British Art Show 8 – Lo sconfinamento delle Percezioni (Edimburgo /13 Febbraio – 8 Maggio) di Nausica Hanz


Diciamolo chiaramente, senza timori, al giorno d’oggi entrare in un museo e vedere solo quadri è una routine a noi troppo famigliare, a cui siamo fortemente abituati. In quella passeggiata tra le opere esposte non ci aspettiamo nulla: camminiamo tranquilli, perché le nostre esperienze al museo non hanno mai riservato sorprese. In un museo non siamo mai stati vittima di un agguato.
Certo, nessuno mette in dubbio il potere catartico e allucinatorio che possiedono i quadri di alcuni artisti (penso ad esempio a Van Gogh, Bosch o a Escher, etc etc…) che ti permettono di entrare in un altro mondo solo attraverso il mezzo della vista, ma cercare negli artisti contemporanei viventi un livello altrettanto alto di energia manifestato soltanto (e sottolineo soltanto) attraverso la pittura è alquanto ingenuo … anche se sarebbe molto bello!
Oggi noi spettatori abbiamo bisogno di qualcosa di più. Abbiamo bisogno di toccare le opere, di sentirle, di fonderci con esse, di esserne invasi a 360°. In questa era super tecnologica in cui quasi ognuno di noi è stimolato più dal mondo digitale e virtuale che da quello reale, un’opera d’arte statica e silenziosa, per quanto seducente, non potrà mai competere con i mille stimoli che la tecnologia ci infonde ogni giorno, anzi ogni minuto. Ecco dunque che la maggior parte degli artisti ha sostituito la tavolozza e il pennello con dispositivi audio-video di ultima generazione,apparecchiature meccaniche e ultra sensoriali e creato ad doc ambienti immersivi in cui l’osservatore vive/prova fisicamente ciò che è esposto.

1(Sequencer/Benedict Drew)

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Intervista a Livia Ferracchiati – Una giovane promessa della regia italiana di Nausica Hanz


Livia Ferracchiati

Livia Ferracchiati

Mi ricordo ancora il giorno che ho conosciuto Livia, ci trovavamo a Bologna, all’Università e aspettavamo che il prof arrivasse a lezione. Faceva freddo e io, che se ho qualcuno seduto di fianco, non riesco proprio a stare zitta, mi misi a farle domande, a chiederle cosa l’attirava del teatro e cosa voleva fare in futuro. Parlammo e senza esitazione Livia rispose che voleva fare la regista, creare e inventare scene, poi mi parlò dei suoi miti e di come avrebbe voluto fare le cose…
…dopo qualche anno in un articolo di teatro ho trovato il suo nome associato alla parola regista e lì ho capito che il suo sogno si era realizzato.
Ora non siamo più all’università, non siamo più sedute una di fianco all’altra, ma la curiosità e le parole non hanno confini e quindi ciao Livia e ben ritrovata.

1. Per iniziare parlaci un po’ di te, del tuo background e dei tuoi interessi.
Sono diplomata in regia teatrale presso la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano e mi sono laureata in drammaturgia all’università “La Sapienza” di Roma, nella facoltà di Lettere.

2. Perché hai deciso di fare la regista?
Intendi: di questi tempi? “Già non c’è lavoro, anche questo? E non sei nemmeno di famiglia agiata!”
Scherzi a parte, posso rispondere articolando una risposta complessa, oppure posso dire la verità: perché mi diverte farlo, provo piacere, mi preserva dalla noia e dalla routine.
Ho dichiarato di voler fare questo mestiere a 12 anni, era il mio modo di giocare. Mi ricordo che ho tentato di mettere in piedi uno spettacolo a quell’età, ma l’esperimento fallì perché i genitori dei miei amici non portavano i figli alle prove.
Il passo avanti rispetto ad allora è che adesso gli attori si presentano alle prove autonomamente.
Fare la regia di uno spettacolo ti permette di creare spazi, atmosfere, situazioni, di esplorare le dinamiche tra i personaggi, in sostanza ti permette di indagare, attraverso segmenti di finzione, i meccanismi della vita.

3. Raccontaci dei tuoi lavori. Di che cosa parlano, che tematiche trattano, chi sono i suoi protagonisti.
Ogni volta sono lavori diversi, anche dal punto di vista dei linguaggi usati. Questo perché parto dalla volontà di trattare un tema, non da un’idea di spettacolo precisa o da un testo. Ad esempio, da un punto di vista puramente registico, è accattivante prendere un classico e interpretarlo attraverso la propria chiave personale e, quando mi capiterà, mi cimenterò volentieri in un esperimento del genere, ma, tendenzialmente, non è quello il teatro che voglio fare. Per me si parte da un tema che, per qualche ragione, vale la pena di trattare, lo si studia, si fa ricerca, si leggono libri, saggi, si vedono film, si fanno interviste a persone reali che sono coinvolte nell’argomento e poi, capendo quanto materiale c’è, si capisce se questo dà vita ad uno spettacolo, a due , a tre, forse a quattro. Non è importante se la formula è commerciale o meno, se è più vendibile un prodotto a due attori e di un’ora, piuttosto che uno a sette attori di tre ore. Credo si debba fare quel che serve al “racconto”.
Le tematiche possono quindi variare, ma ho notato che mi coinvolgono spesso quelle che sono oggetto di mistificazioni o poco conosciute: un esempio è il tema dell’identità di genere, sto da lavorando da tre anni ad una “Trilogia sulla transessualità”. Il primo capitolo, “Peter Pan guarda sotto le gonne”, dopo l’anteprima al Ternifestival, debutterà in forma completa a Milano a Campo Teatrale il 26 gennaio prossimo.

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