grandissima cazzata prendersela per una vignetta per poi lasciarsi scivolare addosso i mille errori di un paese che non funziona in nessun modo, e che lucra e specula sulle vittime fino a renderle una specialità tutta italiana (che sarebbe più o meno il senso della prima vignetta, su cui avevo letto delle interpretazioni stupende che avevo raccolto e poi perso). E che forse non è il caso di chi disegna dei morti ma su chi ci mangia, su quei morti, come farebbe con un piatto di lasagne, per rubare altri soldi dalle tasche dello Stato. FORSE.

L’altro giorno, l’apice: il sindaco di Amatrice querela Charlie Hebdo. Una notizia che sulle prime credevo finta perché troppo stupida e invece era, ed è tuttora, la triste realtà dell’ennesima figura di merda italiana fatta a livello internazionale. Troppo poco l’indignazione cieca di una persona che non sa neanche leggere fra le righe di una vignetta: perché non affidarsi alle istituzioni, che per una volta tanto rappresentano il volere del popolo? Ma io dico. Invece di indagare su chi ha costruito l’ospedale che, ci tengo a ricordarlo, è stata la prima cosa a crollare; invece di combattere per la ricostruzione della tua città; invece di stringerti ai tuoi concittadini e accertarti che la loro dignità sia preservata e le loro proprietà siano al sicuro, che fai? Denunci una rivista. Se pure li condannassero, e non avverrà, però dico… se pure li condannassero, a chi andrebbero i soldi del risarcimento? Ai morti o alla ricostruzione? E la ricostruzione, nelle mani di chi andrà? Dei soliti quattro sciacalli che pasteggiano sui “tuoi” morti e meriterebbero la pubblica gogna, dando ancora più ragione alla vignetta che tanto odi?

Il problema dell’Italia, di questa Italia piaciona e inutilmente orgogliosa che si masturba ossessivamente su cose per cui eravamo famosi tipo cinquant’anni fa (il buon cinema, l’alta cucina, la moda, il Made in Italy, l’innovazione artistica – ma perché ostinarsi se ora facciamo schifo?) è che si infervora per le cose in superficie senza guardare più il là del proprio naso. Crolla un paese intero e il capro espiatorio è una vignetta francese. Non chi ha costruito addirittura scuole e ospedali che sono venuti giù alla prima scossa, e che quindi ha costruito male rubando soldi dello Stato – soldi dei contribuenti, noi cittadini, no: una rivista. Una donna vittima di slut shaming si ammazza e il problema sono i video su facebook – non il fatto che la gente andasse a cercarla solo per darle della troia fino a costringerla a non uscire di casa, no, non il fatto che in un paese normale tutti si sarebbero scagliati contro di lui e non contro di lei – ma ehi, evviva il popolo di santi, di poeti e di trasmigratori, la vita è bella, scurdammoc’ ‘o passat, e così via. Potrei continuare per ore sul suicidio di Tiziana o proseguire sull’infamia del Fertility Day o sull’insulso processo mediatico contro la Raggi – ma preferisco finirla con gli esempi prima che mi parta un embolo.

Qualcuno potrebbe forse accusarmi di essere esagerata, ma è questa l’Italia che ci sta rovinando la vita. Non il politico di turno (sono quasi trent’anni che abbiamo “politici di turno” pronti ad essere il bersaglio mentale delle colpe di tutto il paese), ma la popolazione che si infervora dietro una tastiera e va a lavorare col capo chino sotto lo scacco del padrone immortale e onnipotente, salvo poi aizzarsi contro il proprio telefono mentre si scrivono commenti sarcastici contro l’argomento scottante del momento – il femminicidio, le unioni civili, il gender… sceglietene uno, tanto che voi siate pro o contro la sostanza non cambia. Certo, una classe politica corrotta e incompetente che va avanti a suon di prese per i fondelli e furti non è di aiuto, ma di chi è la colpa? Se c’è una cosa che possiamo imparare dai francesi, e dico impararla davvero, è cominciare a pretendere diritti per tutti senza farsi la guerra a vicenda. Un esempio random: quando hanno cercato di rendere lavorativo il giorno della Pentecoste, Parigi si è bloccata per la calca di manifestanti. In Italia avremmo, al massimo, scritto uno stato indignato su facebook prima di andare a lavorare.

L’italiano medio può consolarsi insultando come vuole l’amico francese – che è spocchioso, scostante, poco simpatico, con la puzza al naso, che non ha il bidet – ma un culo pulito NON è più importante della dignità lesa a vita. O forse sì? Non sono al di sopra degli altri, anzi: sono più nella media di chiunque altro. Forse la stanchezza, solo quella, ha raggiunto alti picchi di insopportabilità. E non solo per me.

Daniela Montella

Sia libero Zhu Yufu. Ora.


(La lotta del popolo per ottenere la libertà

prima o  poi trionferà.

 Anche se dobbiamo pagare col sangue.

E perchè sei fuggito di  fronte ai carri?

Non volevo un sacrificio inutile

Gao Xingjian, La fuga)

Facciamo nostro l’appello del Gruppo EveryOne del poeta Roberto Malini perché cessi la detenzione del poeta cinese Zhu Yufu.

L’appello è stato già trasmesso al governo cinese,  alle Nazioni Unite e al Parlamento Europeo.

IL POETA CINESE ZHU YUFU TORTURATO IN CARCERE.

IL GRUPPO EVERYONE SI APPELLA AL GOVERNO PER LA SUA LIBERAZIONE.

di Roberto Malini

Roma/Pechino, 29 giugno 2012. Il poeta e difensore dei diritti umani cinese Zhu Yufu (58), arrestato dalle autorità cinesi lo scorso febbraio e condannato a sette anni di detenzione per una poesia diffusa attraverso Skype ad amici e colleghi, sarebbe stato sottoposto ripetutamente a torture fisiche e farmacologiche, secondo fonti locali. La poesia per cui ha subito la pesante condanna detentiva si intitola “E’ tempo” ed è un inno alla libertà. Eccone una strofa:

E’ tempo, gente della Cina! E’ tempo.
La Cina appartiene a tutti.
Seguendo il vostro cuore
è tempo che scegliate come dev’essere questo paese.


Zhu Yufu ha già trascorso in prigione nove degli ultimi 13 anni e la lunga detenzione, caratterizzata da un regime carcerario durissimo, maltrattamenti e torture, ha minato la sua salute. Alle organizzazioni umanitarie è proibito visitarlo nel centro di detenzione. Il Gruppo EveryOne ha inviato un appello al governo di Pechino affinché vengano interrotte immediatamente le barbariche torture inflitte a Zhu Yufu e il poeta sia liberato. “Zhu Yufu è innocente e un governo che ha paura di una bella poesia, un governo che perseguita i suoi poeti, i suoi artisti, i suoi filosofi è un regime disumano, dai piedi di argilla,” scrive EveryOne nella sua petizione. “Ecco perché vi chiediamo di attenervi ai principi fondamentali della civiltà umana e di restituire a Zhu Yufu i beni della libertà e della dignità, che gli sono stati sottratti iniquamente. La Cina, nella storia, ha sempre protetto i suoi grandi poeti, i quali, anche quelli che cantavano la libertà quale ambizione suprema dell’essere umano. ‘Allungo la mano, afferro le costellazioni’ recita una poesia di Li Po (Suiye, 701 – Chang Jiang, 762), che vedeva la libertà come condizione basilare del pensiero e dell’arte”.

Aspettando Stella d’Italia: il pharmakon.


Aspettando Stella d’Italia: il pharmakon.

foto di Cosimo Buono

Comincio ad avvertire un po’ di agitazione, l’agitazione che si ha quando si è in attesa dell’ospite. L’ospite straniero. Una banda di camminatori, stretti dalla morsa del caldo che in questi giorni sta squagliando i brandelli della nostra Italietta, si sta avvicinando alla città. Sulla mia pelle sento scorrere il loro sudore. Massaggio i miei piedi, i piedi mi dolgono. La loro stanchezza mi stanca, anche se me ne sto tranquillo a petto nudo davanti al computer. Camminatori-stranieri sono in arrivo dai cinque angoli dello stivale, dal Veneto, dalla Liguria, dalla Sardegna, Puglia e Sicilia. È Stella d’Italia, l’ambizioso progetto, ideato e promosso dalla rivista Il primo amore e dalle Tribù d’Italia, per ricucire con i passi il disgregato tessuto sociale ed economico del nostro Paese. Poco più di un pugno di persone, guidate da Serena Gaudino, Tiziano Scarpa e Antonio Moresco, che stanno cercando di rimettere insieme i pezzi, diventando essi stessi aghi e filo le loro parole. Ad accompagnarli altri italiani, altri pazzi, ognuno a modo suo straniero nel proprio Paese. Tra meno di due settimane saranno qui da noi, nella città. Quella città che un tempo era chiamata L’Aquila, oggi, nome impronunciabile, divenuta un vuoto di senso, un buco nero con la periferia intorno. Il 5 luglio e per i tre giorni seguenti saranno qui, tra le mie mura. E sono certo verranno carichi di doni, i racconti del loro viaggio, le esperienze raccolte, le persone incontrate, il sangue che pulsa attraverso tutto l’Appennino.

Li aspetto come stranieri, come pharmakos tra le mie mura, come capri espiatori, il mezzo per allontanare il male dal corpo della città. Loro che sono già il male dell’Italia intera perché sono sognatori. Loro che sono uguali ma diversi da noi. Rappresentanti dell’esterno, di tutto il possibile altrimenti, tuttavia covati, mantenuti all’interno. Loro sono la cura. Da pharmakos a pharmakon, sono veleno e medicina allo stesso tempo. Veleno per un Sistema Paese che ormai sopravvive a stento reiterando un meccanismo di adattamento corrotto, marcio fino all’osso, mafioso, vecchio, medioevale, e medicina, unica speranza di salvezza evocata dall’interno stesso del corpo, dal cuore, cura omeopatica, elemento di rottura rispetto al siparietto dei tecnici banchieri, dei politicanti affaristi, dei giornalisti asserviti e degli intellettuali svogliati. Li aspetto come pharmakon nella mia città, nel luogo dove una catastrofe, chiamata terremoto, ha anticipato la catastrofe sistemica che ha portato sul baratro l’Italia intera. Li aspetto, citando Derrida, come traccia, come cura “sempre già presente”, perché da questa crisi ne possiamo venir fuori solo a piccoli passi, uniti, ricucendo lo strappo tra le tante realtà italiane, ricucendo lo strappo tra la realtà e la finzione.

Tra meno di due settimane saranno qui. Accenderemo dei fuochi attorno ai quali parleremo. Ci confronteremo. Ci racconteremo. Per ora, rassetto i pensieri. Penso a come accoglierli. Penso a come accogliere tutti voi che vorrete partecipare. Voi, straziati dal male. Voi che nonostante ciò vi sentite cura del vostro stesso dolore.

Chiappanuvoli

Terremoto, un aquilano in Emilia


L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]