Kaos dei Fratelli Taviani. In ricordo di Franco Franchi di Cristina Capodaglio


Kaos-Pomice

Il Kaso mi ha condotto un giorno al Kaos, inteso come una terra di campagna che si trova presso un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Cavusu, dagli abitanti di Girgenti (Agrigento), corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos (per dirla con le parole di Pirandello).

Un film dei Fratelli Paolo e Vittorio Taviani del 1984.
Un viaggio nella incantevole e amara terra di Sicilia.
Da sfondo le Novelle per un anno di Pirandello.
A tessere la sceneggiatura con i fratelli registi la poesia di Tonino Guerra.
Quanto avrebbe perso il nostro cinema senza il contributo della sua lirica!

Il film è un binomio fra terra e cielo.

I protagonisti vivono in simbiosi con la terra che devono abbandonare per la mancanza di lavoro (episodio L’altro Figlio). Vendono accompagnati dai loro cari che rimangono “a terra” presso una fermata (in mezzo al nulla!) di una diligenza.

Le madri e le mogli appendono i propri fazzoletti agli alberi. Agiteranno i rami per salutare i loro congiunti quando saranno lontani dalla loro vista!

La terra è motivo di disputa per i contadini che vogliono essere seppelliti vicino alle loro case e non presso il lontano cimitero del paese (episodio Requiem).

Reclameranno presso “il padrone” il loro diritto, sostando sotto la sua residenza che fa da cornice alla cattedrale (magnifica) di Ragusa.

La terra è segno di tradizione e a malincuore una giovane sposa Sidora (episodio Mal di Luna) decide di restare accanto al marito Bata, colpevole di averle nascosto prima del matrimonio di essere affetto da una strana “malattia” nelle notti di luna piena.

La terra è la “roba” (episodio La giara). L’ingordigia del padrone che acquista una grossa giara e trovandola rotta in  mezzo al piazzale della sua masseria, il mattino seguente chiamerà un esperto artigiano che possiede un mastice magico, ma che riparandola ne rimarrà chiuso dentro. E vorrà essere ripagato. Va dall’avvocato e rimane deluso.

Egregi Ciccio Ingrassia e Franco Franchi, del quale ricorre il 9 dicembre di quest’anno l’anniversario dei venti anni dalla sua scomparsa. Un genio riconosciuto solo postumo. Attore estremamente capace di interpretare il comico grottesco in un film d’autore come Kaos.

Il cielo ricorre all’inizio di un episodio mostrando il volo di un corvo che si libra nell’aria con un  campanello appeso al collo, quasi ad annunciare l’inizio di una sventura.

Il cielo è il luogo della luna.

Il cielo è lo sfondo azzurro sul quale si staglia la bianca isola della Pomice, dove si fermerà per una sosta la madre-fanciulla di Pirandello (episodio Epilogo), evocando il suo viaggio-avventura intrapreso per ricongiungersi al padre esiliato.
I ragazzi che saltano giù da una montagna di pomice, sollevano nuvole verso il cielo. Da vedere! Inebriante!

In tutto il film si avverte l’arsura della terra.
La fatica dei contadini che si spostano da un luogo all’altro a piedi, pochi hanno un cavallo.
La fierezza del popolo siciliano.

E’ un invito a vedere il film per respirare il mondo greco che traspare nell’abbigliamento, abitudini, movenze di uomini antichi, dediti alla pastorizia. Un mondo arcaico fatto di usanze decadute.

Quadri d’autore. Un film girato quasi interamente in esterna, con la maestria di due grandi artisti che provengono da un’altra epoca, con un’esperienza pluriennale alle spalle, capaci di avvicinarsi ad un cinema teatro.

di Cristina Capodaglio

“Iddu” sopra TUTTI di Cristina Capodaglio


eruzione stromboli

Strongyle o Rotonda è una delle isole Eolie più conosciute, non solo per essere stata nel 1949 la location del film di Rossellini “Terra di Dio”, bensì per essere dominata dal suo vulcano.

Stromboli, o come lo chiamano gli isolani, Iddu, conferisce al luogo un fascino unico che non lascia indifferenti i numerosi turisti che popolano l’isola nei mesi estivi.

L’attività eruttiva del vulcano continua sino ad oggi e tale aspetto lo rende il “padrone” assoluto dell’isola.  Iddu regola la vita dei suoi abitanti, ritenuti soltanto suoi ospiti. Egli decide le attività sull’isola, soprattutto basate sul vento, il vero protagonista di questo territorio. Omero riteneva che Stromboli fosse il luogo dove risiedesse il dio Eolo e ancora oggi i pescatori guardano la direzione dei fumi uscenti dal cratere del vulcano per orientarsi nella pesca.

Il fatto di essere così in vita Iddu contribuisce non poco a dare un continuo impulso al turismo che sprezzante del pericolo ama avventurarsi con le guide per “vederlo” da vicino.

Stromboli impersonifica alla perfezione l’Inferno dantesco, un luogo ideale dove girare un film fantastico, ove perdersi con l’immaginazione o la fantasia.

Vivere su una isola non è facile comunque. Qui i rifornimenti arrivano due volte a settimana, condizioni del mare permettendo e soltanto gli uomini e le donne temerarie che nascono sull’isola sono in grado di sottomettersi alle sue leggi. Tuttavia non ci sono solamente gli aspetti negativi. I vantaggi sono quelli di vivere a contatto con la natura, senza preoccuparsi degli usi e consuetudini ai quali si devono sottoporre gli abitanti di una città. I ragazzi possono girare scalzi per strada e sentirsi liberi. Iniziano a confrontarsi con la vita a contatto con la natura, a differenza dei loro coetanei e formano delle bande, scelgono una delle grotte naturali dove allocare il loro quartier generale, costruiscono capanne-rifugio e si fanno continui agguati, uno stupendo gioco di crescita.

I più temerari si avventurano, accompagnati dai padri, fin sulla cima del vulcano e imparano a conoscerlo, ad osservare i vari crateri che si modificano continuamente, ad amarlo. La nostalgia dei loro racconti testimonia la loro mancata intenzione di andarsene dall’isola. Amano talmente la loro libertà (invidiabile!) che non riuscirebbero mai (o quasi!) ad abituarsi a vivere in una città.

Tuttavia il pericolo di doversi allontanare esiste, in quanto per poter continuare gli studi devono scegliere una città del Continente e se proprio decidessero di tornare a Stromboli dovrebbero “accontentarsi” di occuparsi di pesca, edilizia o del turismo naturalmente.

Il fascino dell’isola consiste proprio in questa forza contraria degli eventi che tende a tenere le lancette del tempo-secolo indietro, che evita la contaminazione devastante e totalitaria del progresso, nonostante gli abitanti dell’isola sanno tutto ciò che succede nel mondo “fuori”.

La storia di Stromboli è sempre stata legata al mare, al commercio, tanto che nel passato chiunque navigasse il Tirreno non poteva evitare di fermarsi presso l’isola  e le continue esplosione del vulcano costituivano un faro per i marinai.

A tale proposito un evento eccezionale e spaventoso è accaduto il 20 ottobre 2002, quando Iddu iniziò una eruzione che provocò una piccola colata lavica e una pioggia di lapilli e il 30 dicembre la continua attività esplosiva culminò nel crollo in mare del costone del cratere sul lato nord dell’isola. Quattro milioni di metri cubi di materiale finirono in mare causando un piccolo tsunami, con la formazione di onde di grandi dimensioni. Avvenne un maremoto che in meno di un’ora arrivò a Milazzo e a Ustica, dopo aver investito i porti di Panarea e Salina. Il bilancio fu di sei feriti, danni enormi alle abitazioni e alle barche, evitando il peggio data la mancanza di turisti nella stagione invernale.

Ma dopotutto non avete voglia di partire e andare a conoscere Iddu (?) Secondo me il gioco vale l’avventura, anzi il vulcano.. o un’ eruzione dal vivo… o decidere di diventare un selvaggio isolano!

di Cristina Capodaglio

MARIANGELA MELATO, sapevi fare tutto – di Cristina Capodaglio


Mariangela: “non so cucinare, non so stirare, non so pattinare, non so guidare, non so nuotare… non sono modesta, ma da attrice fingo! ”
I critici: “è una scheggia!”.
Mariangela: “…me lo sono guadagnata… approfondire me stessa, migliorarmi… me lo ha permesso questo mestiere.
L’amore? Importante, tuttavia mai compromessi…. meglio sole, non è il massimo, ma ci si può riuscire…
Figli? Sono dotata di un sano egoismo e potrei fare solo l’attrice… amo i figli degli altri e sapevo che non sarei mai stata una brava madre o una perfetta donna di casa… ho dato me stessa per il teatro, nessun rimpianto!
Il trionfo finale in scena è tutto e mi rende felice…
Sono una perfezionista incallita, una prima della classe, con gli anni ho preso l’abitudine di avvantaggiarmi e arrivo alle prove a teatro già con la parte a memoria, devo essere preparata… 
Mi commuovo come una pazza, per tutto, sia nel privato che in pubblico…
Amo l’ironia, sono passionale….
Perché il teatro? Invecchiando non si può fare cinema in Italia, non ci sono ruoli, invece a teatro posso…
Adoro andare al cinema e vedo tutto!
Televisione? Un mezzo fantastico…guardo film, intrattenimento in terza serata… la fascia pomeridiana non è eccelsa.
Da bambina sognavo fare la ballerina. Ho avuto un’infanzia turbolenta e quindi ero incentivata a diventare qualcuno… sapevo disegnare, canticchiare… ero molto silenziosa da piccola e sapevo che mi sarebbe successo qualcosa… frequentavo il bar Giamaica a Milano, pieno di artisti e considerato luogo di perdizione.
Lì mi sono formata…
Ho usato più cuore che testa… se credo in Dio?… così, così… approfondirò da vecchia….
Detesto chi mi dice: “ha temperamento”!
Lavia: “Aveva il pregio di essere nata imparata e per capirlo ci vuole tutta la vita!”.

melato 2

Che dire!
Una donna con le idee chiare sin da piccola, che ha ben coltivato il suo lato maschile e quindi troppo indipendente per fare compromessi di moglie e di madre.
Forse è questo è il motivo per il quale non si è mai sposata.
Una persona seria in scena e nella vita privata che ha dedicato sé stessa per l’arte e ha dato tutto.
Solamente questo “può” fare una vera artista!
Una donna fuori dalle convenzioni.
Ha messo d’accordo persino critica e pubblico.
Personalmente la ricordo sin da bambina per le immagini del film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” e devo dire che l’ho sempre preferita nelle parti comiche.
Donna di grande ironia, come Monica Vitti, capace di ridere di sé stessa e scherzare con tutti.
Definita “anti-diva”.
Era infaticabile per raggiungere la perfezione, non si considerava mai “arrivata” .
Ingenui tali giornalisti che cercano paragoni con un artista del passato o cercano subito un erede per il futuro.
Ogni artista è unico, in quanto persona unica.
Non lascia eredi, solo tracce visibili nel cinema e atti teatrali che scompaiono appena sono stati compiuti.
L’arte effimera del teatro!
Ci mancherà la sua serietà e coerenza, forse troppa coerenza.

di Cristina Capodaglio

CLAUDIO ABATE E IL SUO Bene di Cristina Capodaglio


bene salomè

Finalmente Roma rende omaggio a Carmelo Bene, dopo 10 anni dalla sua scomparsa, con una mostra fotografica al Palazzo dell’Esposizioni.

Il titolo della mostra celebra una nota frase di Carmelo riportata nella sua autobiografia scritta a quattro mani con Giancarlo Dotto: Bene-dette foto! Appunto! Foto scattate da Claudio Abate e che lo avrebbero scagionato dall’accusa di oltraggio.

Per quei poveri (pochi!) che non conoscono il genio di Bene, ricordiamo che la stella ha brillato per più di quaranta anni sui palcoscenici italiani e non solo e chi ha avuto la fortuna di vederlo testimonia ancora oggi con “ferocia” la vera rivoluzione teatrale incarnata dal grande Carmelo.

Attore, regista teatrale e cinematografico, scrittore, opinionista sportivo e tifoso del Milan, la sua comparsa fu da subito riconosciuta come la fine del teatro e l’inizio della messa in crisi della parola. Il testo non più protagonista come nel teatro di prosa, bensì squartato, deriso, ri-scritto, dis-detto dal genio. Via le repliche, via la ripetizione. Solo l’atto nell’immediato svanire, come evento irripetibile del teatro.

La sua ricerca teatrale lo ha portato a rimanere sul palcoscenico solo, come voce corpo, come qualcosa che arriva da un di dentro al pubblico, che è il solo testimone del momento sublime del grande teatro, in oblio e non in grado di  ri-ferire quanto visto o udito.

Ha creato la  “macchina attoriale” de-costruendo le figure dell’attore, autore, regista e usando l’amplificazione come ausilio sonoro e il doppiaggio dei suoi tanti “io”.

Pensando in vita al suo epitaffio Carmelo Bene aveva ripreso un passaggio tratto da Sade: «Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi».

La mostra è composta da circa 120 fotografie in bianco e nero e a colori, molte inedite e scattate tra il 1963 e il 1973, relative a undici tra i primi lavori di Carmelo Bene, da Cristo 63 alla seconda edizione teatrale di Nostra Signora dei Turchi. Sono foto di scena, alcune scattate su richiesta di Bene per valutare l’effetto del trucco o di un abito o della scenografia.

Sarà l’occhio di Claudio Abate a guidarci sui primi passi mossi sulla scena teatrale dal giovane Carmelo, elementi essenziali per avere una testimonianza altrimenti irreperibile.

La mostra testimonia un aspetto meno noto del lavoro fotografico di Abate, svolto principalmente nel periodo giovanile e quindi prezioso per acquisire elementi e spunti necessari per diventare un grande professionista e quale migliore occasione se non quella di unirsi al genio di Carmelo Bene, seguendo la sua primigenia.

 Jean-Paul Manganaro ha curato i testi del catalogo della mostra.

Dal 4 dicembre 2012 al 3 FEBBRAIO 2013 

Orario di apertura:
Martedì, mercoledì, giovedì: 10.00 – 20.00
Venerdì, sabato: 10.00 – 22.30
Domenica: 10.00 – 20.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Giorno chiusura settimanale: lunedì
Giorni chiusura per festività: nessuno

Costo biglietto ridotto
€ 10,00

Costo biglietto intero
€ 12,50

Info tel 06 39967500
Info mail info.pde@palaexpo.it
Sito
: www.palazzoesposizioni.it

di Cristina Capodaglio

Leopardi appare a Recanati di Cristina Capodaglio


Infinito pict

Il teatro Persiani di Recanati venne realizzato grazie all’iniziativa di Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, nella prima metà dell’Ottocento.
Oggi 15 dicembre 2012 l’immaginazione del drammaturgo veneziano Tiziano Scarpa e la bravura dell’attore e regista Arturo Cirillo si incontrano sul palco del “natìo borgo selvaggio”, facendo riapparire il poeta nel suo costume d’epoca, con il suo linguaggio erudito, le sue ansie e paure che abbiamo dovuto studiare sulle “sudate carte,” insieme al L’Infinito che dà il titolo alla commedia.
Cirillo è ormai una garanzia di qualità nel panorama teatrale italiano, difficilmente delude le aspettative e provoca da subito una sottile emozione tra-vestito da Giacomo, in questo ritorno da Napoli.
Gli altri protagonisti dello spettacolo sono due giovani e validi attori: Andrea Tonin e Margherita Mannino. Entrambi interpretano la loro età. La scena si apre con un dialogo fra Andrea e Giacomo. Il proscenio rimane al buio per alcuni “lunghi” minuti e da subito sembra di vivere un ritorno dal passato. E’ notte inoltrata e Andrea si è appena svegliato per ripassare l’Infinito di Leopardi, torna in soggiorno, accende la luce e inaspettatamente il poeta gli si materializza davanti. Il giovane è molto nervoso per gli esami orali di maturità che dovrà sostenere di lì a poche ore, mentre Giacomo inizia da subito a sollecitare spiegazioni sull’utilizzo di vari oggetti che gli sono apparsi in quella casa, dalla lampadina al computer, dal cellulare alla toilette.
I due giovani quasi coetanei iniziano a fare amicizia, parlano dei rispettivi padri e dei loro sogni: Giacomo vuole solo scappare da Recanati, mentre Andrea desidera fare il deejay.
I loro linguaggi denotano subito la distanza abissale di quasi duecento anni, ma le loro paure sono le stesse di due giovani alla soglia della maturità. Giacomo tenta di aiutare Andrea spiegandogli la poesia che ha appena composto L’Infinito e Andrea espone la sua spiegazione che soddisfa pienamente il poeta.
Il gioco fra i ragazzi si interrompe con l’arrivo in casa della fidanzata di Andrea, Cristina, gelosa e convinta di trovarlo in compagnia di un’altra e sarà l’inizio di una svolta.
Il tempo si sposterà in avanti di tre mesi e Cristina sembra frequentare Giacomo con l’illusione di voler formare una famiglia, mentre Andrea inizierà a spiarli.
Leopardi non è più tanto disilluso della nostra epoca che ha imparato a conoscere e inizierà a dire che non è la natura la nemica dell’uomo, delle sue sventure, del suo malessere, bensì è l’uomo che ha cercato di manipolarla, la sta distruggendo e vive nell’illusione. Pensa quindi di utilizzare la forza di tale illusione per “piegare” il destino degli uomini. A quel punto Andrea, fa fuori il suo rivale sparandogli, riconquista Cristina e Giacomo tenterà di smaterializzarsi.

La regia è dello stesso Cirillo che dice nelle note di spettacolo: “Oggi Giacomo Leopardi ci direbbe qualcosa di nuovo su di noi? Scoprirebbe qualcosa di nuovo su di sé? Diventerebbe un teorico della necessaria distruzione dell’umanità? Leopardi forse ci ha già detto tutto, dal suo lontano secolo decimonono, ci ha già descritto, ci ha già immaginato, o previsto. E ora noi proviamo ad immaginarlo qui, piombato nel tempo presente come un sogno, o un’illusione, pronto a sentire canzoncine ed intimidatorie suonerie, a comporre poesie ingenue ed innamorate, a desiderare la fine di noi umani, affinché il passero possa ritornare ad essere nuovamente solitario”.

Il tentativo di Tiziano Scarpa che afferma di essere spesso “visitato” da Leopardi è parzialmente riuscito. Come lui stesso afferma: “… se non altro per richiamare ancora una volta sullo stato di ipnosi che viviamo sotto la dominazione delle immagini. La vita delegata ai dispositivi tecnologici. Leopardi mi coglie di sorpresa mentre cammino per la strada, quando navigo in rete, o in fondo a un pensiero notturno, apparizioni fugaci, intuizioni. Perciò mi sono affidato alla potenza negromantica del teatro. Il teatro che sa come evocare i morti e dare corpo ai fantasmi. La parola di Leopardi è siderale, oppressa, conquistata con fatica, ma sommamente liberatoria. Spalanca lo sguardo, sprigiona questioni smisurate. Rimette al centro le domande necessarie. Un farmaco febbricitante che viene a contatto con il nostro siero annacquato e lo ustiona. Ci sono momenti e posti, come oggi in Italia, in cui per trovare qualcosa di non conforme bisogna cercarlo nel passato. Giacomo Leopardi, così poco italiano. Massimalista. Inflessibile. Inopportuno. L’opposto degli italiani, che lo hanno eretto a loro campione. Così inascoltato, tumulato nei programmi scolastici. La sua poesia ha scavalcato i secoli e fa irruzione nelle stanze dei ragazzi svogliati, disperati, incontenibilmente sognatori.”

Le scene dello spettacolo – prodotto dal Teatro Stabile del Veneto – sono di Dario Gessati.
I costumi di Gianluca Falaschi, le musiche di Francesco De Melis & Intrinsic. Luci di Pasquale Mari.

di Cristina Capodaglio

PAOLA PITAGORA, INSTANCABILE DONNA DI SUCCESSO. – di Cristina Capodaglio


foto honour

Il teatro La Fenice di Osimo (Ancona) ha ospitato sabato 1 dicembre 2012 Honour, tratto dal bestseller della famosa scrittrice australiana Joanna Murrey-Smith e l’occasione è gradita non solo per vedere uno spettacolo rappresentato con successo in tutto il mondo, ma per incontrare due attori vecchio stile, della vecchia guardia, quando l’uso della parola vecchio distingue per qualità e tiene lontano il lifting. Artisti che non sono passati dalla fiction al teatro per un uso errato della parola arte, anche se la fiction talvolta devono frequentarla pur di lavorare (o no!).
Paola Pitagora dunque e Roberto Alpi. La prima festeggia quest’anno 50 anni di carriera e non sembra dimostrarli, vista la sua tenacia nel voler continuare il lavoro di attrice, mentre il secondo è famoso per aver interpretato Centovetrine. L’esperienza dei due attori si avverte e il pubblico ha un motivo in più di continuare a frequentare il teatro di parola.

Honour ci conduce nella banale vita medio borghese di una famiglia composta da un giornalista famoso e suo moglie scrittrice, la quale ha abbandonato la sua fiorente carriera per seguire quella del marito, sostenendolo e dandogli una figlia. I due sono sposati da trentadue anni e la loro vita rappresenta un perfetto quadro di ovvietà borghesi, fatta di soldi, vita mondana, amore dichiarato e desideri repressi, monotonia evidente.
Un giorno arriva una giovane aspirante giornalista, carina quanto spregiudicata nello sciorinare certezze di vita e falsamente adulatrice. Mira a tutto. Carriera, uomo potente da sfruttare per le sue conoscenze, sesso, passione, soldi, successo, carriera, senza rinnegare sè stessa o fare compromessi. Si insinua nelle vite dei tre malcapitati con la sfrontatezza tipica di chi è inesperto, dispensa i suoi consigli a tutti ed è ben consapevole dell’effetto del suo sex appeal su un vecchio di sessant’anni.
La scusa è la scrittura, una biografia da completare sul famoso giornalista. La giovane sembra subito attratta del fascino del vecchio intellettuale e il gioco è fatto! Si innamorano (?), lui lascia la moglie, va a vivere con la nuova fiamma e cerca di dare spiegazioni alla figlia! Iniziano così una serie di scontri fra i quattro protagonisti, dove la giovane sembra avere la meglio per la sua dialettica e sicurezza, la figlia mostra tutta la sua insicurezza, prezzo da pagare per una vita vissuta nell’agio, la moglie incassa il colpo quasi giustificando il marito e la storia sembra confezionata in un banale ménage à trois. Ma attenzione arriva il ribaltamento nella trama! Finalmente la vecchia moglie non è la vittima apparente di questa storia, bensì la prima che si reinventa e ricomincia a scrivere. Ottiene il successo, mentre la giovane nel tentativo di pubblicare un suo romanzo, viene fermata dal suo amante, per la mancata qualità del suo lavoro. La giovane vorrebbe diventare una brava scrittrice, come la vecchia moglie che tanto ammira e accusa per aver abdicato alla carriera ed è qui che trova l’ostacolo. La sua folle corsa verso il successo le ha fatto perdere di vista sé stessa e nel momento in cui confesserà alla sua nuova fiamma di non essere innamorata di lui, metterà in luce tutto il suo egoismo e la sua forza distruttiva. Non rimane che constatare un solo punto a suo favore. La sua incursione nella vita dei tre borghesi ha contribuito a metterli di fronte ai loro desideri, dubbi e sentimenti repressi, rimescolando le carte della sorte e mostrandoci un finale non del tutto scontato!
Il ritmo serrato della scrittura è ben detto in una sequenza interminabili di round che trasformano la spoglia scenografia in un campo di guerra della parola. Si parla di sentimenti. I dialoghi tengono alta la concentrazione del pubblico lanciato verso la scoperta del finale, il quale non può essere così ovvio come tutta la storia.
Gli attori sono molto bravi e risparmiamo la noia sul filo del rasoio, data l’ora e mezza di un atto unico.
Franco Però, il regista, si è avvalso della traduzione di Masolino d’Amico e porta lo spettacolo agli applausi finali grazie all’affiatamento dei quattro attori.
Accanto ai vecchi protagonisti troviamo Viola Graziosi nel ruolo della giornalista e Paola Giglio in quello della figlia.
Honour rimane comunque una commedia dove la protagonista è la parola. Tuttavia il testo potrebbe coraggiosamente essere preso in considerazione dal teatro sperimentale e il silenzio essere utilizzato come arma di rappresentazione. Ma questa è un’altra storia.

di Cristina Capodaglio

Spettacolo ore 16,00. Più tardi c’è il coprifuoco. – Di Cristina Capodaglio


Lunedì 22 ottobre 2012 è stato rappresentato al Teatro del Carcere di Rebibbia lo spettacolo LA GUIDA DELL’ERMITAGE (El guía del Hermitage) di Herbert Morote.

La messa in scena è della Compagnia La Ribalta – Centro Studi Enrico Maria Salerno e la regia di Fabio Cavalli.

Gli attori sono molto bravi, incisivi, con un corpo-di-scena quasi irripetibile sui palcoscenici canonici. Non troviamo i loro nomi sulle locandine degli spettacoli teatrali. Perchè! Béh se prestiamo attenzione qualche nome compare fra i protagonisti del film Cesare deve morire dei Fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 2012 e in corsa all’Oscar per il miglior Film Straniero 2013.

A già! Scusate! Sono detenuti. Detenuti del carcere di Rebibbia. Per un attimo avevo dimenticato che sono cittadini derelitti, di terza scelta, non adatti al mercato.

Eppure quando assisti ai loro spettacoli entri nell’oblio, nella catarsi, prerogativa del teatro.

Il teatro! Questa grande macchina da gioco che rischia di diventare un guazzabuglio di grida isteriche e meta di figli legittimati da cognomi illustri del passato. Passato italiano appunto, riciclato. Tutti oggi in Italia calcano la scena. Dai residui della fiction, al figlio di qualche attore famoso che si ri-qualifica da uno spazio scenico all’altro come artista intercambiabile. Evidentemente nessuno gli ha detto che l’arte non è un puzzle dove potersi inserire tout court. L’immediatezza della scena che determina la trance del pubblico è un esercizio impegnativo e richiede talento e sobrietà. L’urgenza di diventare famosi conduce talvolta a percorrere strade in discesa e al primo successo si corre il rischio di sentirsi Sarah Bernhardt. Per tale ragione le starlette sono spesso rigide ai “comandi” del regista, preoccupate come sono della fama e del compenso. Solo togliendosi di dosso tali strutture un attore riesce a trovare l’energia e la tensione necessaria per poter esprimere il meglio sulla scena, per poter uscire di senno, estraniarsi e far gioire il pubblico.

Al contrario un lavoro di questo tipo riesce molto bene ad un galeotto. Chiuso in una cella senza prospettiva, esclusa la possibilità di studiare o lavorare entro o fuori dal carcere, il detenuto acquista forza, rispetto di sé stesso e la propria “libertà” mettendosi alla prova con un testo teatrale. Attraverso lo studio e la recitazione i detenuti vengono rieducati e non banalmente intrattenuti. Loro sono maschere nude e conservano il sapere della strada. Il loro pesante bagaglio pieno di ansie, angosce, paure può essere impiegato dal regista per creare delle opere d’arte. Sono uomini primitivi e non hanno nulla da perdere o da dimostrare come attori e quindi sono veri, liberi di esternare le loro passioni, creandosi la possibilità di un riscatto verso le guardie carcerarie, la famiglia e la società. La quarta parete, il pubblico, avverte questa energia, subisce la catarsi, in una specie di sospensione del tempo e si dimentica dei propri problemi, si libera e all’occorrenza piange.

Come dice il regista Fabio Cavalli “si verifica il senso del teatro quando si incontra la bellezza con la giustizia, ciò che è ben detto (la bellezza) e che parla di ciò che deve essere (la giustizia). Il Teatro fuori deve diventare forte come il teatro in carcere. Questo è il teatro assoluto, in quanto l’essere è privato di tutto. Il teatro primigenio, una comunità di fronte a se stessa, il pubblico”.

Questo accade se avete la possibilità di assistere ad uno spettacolo della Compagnia della Ribalta che Fabio Cavalli ha già diretto avventurandosi con testi di Dante, Shakespeare, Giordano Bruno, Pirandello, Aristofane. Ora è la volta di un autore peruviano contemporaneo, Herbert Morote, con un’opera che parla di paura, speranza, riscatto, arte e bellezza, La guida dell’Ermitage, che fa sorridere, piangere e stupisce come di rado accade con un testo moderno.

Trama:

Prima che i tedeschi potessero mai completare l’assedio a Leningrado, il governo sovietico era riuscito a trasferire negli Urali tutte le opere del Museo Ermitage, per evitare che venissero depredate. Una guida del museo, però, decide di continuare le visite alle sale, spiegando i quadri non più appesi alle pareti, e lo fa con tale bravura e passione che i visitatori finiscono per vederli, apprezzarli e commentarli… Non è importante se ciò che si ama sia visibile o meno. ‘L’importante è sentirlo…’

Traduzione Francesca Cornelio

con Giovanni Arcuri, Vittorio Parrella
e con Daniela Marazita
musiche Franco Moretti
clarinetto Daniele Veroli
violoncello Tommaso Venanzi
violino Giorgia Martinez

 

                                                                                              Cristina Capodaglio