Le Bord des Mondes al Palais de Tokyo di Cristina Balma-Tivola


“Si possono fare opere d’arte che non siano ‘d’arte’?”. La mostra Le Bord des Mondes in corso dal 18 febbraio al 17 maggio al Palais de Tokyo di Parigi si apre con questa domanda di Marcel Duchamp, cui tenta di dare risposte – parziali, temporanee, spesso solo accennate – attraverso la messa in scena della produzione e/o della riflessioni di artisti sui generis (definitivi di volta in volta visionari, sperimentatori, poeti o pirati) il cui lavoro origina dai più diversi campi disciplinari e dalle più diverse prospettive di indagine sul reale dando luogo a risultati invero poetici e ricchi di potenziale ispirazione.

Bridget Polk _ Balancing Rocks

Bridget Polk _ Balancing Rocks

Bridget Polk _ Balancing Rocks2

Bridget Polk _ Balancing Rocks [2]

L’americana Bridget Polk, con le cui opere s’apre l’esposizione, siede in attesa che parti delle sue sculture crollino e abbiano bisogno d’essere risistemate: le Balancing Rocks – risultato delle tre fasi di meditazione, performance e produzione in cui ella articola il processo produttivo – sono infatti composizioni impossibili di laterizi di cemento, pietre porose smussate da vento e pietre arrotondate dall’acqua dei fiumi, in equilibrio precario l’una sull’altra per il tramite di precari punti d’appoggio reciproci di minime dimensioni e con una distribuzione improbabile dei volumi. Incontro del mondo naturale con quello culturale, esse dimostrano simbolicamente che nella vita è possibile tentare di organizzare il caos, ma l’equilibrio raggiunto sarà sempre effimero, perché sottoposto, oltre che alla nostra, anche all’azione di altri elementi del contesto.

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Quando un’antropologa visita la fiera ARCO2015 a Madrid…di Cristina Balma-Tivola


ARCO Madrid è la principale fiera d’arte contemporanea della penisola iberica. A cadenza annuale, essa riunisce gallerie d’arte per lo più – pur se non esclusivamente – spagnole in quello che è specificamente uno spazio di presentazione e compravendita della produzione recente di artisti nazionali e, in misura leggermente inferiore, internazionali. Accanto a questa dimensione di mercato, trovano spazio altre situazioni in varia misura espositiva o promozionale: un focus sulla produzione recente d’un paese ospite dell’America Latina diverso ogni anno (quest’anno, il 2015, è la Colombia), una sezione dedicata all’editoria d’arte (dalle riviste internazionali alle piccole case editrici locali), un’esposizione di opere/installazioni di artisti riconosciuti (Solo project), una sezione con artisti emergenti selezionati ad hoc per esporre in fiera le proprie opere.

Detta così, sembrerebbe una proposta completa, interessante ed equilibrata, e invece la discutibilità dei criteri di selezione di questi ultimi, per esempio, ha originato già da ben vent’anni una fiera parallela autogestita – Flecha (lett. ‘freccia’) – in cui gli artisti scartati dall’altra possono qui esporre e vendere direttamente al pubblico le proprie opere senza intermediari. La serissima ironia di fondo è l’inversione per cui ciò ha luogo in un centro commerciale – la cui destinazione d’uso è quindi già quella del mercato – dove però si accede gratuitamente alla visione delle opere di contro all’elitarismo di ARCO il cui costo del biglietto d’accesso permette solo a un pubblico abbiente il piacere, nel caso, della mera contemplazione.
Non solo: accanto a Flecha trovano luogo ancora le ulteriori fiere di JustMadrid e ArtMadrid, sempre dedicate all’arte contemporanea, così che l’overdose visiva della settimana, per chi passa da Madrid in questi giorni ed è interessato al tema, è totale.

Ma torniamo ad ARCO. Quando visito fiere, saloni e kermesse i cui temi sono solo parzialmente di mia competenza, la sensazione iniziale non può non essere quella dello straniamento, cui s’accompagna l’indugio nel percepirne tutti i dettagli con curiosità e delizia.
Il pass che mi hanno fornito mi permette d’andare e venire come più m’aggrada, e include non solo il materiale stampa, ma pure i quotidiani del giorno in formato cartaceo (dei quali saccheggerò – miserabile che sono! – i sudoku nell’ora di metro per andare e venire dal quartiere fieristico). Letture discontinue del momento – sfondo teorico della visione concreta in cui sarò immersa di qui a breve – Caos, territorio, arte di Elizabeth Grosz e Between Art and Anthropology a cura di Arnd Schneider e Christopher Wright. Paura, eh?
Vestita a strati, bottiglietta d’acqua, notes per appunti, macchina foto entro nel primo padiglione, e lo sguardo inizia a sviluppare multiple traiettorie di pensiero manco fossi John Nash nell’interpretazione di Russell Crowe.

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