Narcyssus, Look Back In Anger – Monica Visintin (Maintenant)


1

 

Iniziamo. Fu così che Tiresia si trovò coinvolto nella vicenda di un altro mitico mammone: Narciso, figlio di Liriope e del solito dio che, approfittando del fatto di essere un fiume, era scappato dopo la fugace liason con la bella ninfetta. I fiumi che fuggono c’entrano in tutte le storie di amanti falliti: se non mi credete, andate a rileggervi la storia di Apollo e Dafne.

Ad ogni modo, come molte mamme mollate dal padre, Liriope riversò tutte le sue attenzioni sul figlio unico maschio. Ed ecco che entra in gioco Tiresia che alla domanda se il piccolo Narciso sarebbe pervenuto ad una serena senectute, rispose che sì, a patto che non volesse conoscere se stesso.

Continua a leggere

Annunci

Vita di Tiresia, indovino birichino – Monica Visintin (Maintenant)


tiresia

C’era una volta uno di quei tipi che nella vita speriamo di non incontrare, e che in effetti pochi di noi hanno la (s)fortuna di voler conoscere. Si chiamava Tiresia, ed era un vero drago nello scatenare dei casini infernali. Questa storia gli viene dedicata per riscattarlo dall’oblio cui venne relegato per lasciar spazio sulla scena ad Eroi Tragici più sfortunati, e per invitare anche i non eroici a frequentare di più gente come lui.

Da piccolo stava antipatico a tutti: era un secchione attaccato alla sottane della mamma, una di quelle che pretendeva che il suo marmocchio sapesse non solo lo scibile umano, ma anche quello che non era ancora avvenuto. Per questo ed altri motivi mamma Cariclo inoltrava frequenti interpellanze agli dei, nonostante la predisposizione di Tiresia ai capricci fosse incontenibile.

Continua a leggere

La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

Continua a leggere

Disobbedire agli incauti acquisti (Pier Marrone) – Maintenant


pier

Disobbedire significa trasgredire a un’obbligazione imposta da un’autorità, sia questa quella della legge, oppure, ancora, di un imperativo morale o di un precetto religioso o di quello che passa come il conformismo del senso comune. Degli altri casi non mi occuperò, mentre vorrei invece interessarmi dell’ultimo e di alcune sue trappole.

Per noi questo dovrebbe essere un caso particolarmente interessante, poiché, a meno che tu non viva in uno stato dove le libertà politiche e civile siano completamente assenti e la gente venga fatta sparire nei campi di concentramento, credo che la possibilità di disobbedire sia tra i principali obblighi che qualsiasi mente critica dovrebbe coltivare.

Messa giù così, la cosa rischia di essere troppo aulica e alta e puzza di tromboneggiamento moralistico, che poi è la cosa di cui vorrei, in realtà, occuparmi. È anche un’affermazione imprecisa a dire il vero, perché presuppone che ognuno di noi possa essere una mente, sempre quella, costante nel tempo e nella sua capacità di ricostruire la sua biografia. Non è così naturalmente. L’unità della nostra personalità (la nostra identità personale, come si dice) è una finzione, ossia una costruzione, che parte dalla memoria e senza la memoria crolla.

Con una metafora fortunata, David Hume descriveva il nostro io come il protagonista di una rappresentazione teatrale, il raccoglitore disordinato delle sensazioni che ci abitano (bundle of perceptions, la bella espressione che usa). Nulla di sostanziale oltre a questo, non certamente un io e una personalità che permangono dietro questo fascio, a dirigere questo wild bunch.

Tutto questo per dire che non esiste una mente critica, perché ognuno di noi, anche il filosofo più scafato, disincantato, cinico, ha numerosi momenti in cui il suo senso critico latita, le sue capacità di distinguere sonnecchiano nel dormiveglia, nel quale domina l’opinione prevalente e il conformismo che si indossa come l’abito comodo, al quale siamo affezionati.

Tutto questo potrebbe suonare come una excusatio non petita, ed infatti lo è, perché voglio farvi partecipe di due mie momenti di incapacità di disobbedire.

Il primo mi è capitato qualche anno fa. Stavo facendo le pulizie a casa, ascoltando la radio. Intervistavano Umberto Galimberti sull’amore (solo perché ci aveva scritto un libro, non perché passi, per quel che ne ho sentito, come un grande amatore). Ho letto qualcosa di Galimberti quando ero più giovane ed inesperto. Mi sembrava, allora, noiosissimo, sia per la prosopopea moralistica sia per come costruisce i suoi libri: collezioni enormi di citazioni di testi altrui e spesso di testi propri, con un uso disinvolto delle fonti, per il quale subì un affettuoso buffetto dalla sua università, che aveva aperto un’indagine, a pochi mesi dalla pensione e senza nessuna conseguenza. Se non un copione, un pigro che fatica a usare il proprio cervello (è per questo, temo, che continua a imperversare sui giornali, nonostante le accuse che gli sono piovute addosso).

Bene: tutte cose che sapevo, eppure l’intervista di Galimberti mi catturò. L’argomento del suo nuovo libro era l’amore (Le cose dell’amore, il titolo) e Galimberti svolse il suo discorso sulla seduzione e l’irresponsabilità che ci cattura quando siamo, disgraziatamente, innamorati e posseduti, quindi, da una forza che ci fa fare quanto normalmente non faremmo, mostrando perciò che l’io è una parola e una maschera, proprio come diceva Hume.

Galimberti è spesso tutt’altro che sciocco (anche se è stato sciocco a pensare che nessuno si accorgesse del suo uso disinvolto delle fonti, a riprova del fatto che è sempre meglio coltivare la credenza che i nostri interlocutori siano più intelligenti di noi, se non altro per non mettersi automaticamente in una posizione di debolezza) e sicuramente non lo fu in quella circostanza. La mia reazione, che pure sapevo di Galimberti e della disistima che lo circonda in ambienti non marginali del mondo intellettuale, fu quella di pensare che avevo trovato uno che sull’amore la pensava come me: una forza proteiforme che fa sì che l’amore possa essere qualsiasi cosa, al punto che si può amare odiando.

Forte di questa conferma, solamente immaginata, alle mie elucubrazioni mi recai fiducioso a comprare il volume per scoprire, naturalmente, che si trattava sempre e comunque del solito Galimberti, pieno di citazioni risultanti in un centone raffazzonato nel quale tromboneggiare con il paravento di nomi illustri, senza l’ombra di una elaborazione personale.

Avrei fatto meglio a disobbedire al mio stesso io che mi suggeriva di aderire al conformismo della seduzione verbale di Galimberti, del quale ridicolizzavo spesso la fotografia che campeggiava nella rubrica che tiene sul settimanale D, il magazine femminile de La Repubblica. Il viso barbuto sorretto da due manone a deformare le guance in un atteggiamento pensoso. Non so se questa foto ci sia ancora, ma è bella anche quella che campeggia in alto a sinistra del suo sito ufficiale. La mano sinistra sorregge il volto appesantito da profondi pensieri, da troppi pensieri, di solito non suoi, che la sua alluvionale bibliografia minaccia di elargirci in altri libri. Anni fa, la sua casa editrice (Feltrinelli) aveva addirittura varato una collana dedicata alle sue opere. Non so che fine abbia fatto ,dopo le accuse di plagio che gli sono state ripetutamente rivolte e dalle quali si è maldestramente difeso.

Insomma, il caso Galimberti mi insegnava, che disobbedire significa il più delle volte, almeno per noi che viviamo in paesi dove le libertà sono giuridicamente assicurate, disobbedire a se stessi, e non fidarsi di se stessi contenendo il nostro narcisismo, soprattutto quando viene esaltato da qualcuno che abilmente dice le cose che noi vogliamo sentirci dire. Con l’acquisto incauto del libro di Galimberti deve essere accaduto a me quello che è accaduto anche a tante (troppe) altre persone, alle quali Galimberti è stato capace di parlare in termini talmente vaghi da far sì che ognuna di loro leggesse nelle sue parole quello che a lei piaceva.

L’altro episodio di mancata disobbedienza è ancora più significativo, secondo me, perché incorpora una beffarda nemesi. Navigavo sul sito della casa editrice Adelphi per vedere le novità. Mi imbatto in un libro di Goffredo Parise, scrittore che non conosco affatto, ma il titolo mi fa lo stesso effetto che mi aveva fatto sentire l’intervista di Galimberti. Difficile resistere a un titolo come Dobbiamo disobbedire, che coltiva in maniera così evidente il nostro narcisismo, che ci fa credere unici, irripetibili perché capaci di dire la nostra, andare controcorrente, pensare oltre la massa, disobbedendo alle opinioni ricevute. Ci vuole del coraggio per acquistare un libro che incita alla disobbedienza ed io questo coraggio ce l’ho!

Infatti, non ho resistito e mi sono ritrovato vittima del marketing. Quello che ho tra le mani (anzi: sul mio ereader; almeno mi sono risparmiato la fatica di fare la strada per andare in libreria) è un insieme di sconcertanti idiozie passatiste, che lo scrittore compose tra il 1974 e il 1975 per il Corriere della Sera, che si confermava Corriere della Sciura ben prima che Dagospia coniasse questa calzante declinazione del suo stile.

Alcuni di questi pezzi sono esempi di comicità involontaria, come l’irraggiungibile articolo Il rimedio è la povertà (il mio preferito), nel quale sembra di leggere tante delle banalità contemporanee sulla decrescita, oltre che le insopportabili litanie anti-moderne di Pasolini.

Tutte cose insopportabili, non tanto perché sbagliate, quanto perché fatte da chi ha il culo pieno. È un atteggiamento che Nieztsche ridicolizzava quando scriveva (non ricordo più dove, ma spero di non essere accusato di uso disinvolto delle fonti) “sempre i semidei sono vissuti prima. Sempre l’epoca presente è quella degenerata che sospira al cadere delle foglie”.

Dopo aver tuonato che “Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile.” (ma perché specie in provincia? Perché gli rovinava l’estetica bucolica la vista di masse di bifolchi morti di fame?), Parise ci informa che “Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è ‘comunismo’, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua.”

Insomma: la povertà è bella soprattutto se è godimento dei beni minimi. Penso si possa tranquillamente dire che qui è il cretino che parla, immerso nella sua debolezza intellettuale e incapace di vedere che non c’è nessuna grandezza nella povertà, nessuna bellezza nelle case che cadono a pezzi, nessuna riscossa sociale nell’essere costretti a comprare il cibo in superofferta perché sta per scadere, nessuna dignità nella camicia con il collo liso, bensì solo tristezza e minorità. E poi, ognuno di noi capisce che ‘beni minimi’ non significa nulla.

Nella sua miopia Parise non riuscì a vedere oltre la sua mente e ad immaginare che il minimo sarebbe potuto diventare il minimal e uno stile costoso, perché viveva nell’epoca dei beni materiali, dove la ricchezza si misurava nel possesso, mentre ora si misura sempre di più nell’accesso a servizi. Era, insomma, preda della falsa credenza che il capitalismo (sì, proprio il capitalismo, proprio quello che gli permetteva di scrivere sul Corriere della Sciura) sia materialismo, anziché il più potente movimento spirituale si sia mai presentato sulla scena della storia umana (spirituale perché capace di ridurre tutto a merce, creando dei bisogni, che sono prodotti dello spirito, per ciò che prima non esisteva). Parise avrebbe voluto esistere e scrivere nella Vita dell’Italia dei più (titolo di un altro insopportabile pezzo), ma dal momento che i più affollano ristoranti, vogliono andare in vacanza d’estate, e altre cose tenacemente volgari, i suoi lamenti rimangono, ancora oggi, insopportabilmente snob. Oggi me lo vedrei facilmente lamentarsi che tutti hanno una connessione e che i prezzi dei servizi telefonici sono crollati e sollevare le sue lamentele su come è volgare tutta quella gente che telefona in strada, anziché sfondarsi le tasche di gettoni telefonici alla ricerca di una cabina libera, magari per chiamare il pronto soccorso perché ha un micidiale attacco d’asma.

Poi però scopro Parise è stato uno che si è appassionato ai viaggi, che girava il mondo, che ha scritto dei reportage (raccolti in un altro volume, che non leggerò). E allora? Viaggiare andava bene solo se lo faceva lui e i suoi compagni di merenda, ma se lo fa il povero cristo con la morosa per andare in un resort sul Mar Rosso oppure per visitare uno sconosciuto fiordo in Norvegia oppure per andare a vedere una mostra a Parigi, approfittando di un’offerta low cost (come feci io anni fa, trascinando una morosa riluttante a vedere una mostra di Francis Bacon, vero pessimista senza redenzione) allora è una cosa di massa, contaminata da perversioni consumistiche e dannazioni morali. Sentenza: regrediscano alla povertà!

Hanno qualcosa in comune questi due esempi? Be’… per prima cosa hanno in comune che gli autori, uno da vivo, l’altro da morto, ma con la complicità dell’abile marketing della casa editrice, hanno esibito la loro capacità di manipolazione, poiché sono riusciti a precipitarmi nel vortice della debolezza intellettuale e della coazione all’acquisto di un bene che pensavo mi descrivesse quello che credevo di pensare sull’amore e sulla disobbedienza; in secondo luogo, credo abbiano in comune la malafede. Nel primo caso, quella di spacciare pensieri altrui come proprie rarefatte profondità; nel secondo, di mascherare il proprio desiderio di superiorità sulla folla (che evidentemente lo terrorizzava), elargendo un desiderio di povertà, soprattutto se realizzato dagli altri, così che lo scrittore possa elucubrare i suo abissali pensieri in un qualche raffinato ristorante senza la massa volgare e consumista tra i piedi, che però nell’un caso e nell’altro farebbe in ogni caso bene a spendere qualche euro per comprare i loro prodotti, anziché andare in un ristorante etnico, comprare un tablet, prenotare una vacanza.

Entrambi penso siano stati incauti acquisti in un senso prossimo a quello giuridico, proprio perché non avevo accertato la qualità del bene che avevo ricevuto, sebbene avrei dovuto esserne avvertito dalla qualità di chi me lo offriva nel primo caso e non avrei dovuto fidarmi ciecamente nel secondo, solo perché sedotto da un titolo. L’articolo 712 del codice penale infatti recita: “Chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda non inferiore a dieci euro. Alla stessa pena soggiace chi si adopera per fare acquistare o ricevere a qualsiasi titolo alcuna delle cose suindicate, senza averne prima accertata la legittima provenienza.”

Almeno sono sicuro, per quanto riesca a ricostruire della mia memoria, di non averli consigliati a nessuno e di non essere incorso nella fattispecie dell’ultimo comma.

di Pier Marrone

Social e Sociopatia di Pee Gee Daniel (Maintenant)


mai

Franky Panico, come si può facilmente intuire dal nickname, era il terrore dei social network. O perlomeno fonte di terrore per la sua cerchia di amici virtuali, che comunque era vastissima.
Come un grasso ragno paziente aveva tramato e ordito la sua rete per mesi. Aveva atteso che ditteri e culex pipiens vi si posassero e spaparanzassero tranquillamente le micro-chiappe, convinti dalle apparenze che si trattasse di un buen retiro, un luogo placido e indisturbato, e quando i boccaloni si erano acclimatati a sufficienza, e la seta appiccicosa della ragnatela si era agglutinata alle loro parti basse con bastevole resistenza, aveva poi iniziato ad avventarsi su quel nugolo di sprovveduti esserini, facendone incetta e strazio a proprio piacimento.
Fuor di metafora, si era iscritto col nome di Frà Tantoamore. Aveva principiato riempiendo la bacheca facebook di cuoricini, orsetti teneroni e bambini disabili la cui foto condivisa avrebbe dovuto salvarli dalla malattia per chissà quale sortilegio. Questo così tanto tempo prima che ormai nessuno dei suoi contatti se lo ricordava più.
Con tale strategia era riuscito ad allacciare, spontaneamente o per richiesta, migliaia di amicizie virtuali.
Poi, una notte, senza alcuna ragione in particolare, aveva cambiato la dicitura del proprio account con quella messa a incipit del presente resoconto e da lì aveva preso a subissare chiunque avesse la sfiga di rientrare tra le sue cerchie. Quale fosse stata la causa scatenante sarebbe arduo appurare. Forse fu quella volta, subito prima del drastico cambio, che, per quanti cuoricini ci infilava su quella cazzo di bacheca, qualcheduno ebbe la prontezza di commentare: “Oh ce l’hai fatto a fette con ‘sti cuori. Ma che sei, un cardiologo? E menomale che non sei un urologo allora…” La vera ragione resta comunque a tutt’oggi ignota.
Fatto sta che il cambio di nome segnò anche un cambio di passo: da allora in poi divenne una merda! Non perdeva occasione per postillare con acidità qualsiasi foto o aggiornamento di stato in cui incappasse.
Tanto per dare qualche esempio, alla solita bimbaminkia di turno, maniaca dei selfie, alla terza istantanea nel cesso di un autogrill, non ce l’aveva fatta più e aveva scritto: “Ma tu sei solo brutta o anche ritardata? No perché i tipi di bruttezza come la tua di solito si accompagnano a qualche deficit cognitivo”.
Mentre a un tizio che aveva osato pubblicare la foto della signorina che da lì a una settimana sarebbe diventata la sua legittima consorte, aveva messo: “Complimenti per il coraggio!”
Se l’era addirittura presa con un post mipiaciutissimo di Ramona Kiss Kiss LovvotuTTi (2362 amici + 154 seguaci!): “Oggi compio 30 anni, ma dite la verità, sono ancora in forma o no?”, comunicava Ramona in quel post. Seguiva foto in body, scattata a favore di luce. Duecentoventuno like! Franky Panico la fulminò: “È perché ormai ci hai fatto l’abitudine: sarà una quindicina d’anni almeno che continui a compierli…” I like per il suo commento furono invece settecentoquattordici.
Con una mammina tanto amante della propria prole, che ci perdeva intere giornate a postare le foto dei propri figli nelle situazioni più improbe piuttosto che seguirli nella vita reale, era stato poi lapidario: “Anch’io se avessi un figlio lo vorrei ritardato come i tuoi: sono più divertenti”.
Un altro scherzo che gli piaceva tirare, da quando fb aveva previsto la possibilità di modificare i testi, era scrivere post acchiappagonzi, per poi cambiarli in corsa. Facciamo un esempio: la seconda domenica di maggio postava qualcosa del genere: “Metta mi-piace chi ama la propria mamma”. Subito a seguire, appena aveva raggiunto un numero congruo di consensi, snaturava il testo di sana pianta: “Chi clicca like sotto questo stato è perché c’ha la mamma maiala”.
Poi c’erano anche certe burle più tranchant ed estemporanea… A Marco BuonaVita De Rossi, che aveva semplicemente appuntato: “Sono felicemente sposato con una splendida bambina di 7 anni”, Franky Panico si era precipitato a commentare: “Schifoso pervertito!”
Al cuor gentile che, in evidente marasma emotivo, aveva pubblicato il documento fotografico del proprio cane, appena travolto da un suv, aveva pensato bene di annotare: “Io spero solo che la macchina non abbia subito troppi danni!”
Ma perché nessuno si ribellava platealmente a questa incessante sequela di ingiurie e ironie gratuite? È presto detto: qui, come sempre, vigeva la sindrome del Circo Togni. Sapete no, quando a metà dello spettacolo circa, puntuale come la morte, veniva il turno del pagliaccio stracciapalle che voleva per forza chiamare qualche bambino dal pubblico, e tutti ci si faceva piccoli piccoli, inosservabili, e si rimaneva a fiato sospeso sinché il dito guantato del clown non indicasse qualcun altro per portarlo al centro della pista e farlo sfigurare?! Ebbene, sinché Franky Panico era impegnato a sburleggiare il titolare di un altro account, beh, tutti contenti: pronti, anzi, a evidenziare le sue spiritosaggini, che davano apertamente voce a quel che ognuno di loro avrebbe volentieri espresso, ma che serbava, per convenzioni e ‘netiquette’, nel profondo del proprio cuore.
Ogni qual volta dovessero postare un autoscatto, la foto di un gattino malato, la dichiarazione d’amore al partner, per la prima decina di minuti tremavano nell’attesa della battutaccia sferzante del castigamatti senza volto. Poi, passati quelli, sapevano di poter tirare il fiato e godersi di tutto cuore le contumelie partite ai danni di un altro.
Talora comunque il crine che manteneva sospesa la minaccia di quella spada di Damocle virtuale, poteva anche spezzarsi all’impensata e farla abbattere sulla bacheca del poverino anche a parecchi giorni di distanza.
L’occasione del resto si presentava alquanto ghiotta: c’era questa povera tapina che aveva voluto far sapere a qualunque sconosciuto avesse accesso al suo profilo personale quanto segue: “Il mio ragazzo è scappato dopo aver saputo che sono incinta, non ho un lavoro fisso, mi stanno sfrattando, i miei non hanno le possibilità di aiutarmi, in più ho appena scoperto di avere il carburatore della Dacia scoppiato e non ho i soldi per farlo riparare. Beh, amici, vi voglio dire che, nonostante tutto questo, la vita è bellaaaa!” Seguiva illustrazione con unicorni e fatine festanti in un prato sovrastato dall’arcobaleno. Ma proprio mentre Franky stava per finire di rispondere: “Beata te, che non capisci un cazzoooo!”, il senso dell’udito si intromise tra la vista e il tatto (più che sufficienti a un’esistenza spesa on line).
“Ciccio, ricordati che hai ancora da prendermi il cartoccio di latte per la zuppetta della sera!” Era la mamma, semiparalitica, che gridava dal tinello.
A Franky vennero i sudori freddi. Il perfido sogghigno che rivolgeva allo schermo del pc gli si spense all’istante, sul largo volto butterato. Non gli piaceva andare in panetteria. Non gli piaceva fare la spesa. Più in generale, non gli piaceva uscire di casa.
Prima di tutto perché per uscire nel mondo è buona norma darsi una lavatina di tanto in tanto e questo lo sopportava male, ma soprattutto perché non gli piaceva lo sguardo di commiserazione mista a fastidio che gli riservava la panettiera, né quello che gli strillavano i ragazzini lungo il tragitto. Neanche gli piaceva come lo apostrofava il tabaccaio, perennemente appoggiato all’entrata del suo esercizio, estate e inverno: “Uehilà Pizza Margherita, ma quand’è che ti curi ‘sta cazzo di acne, ché fai schifo!”
Non gli piacevano poi i sonori scappellotti che si prendeva dal portalettere come dalla bidella delle scuole medie che aveva frequentato, quando ci passava davanti. Addirittura il parroco della chiesa del rione, quando lo incrociava, gli si appendeva alla patta dei pantaloni, e con la sua risata catarrosa lo scherzava: “Deh, guarda che se questo non lo usi mai, una volta o l’altra ti casca e ti rimbalza in culo!” E giù le risate dei chierichetti che accompagnavano il monsignore per la benedizione delle case. Lui, sempre zitto e a sguardo basso.
“Ciccio, datti una mossa, ché tra un po’ chiudonoooo!”, lo incalzava mamma dalla camera accanto.
“Ci vado, ci vado”, assicurò Franky, con aria rassegnata.
Infilò il giacchettone di pile con alci e gnomi sopra la t-shirt macchiettata e tutta un buco di Capitan America e partì con l’espressione del condannato che sia in procinto di raggiungere il patibolo.
Ma prima di lasciare la sua stanzetta, lanciò un ultimo sguardo allo schermo baluginante del computer. C’era un tizio di Biandrate che si lamentava che, per gli effetti della crisi, anche lui avrebbe dovuto chiudere la fabbrichetta entro breve, lasciando a casa una decina di famiglie.
“Bella questa!”, meditò tra sé Franky Panico. Gli tornò una punta di buonumore. Quel pensiero lo avrebbe accompagnato lungo tutto l’odioso percorso nel mondo reale, mentre avrebbe maturato, cammin facendo, il commento più sferzante e demotivante che gli venisse da rifilare a quel tale.

Fonte: Maintenant Mensile

http://maintenant1.wix.com/maintenantmensile

I Took my Prozac® today di Juri Cambarau – Maintenant


[ATTENZIONE, TRATTASI DI UN ESAME DIAGNOSTICO. SE NON RIUSCITE A LEGGERE FINO IN FONDO NON PREOCCUPATEVI, VUOL DIRE CHE SIETE SANI]

(Éunpresidiomedicochirurgico,leggereattentamenteilfogliettoillustrativo, nonsomministrareaibambinisottoi12anni. Puóavereeffetticollateralianchegravi)

“Se entro cinque carte esce l’asso di denari mi licenzio”!
Quattro di spade. Sei di coppe. Fante di bastoni. Tre di coppe. Asso di bastoni.
Mescolò nervosamente il mazzo di piacentine per l’ennesima volta.
Fuori dal bar pioveva. L’estate era stata rubata. A quel diluvio bastarono quindici minuti.
Il sole che si fece largo dietro il viola carico del temporale non sarebbe più stato lo stesso per almeno altri otto mesi.
“ Se entro cinque carte esce il re di denari…”
Fante di spade. Due di bastoni. Quattro di coppe. Cavallo di spade. Re di denari.
“…cazzo!”
Si era dimenticato di completare il periodo ipotetico con la sua proposizione reggente.
Pensò a quando era bambino e suo padre si era dimenticato di giocare la schedina. La domenica sera scoprì di aver fatto dodici. Furono Casertana – Catanzaro a rendere più dolce la beffa. Svanirono pochi soldi di un montepremi davvero popolare. Seicentotrentottomilalire.
La barista si avvicinò per portare via la tazzina vuota. Con un veloce colpo di spugna scrollò via le briciole dal tavolo e lo stampo di caffè lasciato dalla tazzina. Lui pensò che quella donna avesse un buon profumo. Rimescolò ancora le carte. “ Se entro cinque carte esce il quattro di denari me la scopo”!
Fante di spade. Asso di coppe. Cavallo di bastoni. Quattro di denari…
– Scusa!
– Sì, mi dica.
– Non è mica che…potresti portarmi un altro caffè?
– Certo, subito!
– Grazie.
Il cuore ora aveva un altro ritmo. Non è che avesse strane aspettative, ma le carte avevano sentenziato. Non gli rimaneva che attendere. Il caffe arrivò più in fretta di quanto lui avesse immaginato. Pertanto non aveva preparato neanche una frase, un’espressione, uno sguardo. In quel momento non si percepì come un’immagine. Tuttalpiù come un odore. Un odore di cinque o sei docce rimandate.
– Ecco a lei.
– Oh eccolo!…ma non…è che…
– Le occorre altro?
– No no no…apposto così, grazie!
– Prego.
Il temporale cessò con la stessa repentinità con cui era iniziato. L’aria del bar d’un tratto divenne umida e pesante. L’odore del caffè torrefatto ora sembrava sottrarre ossigeno. La barista andò ad aprire la porta a vetri dell’ingresso per far passare l’aria fresca della pioggia appena caduta. La lasciò spalancata, grazie al portaombrelli dorato che usò come fermaporta. La osservò nei suoi movimenti lineari e leggiadri, mentre si sforzava a trattenere tutta la fiducia del mondo riposta dentro quel quattro di denari. Mise la mano dentro il taschino della camicia per sincerarsi che quel mazzo Modiano si trovasse ancora lì. Accanto al porta pasticche. Mancavano ancora quattro ore all’appuntamento col Prozac® ma quando vide la cameriera fuori dal bar fumare nei suoi cinque minuti di pausa, non resistette. Ingoiò quella compressa dispersibile a secco, senza una goccia d’acqua, con quel movimento del collo a scatto tipico del tacchino quando ingurgita becchime. Era il momento di fare i conti con quel quattro di denari.
Lei stava lì, in piedi, col gomito appoggiato allo specchietto laterale di una macchina parcheggiata e la mano chiusa a pugno sulla tempia destra a sorreggere la testa. Lui fermo, dritto dinanzi a lei. La fissava con educata impertinenza. Lei trovò i suoi occhi e sorrise scaltra.
– Ecco il cartomante gentile!
– No, no…sono solo un impiegato comunale in ferie.
– Noooo! Hai perso venti punti di interesse!
– Come li recupero?
– Facendomi le carte!
– Ma non sono tarocchi, sono semplici carte da gioco!
– Ma tu hai messo in ferie anche la fantasia?
Lui mise le mani in tasca e si strinse nelle spalle. Lei era anche simpatica oltre che bella.
– Mi dispiace ma è colpa delle sedute psicoterapiche sistemico-relazionali. Mi distolgono dall’irreale.
– Capisco. E come sopravvivi?
– Col Prozac®. Quaranta milligrammi al giorno.
– Ah! Io con quindici gocce di EN® a colazione, pranzo e cena non sono nessuno!
– Diciamo semplicemente che siamo colleghi di dipendenze moderne, non trovi?
Lei sorrise ancora. Questa volta le nacque da dentro e si affacciò negli occhi, scavò fossette sulle guance, gli dischiuse le labbra e gli arricciò il naso. Nessuna forma nevrotica tentò di imbrigliare quel sorriso che la rese ancora più bella. Quasi irresistibile.
– Sono un’esperta di ossessioni compulsive e francamente quella delle carte è una compulsione assai originale. Mia madre controllava in continuazione che i pomelli della stufa a gas fossero chiusi. A casa mia non siamo molto originali, io per esempio lo zucchero…
– Controllava?
Lui si accorse di aver messo un piede oltre la linea gialla disegnata sulla soglia dell’intimità della ragazza. Il quattro di denari non gli aveva permesso di vedere il cartello: “attenti allo scalino”. Era inciampato goffamente. Altri venti punti persi dentro al velo di tristezza che in un baleno avvolse la ragazza che ora pensava a sua madre.
– Scusami è che certe volte non…
– Io per esempio lo zucchero…
– Cosa?
– Io non sopporto lo zucchero.
– Il sapore?
– No. Non è il sapore. Si vede che non hai mai lavorato in un bar!
– Sì ma lo zucchero che c’entra?
– E’ dappertutto. Sul bancone, sui tavoli, per terra. Ti si attacca alle mani bagnate, scricchiola sotto alle scarpe, appiccica qualsiasi cosa. Lo odio.
– La trovo un’ossessione strana per una barista!
– Che c’entra! Le compulsioni hanno delle traiettorie imprevedibili. E’ impossibile cercare un disegno
tangibile nelle loro trasversalità. Altrimenti con le tue carte ora dovresti essere in un casinò. E comunque, anche se avessi ragione tu, da domani non sarò più una barista.
– Come?
– Mi sono licenziata.
– Anche io ci sto pensando da tempo.
– Mmh?
– A licenziarmi intendo
– Ah! E cosa ti impedisce di licenziarti?
– Le carte.
– Cosa ti dicono le carte?
– Niente. Appunto.
Questa volta fu il sorriso di lui a scomparire. Il viale della stazione ora pullulava di gente. Gli ombrelli erano spariti. Sentiva il tempo scivolare lungo il marciapiedi e ritirarsi come una pozzanghera al sole. Distolse lo sguardo dagli occhi di lei. Lei se ne accorse e cercò di risollevare quel piccolo ponte fatto di parole e sensazioni che vicendevolmente, a causa delle loro debolezze, facevano crollare di continuo.
– Qualcosa ti diranno, altrimenti saresti troppo stupido a consultarle ogni cinque minuti.
– Beh in effetti, ogni tanto qualcosa dicono. Per esempio, poco fa, il quattro di denari…
– Il quattro di denari cosa?
– No, niente. Non posso dirtelo.
– Eh no! Così è scorretto!
– Tu piuttosto, cosa farai ora che ti sei licenziata?
– Non lo so, caro il mio croupier curioso! Ho abbandonato l’idea di cercare di capire chi sono e cosa voglio. Posso assicurarti che per ora funziona!
– Come può funzionare un discorso del genere?
– Funziona. Eccome se funziona! Ho iniziato con il chiarire quello che non voglio. Lavorare in un bar con tutto questo zucchero intorno è una cosa che non voglio! Non ti sembra un buon inizio?
– Sì d’accordo, ma ora io come farò senza la mia barista preferita?
– Senti, io ora torno dentro e finisco il turno. Se vuoi ti concedo alle 15:00, quando stacco, di accompagnarmi in stazione a prendere il treno per tornare a casa. Sai, non guido. Colpa della benzodiazepina.
– Volentieri, ma…
– Aspetta un attimo però! Dovrai prima dirmi quello che ti ha detto il quattro di denari!
– Non credo ti piacerebbe, ma se proprio insisti dopo te lo dico…
Lei gettò la sigaretta e rientrò di corsa nel bar facendogli un largo sorriso e un cenno con la mano che voleva dire “a dopo”. Lui rimase fermo, immobile sul quel marciapiedi. I pensieri cominciarono ad affastellarglisi in testa con una velocità smodata formando incredibili guazzabugli illogici. Girò l’angolo, tirò fuori il mazzo di carte e le appoggiò sopra il tettino di una Ford Fiesta bianca.
“Se entro cinque carte esce il quattro di denari finisce tutta ‘sta merda, cambio vita!”.
Tre di bastoni. Fante di spade. Sette di coppe. Asso di coppe. Cinque di denari.
“Se entro cinque carte esce il quattro di denari comincio a vivere sul serio. Con lei”.
Sei di coppe. Re di bastoni. Due di spade. Cavallo di denari. Quattro di coppe.
Le mani incominciarono a tremargli vistosamente. Iniziò a cercare una via d’uscita temporanea che lo aiutasse a riempire le quasi quattro ore che lo separavano dalla speranza, dalla prospettiva nuova e inconsapevole di un probabile e positivo cambiamento. Ora non mischiava neanche più le carte. Come un baro inesperto, cercava quel quattro di denari che rimettesse in ordine tutto, che restituisse rigore a quel senso netto di smarrimento e annunciasse una scoperta speciale sempre più vicina.
Rimise il mazzo in tasca e si avviò verso casa. A soli due isolati da lì. Il cuore era un tumulto che pulsava in petto e sulle tempie. Mantenne una traiettoria stabile fin dentro l’ascensore. Aprì la porta di casa e crollò sul divano come spinto da una forza invisibile. Il panico.
Sudava copiosamente. Si sfilò via la camicia di dosso. Pensò a una doccia. Pensò allo zucchero. Pensò a una via d’uscita. Pensò al Prozac®. Altre due compresse dispersibili. Provò a trovare la quiete nel sovradosaggio.

[…]

…quando riaprì gli occhi, la stanza intorno aveva le sembianze di un paesaggio lunare. Durante il sonno, la saliva fuoriuscita dalla sua bocca spalancata aveva lasciato sul cuscino di simil alcantara una chiazza di dimensioni ragguardevoli. Provò a mettersi in piedi. Mosse dei passi lenti e instabili verso la finestra per aprire le serrande e far entrare luce naturale. Aveva la sensazione di indossare dei doposci . All’improvviso l’immagine del quattro di denari lo inchiodò al centro della stanza. Rimase immobile nelle sabbie mobili della rimembranza. Tornò a sedersi. A sprofondare sul divano. Piano, coi ritmi ancora del dormiveglia, un’amara consapevolezza prendeva forma. L’orologio al polso lo spaventò. Quello sulla parete del soggiorno sentenziò. 19:32.
Si rimise sdraiato. Con il viso sul cuscino. A contatto con l’umido della sua saliva.
Questo fanno i farmaci che inibiscono la ricaptazione della serotonina, pensò.
La vita era un martello e lui si era adagiato sull’incudine.
Un’incudine con le sembianze di un divano.
Questo fanno i farmaci che inibiscono la ricaptazione della serotonina.
Mascherano la tua autodistruzione da abitudine, pensò ancora.

L’abitudine all’emicrania, alla perdita di sensibilità e al formicolio improvviso degli arti inferiori; L’abitudine alla fine di ogni settembre, al cielo rosso dei suoi tramonti che giocano d’anticipo; l’abitudine all’assenza di una direzione, per diniego, per ignavia; l’abitudine all’insonnia destrutturante, alla narcolessia; l’abitudine alla malattia come equivoco, alla compulsione come connotato anagrafico, al vittimismo come complice; l’abitudine a perdere punti di interesse, oggetti e appuntamenti, che siano con la speranza o con la propria coscienza, indistintamente; l’abitudine allo scarto costante fra ciò che si trovava davanti agli occhi e ciò che aveva con troppa passione immaginato; l’abitudine che ogni pensiero d’amore, ogni slancio passionale, finisca soffocato dalla polvere della smemoratezza; l’abitudine all’ostinata convinzione che la salvezza torni a fare capolino dietro un quattro di denari, dentro un porta pasticche;
L’abitudine a scomparire.
Giorno per giorno.
Inghiottito da un divano.
Nel sonno…

[…]

…lei finì di fumare in silenzio e salì nello scompartimento. Posò la borsa sul sedile e rimase in piedi, col gomito appoggiato al finestrino aperto di quel regionale e la mano chiusa a pugno sulla tempia destra a sorreggere la testa. Guardò di fuori le sfumature del temporale lasciate sulla banchina e annusò l’odore forte di treno, fatto di ruggine, piscio, muschio e similpelle di poggiatesta riscaldati dal sole. Il treno fischiò e iniziò la sua lenta corsa. Tra sette chilometri sarebbe tornata a casa. Appoggiò la borsa tra le gambe e si mise a cercare un fazzoletto per asciugare le lacrime che ormai gli gocciolavano dalla punta del naso. Rovistò in maniera frenetica e tirò fuori una carta da gioco. Un quattro di denari che aveva raccolto da sotto il tavolo mentre spazzava in terra alla fine del turno. Quella carta gli aveva donato una piccola dose di consapevolezza. La rigirò tra le dita per un po’, poi la ripose. Tirò fuori un fazzoletto e soffiò il naso guardando avanti, verso i tigli. Scese dal treno e dette uno sguardo al foglio ingiallito del tabellone degli orari da stazione secondaria.
Pensò che prima o poi nella sua vita avrebbe imparato a far coincidere arrivi e partenze.
Pensò che a volte perdere la coincidenza non è una disgrazia.
A volte.

Maintenant: http://www.maintenant-mensile.it/index.php