Il problema di scrivere poesie – di Massimo Santamicone


*Poesia nella quale il poeta acquista una carabina Beretta e poi va a terminare il lavoro

Il problema di scrivere poesie
è che devi essere lì quando passano

non è come nella caccia alla beccaccia,
che puoi andare in giro, magari rubi la frutta ai contadini, prima o poi scovi una beccaccia e, con comodo, la massacri,
no
devi fare il capanno
come nella caccia al colombaccio

le poesie sono specie migratorie
in Africa dev’esserci un lago in cui si ritrovano le poesie,
gli gnu le aspettano tutto l’anno
poi verso maggio le poesie arrivano
stanche, ma tranquille
si posano sulle rive e depongono le uova
gli gnu le guardano e muoiono nel lago,
per lo stupore, l’emozione,
la scientifica dice addirittura si tratti di suicidi di massa, rituali
gli gnu sono animali
intelligenti
muoiono contenti, soddisfatti

il lago delle poesie, ora che è giugno, dev’essere bellissimo
pieno di cadaveri
di gnu.

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Dialogo di saggia troia e ladro di giovinezze – di Massimo Santamicone


Poesia nella quale il poeta continua sul filone dell’insulto alle vecchie, rischiando di finire agli arresti per mano del naturale inganno

Oggi camminavo per le strade fischiettando
quando una signora vecchia e gialla mi ha detto
tu non puoi mica fischiare di allegrezza, bello
tu hai rubato la mia propria giovinezza.

Io ho smesso di fischiettare la canzone dei quin ché tanto non mi piace
me l’aveva passata l’acquaiolo passando mentre faceva il suo lavoro.
E io le ho detto calmo, ma perché?
E lei m’ha detto perché io una volta bella ero
e fregna assai
e ora mucchietto di robe rugose e ossipollo
ti pare giusto?

Sì, ho fatto io, perché le vecchie
nel merdo, è noto, vanno a sfarsi
ma io non rubai giovinezze, né stupide ilusiòn
la mia l’avevo giàe, testimone l’acquaiolo,
piuttosto ho visto fuggire poc’anzi un gazzoladro
biondo, svelto, transumanzo,
con una dolescenza sotto braccio
che sia stato lui, piuttosto?

E lei, faccia contrita, di giovenca all’alba che ha sgravato,
giovane  e muscolosso, quello làe?
non è, ti sbagli uomo, le giovinezze a rubarle
mica giovani si torna, né contenti
si fischietta solo, belli, come se.

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Io sono una poesia di Massimo Santamicone


*Poesia nella quale il poeta usa una specie di cavallo di troia   di sua invenzione per assaltare cervelletti

Chi sei io non lo so
io sono una poesia

già

e se mi segui da sinistra a destra
come una vecchia che dal balcone guarda il traffico delle otto e ci scorge il nipote che va a scuola collo zaino sproporzionato
io nemmeno mi giro, io il nipote

perché io sono una poesia

solo quando hai finito
e allora raccogli gli occhi e te li ricacci nella testa
allora io, che sono una poesia e mi attacco agli occhi come le zecche ai cani
a tradimento
ti scarabocchio velocissimo dentro la testa

e tu muori.

 

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Chi morde e chi ingoia di Massimo Santamicone


Poesia nella quale il poeta distribuisce i compiti alle cose cannibali e a quelle mangiate

Gli occhi dovrebbero guardare altri occhi
soltanto

i calci scalciare altri calci
i pugili dar pugni sui pugni, alle nocche,
le bocche mangiare le bocche
così, come è giusto
coi denti
si masticherebbero denti, e lingue leccherebbero lingue

ogni trasgressione sarebbe severamente punita
metteremmo su un comitato di saggi
i probiviri, potremmo chiamarli
e punirebbero ogni abuso, ogni vergognosa contaminazione
bocche che mangiano pane, labbra che baciano mani, mani che prendono occhi
occhi che, di nascosto, scrutano labbra che baciano occhi
e i trasgressori, li metteremmo in galera a scontare la pena
e in questo sarebbero pena essi stessi, altrimenti sarebbe sbagliato

di fuori un ordine rigorosissimo
sarebbe bellissimo
ciascuno sapendo le cose da fare
leccare le lingue, abbracciare gli abbracci, picchiare fortissimo manganelli e bastoni
sparare pistole, sputare agli sputi che sputano sangue,
e sangue alle bocche che mangiano cuori
e polmoni che pòlmano polmi sbuffando sudore
di aria, ossigeno e fiati di rose
che pungono rose
morte d’amore per cose incredibili, fatti di sangue, di lotta, di pianti
pianto che bagna non occhi, ma pianti

e gli occhi saprebbero, ma non farebbero nulla
fisserebbero occhi, impotenti, per ore
e di sotto la bocca mangerebbe la bocca
masticando le labbra, i denti
e la carne scoperta che brucia la carne
masticando la bocca, se stessa, quell’altra,
mischiando la lingua tra i denti,
senza distinguere chi morde e chi ingoia
una roba di incastri e di bocche ferite
di sangue che cola sul sangue che impasta

di baci che, con le bocche distrutte
continuerebbero a fare solo il loro dovere.

Massimo Santamicone : http://www.decubito.org/