[Officine D’Autore] Poesia&Musica: Fosca Massucco&Enrico Fazio


Officine D’Autore è una rubrica molto particolare su WSF, dove diamo voce e spazio a scrittori e non solo, infatti oggi vedremo come la poesia ben si sposa con la musica, Fosca Massucco (che WSF già conosce molto bene e apprezza) e la musica del famoso contrabbassista e compositore, Enrico Fazio, uniti realmente anche nella vita e di come creino una sinergia potente dialogando perfettamente.

Un grazie a Fosca ed Enrico e benvenuti su Words Social Forum !

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Parlateci di voi, presentatevi ai lettori di WSF.

Enrico: Cerco di occuparmi di un bimbo, di una moglie poetica e di musica; di mantenere viva la curiosità, la fantasia, la voglia di imparare; cerco di essere diversamente giovane, di rosicchiare spazi di tempo per vivere…

Fosca: io sono la moglie di un compositore, la qual cosa da sola basterebbe a definirmi tutta la vita: lo (in)seguo e sostengo nella parte aperta a me dei suoi sogni e della sua musica. Da più di 10 anni per noi le giornate hanno una visione trasversale del tempo, dove incastriamo la cura per nostro figlio, i rispettivi lavori (lui al Conservatorio ed io per la mia società di acustica di Torino), la vita solitaria sulla nostra collina e un processo creativo e silenzioso.

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NINI’ FERRARA: artista della terra di mezzo



nini-ferrara-400x215Ninì Ferrara, pseudonimo d’arte di Antonino Ferrara, direttore artistico presso Le Officine Teatrali, nasce nel 1965, a Messina. Nel giugno del 1989 fonda l’Associazione Teatrale Klop della quale è tuttora direttore artistico. Nel 1990 è ammesso alla scuola di teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico e nel 1992 si trasferisce a Roma, dove attualmente vive e lavora. Nell’ottobre 2003 fonda e assume la direzione artistica delle Officine Teatrali di Roma, la cui didattica si fonda sulla differenza tra il “vivere” e il “fare” teatro, sulla costante ricerca di una verità e di una rigorosa conoscenza e educazione dei mezzi tecnici ed espressivi dell’attore.
Ha partecipato ai Festival teatrali di Taormina Arte e Venosa Teatro Festival ed è inserito in circuiti come quello dei Teatri di Pietra.
Suoi scritti sono pubblicati in Italia e all’estero, dove ha anche svolto attività didattico-laboratoriale. Nel 1994, dopo aver vinto per due volte il Premio Xavier Fabregas per giovani autori di teatro, riceve il Premio Nazionale di Drammaturgia per Autori di Teatro “Anticoli Corrado – Studio dodici”. Nel 1996, quale regista dello spettacolo Repertorio dei Pazzi della Città di Palermo, si aggiudica il Premio “ETI Giovani per il Teatro”.
Oltre ad altri riconoscimenti legati alla sua attività di drammaturgo, nel dicembre 2006 vince il 32° Premio Nazionale “Fondi la Pastora” per lo spettacolo Il viaggio, tratto dall’omonimo racconto da lui scritto e pubblicato nel giugno 2003 per i tipi della rivista Aperture – Punti di vista a tema.

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(Officine D’Autore) – Intervista a Sara Bilotti


Chi non mi conosce sa molto poco della mia vita da lettrice accanita e che adora letteralmente andare a scoprire, tramite amici scrittori altre voci italiane che meritano d’esser lette, una di queste è Sara Bilotti, donna dal caldo sangue napoletano del ’71.
Scoperta tramite un altro autore a me caro Luigi Romolo Carrino, ho letteralmente divorato e amato la sua prima fatica letteraria, Nella Carne edito da Termidoro Edizioni, che reputo altamente prezioso e rubando a piene mani dalle presentazioni in rete scrivo che è un tuffo a occhi chiusi nel buio dell’anima, nella morbosità, nel disagio di vivere, nella disperazione, nel delirio. Dodici racconti da leggere, godere e soffrire, perché Sara Bilotti sa far male, ma con una leggerezza, un incanto, una capacità di far vedere senza mostrare che ne fanno una prescelta. Per esplorare il buio, bisogna saperlo guardare e nessuno vede nei meandri più oscuri meglio di lei.
Sono venuta a sapere che presto uscirà la sua seconda fatica e mi pare giusto, almeno per me che ne sono sua fan, darle lo spazio che merita ed è con grande onore che la ospito su WSF con questa intervista, Buona lettura!

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Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Non c’è mai stato un avvicinamento, nel senso che i personaggi sono sempre venuti a trovarmi per raccontare le loro storie, la cui trascrizione è cominciata nel momento in cui ho imparato a scrivere frasi complesse. Ho scritto il primo racconto a nove anni, anche allora le storie mi cadevano addosso, mi sembrava naturale scriverle. Pensavo lo facessero tutti.

Come ti è arrivato questo desiderio di liberare il noir, quella metà oscura di cui parli?

E’ arrivato in modo molto naturale: mi è sempre piaciuto leggere e scrivere di misteri, svelare intrighi, strappare maschere. Oggi il noir è molto amato, forse perché è veramente difficile scrivere del Lato Oscuro senza lasciar trasparire verità dolorose nascoste nell’animodegli autori stessi. Abbiamo tutti bisogno di verità, di questi tempi.

Cosa pensi della scrittura noir italiana?

Sta vivendo un periodo meraviglioso, non posso che esserne contenta. E le voci sono tante, diverse, personalissime. Questo contrasta in parte una tendenza all’omologazione che ha dilagato per parecchio tempo, e mi fa sperare in un riconoscimento maggiore per il genere, spesso bistrattato in favore della cosiddetta produzione “mainstream”.

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Cosa pensi del format conclusosi da poco, Masterpiece?

Non guardo la televisione da cinque anni. Li conto, sì. Non posso dare un giudizio basato su ciò che ho visto, dunque mi limiterò a parlare dell’idea, del format: lo trovo deprimente. Avrebbero potuto sostituire la scrittura con la tela e i pennelli, o l’argilla, o il marmo, alla gente interessa solamente vedere un gruppo di umani che si scannano per emergere. E’ un po’ come tornare all’età della pietra, o tra le file degli spettatori al Colosseo.

Il tuo prossimo libro, ammetto che ne sono incuriosita e lo aspetto con fervore, ci puoi accennare di questo tuo secondo nato?

Purtroppo non posso parlarne, non ancora almeno, perché manca ancora un po’ alla sua pubblicazione. Ti dico solo che ha in sé diversi elementi, tra cui il noir. Mi piace sperimentare. E per fortuna in Einaudi Stile Libero me lo fanno fare!

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Sara Bilotti lontana dalle pagine di un libro com’è? Vivi in una realtà non facile, tu cosa ne pensi?

Un tempo ti avrei risposto senza esitare: sono una donna senza pelle. Qualsiasi cosa mi faceva male. Vivo in un paese di provincia che mi ha continuamente rigettata perché diversa, libera. Anche durante la maturità ho subito attacchi personali, al punto che non riuscivo a uscire di casa, ricattata dalla violenza verbale di alcuni vicini, i quali impedivano addirittura ai loro figli di giocare con i miei. Un’inquisizione, praticamente.
Adesso le cose sono cambiate, e anche se non ho ancora le coordinate della mia nuova vita mi sento più forte. Vivo in campagna, finalmente respiro, lontano da tutto e tutti.
C’è ancora un’Alice che resiste dentro di me, si meraviglia di fronte alla Bellezza. Spero che non mi abbandoni mai, anche se il mio cuore diventa ogni giorno più duro.

I tuoi scrittori preferiti?

Donna Tartt, Elfriede Jelinek, Bret Easton Ellis.

E visto che sono di parte, cosa ne pensi della poesia? Hai poeti che ami?

Ho un timore reverenziale nei confronti della poesia, ne parlo poco, e sempre con grande rispetto.
La poesia ha una potenza enorme racchiusa in uno spazio minimo, esplode all’improvviso, ti abbaglia, ti strema, ti scuote. Ne leggo tanta, da Pavese a Dylan Thomas a Bukowski, ancora non ho trovato la mappa di questi luoghi, spero di trovare un giorno almeno le parole giuste per parlarne con consapevolezza.

Il mio grazie a Sara Bilotti, una nuova penna della letteratura italiana che merita di essere letta!

Grazie a te, Antonella, è sempre un piacere chiacchierare con te, fuori e dentro la rete!

(Officine d’Autore) – Intervista ad Alessandro Gabriele


Oggi vi porto a conoscere un autore, che già avete avuto il piacere di leggere in queste pagine, Alessandro Gabriele.
E’ uscito da poco il suo libro “Geografie Fuori Luogo” edito dalla Smasher.

Dalla quarta di copertina del libro:

“Cosa fare a La Paz, a Genova, a Baghdad quando sei perso; un cofanetto di esorcismi per fantasmi d’amore; come resistere a un’invasione che si annuncia via radio e altre storie di viaggio quotidiano. Sedici paesaggi geografici e interiori si snodano in queste pagine…Noi o altro da noi che ci riguarda, la pelle, le parole, i luoghi, gli incontri, ogni cosa si rende necessaria nel grande itinerario terrestre. Geografie è anche una piccola guida di viaggio per cercatori di destino.”

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“C’è il tuo silenzio all’inizio di questa storia, il tuo silenzio e il mio, pieno di parole strette tra i denti, che non mi lasci dire. C’è la tua mano che mi preme sulle labbra e l’altra che mi afferra stretta alla vita, mentre i capelli mi si sciolgono e io per un attimo eterno perdo il filo del tempo, e il sole fa uno scatto improvviso verso l’orizzonte, rendendo pericolosamente rosse le pietre di questa città.”(5 – Ramallah)

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Ciao Alessandro, presentati e parlaci di te.

E’ un po’ imbarazzante. Sono del 62, un Sagittario appassionato di culture e di Jung, scrivo, “giro e vedo (poca) gente”(cit.), appena posso prendo un aereo o una macchina o tutt’e due e me ne vado il più lontano possibile, quanto consentono le finanze del momento. Sto cercando di tirare giù i frutti alternativi della mezza età e mi perdo volentieri nel mondo di dentro, dove ci sono tesori di robe interessanti, comprese molte risposte ai quesiti collettivi del mondo. Avrei amato fare una di quelle professioni canoniche che ti prendono a diciottanni e ti scaricano alla pensione naturalmente, senza deviazioni. Invece il mio curriculum somiglia un po’ alla Salerno-Reggio, la nostra africa stradale, un patchwork di esperienze ai limiti del fallimento produttivo che avrà fatto sorridere o giocare a paper-basket diversi selezionatori, chissà. Gran parte dei miei lavori sono stati impiegatizi, impegni che ho dato in “prestito” per inseguire mete faticose, personali e collettive, che non mi riguardavano esattamente. Fondamentalmente, ho “imparato a scrivere” nei miei anni alla cayenna informatica, tra una riunione di consulenti incravattati e uno di quegli arzigogoli logici della programmazione o della sistemistica che spezzano le cervella, in mezz’ore furiose di travasi animistici, di nascosto a colleghi e capi-ufficio, con l’incombenza del rientro cristologico del pendolare romano, al maledetto capo opposto della città.

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“L’attitudine di farsi scivolare addosso ogni porcheria, la massa delle incombenze che ci ipnotizzano, la crosta di ultracorpo intangibile in cui imbozzoliamo la pena e la seccatura residua, quell’inerzia di schiavo che ci rimane dopo la centrifuga, nel potere assoluto di una faccia globale che governa tutto, una faccia che non si sa bene, se non che è piena di rughe che hanno l’andamento e la distribuzione dei grafici finanziari.”(14 – Roma Termini)

Estraggo dal tuo blog: “Si scrive per ridurre le distanze, per disegnare una prospettiva, tra l’intima lontananza di sé e l’orizzonte fisico che attende i tuoi passi. “ Qual è la tua prospettiva e come nasce il tuo blog?

Idealmente, mi piace rappresentare il percorso della vita come una tensione dinamica perlopiù irrisolta, una specie di lungo trekking che si muove tra l’universo interiore e quello del mondo visibile, sociale, incorporando azioni, sogni, deviazioni, relazioni, scavando il significato con attrezzi inclusivi. Avere una coscienza delle cose che ci riguardano, pubbliche e private, che sono infinite, a volte contraddittorie e spiacevoli, è un po’ il compito di ognuno al mondo, la radice dell’umanità se vogliamo, e anche della salute mentale. La scrittura può essere un mezzo di ricerca e una sintesi fenomenale di questo processo, penso a una scrittura che diventi febbre, metodo, ma anche svelamento e confronto, movimento verso il collettivo. Scrivere di domenica o scrivere per riempire i cassetti o i circuiti mediali degli amici o gli scaffali delle accademie non è un’attività tanto auspicabile, secondo me.
Non so bene da dove venga fuori il mio blog, so che nasce in ritardo, l’anno scorso, dopo che per anni avevo cordialmente detestato il suo formato mediale personalizzato. Per diversi motivi avevo smesso di scrivere, tre anni in cui m’ero avvicinato ai mondi della pubblicazione editoriale ma niente di quello che m’era stato proposto mi soddisfaceva in pieno, è stata un po’ la vecchia storia del gioco e della candela, fino a piantarla lì. Poi qualcosa è maturato, forse anche una piccola ribellione sensata contro il concetto di finalizzazione produttiva, ho affidato al blog il bagaglio dei miei desideri di fuga e ho aspettato che il mezzo mi desse una mano a chiarire e formulare nuovi obiettivi, non solo nel campo della scrittura.
Ho ricominciato naturalmente a scrivere senza pormi obiettivi, focalizzandomi su uno dei miei piaceri preferiti, quello di spostarsi, viaggiare, esplorare ambienti diversi, una cosa limpida e pura su cui sono tornato retrospettivamente, scrivendo le mie esperienze in forma di reportage, all’inizio, per ritrovarmi in breve nell’ambito del racconto di invenzione. E’ un po’ successo che dalla narrazione dei miei ricordi s’è rifatta strada la fiction, fa un po’ ridere ma mi sono in parte “riscritto” e completato, inoltre ho preso vecchi racconti e li ho ri-editati o re-interpretati, tutto questo lavorio è finito nel laboratorio del blog, poi è stato filtrato e messo in posa per Geografie Fuori Luogo, la mia prima antologia di racconti.

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“E cosa ci diremo, ancora, in breve. Cosa sembreremo, in una lettera fuori dal tempo, possibilmente, ritrovata dietro una libreria, una di quelle piccole vergogne che capitano agli amati come noi. Che mentre finivi la doccia l’attesa non passava mai. Allora mi sono alzato dal letto, sono sceso nella hall e ho parlato il mio inglese fascinoso col boy della reception. Gli ho chiesto se per caso servisse una pistola, nel caso a uno venisse voglia di fare due passi fuori. Lui ha riso come Jim Carrey, con una bocca spropositata. Non ha capito che non stavo scherzando.”(8 – Near Manhattan)

Geografie Fuori Luogo, come mai questo titolo? E come hai scelto i racconti che ne sono contenuti?

Il titolo è arrivato prima dell’idea dell’antologia, è stata una di quelle intuizioni da asporto che capitano sotto la doccia, fischiettando, una mattina; mi sembrava elastico, suonava bene, comunque. Poi ci ho meditato un po’, sentirsi fuori posto in qualche momento-luogo è una delle esperienze comuni alla coscienza di tutti, di mio ci metto un’attitudine particolare a sdoppiarmi, ad evadere dall’obbligo dell’esserci pienamente, una geografia e un tema fondante per me, una cosa che m’ha creato diversi problemi in passato, finchè per amore o per forza il demone non s’è un po’ placato e s’è messo a scrivere e ad andarsene in giro per il mondo anche in solitaria, bontà sua. E dunque viaggiando fuori dall’occidente e dai binari del turismo di massa, quanto possibile, si incontrano circostanze e persone e culture per cui appariamo noi quelli dissonanti, fuori norma, ci si raschia sempre un po’, in definitiva; ma anche quando abitiamo luoghi familiari ci sono le incognite, le domande fondamentali, i destini e l’amore che ci sfuggono, cose che occupano luoghi precisi del corpo emotivo che ci contiene, messi per lo più su percorsi di cui ci sfugge una localizzazione compiuta. Ciò che tiene vivi è una dissonanza, in effetti.

“Siamo sempre quel buio cui è destinato un controluce improvviso,
non abbiamo altre bussole al collo.”(7 – Celestun)

La scelta dei racconti è avvenuta sulle coordinate della extra-territorialità geografica o emotiva, posti interessanti o particolarmente densi dove sono passato, compresa la metropolitana di Roma dove l’ambiente ti fa sentire facilmente il Blade Runner degli sfigati. C’è poi un racconto di fantascienza, mia antica passione adolescenziale, sono arrivato a possedere qualche centinaio di Urania, al tempo. In subordine, il criterio è stato selezionare scritture con registri anche un po’ differenti tra loro, ma comunque di un livello che ho ritenuto essere sufficientemente congruo e maturo.

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Ciò che scrivi nel libro, ci mette davanti ad un modo di vivere diverso, quanto di questi luoghi è rimasto in te?

Molto, naturalmente; è anche vero che, da altro punto di vista, luoghi sconosciuti illuminano parti di te al limite del percepibile, e quando questo succede quei luoghi te li prendi e li tieni stretti. Un buon esempio può essere il reportage di viaggio che apre l’antologia, non a caso, l’esperienza del passaggio in un non-luogo perfetto, la Guinea Bissau e le isole Bijagos, che ho raggiunto faticosamente tra le secche organizzative e lo sfacelo sociale di quella che è la quart’ultima economia del mondo. E’ stato un viaggio molto intenso in cui mi son trovato a domandarmi seriamente che senso avesse spezzarsi la schiena e annoiarsi giornate intere su taxi collettivi e camion lentissimi che sembrano non arrivare mai. Ho concluso provvisoriamente che avessi bisogno di mettermi alla prova, di confrontarmi col limite esistenziale, per ordini di motivi che ancora non afferro pienamente. In ogni caso, mediamente, gli africani sopravvivono alla scarsità e all’eterna attesa che passi un veicolo buono con una compostezza e una dignità che sbalordiscono; anche solo questa percezione è qualcosa di buono da portarsi a casa, così come fermarsi mezza giornata a osservare come i meccanici locali intervengono sulle vecchie Peugeot 504 crollate in assenza totale di pezzi di ricambio: veri scultori della giunzione a fuoco, dell’incredibile ferraglia arrugginita da riciclo con cui compiono miracoli. E noi ce la meniamo col marketing dei prodottini mentali del Downshifting.

“Così adesso, come uno sputo in partenza dal labbro schifato del deserto libico. Solleviamo le nostre ossa rosicchiate di visioni, il kif ci ha pascolato zonzo dentro sogni diversi resi lucidi e crudeli dalla fame. Adesso è il momento di dirci: barca stronzo pidocchio presto!”(16 – Nero a Settentrione)

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Fuggiresti in uno di questi luoghi? Se si quale? E a fare cosa?

Oh si, questo è un sogno che mi insegue da che ho memoria, una fisima nata da bambino, suggeritami dalla frequentazione degli eroi di Emilio Salgari e dalle carte geografiche didattiche degli anni 60, quelle con il rilievo delle figure degli animali e dei selvaggi locali, cose che mi facevano sgranare gli occhi a lungo, vere piccole ipnosi precoci. In realtà sono già fuggito in tutti questi luoghi e in molti altri ordinari non-luoghi, molto vicino casa. C’è un appartamento a Roma, al Prenestino, un sesto o settimo piano fatto di intonaci anneriti e scrostati, con un grande balcone assurdo al livello della truce rampa di tangenziale che gli passa sotto il naso, dove andrei a dormire volentieri un paio di notti alla settimana.
Proseguendo, non mi piace nemmeno troppo l’idea di spiantarmi completamente in qualche isola felice, penso concretamente a uno o più luoghi dove mettere piede seriamente, per periodi di tempo che consentano di mischiarsi con la vita e la cultura locale, col biglietto per l’Italia in tasca un paio di volte l’anno. Due sono le regioni terrestri che ho candidato al progetto, Centramerica e India. Credo anche che, pacificato e liberato se stesso, ognuno abbia l’opportunità di scoprire attività di “lavoro” naturali, ecologiche e produttive a completamento del piacere di vivere ed esserci, semplicemente.

Cosa pensi dell’Italia oggi? Del suo futuro?

Non lo so, ritengo che in merito abbia già detto tutto il politico più fine e incisivo che abbiamo avuto negli ultimi cinquant’anni, uno che si chiama Corrado Guzzanti.

“Dovrò trovare il coraggio di smettere di accarezzarla, ora, come se fosse questo l’ultimo dei giorni e io, solo una lontanissima frazione di me che testimonia in silenzio. E andarmene stanotte stessa, forse, prima ancora che le torni tutta intera questa vita sorprendente, un po’ malinconica, che teniamo nascosta negli occhi.”(9 – Jaisalmer)

Ringrazio Alessandro per questo viaggio attraverso il suo libro, attraverso il suo punto di vista.

Libro acquistabile tramite l’autore e/o la casa editrice: http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

Molesini Still Life (Officine d’Autore) – Intervista di Alessandro Gabriele


«Dovevate perciò rendere orribile il vostro bel mondo ordinato,
affinché questo vi guastasse il piacere di vivere troppo fuori di voi.
(C.G.Jung, Il libro Rosso – Liber Secundus, pag.116)

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Non c’è poesia e non c’è prosa, ci sono autori e molto altro, ci sono condizioni di spazio mediale che ne determinano la profondità incidente del segno, c’è una società di umani pressapoco che gira il timone delle cose del mondo, intorno. La dimenticanza e la riduzione a caos colpisce tutti, pochi autori si raccolgono in pacchetti di grida che escono nel reale tangibile, salgono e scendono tra cielo e terra mostrando una possibilità, un percorso, una luminescenza di veglia che sta dietro le parole ben appostata nei modi, nel respiro, nelle ferite che si coltivano come fossero orchidee e come se queste non fossero che da svendere.

*

-Al nostro zoo oggi-
al nostro zoo oggi ghepardo ghepardo dove stai andando.
Torna alla tua zona ghepardo ascià torna là altro cespuglio
di fiori odori dell’erba verde di cattura sopra vivenza
mangia questo carne poi invento un canto che calmi
la tua ricerca di emozioni semplici, velocissimo gattero
che vai più forte delle auto in superstrada affi-peschiera
se uscivi non mangiavi nessuno, vero, stavi lì certo perso
a chiederti cos’è un recinto della pioggia in prima vera

*

Questa luce persistente, da molti punti di vista, rifiuterebbe anche di essere compresa, se l’atto della comprensione si riducesse a un mero recinto di pascolo affermativo/negativo. Certe volte invece non si è proprio nulla, nulla che non sia un saliscendi di esistenze fuori dalle frasi, le parole sono solo chiavi inglesi che riparano gli snodi del tracciato, non c’è alcuna interpretazione possibile, solo flusso.
Pensavo anche a Franco Arminio scrivendo queste frasi, pensavo soprattutto a Silvia Molesini: due autori diversi come una coppia di antitesi, stretto e antico Franco, larga e in perpetua mutazione Silvia, che tuttavia condividono alcuni fondamenti di metodo.
Entrambe scrivono senza vestirsi, sono autori di confine che saltano naturalmente tra poesia e prosa, incisione e volo, intimo e sociale, solitudine e contagio da finestra sociale. A entrambe piace rischiare, Franco e Silvia sono convinti della “necessità” di sporcare la lingua che usano, sostenuti dal basso da un desiderio di sovrapporsi il più puntualmente possibile al percetto primario, così come questo nasce nell’intima lontananza pre-frontale della materia.
Silvia l’ho letta la prima volta intorno al Duemila, albeggiava ancora la Rete, i popoli espressivi li incontravi facilmente raggruppati dentro i pochi snodi collettivi dei forum di scrittura. Aveva già tutto Silvia, lirismo e frana e sequenze uniche di interroganti percussivi, l’enjambement usato come un tamburo ad accompagnare, il neologismo come una tastiera evocativa di molti spiriti, l’istinto animista di inseminarsi verso ogni ganglio vitale riflettente.

*

Pascale Francesca
impietritemi davanti
occhi celestissimi (loro)
un serpente, die serpenti
Francesca no, è bruna castagno,
donna toro.

Pascale si avvicenda e dice
“il tuo finto coraggio”
dice “baby”, dice
“attenta a Boston”
che di Boston si muore, lei sa
quei parcheggi incustoditi :
il culo dei building:
smalìziati
amore.

Perché io sono una Pascaleamore.
Le ciocche quasi bianche
la bambola mia kajal
l’uomo minimo che la fa e
il tempo fra di noi che ha
una gran bella grana b/n matt.

Che la carta di Pascale è mia
fatta pietra devant moi
alanina
blu timina
infinitamente corporea
mia puttana mia puttana puttana mia, mia bimba mia, bambina.

Adesso vedi
Pascale Francesca
impietrite (a me) davanti
glauche cerulee cyan.

Francesca no, è cespuglio, è nera
non fa che cercare motivi
e dice
“vero che tu ci credi che si guarisce?”
e crede, lei, crista, rossa
nei precursori dell’io
fossero garanzia d’amore.

Che io sono un amore di Francesca
ai piedi della croce
ho pianto pianto magenta
e per ogni lacrima cadere
1) un segno consacrato
simbolo
2) un simbolo fatto
cielo
e mia anima mia amina anima mia e bimba mia e sfacelo.

*

Pascale Francesca è una delle liriche più conosciute di Silvia, la si può citare quasi come un manifesto attivo, “programmatico”. Oggi i testi di Molesini sono reperibili in una quantità tale di stazioni web che è persino inutile enumerarle tutte. Daremo qualche accenno mirato verso la fine, ora chiacchieriamo un po’.

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Silvia, il tuo disperderti fin dentro i diverticoli più remoti della rete è un istinto illogico o una caccia mirata?

M: Certamente cerco qualcosa, una sorta di visibilità, luoghi fertili, contatti e confronto. E anche mi muovo senza criterio maggiore, spesso guidata da un demone che non vuole distinguere. Ma l’elemento informante di questa “dissipazione” è, credo, un aderire al meccanismo di rete, pulsionale ed insieme ideologico: mi sento guardata da qualcosa che posso immaginare a mio piacimento e lo sposo pienamente nel suo confermarsi fuori dal potere stabilito dalla stratificazione degli apparati monetizzati.

Una parte di te sembra tendere a un limite di perfezione formale, giocando anche a fermarsi un passo prima magari, un’altra parte versa il contenuto immediato, dionisiaco, preoccupandosi solo che si distribuisca bene sul territorio del comunicabile. Come funzionano in te, ammesso che tu riconosca questa rappresentazione dinamica, questi due vettori?

M: Sì, li riconosco, con i loro antitetici: la rottura dell’involucro e l’organizzazione cognitiva del portato. Due parti che continuamente si confrontano e anche confliggono, per dirla breve tutto il materiale scritto si gioca sulle possibili combinazioni di questi quattro tra loro (è stato possibile pensarmi senza uno stile, sono molte). Ma credo si possa parlare di struttura, vedo un (chiamiamolo) percorso nell’insieme testuale che disegna figure derivate da una specie di ceppo identitario. Quindi questi due vettori e i loro opposti contribuiscono al segno, temo in egual misura.

*

All’uscita dall’incantesimo vanno in fila le cose
che si autodenunciano poco dopo la porta :
c’è il grande poeta illuminato dal Morte,
il fido che lo segue nominando gli enigmi.
Ci sei te, un bugigattolo recalcitrante pare
e la lunga sfera che si è inventata tutti i
sostenendo fosse possibile ellissarsi in muta-
re e poi c’è questo piccolo corto sordo lì
che eleva al quadrato e moltiplica tre, e
la bella donna quieta quand la si mi re
furiosa invece sulle linee atonali e molte
altre creature dall’estatissi-autunnate. Le
principali mettono in causa-affetto amore
disciplina e sguazzamento poi vedono loin
ed è l’improvvisarsi santi unti e honorées
per il caso spicciolo che l’ alti parla al te:
ce n’è una che te la auguro non saper mai
da che parte sputa, il bigio invece contento
che ha due capre da mungere: l’esplodimon-
do dopo la tazzina.

*

Alcuni poeti si credono collegati direttamente a un seno celeste, indiscutibile e indivisibile, vogliamo invece parlare di come nasce l’ispirazione, demitizzandola anche un po’? E’ sotto la doccia, in un’ora di lavoro, nelle more dell’insonnia, in certi languori insanabili che fanno tremare le porte chiuse, dove e come nasce il tuo segno?

M: Mi è capitato di scrivere al bar, riportando le frasi degli avventori e bevendo con loro. La notte è il luogo che preferisco. Sentirmi guardata, come ti accennavo sopra. Travolta da un sentimento violento ma anche asciuttissima, come dovessi redigere un rapporto. Poi completamente avvolta dalla natura, come mi pare spesso accada in genere, o dopo aver letto un testo complesso. Alle volte è una frase semplicissima ma ficcante a dare il via. Ma non centrerei il mio scrivere sull’ispirazione. E’ una specie di discorso/canzone che sto portando avanti da “sempre”, diciamo identitario, a me conformato. Sembra brutto detto così, e il senso della sua inutilità mi è, soprattutto ultimamente, piuttosto presente. Ma tant’è, e diventa materiale di lavoro.

La poesia si può editare? Solo l’autore o altri, e come può farlo? Quali sono secondo te le linee “critiche” principali, se ritieni che ci siano, secondo cui si possa valutare con un minimo di oggettività un testo poetico?

M: Penso di sì, come qualunque testo. Resta che con la poesia (in tutte le sue forme) si vanno a toccare elementi esiziali, nucleari, fragili se intaccati. La stessa operazione di sintesi implicita in quel tipo di scrittura è già un lavoro pieno di presupposti che, anche se errati (per quello che voglia dire), rendono un unico difficilmente rettificabile. Il bel testo di Dante Isella, L’idillio di Meulan, riporta una sorta di editing fatto da Gadda a Montale e le riflessioni di Contini sull’analisi delle varianti che permetterebbe comunque di individuare il nucleo duro autoriale.

Da un altro lato, si diventa autori anche perchè si cede a una pulsione “narrativa”, che in alcuni nasce dalla persistenza ossessiva del dialogo rappresentativo interno; quando questo coro trova una forma di quadratura espressiva, ci si scopre talvolta autori semplicemente mettendo giù nel tempo ciò che stando dentro era classificabile solo come sintomo. Il problema può diventare troppa “ispirazione” da gestire. Che rapporto hai coi tuoi stati creativi e con la patologia quotidiana delle storie personali che interseca tutti?

M: Non mi pongo il problema dell’eccessiva ispirazione, come accennavo più su. I testi contribuiscono alla realizzazione di un disegno, anche i meno buoni. Nella nostra corrispondenza iniziale ti dicevo quanto mi fosse difficile scegliere: indubbiamente il problema pratico/organizzativo esiste, si fa sentire anche in termini di fruibilità. Come ogni patologia, volessimo inquadrarlo così, grande beneficio trae dall’incontro con l’altro, chi ci sceglie.

Strutturalmente, il tuo Significante è molto attivo, sale e scende tra i livelli batesoniani spiazzando e comunicando una consapevole vertigine. E’ anche un po’ una deformazione professionale, questa, o è tratto tuo istintivo?

M: La professione di medico psichiatra e la poesia si sono mosse assieme. Non so bene, sicuramente non ho rapporti facili con nessuno di questi due mestieri. C’è una formazione lunga che solo in parte ha dato risposte a domande primarie che mi parrebbe riduttivo ricondurre ad istinti. Continua.

Il tuo Significato si esprime scavando con necessità negli orti del neologismo, ne fa quasi una missione, talvolta ospiti sequenze che sembrano davvero i costituenti di una neolingua. Ti è stata fatta anche qualche “dotta” obiezione, talvolta, così par di capire da un’intervista che ho trovato in rete. Vuoi riassumerci come la vedi e la senti tu, al riguardo?

M: Penso alla lingua come ad un attrezzo. Il suo uso deve servire la costruzione della cosa che ho in mente. Ovviamente a mia volta sono (la cosa che ho in mente è) serva della lingua e non posso uscire dal codice, non esisterebbe né significato né significante senza quest’interazione. Faccio quello che posso.

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Ciò che scrivi ha un tratto selvaggio, quasi logo-patico, se mi permetti l’esagerazione, eppure scorre su binari narrativi, certe volte s’incontrano vere stazioni di prosa in ciò che esprimi, il tuo progetto Castello lo testimonia ampiamente. Ti pare sana e/o necessaria la vecchia distinzione fondante tra prosa e poesia, dopotutto, considerando anche che tutti siamo ormai collegati a flussi omogeneizzanti di presenze, fisiche e mentali, che ci avvincono dai nuovi giocattoli mediali?

M: Ogni distinzione ha senso, è utile, ha valore informativo. Quando studiavamo le cellule si davano nomi ad aggregati conformati solo in virtù della capacità discriminativa del microscopio ottico, apparentemente inutili in seguito all’avvento dell’elettronico. Ma quelle forme c’erano, davano notizia dell’esistenza di quella particola in “quel” modo e in quel modo dimensionate parlavano. Altre narrazioni/forme possibili cambiano i nomi alle cose, nel tentativo invincibile di rappresentarle per quello che sono, ma non è detto che a una visione più precisa corrisponda l’intero.

Credo che come comunicatori di rete, condividiamo ormai più di un quindicennio di esperienze nei quartieri espressivi del cyberspazio. Ricordo quel bellissimo saggio di Pierre Levy, Il Virtuale, in cui si concludeva che la nuova esperienza nascente avesse la solita benedizione del demone bifronte: un’incredibile opportunità per l’uomo, se si fosse riusciti a intenderla e sopportarla come una tensione aperta non circoscrivibile, oppure un’occasione sprecata, con la deriva di una riduzione ai confini dell’Ego e generazione di ombre. Chi secondo te sta vincendo la battaglia per il controllo della rete-web, la luce o l’ombra? I poteri forti o la nobiltà di un collettivo sociale non-schierato?

M: Mi fai pensare a: Rifrazioni scomposte su corpo 12, la narrazione che abbiamo condiviso, pensata da Guido Conforti, testi seriali e interagenti tra loro nella tessitura di una rete di ragno. C’erano zone di separazione invalicabile e le sinapsi, che invece permettevano il contatto. Le personalizzazioni creavano l’estensione della rete ed il contatto faceva sì che si potesse catturare la mosca. Credo si debba stare nel compromesso, la rete ha comunque in sé gli elementi per poter gestire grandi autonomie.

Le Rifrazioni 12 sono state un grande esempio di riflessione attiva sull’esperienza della contaminazione espressiva in rete. Avremmo dovuto, secondo te, fare un passo consapevole in più per rendere “leggibile” il mutamento sinaptico dell’organismo che abbiamo scritto, o era sufficiente così?

M: L’esperienza del “romanzo a rete” concepita da Guido è stata uno dei risultati più fertili della nostra pur esistente aggregazione nella rete informatica, a mio avviso. Così come altri percorsi paralleli come le riscritture seriali collettive, il riportare davanti agli occhi di tutti testi introvabili o difficili, la costruzione di blog di ampi respiro e intelligenza. “Rifrazioni” poteva essere reso più leggibile? Forse sì, io penso, aumentando il numero e la varietà delle sinapsi. O accorpando i singoli percorsi in capitoli ampi non direttamente integrati, come fa Bolaño, certo così mettendo in discussione l’intera architettura del progetto. Ma la vera leggibilità a questo tipo di esperienze la dà il farle entrare in un meccanismo diffusivo, cosa che non abbiamo fatto.

Che consigli ti sentiresti di dare a chi sta cominciando a scrivere e intende andare avanti oggi, lo dissuaderesti gentilmente? Quale strada complicata gli prospetti?

M: Ah, non consiglierei niente. La scrittura, come ogni cosa venga utilizzata per stare-nel-mondo, è un oggetto mutaforme.

Poco sopra, abbiamo sfiorato il concetto di “patologia”. Salutiamoci con un tributo ad alcuni padri o spiriti dispersi, secondo prospettiva. Avevano visto bene Jung, nello sdoganare un po’ la funzione patologica, e Hillman, nel rovesciare il tavolo dei presupposti clinici, oppure sono verità che all’Ego vanno somministrate in dosi minime?

M: La visione psicoanalitica ha nella sua stessa struttura gli elementi di questo supposto ribaltamento. Non credo Freud abbia del resto mai utilizzato questo termine, se non in quella magnifica chicca che è “Psicopatologia della vita quotidiana”, in cui parla di noi tutti nei nostri comunicativi inciampi. Jung allarga il campo di intervento con coraggio ma tutto procedeva comunque verso una dimensione di integrazione, anche progressiva, del mal-rimosso in quanto parte del Sé. Lo stesso concetto di crisi epigenetica, in tutte le sue declinazioni, come quello fondante del “transfert positivo irreprensibile”, veicolano grande attenzione e rispetto per la cosiddetta parte malata, che è funzione e accesso e barriera. Last but not least Jung bisogna leggerlo tutto, come stai facendo anche tu, perché roba così (e coltissima) non l’ha scritta nessuno.

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L’autunno metodico posa accanto nebbie. A te, nel tuo poco segreto denso, appare come un mal di stomaco, potente, una morsa che stringe fino a tirarti su la bile.
Per questo Gravida sei amara. E cattiva, urli a gran fiato le quattro porcate che conosci, sbatti le porte scendi dall’auto-in-corsa trattieni il bicchiere. Ti rifiuti il pensiero, nella sua riflessione, lo spazio di mediazione e ogni altro filtro.
Per l’autunno Gravida sei grigia, invece, grigia del lago gocciolante che ti invade, attornia il nodo dello sterno, sfonda (per “fa da sfondo”) e illustra (per “mette in evidenza”) il tocco aritmico della punta che ha pestato il cuore (ci me ponse? dice il cuore). Non ti coricherai più con lui, brodo vapore, per scoraggiare reflussi e doglie. All’autunno che uccide il sole e gialla e rossa le foglie ai cedui ( per rianimare crisantemi ) dici:
– cosa fai di febbre e inedia, vecchio demonio, perché mi prendi l’anima, tu che nessuno la vuole, tu che moltiplica rimandi, tu che non aspetta niente, lei che sei accecante, lei che ti trascini dal bacino, lei che urgi come un cuscinetto scorticato
cosa vuoi di me allora, è evidente che un’anima non potrebbe interessare, questa cosina ridicola che non fa assolutamente nessuna cosa, l’ombrina dell’ombra di un cane, il picciolo del caco e la mai luminosa pietruzza blu.
Una miseria da far sbadigliare uno psicanalista.-
Ma lui, lui, sembra avere altra intenzione, un’idea diversa di cosa possa essere. E ti affascina e calma questo rimanere, suo, sparso, decaduto, impotente. Nelle frange della condensa, lungo le melme, sulle foglie del fico che macerano in pozzette: ecco un ricordo.
Qualcuno ti insegna a mettere a letto le bambole. Le copre bene bene, che non prendano freddo, e sta con loro finché non si addormentano. Il rumore della lavatrice è una ninna nanna sottile, tu osservi questa piccola situazione sospesa che ti diventa pensiero, possibilità di quiete e cura.
Lui HA un’intenzione diversa. Produce altri suoni dove si incontrano lepri, fagianelle e storlini. Lascia indisturbate le anatre e non raccoglie i funghi. Dimentica, sbiadito, i cattivi rapporti con gli altri, o li ricorda appena e poi non pensa a te, che non c’entri. Per te ha costruito una crocchia, si chiama “altrove”. E una barchetta, si chiama “storia” e ti ci ha vista salire, grassa d’ira e d’accidia col tuo groppo malato, e ti porta sul Sarca docile giù giù fino al Mincio, così, per sbaglio innamorato.

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Molesini compone i suoi testi anche direttamente negli Status della finestra sociale, in interazione istantanea con la musica e con ogni oggetto del collettivo umano che popola la Rete e presso cui ama disperdersi.
Silvia è una scrittrice preziosa, ha raccolto il meglio di una prospettiva beat-dinamica, impegnata, reading-like, che era tipica di autori degli anni Sessanta e Settanta e si applica con convinzione a esprimersi nel reale di oggi utilizzandone ogni nuova modalità mediale che sorga, in questo ponendosi sulla cima di un’onda psicologica, artistica e comunicativa che scavalca i tempi e ogni gadget “post-” si voglia apporre all’esperienza dell’uomo nel domani interrogativo che si fa strada.
Rimane poco altro da dire che non sia un grazie sentito all’autrice, per la disponibilità a spendersi fuori dal ruolo, per la poesia, per le cose dette e per come sono state dette, per l’ombra di ulteriori domande implicitamente seminate.

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Quando si ferma, Silvia la trovate qui:

nascitaemorte.altervista.org
myspace.com/molesini
youtube.com/user/molesini
soundcloud.com/molesini

Se volete osservarla in missione mentre crea, collegatevi a Facebook (una volta tanto, con un buon motivo).

(Silvia Molesini (Bussolengo 1966) ha pubblicato le raccolte Nuova noia (Ibiskos ed. 1987), L’indivia (Campanotto ed. 2001), Il corpo recitato (I figli belli ed. 2004), Lezioni di vuoto (Liberodiscrivere ed. 2006), Cahier de doléances (Samiszdat 2009), 13 algebriche mistiche (voici la bombe 2010). È presente in diverse antologie, su riviste letterarie e siti web (Le voci della luna, Filling Station, L’ortica, Critère, Niederngasse, Progetto Babele- Il foglio letterario- Historica, Absolute Poetry, Lettere Grosse, La dimora del tempo sospeso, Podcast di Poecast, La poesia e lo spirito, Private, Tellusfolio). E’ stata segnalata nel 2008 con Esanimando al Premio Montano e al premio Mazzacurati/Russo con Cahier corpo piccolo. E’ redattrice della rivista indipendente di poesia e teatro Niederngasse e di Vdbd. E’ coinvolta nel progetto di diffusione poetica orale Letteratura Necessaria curato da Enzo Campi. In rete sta lavorando a CASTELLO.)

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Castello è una sfiziosa ciliegina sulla torta di Silvia, una narrazione poetica tesa, difficile, emozionante, che a partire da se stessa tenta l’affresco di una psiche collettiva epocale.

http://silviamolesini.wordpress.com

articolo di Alessandro Gabriele – http://aereoplanini.wordpress.com/