Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


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Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Il bugnone” di Guido Mura


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Il bugnone di Guido Mura

Lo scorso inverno, mi proposi di raccogliere, in vista di una successiva pubblicazione, i diari e memoriali che alcuni medici dell’Ottocento a volte stendevano, con la loro scrittura spesso illeggibile, su fogli di carta di antica fabbricazione. Era loro scopo lasciare notizia ai posteri degli sviluppi della scienza medica dei loro tempi ed esporre i casi più particolari affrontati nel corso della loro esperienza professionale. Molte di queste relazioni erano poi presentate a congressi scientifici e trovavano spazio negli atti dei convegni o quanto meno nei periodici dell’epoca. Non occorre pertanto troppa fatica per trascriverle, se non quella derivante dalla ricerca lunga e penosa nelle biblioteche che conservano ancora quel tipo di materiale.
Altri diari o relazioni invece non uscirono mai dal ristretto ambito dell’archivio personale degli uomini di scienza e tra questi manoscritti ve ne sono diversi di particolare interesse e originalità. Non pensavo però di dovermi imbattere in vicende orribili e assurde come quella del dottor Calori, che esercitava da vari decenni la professione medica in un paese delle prealpi lombarde, ricco di campagne ubertose e di ameni pascoli e boschi di castagni e di roveri. Il suo diario, prima dell’imprevedibile conclusione, riflette l’esperienza e le quotidiane fatiche di un professionista di notevoli capacità e cultura, abituato a trattare con pazienti di ogni classe sociale e pronto a venire incontro alle necessità dei suoi compaesani, sia che li curasse nelle loro case, sia che dovesse occuparsene in ospedale.
L’Ospedale di San Giovanni, in cui il Calori svolgeva le sue funzioni, era sorto come luogo di cura di un antico ordine ospitaliero e conservava ancora una parte della costruzione originale, di epoca tardomedievale. In particolare si era salvata dalle depredazioni e dallo smembramento sistematico delle opere murarie la cappella, per quella sorta di rispetto superstizioso che alcune volte (ma non sempre) gli abitanti dei borghi portavano alle costruzioni religiose gratificate da una particolare venerazione. Il medico si era inserito molto bene nelle tradizioni del luogo ed era anche molto ligio alle superiori disposizioni. Quando la congregazione municipale richiedeva i prospetti trimestrali delle malattie curate nel nosocomio, Calori era l’unico medico a inviarlo. Gli altri medici facevano finta di non ricordarsene. Mi è addirittura venuto il sospetto che il rifiuto provenisse non solo dal fastidio che i medici hanno sempre avuto per gli adempimenti burocratici, ma anche dalla necessità di specificare, nel modello che si richiedeva di compilare, l’esito dell’opera del dottore. Infatti per il Calori questo era quasi sempre favorevole, ma non altrettanto poteva forse dirsi per le cure effettuate dagli altri, almeno a giudicare dai registri di morte delle parrocchie.

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Contest: I racconti della mezzanotte – II° edizione – “Morti a parte” di Roberto Marzano


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Sono steso a terra. La cornetta di un telefono dondola lenta davanti alla mia faccia. Sembra una pendola che batte un tempo lugubre, mortuario, accompagnata da un inquietante ronzio in sottofondo. Credo sia assolutamente il caso che venga un dottore, arrivi subito a salvarmi la vita che sento abbandonarmi pian-piano. Sul mio cranio percepisco i fuochi di varie ferite lacero-contuse. Non solo: devo avere anche qualche frattura in basso, probabilmente al bacino e al femore destro, perché il tentare di muovermi mi procura un dolore insopportabile.
Non riesco in nessuna maniera a immaginare come possa essere arrivato a trovarmi in questa situazione. Vorrei spostare un poco la testa, fare in modo che quella maledetta cornetta la smetta di compiere il suo moto perpetuo proprio davanti alla mia faccia, o che almeno la pianti di oscillare perché, in quest’inusuale frangente, la cosa mi innervosisce parecchio.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


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Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Ilaria Pamio – “Cristo Nero”


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CRISTO NERO di Ilaria Pamio

C’era una volta…
in un paesino piuttosto lontano, una casetta piccola piccola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecentocinquanta anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella.
Di giorno facevamo quello che fanno tutti i bambini: andavamo a scuola. In aula eravamo in venticinque e c’era un’unica classe elementare. Il pomeriggio giocavamo con altri bambini del vicinato, o talvolta, noi due soli.
La nostra maestra odorava di vecchia minestra. La pelle libera da trucco, vestiva con colori sciatti e quando raccoglieva i capelli in uno chignon, le si intravedeva un’unica ciocca grigia.
I bambini della classe avevano età differenti e, in base a quella, a fine mattinata ci venivano assegnati i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che spesso legava, perché le avrebbero dato fastidio se le fossero passati davanti agli occhi mentre cuciva. Faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, ai tempi delle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove il papà le rimandava occhiatine complici. Si erano sposati senza nemmeno conoscere il calore dei loro corpi, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Francesca Dono – “La cosa”


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La cosa di Francesca Dono

C’era ancora quella sera ,sottile ed uguale come tutte le altre notti , gli altri giorni solitari ,in quella grande casa, dove il silenzio respirava ovunque;persino ora ,a primavera inoltrata, dove i fruscii delle foglie restavano muti ,inghiottiti dagli stessi platani. Dietro la casa ,una specie di piano lambiva il piccolo stagno che poi biforcava e si dirigeva dritto
verso il viale, tra il ponte di legno e il vecchio mulino. Ad Anne quell’edificio non le era mai piaciuto:era un po’ anomalo, dalla posizione piuttosto infelice,appena dietro la periferia della grande città, verso la fine del naviglio grande, inchiodato dopo un paese sperduto di provincia, nel pavese, verso la bassa del Po.
Ne’ troppo a Sud e neanche troppo ad Ovest rispetto al grande fiume.
Vivere nella dimensione del niente le procurava un senso di fastidio, di intolleranza nei confronti della gente ,del posto,soprattutto le impediva di godere in pieno la convivenza con Andrea.
Una come lei, nata e cresciuta nel cemento , aveva il bisogno di respirare tra lo smog el’asfalto incatramato, di ritrovarsi e di essere quello che era in mezzo al caos della metropoli ,cosi per quel contatto di sfregamento, corpo a corpo con tutta la guerriglia urbana quando a strattoni e senza guardarsi in faccia, lottava per il centimetro di spazio e poi i treni e uno e l’altro insiemi di crocevia sotto i grandi tunnel neri dei passanti razionalizzati a velocità estreme per non arrivare mai tardi e mai troppo presto.
A questo Anne era legata, era questo il meccanismo in cui si autorizzava ad autenticare se stessa, gli altri ed il mondo.
L’avevano scovata tramite l’agenzia immobiliare “Il cerchio”, ormai erano mesi che ruzzolavano piedi e gambe e ad ogni strada di quartiere nella ricerca affannata di un appartamento economico, senza avere l’obbligo di dover essere grande ma che potesse incontrare il loro gusto, l’aspetto dignitoso di unacasa linda ovvero un decoroso insieme logistico per la loro vita di città.
-Guardi che magnificenza- L’addetto dell’agenzia insisteva con la voce baritonale, rivolgendo le mani sulle pareti ocra.
-Guardi la luminosità, ilpassaggio delle travi snelle sul tetto alle finestre. Mai viste così insolite-.
Anne era tesa, con indifferenza ascoltava la solfa articolata della descrizione planimetrica e pregiata dell’edificio . -Perché’ erano andati a finire in quella zona , in culo ai lupi e fuori dall’Universo?- Pensò con lieve malinconia,- Perché?- continuò senza mai smettere di guardare le scale antistanti la porta della cucina. Dove portavano? In cantina? In un posto effimero e intollerabile?
-Tesoro , sussurrò Andrea- non possiamo permetterci altro, non in città, almeno in questo momento; dove troveremo una casa a questo prezzo e così grande? – Cosa c’è laggiù sotto la scala?-
Chiese Anne ,facendo scivolare la voce tra il concitato ed un mezzo singhiozzo- -Probabilmente la cantina- rispose il signore dell’agenzia con un po’ di perplessità.
-Non ho le chiavi- aggiunse. Anne era come inebetita, trascinata da una da una corrente senza ragione, in un crescendo arcaico, terrificante.
Varcò i primi due gradini, non si vedeva il fondo.
C’era buio e uno strano odorenell’aria che le fece arricciare le narici, era un fetore penetrante che stordiva persino il petto Cominciò a tremare, stranamente, una sensazione di fastidio. Pochi secondi , fulmineo come mezzo lamento, vide un guizzo d’ombra che scivolava dalla balaustra.
Si voltò verso Andrea- Hai visto?-
-Cosa?-le rispose- Quell’ombra tra le scale ,ora-
– Continuò Anne ,sussurrando per non farsi sentire dall’addetto.
-Amore, con tutte queste finestre semiaperte e lealtre chiuse, è normale intravedere un certo gioco di ombre sulle pareti o tra le cose.
– Anne si strinse le spalle mentre Andrea si accordava sul “modus operandi” ed i dettagli del contratto – Era fatta – Si sarebbero trasferiti in una decina di giorni.
Lei sapeva che niente avrebbe potuto far tornare indietro Andrea da quella decisione.- Si ,era fatta, avrebbero cominciato insieme?- Si chiese in silenzio con una lacrima persa sulla camicetta blu e un pensiero lugubre.
Lanciò un ultimo sguardo indietro e fece in tempo a vedere la cosa affacciarsi dal parapetto dilungarsi prima di rifulgere e pulsare sino a filtrare lunga e sottile dentro la porta d’ingresso .
Anne allungò il collo sul divano, come tutte le sere – Ho perso il conto-
Pensò bivaccando con la testa sul cuscino a fiori ed i lunghi capelli neri dentro un punto fisso–Da quando si erano trasferiti ,quel riflesso tra la balaustra e la porta della cantina aveva decisamente cambiato aspetto, diventando levigato o scarno o ancora sinuoso, a tratti più intenso e piccolo,a volte manifestandosi per ogni direzione, appesantito con diverse escrescenze, come un serpentefino ad ogni anfratto della casa. Spesso restava sospeso nel buio, fisso, ad aspettare cosa?
Aveva perso il conto ,ormai dei giorni in cui l’agente immobiliare le aveva telefonato.
– Signorina Anne?- lei non l’aveva riconosciuto- Buongiorno signorina, scusi l’orario, ma le volevo comunicare che a breve le consegnerò anche la chiave della cantina, veramente non riesco a trovarla da nessuna parte,
stia tranquilla,le farò una copia quanto prima-
Anne non ebbe il tempo nemmeno di replicare, sentii’ appena il click del telefono e lei abbandonarsi in mille congetture , miliardi di dubbi. Quella chiave non la voleva, non voleva la casa e quella specie di cosa che sgattaiolava dal tetto al pavimento,che compariva in pochi secondi e nel momento in cui Andrea non era presente.
Ne aveva parlato con lui, – Ti dico che l’altra sera, per un attimo, l’ho vista dietro il divano, come se volesse saltarmi addosso da un momento all’altro e quando la focalizzo in un posto preciso mi penetra e l’aria intorno diventa gelida, morta ed a me s’insinua , crudele, scioccante–
Deglutì ,continuando a martoriare le pellicine delle unghie- Poi, poi ci sono dei rumori, li sento , infilati da dietro la porta della cantina, ogni volta un gemito oppure una specie di litania farfugliata .
-Oh, ti prego Andrea, ti giuro, credimi,non sono paranoie, andiamo via, portami lontano da qui.-
Lo guardò implorando la sua comprensione con la voce incrinata, cercando di fargli capire il suo disagio, la sua angoscia , la paura che le saliva dal bacino , che l’assaliva tutte le volte, in completa solitudine,un labirinto di nebbia, dove non capiva chi fosse realmente, dove una specie di cantilena la offriva dozzinale ad una flotta di esseri evanescenti che sorgevano martellando implacabili le sue tempie.In quei giorni il desiderio di fuggire raggiungeva proporzioni inimmaginabili. Era capace di restare a fissare per ore quella buca che portava le scale fino alla porta chiusa, ipnotizzata dall’alone scuro che emanava con un tutto, un non luogo che sembrava irreale, fuori dal tempo, indefinito.
Quella sera Andrea fu particolarmente affettuoso,
-Anne- le bisbigliò dolcemente- So bene che la città ti manca e che questo non e ‘il nostro posto ideale, così fuori mano e isolato da tutto .
-Ce ne andremo presto , te lo prometto-
Lei annuì – Quella cosa è strana-
Proseguì con un sospiro pieno di lacrime.
-Si è proprio strana, io non so bene cosa sia è insolita, un cumulo assurdo di sensazioni funeste che mi strisciano nel buio –
E poi- continuò agitandosi,
-E poi,sembra non voglia più mollarmi-
-Amore, ascolta! Purtroppo domani inizia il Congresso e devo andare presto al lavoro. Se ci addormentiamo ora poi domani mattina potremo fare colazione con calma, visto che già abbiamo saltato la cena.-
Andrea l’abbracciò, le sistemò la coperta’ fino alle spalle, dolcemente.
Qualche minuto ed il torpore prese il sopravvento sulla stanchezza di Andrea.
Anne era così infelice, vuota come un guscio di noce a cui avevano estratto il gheriglio.
–Imbecille, sono un imbecille- pensò, nonostante le rassicurazioni del suo compagno. Ma dietro l’esile luce che apostrofava d’azzurro i capelli di Andrea,le sembrò di scorgere quella cosa che si aggirava nella penombra , pronta ad entrare ed uscire a suo piacimento nella sua mente, come tante altre volte, un’ossessione.
Stava tremando dal freddo , si tiro’ un lembo della coperta quando la scorse sul petto di Andrea , ruotava nella massa orbitale attorno al giro di se stessa.
Si voltò lentamente verso il compagno, un soffio d’aria gelida le colpì il viso – Andrea, Andrea, – lo chiamò soffocando l’urlo dentro le labbra incavate, la cosa si gonfiava e si sgonfiava allo stesso tempo.
Poi, s’infilò dal suo pulsare, sotto la coperta , sul corpo di Andrea che giaceva immobile come un cadavere.
Gli vide una smorfia sul viso mentre il resto del corpo veniva stretto intorno a fili di bava verdastri che fuoriuscivano anchedalla testata del letto.
– Dove mi trovo? Non mi avrai maledetta assassina-
Gridò Anne restando paralizzata.
Il movimento fu fulmineo,la strana cosa le piombò sul ventre attaccandosi come una sanguisuga , lei voleva urlare, urlare ma scoprì di non essere in grado di emettere alcun suono.
Si toccò la gola, era fredda come il corpo . Non riusciva a vedere nessun passaggio di luce.
Il peso della cosa premeva addosso , mentre il cuore sussultava ad ogni pressione con la consapevolezza che ormai non c’era più nulla da fare per la sua vita ,qualcuno era intento a legarle i polsi, ad incollare il suo corpo con il liquido bavoso , attentamente,tra il materasso e il lenzuolo così darendere impossibile qualsiasi postura arbitraria.
Gli occhi di Anne si gettavano veloci sulle pareti, in basso e in alto senza
Nessuna speranza di respiro.
Lei cercò di fissare la cosa sperandodi cogliere anche solo una pallida traccia di umanità nella sua figura che si muoveva a sigillare ogni brandello di vita.
-Mio Dio, fa che non sia spietata! Perché, perché’ io?-
Il fiato della donna si fece mozzo,il peso le impediva qualsiasi movimento libero. il sibilo che sentiva di più era quello del suo stesso respiro che si faceva strada al buio, nel tocco della morte che le indicava una tomba da raggiungere.
Poi , l’eco lontano, indistinto in una cantilena che sembrava antica , una voce quasi stridula, di bambina, fuoriuscita dalla spaccatura della caverna più lontana.
-Oro per me- ripeteva- io so che c’è, grande tesoro al mio re, oro per me io so che c’è,ma io lo divoro per te. –
Il terrore di Anne aveva preso ormai tutto il suo essere,sentiva che stava per cedere.
Capiva che quella cosa stava entrando dentro di lei, la stava strappando alla vita per trascinarla oltre il buio. Ora, con la voce di bambina affondava i suoi artigli per possedere la sua anima. Anne stava abbandonando il Mondo.
Un mondo che sembrava non fosse mai esistito. Tutto scivolava via sul niente sotto un ghigno potente, demoniaco, ormai unico posto più vicino a lei ed era completamente sola.
Una morsa di dolorela travolse in una manciata di secondi, vide la sua pelle scivolare come un vestito sul pavimento, simile ad una natura morta dipinta con la buccia dell’arancia che ricade verso il basso.
-Oh Dio: un minuto che è un minuto? La pelle , anche la pelle vuoi? Che cosa? Tutta ,ancora? Lasciami in pace, fammi morire allora!-
Anne , gemette con l’ultimo filo di voce.
Anche la nebbia aprì il suo varco, l’apertura della botola dentro il baratro più nero forse in quel fondo la cosa avrebbe creato bambole letali, involucri vuoti completamente a suo comando o semplicemente il banchetto delle sue membra per il cannibalismo più terribile?
-Anne , tesoro –
La mano di Andrea era calda sul braccio umido di lei.
-Amore, stanotte farneticavi, hai avuto un incubo? Ok, ok va bene , va bene, un buon caffè e via. Per te, dopo, la corsa fino al vecchio mulino ed a me la noia del Congresso.
Andrea aveva voltato il viso per baciarla prima di scendere dal letto ma lei aveva sollevato una mano per allontanarne il gesto , poi la vide sollevarsi a fatica , la schiena girata verso la parete vuota .
-Tesoro , tesoro- le bisbigliò, quasi incredulo per la staticità del collo di Anne.
–Forza, dai! Amore.-
Lei girò prima la testa, poi lo guardò inarcando lievemente le sopracciglia
– Cristo ! Anne, i tuoi occhi! –
Lei, con la voce da bambina e le dita affusolate sul ventre perfettamente grosso cominciò a cantilenare
– Oro, oro per me, io so che c’è, grande tesoro al mio re-
Una creatura grossolana, un automa che non accennava a spegnersi, gettata dentro la spirale acre, della distruzione.
– Oro per me, io so che c’è , ma io lo divoro per te –continuava –
Una risata satanica, mentre l’avanzare di un abisso invisibile che pareva scavare le pareti della casa affondava la voce infantile di Anne su una linea vuota, inghiottita da un male disarticolato portandola via dalla coscienza echeggiando lontano.

***

Potete leggere qui i racconti pubblicati fino ad oggi

PRIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

SECONDO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

TERZO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

QUARTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

QUINTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/

SESTO RACCONTO:https://wordsocialforum.com/2015/11/20/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rita-simonitto-stazioni/

Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rita Simonitto – “Stazioni”


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Stazioni di Rita Simonitto

La notte dondolava sui binari seguendo lo stesso ritmo cantilenante del treno che mi stava portando a casa. La giornata al lavoro era stata alquanto faticosa e non vedevo l’ora di arrivare: il breve spuntino di mezzanotte, doccia veloce e poi a nanna.
Lame di luce improvvisa tagliavano il cupo notturno ogni qualvolta si attraversavano le stazioni senza dare il tempo al viaggiatore, che avesse voluto orientarsi, di capire a che punto fosse del suo viaggio. Io non avevo di questi problemi perchè sarei scesa al capolinea.
Ciò nonostante ogni tanto seguivo l’impulso di guardare fuori, un fuori scuro e nero dato che il treno stava attraversando una campagna abbandonata da cui non emergevano nemmeno le piccole luci di qualche sperduto casolare. L’unico risultato che ottenevo da questo mio scrutare era il riflesso dell’interno dello scompartimento, una prima classe piuttosto sgangherata per essere degna di quel nome.
Lì mi trovavo da sola perché ormai il gruppo, che alla stazione di partenza festeggiava caciaroso il fine settimana, si era via via assottigliato fino a dissolversi. Era rimasta solo una coppia, con una giovanetta petulante. Poi anche costoro avevano lasciato la vettura. Stranamente non li avevo visti camminare sulla pensilina in direzione dell’uscita, anche se, lo confesso, vi avevo gettato uno sguardo distratto: infatti non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi e trattenere ancora l’occhio sulle loro figure non mi pareva certo una buona pensata.

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