Exit – Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio Editore 2012) – di CorpiFreddi Itinerari Noir


exit

Stupefacente è il primo aggettivo che mi viene in mente. Come ci immaginiamo la nostra morte? Vorremmo pianificarla, organizzarla, recitarla? Ci si può uccidere senza una apparente buona ragione? E decidere di morire deve per forza averla una buona ragione? E’ stato il romanzo di esordio della Bartlett, pubblicato solo adesso in Italia e per quanto, di solito, insospettiscano uscite tardive di opere prime di autori all’apice del successo, EXIT non delude. E’ una storia di paradossi, un romanzo dai toni vagamente surreali, che porta la mente ad ondeggiare, come la risacca sulla battigia, tra il tragico e la parodia.

EXIT è il nome, evocativo, di una residenza di classe, di una clinica per privilegiati, che si permettono il lusso di scegliere, quando e come congedarsi dalla vita. Sono assistiti da due medici, fini esteti e da una spigolosa infermiera che ha, fra le sue doti, capacità culinarie sopraffine. E si, perché ad EXIT si passano giornate allegre, fra pranzi, balli, banchetti, cibi raffinati e litri di champagne, discussioni e piacevoli chiacchierate. E’ un posto accogliente, elegante, circondato da un parco lussureggiante, dove si paga perché la vita sia gioiosa, fino a quando ciascuno non decida modi e tempi per andarsene. Il contratto, però, è a termine, scade allo scadere della stagione: chi non si suicida deve salutare e lasciare spazio agli ospiti successivi. Non ci sarà un secondo giro, non ci sarà una seconda possibilità. E la morte arriva, a interrompere per un momento la gioia artefatta della vita di comunità. E’ accompagnata da cerimonie bizzarre, che richiedono coreografie dettagliate. In un mondo che ha perso il senso del vivere e forse del morire, le vecchie liturgie non consolano più, se ne cercano altre, probabilmente vacue, ma su misura, come se fossero l’ultimo vestito da indossare per l’estrema rappresentazione di una vita che non si sa più vivere, ma solo recitare e rivedere nello sguardo degli altri, non amici, non parenti, neppure nemici, bensì pubblico.

Potrebbe sembrare un romanzo sull’eutanasia, in realtà è molto altro, ad EXIT non vanno i malati, anzi, per essere ammessi, occorre certificare di non essere affetti da patologie fisiche né tantomeno essere depressi, serve solo la volontà di farla finita. Badate bene, la volontà, non una presunta, ragionevole, socialmente accettabile, buona ragione per farla finita.

La Bartlett ha l’animo dell’investigatore e questa volta indaga, senza ipocrisie e con i tratti ironici che contraddistinguono il suo scrivere, nell’anima di una borghesia e di una società annoiata, alla quale sono venuti a mancare gli strumenti tradizionali e gli anticorpi per affrontare alla vita. Fra situazioni grottesche e colpi di scena, la tensione resta alta ed è facile scivolare nel mondo surreale di EXIT, sentirsi parte della strana compagine li radunata per morire, ma che ne frattempo vive, ama, odia, soffre e finisce, in poco tempo per diventare intima, un gruppo di amici, pronti a vivere e a confondersi nella partita del fato, del sentimento e dell’estrema decisione.

Non è un romanzo sulla buona morte, ma sulla cattiva vita, sulla mancanza di senso, o dell’incapacità di trovarlo, in noi e in quelli che ci stanno accanto, compagni scelti od occasionali di viaggio. Non c’è consolazione, non c’è disperazione, c’è una visione laica del vivere e del morire, che si apre con sguardo estetico ed estatico verso la bellezza della vita. Il senso del tragico scolorisce nell’ironia della prosa, nel fraseggio teatrale del testo, nello spazio chiuso della villa e nell’arco temporale di un’estate.

E’ un testo attuale, capace di molti registri e di strappare qualche risata, sicuramente di accompagnare verso riflessioni che prima o poi tutti incontriamo sul nostro cammino. E’ anche una sorta di manifesto del pensiero dell’autrice, si trovano già tutti i temi della produzione successiva il femminismo, il senso del tragico della vita e il tentativo di affrontarla sorridendo, senza prendersi troppo sul serio, mostrando quanto la vita, con i suoi paradossi, possa essere comica, per coloro che abbiano voglia e il coraggio di ridere.

articolo di Francesca Fossa – Corpifreddi Itinerari Noir

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Ferite Profonde – Nele Neuhaus (Giano Ed. 2012) – di Corpifreddi Itinerari Noir


Ho conosciuto Nele Neuhaus con Biancaneve deve morire e ne ho apprezzato lo stile e la capacità di coinvolgere il lettore fino all’ultima riga dell’ultima pagina, e senza dubbio Ferite profonde è una piacevolissima conferma . Avete presente un calidoscopio? Quel piccolo strumento con all’interno specchi che formano tante figure e che riflettono e cambiano ad ogni movimento?
Ecco, è quello che mi è venuto in mente leggendo questo romanzo. Tutto sembra il contrario di tutto, le situazioni cambiano radicalmente, la trama è una tela intricata che viene intessuta sotto i nostri occhi mano mano che la lettura va avanti. Ad ogni capitolo sembra di aver capito tutto per essere poi smentiti dopo poche pagine. Era una specie di puzzle. Ogni singolo pezzo aveva un significato che sarebbe apparso chiaramente una volta completato il quadro. 
Mi piace da matti questo stile, mi piace come scrive la Neuhaus, è davvero brava nel coinvolgere prima e sconvolgere poi il lettore con storie avvincenti e personaggi ottimamente strutturati. Con Ferite profonde ci troviamo di fronte ad un romanzo che non è solo un thriller, ma una torbida storia di bugie e tradimenti che hanno radici profonde nel nazismo e nella seconda guerra mondiale e che sfociano nell’omicidio di David Goldberg ultranovantenne, giustiziato con un colpo alla nuca.
Il vecchio era inginocchiato sul lucido pavimento di marmo del corridoio, a neanche tre metri dalla porta d’ingresso. La parte superiore del corpo era rovesciata in avanti, la testa in una pozza di sangue. Per Bodenstein era impossibile distinguere le fattezze del viso, o meglio, di ciò che ne restava. La pallottola mortale era entrata da dietro, ma il foro scuro sul lato posteriore del cranio si vedeva appena. All’uscita il proiettile aveva però causato notevoli danni.
Gli indizi sulla scena del delitto e un particolare tatuaggio sul braccio della vittima mettono sul piede di guerra il commissario Oliver von Bodenstain e Pia Kirchoff (coppia di investigatori già presente in Biancaneve deve morire). La situazione si complica ancora di più con l’omicidio di altri due anziani, anche loro giustiziati con un colpo di pistola in testa, amici di Goldberg e tutti collegati alla ricca Vera Kaltansee. Sarà difficile venire a capo dell’intricata matassa anche perchè il bandolo è difficile da trovare, i Kaltansee sono una famiglia potente ma dietro alla facciata di perbenismo si cela una sconvolgente e fitta rete di menzogne che verrà svelata solo alla fine inchiodando il lettore alle pagine.
Ci tengo a puntualizzare (precisazione è doverosa per chi come me è un fanatico della serialità) che Ferite profonde non è il seguito di Biancaneve deve morire, anche se uscito dopo, ma non è neanche il primo della serie, e questo mi ha infastidita e mi ha creato qualche problema iniziale perchè si fa riferimento a personaggi o casi  precedenti sconosciuti. Mi chiedo il motivo di questa pubblicazione “ballerina”.

Articolo di Cristina Di Bonaventura

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L’assassino ipocondriaco – Juan Jacinto Munoz Rengel – di Corpi Freddi – Itinerari Noir


L’assassino ipocondriaco. Difficile uccidere con tante malattie…

Il riso e il sorriso tra i morti ammazzati mi ha sempre colpito e ci ho pure scritto sopra un pezzetto qui, per cui nessuna difficoltà ad impossessarmi del libro citato.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui,  (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.

Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).

Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.

Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.

Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

Articolo di Fabio Lotti

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Pessime scuse per un massacro – Enrico Pandiani – di Corpi Freddi – Itinerari Noir


Enrico Pandiani, Rizzoli, Ed. 2012

“I tuoi occhi si chiusero come due ali grigie, mentr’io seguo l’acqua che porti e che mi porta: la notte, il mondo, il vento dipanano il loro destino, e senza te ormai non sono che il tuo sogno solo” 

Occhi come portali ed un passato che vi scruta attraverso. Occhi levati, come quel famoso indice al cielo di pascoliana memoria, a puntare i colpevoli. Così remoti, lontani nel passato, da cullare nel ricordo e bruciare nella vendetta l’integrità d’anima dello stesso vendicatore. Sotto quello sguardo, affisso in immagine, su un albero o in un fienile , si consumano efferati omicidi con mezzi anacronistici. Occhi che assistono immobili mani febbrili che snodano un nastro sinfonico di polvere, sangue e morte sul tetto, sul cofano, sulle portiere lucenti dell’auto del senatore Vigoreaux. Spegnendo nel tambureggiare di una vetusta mitragliatrice Browing calibro 50, le vite dei tre occupanti. Mani, come guanti di sfida, che depositano religiosamente sull’otturatore appena tacitato, un piccolo elefante di plastica. Chi non ricorda di aver almeno una volta visto, anche di sfuggita, il simpatico Babar, re degli elefanti di Celestopoli nelle sue avventure fiabesche in televisione o nei libri a fumetti per bambini?..E’ la sua allegra statuina che si troverà a stringere tra le mani il commissario Mordenti su quella scena del delitto e sulle successive.
Babar e quegli occhi che scrutano da un lontano passato. Un bel rompicapo per il capo de Les Italiens , questa volta con la sola compagnia di Alain a condurre l’indagine nella cittadina di Barbizon. L’ultima guerra mondiale e i suoi fantasmi: volenterosi carnefici “aiutati” a sparire oltreoceano prima della capitolazione finale, piloti americani abbattuti da un’improbabile antiaerea, la ricca famiglia ebrea Dreyfuss ( un cognome che , credo non a caso, richiama quel famoso “affair” nel lontano 1894 ) “dispersa” nel fumo di uno dei tanti camini di Adolf, partigiani e spie e su tutto la sempre infinita ingordigia e prevaricazione dell’essere umano. Mentre il piombo del passato dilania vite e ricchezze presenti sottratte con l’inganno e cementate in segreti inconfessati, l’indagine sembra arenarsi ed arrendersi perdendosi in sempre più piccoli vicoli ciechi. Sembra appunto, ma le “celluline grigie” del nostro commissario incessantemente lavorano.
Seppur facendo i conti con l’attrazione irresistibile per Mai Linh ( e come non pensarlo , la donna più improbabile come possibile compagna di viaggio) e uno scanzonato flertare con l’agente Delphine, Mordenti setaccerà ogni indizio, tenacemente come il suo cognome sembra suggerire, dividendo la pula dal grano ed arrivando alla soluzione ed ai colpevoli in un finale inaspettato e straordinario. Pandiani in questo quarto romanzo ( ricordiamo i precedenti : Les Italiens, Troppo Piombo e Lezioni di Tenebra ) , lasciando per così dire ” a riposo ” il resto della squadra de Les Italiens, dipinge ancor più profondamente il suo commissario e in tal modo che, seppure ci si avvicina nella lettura a “Pessime scuse per un massacro” senza aver cronologicamente conosciuto i precedenti, chiunque può rimanere (a parer mio rimane) colpito ed avvinto a questa figura scanzonata, ironica ed autoironica, di intelligenza ed acume rari ed ugualmente umanamente simile a chiunque di noi. Non solo la trama, il modus di indagine ma anche la stessa “atmosfera” che si respira in questo gioiello poliziesco, a mio personale parere, riporta alla mente film gialli francesi, il Maigret di Simenon o il poliziotto della brigata criminale interpretato da Jean-Paul Belmondo.
La crudeltà dell’uomo, la fragile seppur terribile consistenza della vendetta, l’effimero fiore del sentimento quando si lascia travolgere da egoismo o paure, le scuse troppe volte di comodo e pessime che nascondono un animo che non ha nulla di eroico..sono tutte qui a farsi respirare in ogni parola, ma nonostante tutto quel che resta chiudendo il libro non è un buio di ineluttabilità che ti assale, piuttosto, una malinconia impercettibile smorzata dalla sicurezza di un nuovo affetto appena nato, la sicurezza che da qualche parte nel mondo ci sono luci che fugano quel nero compatto frantumandolo un pezzettino alla volta. Mordenti è una di quelle luci.

Articolo di Daniela Contini Di Corpi Freddi – Itinerari Noir

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Undicesimo comandamento – Elena Mearini di Corpi Freddi – intinerari noir


Elena Mearini, PerdisaPop, ed. 2012

Milano. Città che corre, che include, che esclude, che ignora, che afferra. Mosaico di vite, intreccio di esistenze, frammenti di storie.
Storie che si raccontano. Storie che si confondono. Storie che si nascondono.
Storie che si consumano tra le mura domestiche, pareti che diventano il confine con il mondo, intonaci impolverati che velano e ingoiano il dramma.
La storia di Serena è così: silenziosa, scandita, disillusa, secca, pesante.
Silenziosa come la preghiera che ha deciso di pregare e il dolore che ha deciso di tacitare. Scandita come le regole e gli ordini che ha deciso di rispettare.
Disillusa come i sogni che ha deciso di umiliare.
Secca come i colpi che ha deciso di incassare e riscattare.
Pesante come la Croce che ha deciso di trascinare.
Questa è la storia di Serena, dura come i sassi e triste come la solitudine, unici compagni di giochi della sua infanzia. Serena, il suo nome sembra quasi uno scherzo del destino. Orfana, in un sol colpo, di papà Salvatore e mamma Adele. Bambina che “all’età di 10 anni bagnava il letto e si faceva la notte addosso“. “Terra coltivata nel sacrificio dei sogni abbandonati” di Rinaldo, zio e padre adottivo ma “senza barba di padre ne bianco di eterno”. Questa è la storia di Serena, una bambina cresciuta nel silenzio assordante di parole non dette, nel freddo pungente di carezze mancate, nel peso insopportabile di guantoni appesi al muro, nell’odore nauseante di Barbera frizzante, nella speranza irrealizzabile di un soccorso paterno e salvifico. Questa è la storia di Serena, “astemia di coraggio e ubriaca di paura”, che all’età di 25 anni prende in mano i suoi sogni e cerca un riscatto alle sue fragilità. Sceglie Diego come culla dei suoi desideri. Ma Diego, “monolite da venerare in ginocchio”, figlio delle fragilità del potere e del successo, gratifica il suo senso di frustrazione tra le mura domestiche attraverso la bassezza e pochezza di gesti che violentano e uccidono, a piccole dosi, la dignità di una donna. Diego “nella taglia del padrone non fa una piega”, cocchiere senza ragione, schiaffeggia e accarezza, orienta e disorienta, illude e disillude. È il Caronte che traghetta la sua anima. Il suo continuo naufragare. Così si frantumano i sogni, le aspettative, le speranze che diventano frammenti di vetro che penetrano nella carne e generano il sangue di Cristo. Così cadono a pezzi i sogni di Serena. Serena che, dal giorno del suo matrimonio, ha come amici “le spalle di Rinaldo”, gli intonaci delle pareti, la sua favola dolorosa e Anja, la donna delle pulizie che Diego le ha “regalato” per colmare, ancora una volta, il suo senso di insoddisfazione e innalzare la bandiera dell’apparenza. Ma Serena recita il suo salmo: “perdonare sempre, sopportare tutto, seguire Cristo e la sua favola in attesa di un finale di amore” e così decide di trascinare la sua Croce fino a quando le spine della corona arrivano a pungere l’anima di una vita candida. Pura. In quel momento Serena, “con lo strumento acustico del coraggio” sceglie di ascoltare la sua forza.
Abbandona la sua croce.
Espelle le sue spine.
Disinfetta le sue ferite.
Battezza un nuovo comandamento, l’undicesimo, come rito di iniziazione ad una nuova vita.
E in quel momento, anche Rinaldo schioda i guantoni dal muro, li indossa e gioca il suo ultimo ring, quello più importante. Nel battito di un nuovo amore, Serena trova il significato del suo esistere. La fine del suo calvario. Sbeffeggia Cristo e la sua favola poco moderna. Raccoglie quel che rimane dei suoi sogni frantumati. Stringe amicizia con i suoi lividi e recita il suo nuovo salmo: “Uccidi chi non ti ama”. Questa è la storia di Serena, raccontata attraverso frasi secche e intense che arrivano lì, dritte, allo stomaco senza rumore, nel silenzio di parole assordanti e tombali, con struggente e maledetto equilibrio. Lo perforano fino a farti denunciare la violenza. Questa è la storia di Serena, che Elena Mearini racconta attraverso una prosa poetica, in cui ogni parola è il metro di un sentimento. Questa è la Storia di Serena, confessata attraverso metafore, similitudini, digressioni e la straordinaria allegoria della favola di Cristo, per giungere all’assoluzione del grande peccato: non essersi amata. Questa è la Storia di Serena, la voce di tante donne che non riescono ad abbandonare la loro croce. Questa è la storia di Serena, voce di dolore e pillola di speranza.

Articolo di Marco Piva – Corpi Freddi – Itinerari Noir

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