Un amore troppo grande e troppo prezioso. – Recensione de Il grande Gatsby di Patrizia Calcagno


Locandina Il Grande Gatsby

Il film, nonostante aspettative smorzate da tiepidi commenti riguardo a scene non particolarmente entusiasmanti, è riuscito, a mio avviso, ad emergere battendo acerbe conclusioni sulla sua riuscita. La trama, sostenuta da effetti speciali non invasivi e piacevoli (p.es. i fiocchi di neve iniziali o le lettere evanescenti sullo schermo), impreziosita da sfarzi e scintillii ed inebriata da calici colmi di champagne, si lascia scardinare leggiadramente su parole profonde della voce narrante. Probabilmente non è un caso che le scene, ben contornate da dettagli minuziosi nei momenti opportuni, siano state costruite non altrimenti per dare valore e peso alle frasi che accompagnavano le azioni dei protagonisti. Sebbene il film non abbia richiesto attenzione profonda nella comprensione, ha saputo regalare qualche ora di evasione “riflessiva” su quanto le persone possano dedicare una vita intera ad una persona e quanto, d’altra parte, non sia minimamente compreso e magari sminuito, senza alcun rispetto nei confronti dell’altro. Continua a leggere

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Raggianti sensazioni, testo inedito di Patrizia Calcagno


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Crescendo, mi ero resa conto di quanto egli fosse diventato importante per me.

Erano forti le emozioni che provavo, a tal punto da rendermi conto che qualsiasi altra azione, lungi dal guardarlo, non mi avrebbe lasciato distogliere lo sguardo.

Era stranamente labile ed intrigante la visione del suo calore su di me, così da percepirlo sulle mie ciglia e, dal momento in cui mi soffermavo a farci caso, le mie palpebre a stento sopportavano il carico di troppo trasporto.

Quando la concentrazione svaniva, ecco che riaffiorava un altro sentimento su uno sguardo differente.

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Quando le forme più semplici, danzando, creano sensuali ritmi. di Patrizia Calcagno


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Il 22 Febbraio è stata inaugurata la mostra di Matisse a Ferrara, nel suggestivo Palazzo dei Diamanti, titolando così: ” Matisse -La figura: la forza della linea, l’emozione del colore.

La mostra è articolata in ben 12 sale,trattando con un’ accurata precisione e sensibilità i cambiamenti artistici del pittore.

Si parte dalla formazione in accademia sullo studio del corpo nonché sui nudi, esponendo appunto i nudi in piedi, oltre che ritratti ed autoritratti. Matisse agli inizi della sua carriera, ancora acerbo ed incerto sulla delineazione del proprio stile, comincia a visualizzare e scomporre i corpi in volumi nelle tre dimensioni, andando ad enfatizzare il complesso con i contrasti cromatici, evidenziandone l’ inquietudine interiore.

Nella seconda sala, dagli anni Fauve al primitivismo, sono esposti dipinti audacissimi da cui emerge l’ evidente influenza dell’ arte negra che gli consentirà poi di rappresentare i corpi mediante una semplificazione delle forme. I due quadri più importanti che fanno voce e testimonianza della repentina ricerca di stile di Matisse sono il Nudo disteso con sciarpa bianca e Bagnante, con evidente abolizione della prospettiva. Inoltre,nei quadri cominciano ad essere protagonisti i colori che, vogliosi di rappresentare emozioni interiori, sembrano sprizzare fuori dalla tela per cui ad arginarli vi sono i contorni neri spessi.

La terza sala accoglie la scultura bronzea La Serpentina, utilizzata per studiare i corpi. Matisse prende ispirazione da una donna formosa e pian piano la disincarna, creando dei giochi di pieni e vuoti, assottigliandola. Inoltre, cominciano gli studi per la danza, abbozzi di prime strette di mani con tratti veloci, ombre grossolane che vogliono plasmare velocemente l’idea.

La quarta sala si anima di ritratti degli anni ’10, lasciando emergere attraverso maschere inquietanti, perfettamente in sintonia con il cubismo, l’essenza della fragilità e profondità spirituale. Matisse, talvolta, come nel quadro Margherite col cappello, lascia spazio al colore, senza argini né limiti di contorni, dando un’idea finale simile al non finito.

Nella quinta sala emerge la ricerca nel trovare un’integrazione tra natura e sfondo attraverso lo studio dei nudi di schiena. La scultura bronzea presente lascia intuire quasi che la colonna vertebrale sia un chiodo che attraversa la schiena così in profondità da dividere il corpo precisamente a metà, separando leggermente una parte dalla sua simmetrica.

La sesta e settima sala si soffermano sulla composizione pittorica di Matisse avvenuta a Nizza, con riferimenti ed influenze del mondo islamico, in particolar modo sullo studio di decorazioni e tendaggi volti all’effimero nei quadri, oltre che a donarne freschezza e sensualità.

Giungendo nell’ottava sala si ha un cambio momentaneo di scena, mettendo da parte i quadri e lasciando “parlare” un video riguardante uno stralcio di balletto de Le chant du Rossignol attraverso cui Matisse incentra i suoi studi circoscritti al movimento.

Una bacheca in vetro contiene un costume combinato da due colori e motivi geometrici, forza di sintesi e modernità.

La nona sala riprende con i quadri, raggruppando la sezione degli anni ’30 relativa alle ninfe e ai fauni in cui il nudo appare più rarefatto, con intrinseca chiave di lettura orientalistica. Via via Matisse si dirige verso la smaterializzazione,attribuendo al contesto un senso indefinito avvolto in un’atmosfera onirica con tanto di sensualità sublimata. Sembra quasi che ci sia un’inizializzazione verso l’astrazione.

La decima sala, nonché l’ultima sala che chiude il ciclo di quadri nella prima sezione strutturale del palazzo, tratta i motivi geometrici che creavano effetti decorativi andandosi a combinare con curve armoniche del corpo femminile.

Le ultime due sale vengono raggiunte oltrepassando un bellissimo giardino che lascia immaginare la neve in primavera con tanto di sole accarezzato sul volto, grazie agli ondivaghi movimenti dei soffioni.

Si giunge al termine con variazioni di tema che sottolineano il riavvicinamento al disegno come tecnica guida a causa di un intervento chirurgico che obbligò Matisse a passare la maggior parte del tempo disteso. Cominciano le sequenze che partono da un ritratto fino a giungere ad una semplificazione e cambio di stile simile ad un fumetto.

E’ una mostra intensa che vale la pena visitare. C’è tempo fino al 15 Giugno. Non mancate!

di Patrizia Calcagno

Qualsiasi Narciso riuscirà a riconciliarsi con la sua immagine riflessa? Di Patrizia Calcagno


Matteo Massagrande

Matteo Massagrande

Presso la Galleria Stefano Forni in piazza Cavour, a Bologna, è stata inaugurata il 1° Marzo la mostra che titola così: << L’ ombra e la luce ” in pittura” >> , visitabile da chiunque volesse approfittare di un momento libero per lasciarsi avvolgere dai giochi di colore che sembrano quasi prendere vita. I quadri, realizzati da 12 artisti contemporanei, sono sistemati su due livelli, all’ interno della galleria.

Ci si può concedere alla luce oltre il finito, all’arte oltre il colore e alla lucentezza oltre il vetro che trattiene un quadro: loro sono Luciano Ventrone e Giuseppe Carta, capaci di catturare lo sguardo e di lasciarlo perplesso dinanzi al dubbio che in coro sorgerebbe: ” Si tratta di una foto? ” – ” Altrochè. “

Matteo Massagrande invece fa esplodere la sua necessità di dipingere, entrando nella quotidianità e rappresentando lo spazio in cui lui è stato, sottolineando tutto ciò che basta sapere di quel luogo. In questo modo potrà passarci qualcuno e notare gli stessi particolari, o aggiungerne altri, toglierne alcuni, o ancora percepirne il vuoto. Egli rappresenta luoghi ed è l’osservatore a decidere se sia il caso di scappare per non tornarci mai più, rifugiarsi per prendersi un momento di riflessione con il proprio animo oppure semplicemente per entrarci a dare un’ occhiata, assaporandone le sfumature che fugacemente passano da colori caldi a freddi.
Si passa a Francesco Michielin il quale, attraverso colori ondivaghi e minimalisti, delizia gli occhi con alcuni “zoom” di viste dall’ alto.

Prima scendere al secondo ed ultimo piano della mostra, vi è una scultura suggestiva che condiziona e commuove al solo pensiero di maternità e delle emozioni che si potrebbero ricevere, grazie ad una donna gravida in legno su cui vi sono delle incisioni accennate da un bel color lillà.

La seconda sezione della mostra sembra essere meno organizzata, quasi arrangiata, ma non per questo non visitata. La piccola scala che collega i due piani apre le porte ad alcuni bozzetti, disegni da un tocco fotografico dal ricordo del bianco e del nero che mettono a fuoco dettagli di una donna e dipinti astratti. Anche in questo caso, vi è una scultura che lascia pensare: si tratta di un ragazzo realizzato con cocci in terracotta incollati lasciando intravedere lo strato di collante, con il volto abbassato ed intento a specchiarsi in un tinozzo. Ciò potrebbe alludere ad un triste Narciso che non riesce più a trovare la sua identità, distorta dalla ruggine che prende il sopravvento sulla sua immagine riflessa. In linea più generale e vasta, può far riflettere su quante volte ci si perde in noi stessi e, seppur vicina sia l’ immagine, non la si riesce a salvare poichè è proprio l’ anima ad aver bisogno di una mano tesa.

Sebbene la mostra non sia stata del tutto curata come ci si potrebbe aspettare prima di visitarla, ne vale la pena per tutte le emozioni che i quadri ed il contesto possano donare. Si torna a casa con un nuovo proposito: guardarsi senza o solamente specchiarsi, facendo finta di sapere ciò che si è.

di Patrizia Calcagno

Info: 1 marzo – 17 aprile 2014. Orari: da martedì a sabato 10.00 – 12.30 / 16.00 – 19.30

Tel. 051225679 Web: http://www.galleriastefanoforni.com arte@galleriastefanoforni.com