Meshes of the Afternoon


Meshes of the Afternoon, lavoro non-narrativo del 1943,  è stato definito un esempio di “trance film”, nel quale la protagonista appare in uno stato surreale  e la cinepresa è lo strumento capace di mettere a fuoco la sua soggettività.

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Realizzato da Maya Deren (1917–1961) in collaborazione col marito Alexander Hammid, questo cortometraggio compare dal 1990 nel National Film Registry, l’archivio di film preservati,  ed è quindi da considerare come “film culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.
Meshes of the Afternoon ha ispirato i primi film di Kenneth Anger, Stan Brakhage, e altri importanti produttori del cinema d’avanguardia. Nel cortometraggio,  girato da Hammid, importante produttore di documentari e cineoperatore in Europa, con pochissimi mezzi e usando una cinepresa Bolex 16mm di seconda mano, si fa un uso sorprendente di tecniche cinematografiche come il montaggio e gli scatti opachi, l’esposizione multipla, il taglio, la sovrapposizione, il rallentamento delle scene, l’uso di spazi discontinui, abbandonando le nozioni di spazio fisico e tempo, con l’abilità di volgere la visione delle cose come in un flusso di coscienza.

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La figura centrale in Meshes of the Afternoon è una giovane donna, interpretata da Deren, sulle tracce di una misteriosa figura che si allontana, entra nella propria casa e si addormenta. In seguito la scena si ripete tre volte, moltiplicando le figure della protagonista. La donna insegue ora un’inquietante figura coperta da un mantello, con uno specchio al posto del viso, mentre nel finale compare anche una figura maschile, interpretata da Hammid. Oggetti simbolici, come una chiave e un coltello, compaiono in tutto il film; gli eventi sono indeterminati e interrotti.  Deren ha spiegato che lei voleva” inserire nel film il sentimento che una persona prova  in conseguenza di un incidente, piuttosto che registrare l’incidente accuratamente”. La donna in armonia con il suo inconscio, è  intrappolata in una rete di sogni che si traducono in realtà. Nel film si sente l’influenza che la lettura del The tibetan book of Dead ha esercitato sulla Deren, tanto da  determinare molte delle scelte stilistiche di Meshes of the Afternoon, come la famosa figura in nero con il volto di specchio o la “doppia soggettiva” dello specchio con Hammid. Infatti, l’osservare il mondo attraverso la realtà filtrata dello specchio, realtà e sua rappresentazione, è nota pratica buddhista di depersonalizzazione.

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Deren  si allontana dalla trama per mostrarci il suo punto di vista:  “Un film dovrebbe essere come una poesia, una ferita profonda di immagini atta a scandagliare  un umore  o a mostrarci le stranezze del mondo che ci circonda” e sembra voler dar ragione a Orson Welles quando asseriva che: “Il cinema è un nastro di sogni”

Un film è così usato come mezzo artistico piuttosto che veicolo per stelle del cinema, o storie o azioni. Deren sembra voler rifarsi alla prima avanguardia europea di  produttori cinematografici come  Germaine Dulac,  il quale credeva che un film sembrava più ad una forma astratta piuttosto che emozionale di musica. L’indagine psicologica dell’inconscio femminile rigetta esplicitamente la forma lineare del teatro e della letteratura in favore del  modello non-narrativo offerto dalla pittura, dalla musica, dalla scultura e dalla poesia.

Ma chi è Maya Deren?

Maya Deren è il nome d’arte di Eleanora Derenkovskaja, nata a Kiev nel 1917, pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione d’Ottobre, in una famiglia ebrea benestante. Il padre era discepolo di Pavlov e svolgeva la sua attività di psichiatra in chiave comportamentista. Molti sono i rimandi psicoanalitici che affiorano nelle opere di Maya Deren che, lei stessa,  definisce influenze paterne.
I Derenkovskij lasciano l’Unione Sovietica per timore di rappresaglie antisemite e per le simpatie trotskijste del padre. Si trasferiscono negli Stati Uniti, dove ottennero la cittadinanza statunitense nel 1928, adottando il cognome di Deren.
Alla Syracuse University, Maya studia giornalismo e scienze politiche e da subito inizia a frequentare i movimenti socialisti newyorkesi, sviluppando forti convinzioni femministe, e ad interessarsi al surrealismo francese. Contemporaneamente, si dedica alla danza e più tardi alla pratica Vudù che con il tempo si trasformò in una vera e propria adesione ai principi spirituali di questa religione. Ad Haiti, Deren partecipa attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, identificato nella dea dell’amore, Erzulie.
Tornata a New York, Deren prese a condurre una vita piuttosto precaria e la sua morte prematura si suppone sia stata dovuta allo stato di debilitazione in cui si trovava. Infatti, pare che la Darren, prima della morte, versasse in una grave situazione economica e di denutrizione e prostrazione psicologica dovute alle difficoltà incontrate durante la produzione dei suoi film, nonchè all’uso di psicofarmaci e amfetamine di cui era diventata dipendente.

 

Enza Armiento

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007 e le colonne sonore.


Circa un annetto fa avevamo parlato dei vari volti che avevano vestito i panni del mitico agente 007, oggi affronteremo la parte musicale dei film dell’agente, le colonne sonore.
Da sempre calzanti, un biglietto da visita che è una garanzia, buona lettura!

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Inizierei da Goldfinger, cantata da Shirley Bassey.
Dopo tre film, la saga spionistica diventa mito. Merito soprattutto del volto di Sean Connery e dalla voce inimitabile e meravigliosa della Bassey.

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Oscar 2016 – Finalmente!


Sì, è il caso di dirlo: Finalmente! Non solo perché Leonardo di Caprio ha vinto il suo strameritato (e attesissimo) Oscar, ma perché anche il nostro geniale Ennio Morricone ha finalmente vinto la sua statuetta, conquistando tutti con il suo dolcissimo discorso di ringraziamento in italiano dedicando il premio alla moglie.

È stata, questa degli Oscar, una lunga notte piena di soddisfazioni, abbracci, risate, ma anche e sopratutto polemiche: Chris Rock, il presentatore della serata, furioso come una iena, comincia con un discorso velenosissimo sul fatto che non ci sono attori di colore fra le nomination più importanti. Un discorso, questo, a cui un europeo può rispondere che semplicemente hanno candidato i più bravi senza badare al colore della pelle, ma per gli afroamericani la storia è leggermente diversa: le discriminazioni in America sono ancora fortissime in ogni ambito e, se per noi dall’altra parte dell’oceano non sembra una tragedia, per gli americani bistrattati lo è eccome. Specialmente pensando che di attori meritevoli ce n’erano, specialmente Idris Elba, fenomenale in “Beast of No Nation”, che non è stato minimamente preso in considerazione.

L’Academy ha ben pensato di prendere Chris Rock a presentare la serata per compensare questa mancanza, e Chris Rock l’ha presa come una buona scusa per far pentire a tutti i presenti in sala di essere nati e fargliela pagare per ogni nomination negata ad una persona di colore fin dalla notte dei tempi, anche prima che venissero inventati gli Oscar. Esagero? Un tantino. Il discorso iniziale è di una cattiveria quasi inaudita, che il pubblico accoglie con un sorriso forzato, ma ci sta, e tanto. Specialmente quando propone una nomination per tutti gli afroamericani freddati dalla polizia mentre andavano innocentemente in giro, magari verso un cinema per guardare un film di bianchi. Sarebbe stato epico, poi ha degenerato. Sul palco accade di tutto: boyscout rigorosamente afroamericane che vendono biscotti durante la serata, video e tributi al mese della Storia Nera americana, presentatori quasi tutti neri (possibilmente di sesso femminile), interviste per strada al pubblico afroamericano. Gelo in sala. Lì lo spettatore medio non americano capisce che in America stanno messi effettivamente malissimo.

Dopo una serata fra momenti stucchevoli in grado di far rimpiangere Sanremo, arriva il tenerissimo momento di Morricone che, dopo molte nomination a vuoto per le migliori musiche e un solo Oscar alla carriera, finalmente vince la sua statuetta. Fa tenerezza, è visibilmente commosso, e con la voce rotta dall’emozione dedica il premio a sua moglie Maria, in italiano, con l’interprete a fianco che traduce. Mi aspettavo un salutino ai Subsonica, ma sono stata delusa. Un altro momento di grande impatto emotivo è l’esibizione di Lady Gaga su un argomento forte e delicato come quello dello stupro, portando egregiamente il lavoro a casa cantando la bellissima “Til it happens to you” e facendo commuovere mezza sala.

Si fanno le cinque del mattino, il pubblico freme: per mantenere alti gli ascolti quest’anno avrebbero voluto mettere la premiazione per il miglior attore proprio alla fine, anche dopo il miglior film, cosa che sarebbe stata un tantino esagerata, ma hanno desistito in nome della tradizione e il responso che ha tenuto sul fiato per mesi il popolo di internet è il penultimo ad arrivare: Leo vincerà? Non vincerà? Sarà deluso anche quest’anno? Sbroccherà in pubblico? Strapperà le sedie e le lancerà sul palco? I pronostici che circolano in rete sono i più disparati e Julianne Moore, che dovrà annunciare il vincitore (sapendo bene che ogni secondo di suspense potrebbe causare una strage di fiati sospesi nei cinque continenti), apre la busta e con un sorrisino da Gioconda subito annuncia quello che tutti stavano aspettando: Leonardo di Caprio ha vinto un Oscar, la maledizione Di Caprio è finita, il mondo può tornare a respirare. Leo si trattiene stoicamente dallo strappare la statuetta di mano a Julianne e mandare tutti affanculo e fa un elegantissimo importante discorso sul cambiamento climatico, dimostrando per l’ennesima volta di essere un signore.

Ps. Mad Max ha vinto quasi tutto, tranne il miglior film che è andato al Caso Spotlight, Iñárritu ha vinto l’Oscar alla regia per il secondo anno di fila; tutte cose molto importanti, ma ieri notte il mondo si è fermato solo per Leo, che ora può tornare ad essere un attore normale e non un fenomeno mediatico. Evviva, evviva. Buonanotte.

The Danish Girl – Recensione di Alba Gnazi


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Sono gli occhi verdi, il primo colpo allo stomaco.
Le tinte predominano in varie combinazioni, sfumate o violente, con la pietà tipica del colore che si adegua allo sguardo: loro intere, concentrate; non come certi sguardi di noia o furia, o di malgarbo. Il malgarbo è intollerante indifferenza, la malmostosa certezza di una supposta superiorità. E’ l’interruzione senza rimedio di ogni possibilità di avvicinamento.

I timbri del blu creano partiture a sé stanti. Bisogna lasciarsi cullare dal blu, lasciarsi sorprendere, lasciarsi affrescare dalle sue dita come una parete che da troppo non muta.

Gerda scivola sottopelle.
E’ madre e amante, amica e nutrice: lei ama. Ama.

Gerda ha scelto da che parte stare: e difende la sua scelta anche da se stessa, anche quando lotta con ”quegli” occhi barbari e angelici per riappropriarsi del suo fiato – vivo in quello di Einar, l’uomo della sua vita: la donna della sua vita: Lili: polo magnetico che tutto riunisce, e che passa attraverso Gerda.
Terribile, confusa, tenerissima Lili: intatta anche lei, come un blu radicato dove il fiordo arretra in filo-oceano, ricca di due certezze: la sua palude, femminino plumbeo che la convoca da ogni quadro e Gerda, che per prima l’ha vista.

Il profumo francese è una pioggia che si assapora, che avvince. E I corpi esposti, protratti nelle penombre; i quadri ammiccanti, le bocche umide, le mani sinuose, gli occhi. Gli occhi.

Poi le città, micromondi che si perdono nella vastità di ”quel” rapporto, della partecipazione, dell’empatia circolare; di quell’amore estremo consumato fino in fondo e fino in fondo integro, quasi sovrannaturale e totalmente umano in atti e intenzioni.

(Altro non dirò, ché troppo ho detto. Al cinema eravamo quattro gatti: anche per questo ne è valsa la pena. E’ stato mio ogni attimo, senza intromissioni di sorta.)

di Alba Gnazi

The Hateful Eight


 

Copertina

Per il suo ottavo film Quentin Tarantino sceglie le distese innevate e solitarie del Wyoming per narrare la storia degli odiosi otto.
Ambientata pochi anni dopo la fine della guerra di Secessione, il regista unisce il passato e il presente della storia americana, ponendo l’accento su una delle molte ferite aperte che ancora affliggono il paese, il razzismo. Parola strana questa per un territorio che è cresciuto e si è moltiplicato grazie al lavoro dei migranti e della comunità nera. Un popolo coloniale quanto colonizzatore che cresce e si sviluppa su linee di confine morali e etiche ancora oggi esistenti.
La potenza stilistica e eversiva del film è visibile già dall’overture, che mostra un Cristo di legno quasi completamente ricoperto di neve, simbolo e espressione dei numerosi peccati commessi dagli uomini nei confronti dei propri fratelli.
E’ su queste strade che appare il maggiore Marquis Warren, cacciatore di taglie e ex soldato dell’Unione, che dopo la morte del suo cavallo chiede di poter salire su quel cocchio cigolante per sfuggire all’imminente tempesta di neve. I passeggeri solitari presenti nella carrozza altri non sono che John Ruth “il boia”, famigerato bounty killer famoso per portare alla forca tutti suoi prigionieri e Daisy Domergue sua prigioniera.
Solo dopo un breve dialogo Ruth supera l’iniziale disagio e acconsente ad accompagnare il collega Marquis  alla riserva dove vive  Minnie, ultimo e unico spazio protetto prima dell’arrivo della tormenta.
La pellicola si suddivide nei classici e canonici capitoli, già presenti nella produzione tarantiniana, unita ad una serie di balzi temporali all’indietro che ricordano da vicino le Iene e Pulp fiction, con una visione estetico narrativa decisamente più asciutta.
In questo film infatti, i virtuosismi stilistici sono ridotti all’osso in favore di dialoghi al vetriolo e espressioni sospette. Un film dettagliato e ricchissimo che si divide in due grossi blocchi narrativi nelle quasi tre ore di spettacolo.
La struttura western della prima parte ci aiuta a conoscere la psicologia e il passato dei personaggi mutuando parte di se stessa da pellicole come: ll Grande Silenzio, Il buono, il brutto, il cattivo, La cosa, Un dollaro d’onore, in un percorso visivo accompagnato dalle musiche mai invasive del maestro Ennio Morricone.

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THE HATEFUL EIGHT

(L-R) KURT RUSSELL, JENNIFER JASON LEIGH, and BRUCE DERN star in THE HATEFUL EIGHT. Photo: Andrew Cooper, SMPSP © 2015 The Weinstein Company. All Rights Reserved.

E’ la taverna di Minnie a diventare quindi,  uno spazio di resilienza dove si modifica dilatandosi la variabile tempo lasciando affiorare in modo sempre più evidente le  diverse gradazioni e sfumature di male. Un intreccio narrativo che porta ogni personaggio ad intersecare la propria storia con il vicino sconosciuto in modo consapevolmente violento.

Una pellicola mutevole  che solo nella sua seconda parte trasforma la propria struttura narrativa  nel genere  giallo ricalcando i canoni classici dell’opera “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie.
Un lungometraggio questo che propone una riflessione acuta e libera sulla razionalità della giustizia, un diritto comune che spesso sfocia nel personalismo dell’odio e del caos. Un film corale  e minuzioso quello di Tarantino, che gioca sulle emozioni dell’uomo e sulle sue relazioni sociali, ridisegnando il concetto di comunità applicato allo Stato Nazione prima schiavista, poi libertaria e infine liberticida.

Un’America antica e modernissima in cui tutto si crea e nulla si distrugge. Un mondo dove”i bianchi sono al sicuro, solo quando i neri hanno paura”. Otto personaggi da amare o odiare a seconda del momento.

Un addio crepuscolare in cui tutti augurano la “Buonanotte a Mary Todd”.

Christian Humouda

Factotum: Bukowski edulcorato all’americana (e altri autori vituperati da Hollywood)


Uscita quasi indenne dalla visione di “Factotum”, un finto biopic semiquasi autorizzato su Charles Bukowski travestito da trasposizione filmica dell’omonimo romanzo (il progetto era partito come film sulla vita dell’autore, poi convertito in una più rassicurante pellicola tratta dal libro per ovviare a problemi legali nati dallo stesso Bukowski), mi sono lanciata in una riflessione sull’ossessione di Hollywood a voler per forza convertire le vite di scrittori famosi in pellicole patinate e pulite da propinare al grande pubblico senza chiedersi se al grande pubblico importi minimamente qualcosa (lo dico da subito: no).

Capisco il voler fare biopic (termine ormai sdoganato per indicare i film-biografia) sui personaggi del cinema, in un atto onanistico e ciclico di Hollywood da cui tutto parte e al quale tutto ritorna: ad esempio la noiosissima pellicola su Alfred Hitchcock, salvata più dalla performance di Helen Mirren che da quella di un Sir Anthony Hopkins soffocato dal trucco di scena; capisco anche i biopic su personaggi del mondo dello spettacolo come Grace Kelly, Ray Charles, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe; ma i biopic sugli scrittori, che vivono in un mondo a parte, ben lontano dai riflettori e perlopiù mentale, rischiano di trasformarsi – nel migliore dei casi – in un insuccesso globale, nel peggiore in un film noioso e dimenticabile. “Factotum”, per quanto non sgradevole, rientra nella seconda categoria per un semplice motivo: è troppo pulito. Un film ispirato a Charles Bukowski, ad un suo romanzo, alla sua vita, alle sue poesie, o anche solo ad un suo mezzo racconto scribacchiato su un biglietto del tram, non può essere pulito. Un Henry Chinaski sbarbato o finto sporco per le telecamere, per quanto interpretato da Matt Dillon, non sarà mai credibile. Charles Bukowski stesso, ne Il capitano è fuori a pranzo, racconta il disagio nel vedere le foto degli attori che si proponevano di interpretarlo in un film sulla sua vita (molti anni prima che venisse prodotto “Factotum”) e di trovare “terrificanti” i loro sorrisi puliti e i loro volti sbarbati.

Il problema generale dei biopic, palese nel caso di Bukowski/Chinaski ma presente in ogni storia ricostruita dagli studios americani, è che Hollywood ha dei suoi canoni ben precisi e delle regole da seguire alla lettera. Rappresentare appieno la roca e grezza sporcizia della vita di uno scrittore, il suo mondo interiore e la sua lotta perché un’opera letteraria veda la luce, non è contemplata fra le linee guida del perfetto lavoretto Hollywoodiano.

Charles Bukowski, forse (leggi: quasi sicuramente), avrebbe sputato su “Factotum” e tutta la macchina hollywoodiana delle vite strapazzate, filtrate e confezionate per il grande pubblico accondiscendente; ma c’è a chi è andata anche peggio. Ad esempio c’è “Sylvia”, un quasi imbarazzante biopic su Sylvia Plath interpretata da una Gwyneth Paltrow più confusa che partecipe. Uno dei migliori esempi di come un biopic possa focalizzarsi sui dettagli tralasciando le cose importanti, e pretendere di raccontare una vita in pochi episodi senza comunicare nulla della vita artistica del soggetto in questione. Una pellicola senza nerbo, scritta e diretta senza tener conto della poetica della Plath, della sua vita e del suo processo creativo, e si concentra più che altro sulla sua morte. Non a caso marito e prole della Plath accusarono la produzione del film di aver parlato solo del suo suicidio e non della sua vita.

Ci sono alcune pellicole sulle vite degli scrittori di cui non scrivo perché in qualche modo fuori dai canoni del biopic (ma non da quelli Hollywoodiani). Ad esempio, nonostante la follia e la disperazione di Virginia Woolf descritta ne “Le ore” di Michael Cunningham si siano tramutate in un vestito largo, una protesi nasale e una parrucca vagamente spettinata per esigenze di scena tralasciando completamente il contenuto della storia – interpretata dalla pur brava Nicole Kidman – lascio fuori il film “The Hours” perché, più che un biopic, è un film tratto da un romanzo che include una parte di ricostruzione di una giornata della vita di Virginia Woolf, quindi non vale. Un altro grande escluso – stavolta meritevole – è “A sangue freddo”, tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote e incentrato completamente su di lui: un po’ perché Capote, oltre che scrittore, era anche un autore Hollywoodiano, un po’ perché il film racconta solo il periodo in cui Capote decise di scrivere il romanzo e strinse un intenso rapporto con l’autore della strage di cui stava scrivendo. *

Ci sono tanti film-biografia sugli scrittori e sulle loro vite che sono belli, originali e ben fatti, o magari anche brutti, ma lontano dai fasti della Hollywood fine a sé stessa che non imbruttisce, ma commette un peccato ancora peggiore: appiattisce, livella, mediocrizza tutto quello che tocca dietro una patina di compitino perfettino che non piace a nessuno, se non (forse) solo agli americani.

* A tal proposito, se non avete mai letto “A sangue freddo” fatelo, è bellissimo.

Daniela Montella 

Fuori Menù 16 – Benvenuti a Zombilandia.


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“Cari zombetti miei…” chi è del range di età fra i 35 e i 40 anni avrà avuto un flash back di questa frase, un pupazzo di gommapiuma decisamente orrendo, seduto dietro ad una gotica scrivania, imbandita da candele, teschi e ragnatele che presentava la famosa “Notte Horror” di Italia Uno.
Vi starete chiedendo perchè sono partita da qui…beh ovvio direi! Questo Fuori Menù vuole portarvi a fare un giro nel must tornato in voga…gli Zombie.

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