RITMO E QUOTIDIANITA’ di Antonio Limoncelli


LA DIFFICOLTA’ DI COMUNICARE
Il mezzo ci accomoda in poltrona in attesa degli eventi
e intanto pigiamo pulsanti per vedere, capire, volare, credere

La motivazione emotiva sotto la spinta teleomonica formalizza in un aspetto perfettamente integrato all’atteso, peculiare della specie. Si realizza, cioè, una sequenza d’azioni (rituale) che ripercorre, talvolta, l’intera filogenesi. Gesti, posture, espressioni mutano la loro condizione strettamente fisiologica per acquisirne una nuova legata alla comunicazione.
L’atto si elabora come esigenza di confronto, supera la soglia istintiva propriamente detta e giunge nello spazio precognitivo.
L’inconscio prima elabora una valutazione storica del vivere poi rielabora il gesto causato dallo stimolo interno in gesto programmato da un’idea archetipa che si evolve in sequenza. Si demarca il confine tra istinto e ragione e si percorre questa linea fino all’intento.
La meccanica del gesto finalizzato si sovrappone alla dinamica impulsiva acasuale generando orientamenti nuovi la cui funzione spinge ad una problematica più complessa; si finalizza l’intento ad uno scopo oggettivo parallelo a quello di specie; una forma di riflesso incondizionato che oltre all’attrazione per l’accoppiamento necessario (motivazione oggettiva) esprime delle esigenze individuali.
Il movimento, a questo punto, è nell’intenzione che precede l’azione, cioè, si opera nell’autonomia propria di chi sceglie.

In qualche frangente, funzioni antitetiche possono generare risposte confuse, non pertinenti al contesto; nello stesso attimo, emozioni contrastanti motivano azioni collaterali che trasformano il comportamento atteso nell’inattesa anomalia. La forte tensione emotiva che ne deriva produce un’eccitazione esagerata per cui le frequenze gestuali si alterano in tremiti e scosse, in tendenze ambivalenti. L’ambiguità scuote l’abitudine ricombinando le relazioni e sviluppa strutture e moduli di comportamento in sintonia con i meccanismi di comunicazione.
Il rapporto che si sviluppa da comportamenti inequivocabili si evolve nella linearità gestuale della semplice reciprocità e con il tempo, grazie all’esperienza e ad una maggiore semplificazione, si possa ambire ad una corrispondenza simbolica quasi concettuale.

L’astrazione nel mondo animale è conseguenza dell’ambiguità, cioè, il prodotto dalla funzione di strutture orientabili. Tale struttura nelle componenti più rigide può uniformarsi allo schema ordinario anche se le alterità congetturali possono variarne le corrispondenze. I riferimenti inutili vengono spesso eliminati per liberare le sequenze originarie dalle coerenze seriali. E’ tipico dei processi in sequenza giungere alla semplificazione stereotipata per una lettura immediata del contesto. Tale processo viene definito necessario per argomentare con efficienza la risposta inerente. Tra visione e funzione dev’esserci una sottile lamina estremamente duttile per operare senza fraintendimenti.
La sintesi animale nasce da un’analisi congelata nell’irreversibilità, da una risposta che non giunge mai perché la domanda è troppo evasiva. In altre parole tale sintesi non è collocabile nell’infinitesimo, non è l’insieme di cardini simbolici inerenti ma, la ripetizione semplificata d’un modulo di comportamento coerente allo stereotipo e funzionalmente inadeguato all’esperienza acquisita. E’ solo una forma di timidezza inespressa, configurata alla transizione inalienabile delle varianti emotive originarie. Siamo al teatro di attori esagerati che percorrono spazi ristretti per non lasciare dubbi. In ampie distese ci vuole un regista! Siamo animali che vogliono chiarezza nell’ambiguità, che corrono sulle linee sgraziate del caos, che si perdono nel divenire doppio d’una scelta logica e naturale. Dovremmo essere la variante per un distinguo inevitabile, il chiaro intento individuale di predare ed amare.
La primaria necessità di scambiare riconoscendosi le reciproche intenzioni risponde immediatamente e in misura adeguata, soddisfa appieno le esigenze di tutti. Ecco che l’ambiguità diminuisce compensando lo sdoppiamento interno che lo sforzo causa e l’idea d’essere anche l’altro nel predare e nell’accoppiarsi evolve il contesto alla realtà, alla verità fenomenica. La natura si realizza.

Esagerazione, ripetizione, semplificazione, comunicazione. Prendiamo una figura conosciuta, un oggetto che adoperiamo giornalmente. Tale oggetto è collocato nella funzione che ha. Estrapoliamone i contenuti senza alterarne le motivazioni. Quest’oggetto resta rappresentato dalla configurazione opportuna. Vediamo l’oggetto e lo usiamo. Nulla sembra più normale di questa combinazione.
Riconsideriamo l’oggetto alterandone la conformazione. L’oggetto può non essere riconosciuto e abbandonato alla sua collocazione incongruente oppure può essere riconosciuto come variante e quindi variarne la sua funzione.
L’arte di scombinare la configurazione si esplica con una sequenza di nuovi nessi capaci di generare funzioni nuove. L’arte di trasformare l’oggetto si propone ricomponendo un oggetto nuovo privo di funzione o un oggetto avente la funzione di novità concettuale nell’ambito delle conformazioni.
Oggettivamente le risposte possono essere dunque variabili alla variante di partenza innescando innumerevoli funzioni ed effetti.
La visione dell’oggetto trasformato induce all’opera d’arte mentre l’uso dello stesso ne implica una funzione di sostituzione che può essere più o meno inerente a quella primitiva.
Se l’oggetto subisce una variazione armonica cristallizza nella programmazione precedente divenendo visione gradevole con funzione nulla. Se invece, l’oggetto subisce una variazione asimmetrica diviene funzione tangente alla precedente alterando il comportamento sia di chi lo guarda sia di chi lo usa.
L’aberrazione dell’oggetto può indurre alla follia chi lo guarda per regolarne il limite e chi lo usa per raggiungere obbiettivi identici a quelli dell’oggetto non aberrato.

Consideriamo una variante qualsiasi e valutiamo quali stimoli può essa produrre in un fruitore.
La sorpresa di non riconoscere immediatamente un oggetto molto comune alterato da una variante scatena emozioni contrapposte generando risposte conflittuali. Chi guarda si osserva per interpretare se stesso, in funzione dell’oggetto imprevisto, per valutare quale delle risposte è più coerente all’equilibrio tra visione e funzione.
L’arte di credere all’apparenza manifesta nuove tendenze e l’azione in torsione spiralizza espressioni elicoidali, la spirale abissale in cui può perdersi la mente che insegue gli effetti che l’oggetto in variante produce.
L’invarianza funzionale potenziale prevista per una variazione minima si contrappone alla trasformazione completa di un’aberrazione programmata dalla volontà di cambiare completamente l’oggetto. Le motivazioni possono essere significative solo se la risposta suscitata dalla variante evolve l’individuo e la specie, anche se, il contesto, nella totalità, assume grande importanza, potrebbe addirittura generare l’idea che l’animale inutile vada confezionato come prodotto di scarto. L’oggetto non è funzione e la visione è illusione per cui la variazione non è realmente avvenuta.
Se invece l’animale è il vero referente funzionale, l’oggetto variato potrebbe ricombinare le idee e produrre una nuova realtà.
La risposta del contesto non risolve i nostri quesiti. Quel che noi vogliamo, tra l’altro, è capire quale risposta da’ l’animale alla variante sorprendente, all’inatteso che penetra i luoghi comuni.
L’oggetto in questione denota una motivazione ambigua e il fruitore deve chiarire il dubbio, riconoscere con certezza la funzione che scaturisce dalla variante senza confondersi nella ricerca d’identificarne il precedente. Il referente, dunque, deve scoprire come operare nel contesto per utilizzare il mezzo più adeguato alla funzione e al seguito della nuova spinta emotiva alterare il contesto stesso secondo i bisogni.

L’artista sfrutta l’imprevisto disegno per argomentare nuove opere e la funzione, collocata nella voglia di sorprendere, esplica l’originale valutazione asservendola al godimento creativo. Non può nutrirsi ma respira profondamente.
La pelle si allontana disarcionata dal muscolo e l’osso, senza più pretese, vaga nudo ai confini del vivente, materia repellente per ataviche paure. Pretestuoso è il disegno che risale all’evidenza, riflesso distorto dell’intimo umano. L’arte è inconscio! Che coscienza può avere l’artista se non può nutrirsi della funzione e deve operare nel vuoto respirando profondamente?

Il portento come variante attrattiva scardina la struttura portante, scuote le basi della verità con apparizioni concrete, vere illusioni, fantasmi di carne!
Il miracolo cambia il corso degli eventi, evento esso stesso, si piega alla volontà di potenza, Dio stesso che opera!
L’oggetto variato da Dio inscena parvenze attanagliate dal rimorso d’avere dubbi!
La funzione è teatro!
Raccontiamo l’oggetto che oramai non esiste! Valutiamo la variazione come incompletezza e cerchiamo nell’incongruenza l’inferno, il terribile abisso in cui ci smarriamo perché non riconosciamo i nessi funzionali del nuovo contesto.
Lasciamo l’arte della variante oggettiva per proporre, adesso, quella dell’uomo, funzione del vivere che alterna visioni e varianti inespresse.
Se l’oggetto quale funzione potenziale si esplica nella valutazione noi possiamo operare variando in relazione al contesto.
L’uomo si nutre e respira profondamente.

Tra le maglie della trama odierna spesso gli oggetti si trasformano nella funzione. In molti casi non esiste più distinzione tra oggetto e funzione. Il mezzo di cui ci serviamo è infatti oggetto e funzione.
L’animale capace di utilizzare un mezzo per giungere all’obbiettivo non valuta più la variante che altera l’oggetto ma il variare dell’efficacia del mezzo ch’è oggetto e funzione.
L’aberrazione è nell’uso d’un mezzo in cui non si distingue l’oggetto dalla funzione e la tecnologia spinge le masse all’ignoranza affinchè questo distinguo divenga impossibile e il mezzo si avvicini a Dio.
Il portento è un mezzo capace di scardinare una struttura portante, quella variante che scuote le basi della verità, un’apparizione concreta, la vera illusione, un Dio che ha fede nei nostri bisogni.
Il miracolo non cambia il corso degli eventi anzi ne uniforma il contesto piegando il volere alla volontà di servire, non Dio, ma chi ci fornisce il mezzo adeguato.
Tutto ruota come in teatro!
Il mezzo, baricentro dell’esistenza ci accomoda in un angolo, in attesa d’un nuovo evento e, intanto, pigiamo pulsanti per vedere, capire, volare, credere.
Raccontiamo l’uomo che oramai non esiste! Una variante attinente al precedente. Un oggetto senza funzioni.

di Antonio Limoncelli dal libro “SCIENZA DELL’ESISTENZA IRRAZIONALISMI RAGIONATI”

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Presa Visione: Stalker di Antonio Limoncelli


di Andrej Tarkovskij, 1971

L’accesso al proibito, là dove si sprigiona la magia, la possibilità d’incontrare l’oltre, la potenza dell’ignoto che si svela. Nelle pianure incolte dell’URSS, i residui industriali di un’architettura decadente, meccanica, a suggello dello snodo esistenziale che separa il passato, certezza ineluttabile, dal presente, carico d’interrogativi e senza risposte.
L’assenza di certezze scava abissi e la vertigine apre scenari indefiniti, squarci nell’intento minimo che interferisce con l’assurdo.
E allora, diviene assoluto il bisogno d’indagare, di capire se è ancora possibile non rassegnarsi alla vita ordinaria dell’infelicità e del compromesso, se è ancora possibile perseguire il chiarimento, il volere fino alla verità.
E dall’opercolo apicale fuoriesce la materia grigia, la follia organica dell’eccedenza, il desiderio incontenibile di attraversare il limite.
E se oltre il filo spinato pulsa l’incredibile, nessuna forza può ostacolare l’irruenza cognitiva. Il sistema incita, costantemente, alla sentenza morale, alla necessità del riferimento patologico, alla diversità come malattia e la polizia regola le azioni, insinua il dubbio nel dubbio, ambiguità necessaria alla certezza. E la realtà si svilisce nel quotidiano, nell’affaccendarsi esistenziale, in un divenire sempre più inerente all’universo politico.
Ma questa volta l’inspiegabile, recluso dal silenzio di chi gestisce il tutto, trapela in maniera geometrica e attira, magnetico; non si riesce a frenare l’impeto della folla di idee che si libera dalle ideologie processando la funzione animale, il carico di azioni istintive. L’uomo vuole la ragione dell’esistenza, apprendere dall’impossibile la possibilità di superarsi.
E’ stata una meteora? un’astronave? Vi è una stanza dei desideri? E’ la domanda che muove l’essere alla risposta.

Lo stalker è un cercatore di piste, un uomo coraggioso che non si muove per le risposte. Uno scrittore ed uno scienziato vogliono sapere, invece, capire, ma non sanno come evitare il pericolo che serba il gorgo dell’incoerenza, non sanno come attraversare lo spazio che li separa dalla Zona, dalla stanza dove pare si realizzino le proprie aspirazioni.
E lo stalker, sa avvicinarsi con circospezione. Il suo mestiere è quello di condurre alla tentazione senza farsi tentare per non smarrirsi.
Eccoli dentro una tundra acquitrinosa inseguire la meta e inseguirsi, mentre il paesaggio cangiante altera le prospettive, li confonde fino al vizio ciclico dell’espediente endogeno. E la ricerca si fa interiore, timida e virulenta nella sua blandizie antropologica. Lo scrittore destruttura e il fisico razionalizza la distruzione. L’intellettualismo esaspera fino alla teoria endemico della retorica, dell’esigenza sempre più evidente di rinunciare alla risposta. E’ la domanda che  rasenta il limite la speranza che cambi qualcosa.
E quando raggiungono la vecchia stanza scrostata,  aperta al respiro e alla pioggia, quando chi cerca deve chiedersi le ragioni del tutto e valutarne gli effetti, muore la causa che li ha spinti oltre forse perchè i desideri più profondi sono inutili e ingiusti come la ragione stessa del desiderio.
Il pericolo che deriva dalla scelta, il potere di decidere fino al dominio, rende il futuro senza speranza, la vita il dramma della morte certa. L’idea di acquisire qualcosa che l’inconscio possa decidere per noi potrebbe scuotere l’universo dell’io, la stessa via che ha permesso all’essere di giungere all’avere, alla povertà del possesso.
Ed io mi chiedo… Cosa avrei fatto? Io, scrittore e scienziato, doppio nella funzione, unico nell’essere io, identità numerata e definitiva. Cosa avrei fatto? Mi sarei comportato come trent’anni fa, quando l’ignoto mi risveglio dal quotidiano e mi offrì la totalità in cambio della purezza? Adesso avrei scelto di contaminarmi? No.
E lo scrittore e lo scienziato non entrano nella stanza e non chiedono nulla. Resta loro il viaggio verso la speranza, l’idea della vita che si sviluppa semplicemente. E ritornano stanchi, provati dalla consapevolezza che il destino dell’uomo non è la verità e che non è in suo potere la scelta. L’inconscio non si può controllare. Non sapremo mai cosa stiamo cercando, cosa vogliamo davvero.
E lo stalker sa già che non bisogna chiedere perchè il porcospino aveva ottenuto tutto e poi si era impiccato, il maestro si era ucciso e il fratello del maestro era morto in un incidente lungo il percorso.
Lo stalker è turbato dalla mancanza di fede che alberga in tutti gli uomini. Dove si è smarrita la speranza?
E la figlia irradiata dalla Zona, nella sua stasi patologica, ha sviluppato capacità telecinetiche. La speranza non si è smarrita. E’ stata la purezza d’un transito senza la ragione d’una meta? Lo sferragliare del treno sui binari ci riporta all’inizio, alla regressione iniziatica, al viaggio d’andata e ritorno.

Impressioni d’un mio ritorno al film

Controluce morbido, spiragli ossessivi, ombre slungate e sottili, adiacenze furtive, commisurate e silenti, operose. Tutto ruota al contrario e il nesso si divincola dalla logica liberando il gesto sproporzionato.
Nessuno può ancorarsi all’abisso senza perdersi profondamente. Tutto è pronto a precipitarsi nel nulla e scivolare all’infinito, finitamente duttile, inespressivo, virulento. L’io di chi ha deciso d’inseguire l’oltre emerge dall’identità eroico.
Lei non può trattenere il fiume turbolento dell’inquietudine, il vorticare inesatto del flusso che il dubbio alimenta. Lei non può afferrare l’impressione che l’astrazione lascia nella mente dell’uomo.
E il marchio di Caino, indelebile, trascina l’eterno alla dissoluzione temporale, alla ricerca di attimi irripetibili, esistenze infinitesime acicliche.
Il ritmo è scandito dal treno, idea in transito, eccessiva e rumorosa. Il piano si inclina per lasciare scorgere l’orizzonte dei personaggi, i loro desideri, la paura, i sogni.
Lei non può fermare il bisogno incontenibile, l’urgenza di decidere subito cosa scegliere, se andare o rimanere.
E lui va via al seguito della legge cosmica, l’espansione fino al rischio estremo,  la lontananza senza possibili ritorni.
L’artista sa che le leggi dell’universo sono rigidamente noiose, si ripetono, dunque, senza sorprese, senza sentire l’esigenza d’un dio. E la Zona, quest’area incredibile che si è aperta all’inesplicabile, potrebbe essere la stessa noia o l’impressione che tutto si è già smarrito nel nulla dei grandi mancamenti, dove lo spazio vuoto continua a rappresentarsi come materia. E la vertigine dell’assenza potrebbe generare l’aspettativa, il desiderio estenuante che mai soddisfa.
E lo scrittore ubriaco continua ad esibirsi, ironia e retorica del disincanto. Egli ostacola l’intento perchè preso dall’io che ne conferma l’identità: lui è scrittore ed ha il dovere di burlarsi della verità; sa che può argomentare solo e soltanto la menzogna.
E lo scienziato?
Lui è di poche parole, quelle essenziali. Si riserva al pensare, all’idea come strumento, al bisogno di verità.
E lo scrittore?
Torna argomentando la ricerca vana dell’assoluto perchè il divenire trasforma ogni cosa e la meta cambia continuamente e chi crede di poterla afferrare si ritrova tra le mani una menzogna ulteriore. Lo scienziato cerca per professione e lo scrittore per mendicare l’ispirazione.
E lo stalker?
Lui cerca qualcosa?
Insegue soltanto il rischio, vuole sentire il cuore palpitare ad ogni passo, vuole saperlo fermare. La sua attenzione rivela i particolari necessari ricollocando ogni parte nella posizione più aderente all’intento. E tutto diviene possibile.
Una pausa nel riflesso, indefinito e vago, della luce accidentale che spezza le ombre di metallo e le membra di cemento.
E lo scrittore trama ancora, ordito folle nella tensione del reato, esplica il tormento che ne divora gl’intendimenti; si dichiara colpevole di non cercare l’aspirazione come aveva lasciato intendere.
E se la Zona fosse  il luogo originario, l’inizio del viaggio verso la regressione?
Un labirinto di percorsi emerge dal baratro, vascello di pertinenze e congruenze programmate dal caso: la verità è il caos. Nessuno sa dove arriva la verticale e perchè l’orizzonte limiti la visuale alla variante prospettica.
La finestra sulla palude illude e si ritorce fino al riflesso contratto d’una speculazione troppo razionale, utile all’inerenza concettuale più prossima alla forma. E la visione nuota, algale, striscia sulla linea inumana, ripetizione d’impressioni eccedenti.
La volontà di perseguire l’intento produce il ritorno, il bisogno di riscoprirsi vivi nello stesso luogo che si ripropone, inerzia d’immagini condivise, àncore aliene che incatenano al mistero.
Nell’abisso psicologico della coerenza strutturale, nell’ambiguità marcata d’uno schizofrenico, maestro e discepolo allo stesso tempo, prototipo di un’ispirazione rabberciata che condivide il tormento e la gioia del dolore, che ritengo sia la maledizione della verità. E la riluttanza a sostenere questo ruolo doppio, questa paura d’essere l’uno e l’altro perchè l’obiettivo è identico, la meta univoca.
Agitarsi tra i fantasmi sfuocati nel dubbio che la nebbia sia il fiume lattescente d’una fiamma gelida.
Rotaie d’acciaio per treni di cartone, i passeggeri, disegnati sulle pareti dei vagoni, raccontano il viaggio.
E la tecnologia utile alla pigrizia, protesi ispessita dall’esigenza, programma l’artificio ideale.
Il sole si oscura per esaltare l’ombra poi risplende nuovamente e la trasparenza ricama un residuo già estinto mentre l’arte del riflesso ha senso solo se il significato delle cose riemerge dal caos che il caso ha generato come ordine.
E se la stessa verità dipendesse dalle circostanze, ideale univoco nella variante che anima il divenire?
Siamo in prossimità della Stanza, corridoio d’ansie, ragnatele di ghiaccio. Il passo rimbomba nel cervello, metallico e vuoto. Ecco una porta!
Dentro la palude. Ancora più dentro le dune in attesa del vento.
L’assoluto si dibatte, eco d’esperimenti e fatti, verità in ultima istanza. Tutto è invenzione!
Il sistema si nutre di menti, divora i cambiamenti affinchè tutto coesista, perchè presente e futuro si sovrappongano, si confondano.
L’intenzione è quella di perdere l’identità e con essa la paura di smarrirsi, l’angoscia di ritrovarsi già vecchi senza capire il perchè.
Cosa mi capiterà?
L’arte del prodigio riannoderà i percorsi fino alla soglia ed io riuscirò ad inoltrarmi fino alla verità?

Antonio Limoncelli

Presa Visione: Requiem For A Dream di Antonio Limoncelli


Requiem For A Dream di Darren Aronofsky (2005)

Trasferirsi costantemente, transito d’alienazioni, allitterazioni!
Trasformarsi lentamente, velocemente, d’un tratto normalmente. Le sequenza d’ immagini quasi si ferma inerenza visiva, particolare della partitura allevata come inno. Permane il bisogno di aggiudicarsi la necessità, di violentare l’ essere con l’avere, d’essere “ho”, adesso. Esistere vuol dire appropriarsi senza esitare, tormentarsi fino alla meta. Tutto si ferma stress statico, interazione antalgica con l’assenza, volutamente mancanza, annullamento. Ancora una sequenza di immagini rallentata, geometria che trasfigura, transito
interattivo, occhio dilatato, attenzione. Le cellule dislocate nella struttura dialettica, biologia della retorica, nessi e nevrassi, fibre d’un tessuto sterile, arido bianco di lino, abbaglio. La noia eccede, si riversa, oltrepassa. Dalla quantità ala qualità, dall’apatia statica al gesto lento d’una gioia controversa, la posa antitetica, il vizio antitetanico, sieri e controsieri, la malattia di vivere. Una pausa alla deriva accende la TV, spegne la scatola cranica, asserve il divenire all’esigenza d’apparire, di sparire virtuosismo virtuale, contorsione
eroica nella menzogna pubblicitaria, risposta esatta nel quiz quotidiano. Il sogno si materializza, esalta la connotazione, correzione della figura, troppo larga o troppo stretta, raffigurarsi nell’ideale, esaltarsi ancora, annichilirsi.
Altro divenire transita imperterrito e travolge un posto da occupare, spazio disoccupato, lotta di classe.
La poltrona è comoda, fatta a posta per le attese, per le lunghe attese, quest’ attesa che non si divincola dall’aspettativa; paura d’intersecare la brutalità, la violenza inattesa.
La dicotomia voluta dalla demarcazione, la linea limite, orizzonte generazionale, viaggia parallelamente, visioni adiacenti in giacenza terminale.
Siamo tutti malati di cancro, tutti dopati per affrontare la malattia, asserirne la negazione. L’adepto, TV o LSD, sigle in sintonia, viaggia nella normalità normalizzata all’intento ideologico dell’azienda produttiva o viaggio inverso, nell’essere produzione, atto esistenziale imperativo, smateralizzato. Nel primo caso in abito rosso e nel secondo nudo. Plastica o plexiglas, ne determinano la trasparenza, il riflesso d’intenti sulla verticale inesplorata. Accanirsi alla vetta, in un modo o nell’altro, disgrega, disunisce, aliena. L’abito rosso veste corpi allineati alla linea, evidenza cromatica sulla scena virtuale; la perfezione d’una virtù maniacale adeguata all’esigenza di farsi notare; l’ossessione d’apparire vincente, d’avere il diritto al ruolo d’esistere.

Abito rosso, plastica, dieta.
Nudo, plexiglas, piacere
DROGA

Il gioco della visione s’insinua nelle viscere, digerisci l’impressione d’aver mangiato. La sazietà d’essere saturo alimenta la tentazione, trama intessuta dalla variante. Voglio restare quel che sono ma in volo, librarmi sulla mia animalità con una posizione insolita, accedere alla sessualità delle menti. Quando lei a quattro zampe grida il piacere primordiale, io, bipede, analizzo l’inconveniente, l’astrazione definitiva, il potere della visione. Per aggiudicarsi la necessità bisogna sbattersi, prendere tempo, occupare lo spazio adeguato. E il contesto eccede dal sito riversando l’intero panorama nel particolare, gioco d’ombre successivo, sequenza grigia sul muro cancellato. Nulla separa il sogno dalla realtà: capelli rossi, arancione, smalto blu sulle unghia, volto/volto, dito/labbra, parole/parole, non voglio comunicare, voglio subire il nulla, sudare l’impossibile. Quella di aprire un negozio, tentazione nella nebbia, è l’esigenza di vendere, di vendersi per riacquisire il diritto ad identificarsi, inserirsi nel risvolto sociale. Intanto, la droga, divora la volontà ed io, ancora una volta, voglio subire il nulla, raccontare il silenzio, dimenticare che esisto. La vertigine dello spostamento incrina la validità del baricentro, il nuovo equilibrio non s’ avvera; menzogna è la calma apparente; sereno il giorno anche se l’astinenza di luce (estinzione della notte, astensione) turba i percorsi quotidiani, lo sguardo alle vetrine luccicanti; troppo lunga è stata la notte! Il suonatore d’ arpa accorda fasci di nervi. Sublima l’impotenza esaltazione anoressica. Niente carne rossa, niente zucchero raffinato, niente oltre l’apoteosi della magrezza. Il sole in dieta di luce impressiona il giorno, il burro sul davanzale si scioglie appena, la normalità s’insinua con l’amore, ristabilisce i contatti con la realtà, allucinazione collettiva, e il tempo incatena alla visione successiva.
Stressati dalla conseguenza in viaggio verso la speranza.
L’occasione impegna completamente ed è necessario farsi per ristabilire il confine, spararsi nelle vene il limite abbagliati dalle coesioni non coerenti correlati dalla sintesi. Le anfetamine sostituiscono la volontà, alterano il messaggio dell’emergenza funzionale, creano la disfunzione, lo spazio dell’esigenza limite, l’eversione diagnostica. La medicina che cura gli effetti occupa tutti gli scaffali dell’ emporio, distribuisce la follia generazionale; in ogni spazio commerciale si trova l’esperienza da vivere.

Di Antonio Limoncelli