Comunicato Stampa – ALDO TAMBELLINI. TOTAL TRANSMISSION A SYRACUSE REBEL IN NY


foto da mettere nel lancio e nell'articolo in home page (1) (2)

Il week end dal 26 al 28 giugno vede protagonista della rassegna Video Ergo Sum ospitata alla Casa del Boia, un illustre cittadino di Lucca, Aldo Tambellini, filmaker sperimentale, video artista e poeta, celebrato fino a novembre nel padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Nato a Syracuse nel 1930 (New York), a 18 mesi viene portato da dai genitori – padre brasiliano e madre italiana – a Lucca, dove si iscriverà alla Scuola d’Arte Passaglia.

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NINI’ FERRARA: artista della terra di mezzo



nini-ferrara-400x215Ninì Ferrara, pseudonimo d’arte di Antonino Ferrara, direttore artistico presso Le Officine Teatrali, nasce nel 1965, a Messina. Nel giugno del 1989 fonda l’Associazione Teatrale Klop della quale è tuttora direttore artistico. Nel 1990 è ammesso alla scuola di teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico e nel 1992 si trasferisce a Roma, dove attualmente vive e lavora. Nell’ottobre 2003 fonda e assume la direzione artistica delle Officine Teatrali di Roma, la cui didattica si fonda sulla differenza tra il “vivere” e il “fare” teatro, sulla costante ricerca di una verità e di una rigorosa conoscenza e educazione dei mezzi tecnici ed espressivi dell’attore.
Ha partecipato ai Festival teatrali di Taormina Arte e Venosa Teatro Festival ed è inserito in circuiti come quello dei Teatri di Pietra.
Suoi scritti sono pubblicati in Italia e all’estero, dove ha anche svolto attività didattico-laboratoriale. Nel 1994, dopo aver vinto per due volte il Premio Xavier Fabregas per giovani autori di teatro, riceve il Premio Nazionale di Drammaturgia per Autori di Teatro “Anticoli Corrado – Studio dodici”. Nel 1996, quale regista dello spettacolo Repertorio dei Pazzi della Città di Palermo, si aggiudica il Premio “ETI Giovani per il Teatro”.
Oltre ad altri riconoscimenti legati alla sua attività di drammaturgo, nel dicembre 2006 vince il 32° Premio Nazionale “Fondi la Pastora” per lo spettacolo Il viaggio, tratto dall’omonimo racconto da lui scritto e pubblicato nel giugno 2003 per i tipi della rivista Aperture – Punti di vista a tema.

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*Creatives I – Una Spia nella Casa della Scrittura


hem1«Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente.

Se continua minacciate di diseredarlo.

Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio

di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri».

Grazia Deledda

In principio fu il verbo, non si discute. Certamente fu la scintilla che mise in moto l’universo, appena dopo che il primo sostantivo si svincolò dalla grande madre nulla col problema del punto interrogativo che lampeggiava nell’oscurità; in sostanza, a quale diavolo di materia-identità fosse più opportuno dare seguito e corpo.

Furono gli avverbi a permettere all’Uomo-tarzan di slanciarsi dinamicamente nella foresta del possibile, molto tempo dopo; per ultimi vennero gli aggettivi, i maledetti che giunsero infine a connotare gli oggetti nell’era della decadenza dal flusso naturale, quei figliastri di pesi estetici che crearono lo specchio dove poggiare l’immagine del demonio, almeno così la pensano alcuni Editor e quasi tutti gli insegnanti di italiano delle superiori.

Non si scherza con questa roba, è una cosa di cui ti rendi conto solo dopo diversi anni che la maneggi, quanto la scrittura abbia un carattere indipendente e sopporti a malapena di sorreggere i tuoi diari esistenziali, i dolori con cui cominci a scrivere da piccolo, i flussi residuali della tua coscienza volitiva che si fa strada e che in genere non interessano oltre la cerchia ristretta dei sodali che si rispecchiano in te.

La scrittura-scimpanzé ti è salita sulla schiena con una forma di cecità verso ciò che ti riguarda da vicino, e se ne sta andando lontano scansandoti con poca grazia, usa il tuo braccio come una mazza o come un archetto, punta a qualcosa che scopri di non sapere ed esce da te.

Sei caduto in un tritatutto, risucchiato da un’ebbrezza maligna che trasforma i pensieri in incipit ben formati, i tuoi amici in personaggi di storie vere o inventate, gli ambienti che frequenti in pericolose scatole metaforiche tra cui perdersi, col pericolo che un giorno il mondo possa mandarti una cartella Equiesistenziale dove ti si dichiara la morosità verso il collettivo e i buoni sentimenti, con tanto di bollettini pre-stampati di solitudine con cui devi necessariamente saldare i conti.

Fa freddo nelle case degli scrittori, questi danno fuoco e stemperano, soffiano, correggono e ricorreggono illusioni fino a pagarla cara, e anche dove ci sono brutti infissi d’alluminio e doppi vetri alle finestre, la semplice attività di star piegati d’inverno sulla scomoda tastiera di un notebook produce scoliosi, sciatica, reumatismi, brividi, coppini alla cervicale, groppi alla tiroide, laceranti malinconie che colano dalla fessura ambigua del climatizzatore Inverter. 

Ecco ciò che va augurato a chi s’è messo in testa di “scrivere”, finchè non siete sullo strapiombo di questo versante vi si pregherebbe di lasciar perdere o di non rendere pubblico niente, piuttosto, il mondo è già sufficientemente gravato di inutile carta e ciò che avete da dire voi è già stato detto infinite volte e meglio. Val la pena piuttosto coltivare un nervo se serve a divenire altro da sé, ad essere posseduto da una visione, da qualche forma di fuocherello inestinguibile, è solo questo che salva una scrittura dal fango del -luogo comune-.

Dimenticavo: tutto questo avviene solo se accettate di scrivere cose improbabili anche per anni, talvolta, credeteci, imparate a tollerare il fatto che tutto l’Ego grezzo che producete, insisto, non interesserebbe nemmeno vostra madre, se la prendete quella sera che è rimasta sola con la boccia del Cointreau a fare i conti con le verità essenziali della vita.

E’ solo allora, forse, in concomitanza col trasloco dell’identità dell’autore dal chiaro dei contenuti all’alchimia delle strutture narrative, al centro di una febbre che spacca le labbra, che si può parlare di letteratura, di “stile”, di quella parolaccia troppo abusata che si dice: “cifra”.

Il cerchio si chiude, ciò che di sé s’era perso con l’abbandono della tassa egoica ritorna come espansione dell’essere nel logos. Qualcuno è morto avvelenato dai fumi del proprio incenso o di alcol e solitudine, nel frattempo, i più furbi hanno ragionato molto e fatto l’amore compulsivamente per rimanere attaccati alla realtà, e/o all’establishment letterario. Per chi s’interessa di letteratura mainstream, oggi, non c’è alcuna differenza tra i due concetti, la realtà produce establishment e viceversa, con grandi aspersioni di liquidi seminali -ad ingraziandum-.

Il binomio sesso-scrittura è inscindibile a certi livelli, per le donne e per i maschi sensibili può essere diverso, d’accordo, giochiamo a sostituire la parola sesso con seduzione o sentimento ma il binomio non crolla affatto, è sempre il potentissimo dio Eros che canta dal profondo dei secoli sull’irresistibile trenino della scrittura, yep.

Ecco, se il Cerbero Savianofazio non l’avesse adeguatamente bruciata, userei la parola “narrazione”, questa è la mia personale, il laboratorio di scrittura che sognavo di tenere sta tutto dentro queste quattro amenità concettuali, che nessuno se ne sia accorto va anche meglio, avrei altrimenti dovuto giustificare tutto il desolato nulla che rappresento.

Vedi come va il mondo. Anni fa mi trovai quasi per caso a un incontro “illustrativo” di un laboratorio di scrittura con alcuni Editor professionisti, andammo io e un’amica, una con cui giocavamo a fare gli scrittorini rampanti, sono errori di gioventù, che volete; erano i primi racconti, io mentivo spudoratamente sui miei piaceri di leggere le minchiate che scriveva lei, lei chissà, sulle mie forme barocche d’ignoranza.

Nemmeno ci fecero sedere in sala che già spararono il costo esorbitante della storia, ma ciò che ci rese nulli, oltre che poco interessati a iscriversi, fu il fatto di scoprirci non interessanti affatto, noi stessi in primis.

Ci dissero che eravamo nessuno, senza nemmeno una lontana tossicodipendenza, senza un fratello Down e una madre mignotta, senza l’ombra di alcun pretonzolo che ci avesse mai inchiappettato, che cavolo avevamo mai di notevole da raccontare.

Ci guardammo, io e la mia amica nessuna, la voglia di scrivere come quella di sdraiarsi dal dentista de: Il Maratoneta. Ma loro almeno erano stati onesti e chiari, e noi incapaci anche di prenderci a schiaffi; fossimo stati furbi l’avrei dovuta portare di corsa sull’appia antica per stuprarla, e lei vendicarsi il giorno dopo mandandomi il canaro della magliana in licenza premio sotto casa.

Così funziona, a spanne, una buona metà del labirinto editoriale, una cosa che potremmo definire la colonna BarbaraD’ursiana del mainstream culturale. L’altra metà è ben presidiata da una sostanza scura, complicata, che si crea nello sfregarsi tra quanta aria riuscite a farvi intorno mediante le relazioni e alcuni muretti di contenimento logico-organizzativi, le famose regole del sistema, che vanno intese sia come canoni di autorità editoriale da cui non si deroga che come modelli del logos, della scrittura intesa come forma di comunicazione commerciabile.

E dunque una buona notizia per tutti: che abbiate nulla da dire, per questa seconda metà del mondo, non è affatto una tara, anzi, garantisce miglior margine di manovra al sistema che vi ingloba, rappresentate benissimo la mass bovina mediana che pascola in libreria sotto le feste.

Ecco perchè, infine, forse io stesso potrei avere qualche possibilità di emergere con il soave esprit delle mie nullità, con la mia narrativa intimista popolata di Jeremy Irons periferici, con mio padre che ha fatto l’impiegato triste tutta la vita guidando a quaranta all’ora una fiat 128, modello Rally (era il fatto che avesse la versione Rally, in particolare, che mi spezzava).

E dunque mi son messo alla prova qualche tempo fa. Erano due anni che non scrivevo, peggio di così non mi farà, mi son detto, un bel laboratorio di scrittura creativa, tenuto da una Editor vera.

Insomma, non mi ci hanno mica portato con la camicia di forza oggi qui, al laboratorio, benchè scrivere narrativa sia un delirio, nella sostanza, un’assunzione di responsabilità della madonna. Nel senso che chi scrive le fai lui le regole del mondo, in narrativa l’unica regola che abbia un senso è il grado di “credibilità” riprodotto, figuriamoci il grave che affligge gli scrittori, e io sono qui volontariamente per fare il mio sporco gioco.

Basta guardare le spocchie travestite che stanno già sedute in sala, i cappotti e le borse e i laptop che tracimano di sedia in sedia, con tutte le file che fanno alzare altre file intere, sorridendo nessuno sa bene cosa, tutta una muina intelligente di corpi emozionati per comporre i gruppi sodali di opinione sulla piazza letterata.

Tu (cambio di persona narrante, come l’Allegro Chirurgo ti suonano subito al laboratorio se fai una cosa del genere). Insomma proprio tu, entrando in ritardo, hai bucato quella mezz’ora strategica precedente in cui, persi nelle procedure del tesserino magnetico d’ingresso, gli aspiranti scrittori in fila si sono già incendiati come zolfanelli secchi strofinandosi addosso i saluti e le presentazioni e quarti sanguinanti di curriculum e qualcuno già il numero di telefono e un appuntamento, persino.

Così adesso, cercando un posto in sala, come una mina vagante osservi la fiera mugghiante e sei interessato al bestiame in esposizione, sicuramente, almeno quanto al Verbo che tra pochi istanti sarà distribuito da quello che appare come uno sconveniente palchetto felpato dove, tra le acque minerali distribuite, troneggeranno gli insegnanti.

La tua vecchia prof sta ultimando le procedure di installazione dei conoscenti e degli sconosciuti in un contesto amichevole, informale, moderno.

Lei ha dieci anni più di te, bella è ancora bella, occhi luminosi, sorriso dentifricio. Era lei per te, quella tenerezza alternativa delle mattine che la sadica adolescenza ti cagava sopra, lei, il disegno irresistibile delle sue lentiggini, che t’insegnava l’italiano al liceo. Ancora lei che conduceva i laboratori più all’avanguardia durante le autogestioni degli anni “70”, e tu non l’hai mai dimenticata. Fuori dalle arie narrattivo-corrosive che si danno gli scrittori, un po’ la ami ancora o peggio: hai una specie di lucchetto di Moccia arrugginito dentro e non sai dove cavolo inchiavardarlo.

Accanto a lei, vecchia letterata che nel tempo ha sfondato come editor professionista presso rinomate case editrici, stazionano nervosamente le giovani leve: una specie di editor tirocinante piccolo e scuro, che pare il figlio di un intellettuale sessantottino, e poi lui l’immancabile, capigliatura da Caparezza, sdrucito il giusto, le mani sempre impegnate in un tasca di cotone messicano dove armeggia col Pueblo e con le Rizla, lo scrittore giovane, ancora poco conosciuto ma di talento, tutto il tempo a rollarsi il nome con dieci paperine intorno, minimo. E c’è ancora qualcuno che si domanda perchè tutti in Italia vogliano fare gli scrittori.

Così, scegli di andarti a piazzare nella fila che scansano tutti, salvo gli oppositivi e quelli che se la tirano. Dalla prima fila si raccolgono gli umori migliori, si contano le rughe sulla della pelle degli eventi, e ci si può girare continuamente con sussiego o con qualsiasi altro cavolo d’espressione impostata tu abbia voglia, vivaddio.

Tutte le spocchie tengono uno o più lati d’ombra, non sia mai, ma nelle distribuzioni sociali medie le quote di grande maggioranza le tengono i falsi modesti, gli agnellini mentiti, quelli che si presentano defilati, che quando aprono bocca è tutto un seminare retoriche del proprio essere infinitesimale, e come un diesel borbottante, nei falsi-mod, la spocchia emerge sempre invece alla distanza, in maniera inevitabilmente feroce, non se ne esce. Per questo ho sempre preferito gli sbrasoni manifesti, sono più onesti e si perde meno tempo in cazzate d’aria compressa.

Mi girano un po’, veramente, sembra di essere in un cinema parrocchiale, più che altro, le sedie hanno la ribaltina insidiosa dove cade di tutto, sto sempre chinato a raccogliere qualcosa come uno che gli piace guardare le fesse da sotto, e dietro di me stanno non meno di ottanta persone che producono umidità ed esclamazioni di ogni risma, per lo più donne di ogni fascia generazionale, pronte per assumere il verbo.

Il che sarebbe pure la mia condizione ideale, come rimanere chiusi in una pasticceria da bambini, proprio, se non fosse che questo dovrebbe essere un Laboratorio di scrittura, e invito io qualunque mandria senziente a produrre altro che la propria caotica quota di sopravvivenza, in un posto come questo; come andare a una messa di fondamentalisti per imparare la storia delle religioni, una roba così.

La mente ha bisogno di storie, di produrle non di assorbirle, precisamente.

Cercare la scrittura in un Laboratorio, mediamente, è come provare a fotografare lo Yeti tibetano senza che Messner s’incazzi.

Ma cosa ci faccio io qui, allora.

Sei qui per ragioni ambientali, italiano lobbysta del menga.

Già, l’Italia, ci sono svantaggi e vantaggi, metti le italiane, sono le donne più belle e sensuali del mondo, soprattutto tra i quaranta e i cinquanta, soprattutto con il desiderio di apprendere, soprattutto quando tengono un libro in mano e una vaga storia per la testa.

Le persone deludono sempre, è solo questo assunto che bisogna amare del mondo e oplà, il gioco è servito.

Produco auto-aforismi per scaldare i motori, sono in prima fila del resto, non potrò starmene zitto troppo a lungo. Ho un sacco di carne al fuoco che preme, dentro, temo che il fumo di bruciato che già s’alza possa attirare troppe attenzioni che non voglio, oppure che voglio, non lo so, non mi sono mai capito bene in mezzo ai gruppi, tendo a tirare a indovinarmi.

Comunque, il mio amore dentifricio è suggestiva, squillante, e mi presenta come il suo allievo “prediletto”, ma si tratta subito di una bugia, sparata a casaccio. In realtà, son mesi e mesi che rifiuta di leggere i miei racconti con le scuse più improbabili, bastava un: “no guarda, sono piena di lavoro fin sopra i capelli”; ma no invece, m’ha attirato sapientemente nella sua rete di scrittura creativa e io ho fatto pippa, mi sono messo in stand-by umano, con lei e il suo lab.

Mi è stato promesso che questo è un livello propedeutico al secondo dove solo dodici discepoli avranno accesso, dove si entrerà nel cuore del lavoro creativo. Insomma si tratta di un purgatorio di passaggio e io in fondo amo i purgatori, si passeggia sotto gli alberi tutto il tempo senza bestemmie né opere pie, la mia condizione ideale.

Intanto tre signore della fila dietro la mia mi si sono già attaccate al collo per fare gruppo, una di queste mi accavalla e scavalla le gambe (che sa benissimo d’avere) sotto il naso, ripetutamente, tiene uno di quei piccoli tatuaggi vicino l’astragalo che segnalano la disponibilità delle chiavi di casa sotto il tappetino.

Mi si prospetta una laocoontica gang-bang intellettuale che mi sfiancherà in breve volgere, se un po’ mi conosco. Devo ricordarmi di ringraziare per l’opportunità concessa, umilmente, piuttosto.

Non sto scherzando, lei sa, ci sono gli affetti, e in definitiva: tutto sobbolle nel muscolo della conoscenza, a cominciare dal soffritto dell’inutile.

Che si bruci pure la pentola, dunque.

Sipario. 

Cohen

-Continua-

Paul Fusco’s Funeral Train, retrospettiva mitologica di un’immagine


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Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

Paul Fusco

E’ l’otto giugno del 1968. Nell’insolita calura di un pomeriggio, poco distante dalla cattedrale di S. Patrick a Manhattan dove si è appena concluso il solenne funerale, dalla stazione di Penn Station sta per partire il treno che trasporterà la salma di Bob Kennedy nel cimitero di Arlington.fusco (1)

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine che quel giorno era di riposo, decide di fare un salto comunque in redazione, su Madison avenue. L’angoscia sociale era palpabile per le strade, in redazione i colleghi ciondolano lenti e trasognati tra scrivanie, corridoi e capannelli improvvisati. Il capo vede Paul e lo chiama nel proprio ufficio, gli dice quattro parole senza contesto, senza ulteriore spiegazioni: “Sali su quel treno”.

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

funeral3“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

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Look Magazine non pubblicò nessuna delle foto di Fusco. Si disse che erano belle, ma Life era già uscito con le foto dell’evento. Così il reportage finì in archivio, fu dimenticato per i primi tre anni finché la rivista non chiuse per una crisi economica, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

 

funeral1“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

***

Paul Fusco (1930) ha lavorato come fotografo per gli U.S. Army Signal Corps in Corea dal 1951 al 1953, per poi studiare fotogiornalismo alla Ohio University. Nel 1957 si trasferisce a New York e inizia a lavorare come fotografo di redazione per la rivista Look, con cui rimane fino al 1971. Per Look realizza numerosi reportage sociali sia negli Stati Uniti, che in Europa, Asia e Sud America. Quando la rivista chiude, Fusco chiede di entrare a Magnum Photos, di cui diventa membro permanente nel 1974. Le sue fotografie sono state pubblicate ampiamente dalle principali riviste statunitensi e da molte altre testate internazionali. Fusco vive a New York.

***

“Un mito è una narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico. Di solito i suoi protagonisti sono dei ed eroi come protagonisti delle origini del mondo in un contesto sacrale. Nel dire che il mito è una narrazione sacra s’intende che esso viene considerato verità di fede e che gli viene attribuito un significato religioso o spirituale. Ciò naturalmente non implica né che la narrazione sia vera, né che sia falsa.”

-Wikipedia

Quando tutto l’archivio fotografico del Funeral Train venne ritrovato negli archivi di stato, dieci anni dopo la pubblicazione postuma degli scatti principali, nel 1998, nel giro di poco tempo il reportage fece il giro degli spazi espositivi del mondo, suscitando lo stupore del caso. Ciò che colpisce e rende unica l’intera sequenza degli oltre duemila scatti, oltre ogni considerazione storico-mediatica, è il formato “primitivo” del servizio, l’emotività trasmessa dal “contenitore”, le lunghe sequenze dei mossi e degli sfocati, il sottoesposto della pellicola sul finire del giorno, nei pressi di Arlington. Non si riesce a immaginare forma migliore per un reportage fotografico di attualità sociale che quella spuria, flagellata dalle imposizioni del caso, del lavoro di Fusco. L’immagine della compostezza della famiglia americana schierata su cui ci fermiamo, fu posta a copertina della maggior parte dei cataloghi dell’evento stampati nel mondo. I margini consumati dal tempo che qualche scanner ha imposto, la storia brutale che la contiene e quella caotica che l’ha diffusa tra la gente, tagliano per questo scatto un angolo preciso di mito, un residuo umanamente insolubile che poche immagini dell’attualità storica recente riescono a trattenere.

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Il circo mediatico che abbiamo digerito ingoia tutto e riproduce precise linee di incisione nell’unità di pensiero, informa numericamente e crea il rumore di fondo, l’assenza di contesto, esalta la deformazione psicotica della realtà. I nostri ricordi, in buona parte, nascono bruciati dal chiasso del mondo che ci precede, i nostri anniversari trafiggono di candeline il territorio del dolce comune, lottano con miliardi di altre fiammelle che crescono da fuori per imporre il proprio bene. I dolori piangono lacrime catodiche, a ogni latitudine, si assiste a questo miracolo post-pagano che nevica nella boccia del mondo, un collettivo fantasma giudica l’espressione del nostro intimo sentimento, decretando il lecito, le pene accessorie e il percorso di redenzione certificata. Soltanto l’esplorazione del mito, la sua laica ricollocazione nel cerchio del quotidiano, può dare qualche forma di ristoro alla fonte; ci vuole coscienza, e spingere il concetto di arte vicino al limite del tempo che accade fuori, nel quotidiano della storia che replica incessantemente l’uomo. Sentirla come la sentiva il Wharol che introduce questo articolo, e farla come la fece Paul Fusco col suo Funeral Train, ripeterla negli anni come un mantra senza redenzione in cambio.

Guardi quest’immagine e leggi il segno di una brutalità antica che tesse le fila, al di là degli eventi, una faglia della ragione che si spezza sulla piattaforma curva del mondo. Nessuno salva la famiglia americana dalla tragedia di un’autopsia postuma. Non la salva la diagonale prospettica che la cattura nuda, in forma rigorosamente ordinale, come un’equazione di pura geometria esistenziale. Non la solleva in memoria la crudeltà di un evento di sconfinata onda che si ripercuote su ognuno. E’ già il 1968 e Kennedy se n’è appena andato per l’ennesima volta, è questa l’atroce modernità della beffa, la morte che si sdoppia, come se smettesse di appartenere al dominio caotico della natura, la morte appare allora come un algoritmo, una torbida faccenda tra uomo e macchina dei poteri forti, un potere devastante tale da far impallidire il povero dio del cielo, fin nel lontano Mid-West.

Non viene in aiuto di questa tribù archetipica di uomini nemmeno il modo in cui fisiognomica e postura leggono in loro l’invalicabile della biologia sociale, il segno che si è esercitata sui lineamenti smagriti. Sono solo corpi schiacciati da un destino, sono un padre e una madre piantati nel suolo primitivo di una ferrovia, lo sguardo di onesta speranza che non demorde, la piega di chi sa che c’è sempre una scarsità di freddo al risveglio. Negli occhi e nelle spalle sollevate del primogenito si nota già il peso di una gravità da ereditare per cui ci si fa forza, il corpo sta leggermente curvato, speculare a quello della madre di cui il ragazzo appare una perfetta interpretazione trans-generazionale; il secondogenito rispetta la postura naturale e i tratti somatici del padre, tuttavia negli occhi fiammeggia un po’ di quell’oscurità di passaggio tra infanzia e adolescenza, come una deflagrazione potenziale, la posizione di centro dell’immagine e il guardare verso l’obiettivo rende gli occhi del ragazzo un piccolo gorgo che attrae tutta la scena.  

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Siamo di fronte a un’immagine straordinaria che ha la potenza del misfatto, di un tempo denso che accade nel supporto sbiadito come nel cuore sociale della scena, fin dentro gli occhi dei protagonisti. E’ un treno che sta sfilando? E’ la salma di Kennedy? Di quale Kennedy, del primo, del secondo, del terzo? Di quale passaggio d’epoca si tratta? E’ il funerale eterno della speranza, l’alzabandiera protettivo della cerimonia rituale? O solo il destino che ci rende nudi e sciocchi e primitivi così come siamo emersi dal buio genitore?

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero – gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale – ma ora cosa faranno?”. 

Nelle dimensioni che preferite, siamo tutti la diagonale prospettica di quella famiglia ordinata, composta nel canone dell’ereditarietà, il fattore umano esposto alla gigantografia dei poteri forti, spaventosi, che dispongono del mondo fin dentro l’anima. In quella famiglia collettiva, dorme nascosto il virus sottile delle sociopatie innominabili.

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http://www.paulfuscophoto.com/

Un anno di vita: Ebook “La Stanza Clandestina” – Contest “le orme di eros”


Ebook: La Stanza Clandestina

Con questo Ebook, il Collettivo inaugura uno dei suoi obiettivi.
E’ una raccolta di voci giovani che seguo e amo per il loro modus operandi scrittorio.
Ciascun Autore ha un legame con l’altro, nelle parole e nei gesti invisibili che trasmettono.
Le fotografie, infine, sono la ciliegina sulla torta, una gentile concessione di due Amici che seguo da un anno.
Buona Lettura!

la stanza clandestina

Contest: Le Orme di Eros

Le Edizioni Smasher comunicano la nascita di una nuova Collana Editoriale “Orme rosse” , dedicata all’Eros, lontani dal voler creare spazi di volgarità gratuiti e sterili, desideriamo dare voce – attraverso la pubblicazione di ebook e volumi cartacei – a ciò che è insito in ciascun essere umano: l’eros, nelle sue varie declinazioni

Il Collettivo culturale WSF – Centro Sociale dell’Arte , di cui è capo redattore Antonella Taravella, è felice di inaugurarla con un’antologica composta da contributi poetici – narrativi – fotografici e di opere artistiche, selezionati con cura.

Dal 20 marzo al 20 maggio, entro la mezzanotte, potrete mandare i vostri contributi alla mail, wordsocialforum@gmail.com, con oggetto: Le orme di Eros e la sezione con cui s’intende partecipare:

Sezione A) poesia da 2 a 4 cartelle;
SezioneB) racconti massimo 4 cartelle;
Sezione C) fotografie e disegni o opere artistiche 3 (alta risoluzione)

Comunicazione di Servizio ai lettori


Buongiorno a tutti voi che ci seguite,
teniamo a comunicarvi che da oggi 1° marzo 2013 la programmazione di Words Social Forum subirà una leggera modifica decisa in maniera unanime da tutta la redazione e cioè diminuire gli articoli e nello specifico pubblicare solo tre giorni a settimana Lunedì – Mercoledì – Venerdì, salvo ovviamente eventi straordinari come la pubblicazione del Manifesto del Neo-Nato Collettivo Culturale WSF, questo per dare modo a noi di curare gli articoli che man mano vi proporremo.

Dunque…Stay Tuned…ne vedrete delle belle.