Recensione di Andrea Brancolini a La geografia delle piogge di Paolo Grugni


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Laurana è una casa editrice nata nel 2010 e che, da allora, ha pubblicato 29 libri distribuiti in 3 collane: Rimmel, di narrativa italiana; Dieci, che tratta, attraverso elenchi di persone, motivi, idee, argomenti d’attualità; Europe, che è una serie di guide-reportages da città europee.
Quelle che seguono, e che precedono la parte sull’ultimo romanzo di Grugni, sono piccole considerazioni sui numeri dell’attività narrativa di Laurana. Non di vendita, solo di pubblicazioni.
I titoli della collana Rimmel, dal settembre 2010 ad oggi, sono 13, che vuol dire una media di un’uscita ogni due mesi, approssimativamente. Trovo questi numeri interessanti, seppure la scansione delle pubblicazioni non sia quella reale, perché possono dare un’idea del lavoro che sta dietro ai libri, e delle persone che lo svolgono. Mi sembrano, solo i numeri, indice di un comportamento, di un’attitudine nei confronti del libro. Aldilà del valore dei romanzi, delle raccolte di racconti. Come sono i libri di narrativa Laurana, o come dovrebbero essere?
Sul sito, nella pagina di presentazione della casa editrice, si trovano tra le altre queste parole:
“Laurana Editore si propone così di mandare in libreria una decina di titoli l’anno. L’interesse principale va a quegli scrittori che mostrano una spiccata attenzione per il contesto attuale del nostro Paese: un contesto sia strettamente legato a questo inizio del nuovo millennio, sia inteso come affresco degli ultimissimi decenni. Perché questa scelta? Vale a dire: come mai si è deciso di investire la narrativa di un ruolo che ci verrebbe spontaneo attribuire solo alla saggistica?
Perché grazie alla narrativa le cose si possono “far vedere”, si possono “mettere in scena”, e così rendere evidenti. […] Laurana Editore cercherà dunque di pubblicare letteratura che mostri le solite cose, ma in modo completamente diverso.”
Come si può notare, i numeri ci dicono che il proposito dei 10 libri annui non è stato raggiunto, per quel che riguarda la narrativa, mentre è stato di poco superato se si considerano tutte le collane. A me questi sembrano fatti indicativi di scelte che non inseguono novità ad ogni costo, se non si ritengono di valore.
Detto ciò, il romanzo di cui qui si parlerà è La geografia delle piogge, di Paolo Grugni, che rientra a pieno nella definizione di libro attento al “contesto attuale del nostro paese”. Le “solite cose” non sono così “solite”, e il “modo” non è “completamente diverso”, a mio avviso, ma quando mi è successo di parlare di questo romanzo, tra amici, una volta finita la lettura, le parole che mi son saltate in mente sono state: È un libro che si divora.
La prosa veloce e scorrevole, i capitoli brevi, le azioni che si susseguono velocemente, tutto contribuisce a che il lettore si immerga nelle trame e sottotrame, con una pagina che tira l’altra come fossero ciliegie, e intorrempere diventa non scontato, sei lì che volti pagina e magari ti dici: Ora smetto, ora devo andare, ora devo dormire, ora faccio altro. Ti ritrovi invece con gli occhi ancora piantati sulle lettere, sulle parole, sulle frasi, e il rischio diventa di farne indigestione, di non riuscire a metabolizzare tutto quanto è scritto, di non cogliere le sfumature di un narrato denso e leggero al tempo stesso. Bravo Paolo Grugni a maneggiare un materiale così ricco lavorando sulle superfici e riuscendo a rendere il senso di ciò che si agita in profondità.

Ma da quale materiale è composto questo libro?

La geografia delle piogge ha per protagonista Mauro Casagrande, ex-giornalista d’inchiesta dedito adesso alla vendita di libri usati su internet. La storia comincia con il funerale di sua madre, l’incontro con il padre, che da anni non sentiva più, e con lo zio. Quindi entrano gli altri personaggi: la sua compagna Federica, avvocato in un grande studio legale, e il suo collega di lavoro, Stefano, direttore di una biblioteca, che rifornisce di libri il suo commercio.
E tutto precipita, come pioggia.
La madre di Federica che sta male, Stefano che ha bisogno di soldi, una donna, Gloria Massari, che ha provocato la morte del proprio neonato, portatore di handicap, e che difesa da Federica chiede l’aiuto di Mauro, e suo zio Nino, gestore di un bar di provincia, che paga il pizzo alla ‘ndrangheta (siamo in quel Nord dove qualcuno negava ci fosse la malavita organizzata).
In mezzo a tutto questo, le dediche dei libri usati, che Mauro annota e sceglie per farne un libro, che porta a compimento verso la fine, e che interrompono ed al tempo stesso integrano la narrazione.
Non si può proprio dire che i temi d’attualità manchino. Si possono scrivere pagine e pagine su ognuno di questi, e da un punto di vista narrativo le difficoltà sono, a mio avviso, nel donare loro una sorta di leggerezza.
Se la scrittura di Grugni, centrata sul protagonista come io narrante, con il fondersi dei dialoghi nella narrazione, riesce a fare questo, d’altra parte, come scrivevo prima, il rischio di farne indigestione è reale ed ecco che le dediche che Casagrande trova nei libri usati diventano quasi pause di riflessione, atte a far rifiatare e pesare meglio quel che accade.
Le dediche sono d’amore, d’addio, di arrivederci, e sono di persone che le hanno ricevute e adesso, dando via i libri, se ne vogliono liberare. Quelle che Mauro sceglie compongono “una raccolta di cicatrici. Ho cassato ogni romanticheria regressiva e ho selezionato quasi esclusivamente messaggi che non escono dal recinto psichiatrico della frustrazione. L’amore è per gli altri speranza e rigenerazione, per me, ne trovo ora conferma, è avaria.” (pag. 153)
Nonostante questo, le sue azioni vanno in altra direzione: scrive, dopo avere passato ore con la Massari, una dichiarazione che lei leggerà in tribunale (ecco l’aiuto che richiedeva l’imputata); sta al fianco dello zio perché la ‘ndrangheta non l’abbia vinta. E Federica, e Stefano.
C’è, secondo me, uno scarto fra pensiero e l’atto che genera, che magari non è speranza e rigenerazione, e neppure avaria, è qualcosa che avviene dopo quest’ultima, e prima delle precedenti, se possibile, un movimento che possa rendere il terreno fertile per altro.
La geografia delle piogge non va letto di corsa, anche se corre. O almeno, come mi dice un ricordo di anni fa, quando leggete, “accelerate piano”.

Edizione esaminata e brevi note

Paolo Grugni è nato a Milano nel 1962. Ha pubblicato i romanzi Let it be (Mondadori, 2004; Alacran, 2006; Jackson Libri, 2008; Giallo Mondadori, 2009), Mondoserpente (Alacran, 2006; Giallo Mondadori, 2010), Aiutami (Barbera, 2008), Italian Sharia (Perdisa pop 2010), L’odore acido di quei giorni (Laurana 2011). Il suo racconto 12/9  è apparso nella raccolta Anime nere reloaded (Mondadori, 2008).

Paolo Grugni, La geografia delle piogge, Laurana, Milano, 2012

Sito dell’editore: qui

Pagina del libro: qui

Curiosità: da dove viene il nome Laurana?

“Paolo Laurana è il protagonista di A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, un professore curioso che, proprio per la sua curiosità, ci rimette la pelle. Francesco Laurana, invece, era uno scultore vissuto intorno al 1500, un artista con uno sguardo anticonvenzionale che ha lasciato anche in Sicilia bellissime opere» ,spiega Gabriele Dadati, editor della casa editrice fondata dal siciliano Calogero Garlisi, già amministratore delegato di Melampo.”

ab gennaio 2013 (versione già apparsa sul sito lankelot, senza il cappello introduttivo sull’editore)

Recensione di Andrea Brancolini a “Moffie” di André Carl van der Merwe


Moffie, opera prima di Van der Merwe, racconta, come anticipa il sottotitolo “Un gay in guerra nel Sudafrica dell’apartheid”, la storia di un ragazzo gay che viene spedito dai propri genitori (per volontà del padre) a fare il servizio di leva nel Sudafrica degli anni ’80, in pieno apartheid, durante la guerra di confine sudafricana o guerra di indipendenza della Namibia. Il romanzo, miscuglio di biografia dell’autore e di fatti e persone solo immaginati, procede alternando il periodo pre-militare a quello del servizio sotto le armi. L’infanzia segnata dalla perdita dell’amato fratello, l’adolescenza e la scoperta di essere gay, i conflitti con il padre e con il suo ramo familiare, il diventare militare e la paura di essere scoperto, le amicizie e l’amore. Nicholas, questo il nome del protagonista e io narrante, ci fa dono del suo sguardo lungo il racconto e non evita niente al lettore, la guerra come il primo amore, l’imbarazzo come l’orgoglio, il sorriso come la disperazione. Ho riflettuto un po’ su come scriverne, e sono arrivato alla conclusione che mostrare qualcosa di ciò che il lettore affronterà sarebbe stata la soluzione migliore. Una sorta di intervista al romanzo in cui farò al libro delle domande e questi mi risponderà (credo)

Così, ecco cosa significa moffie direttamente dai genitori di Nicholas:

– E poi come puoi chiamare nostro figlio in quel modo? Dovresti vergognarti!

– Come?

– Lo sai a che mi riferisco, Peet.

– Ah, vuoi dire moffie?

– Appunto, la cosa più spregevole che si possa dire a qualcuno, figuriamoci poi a tuo figlio!

– Lo sai che intendevo dire.

– Che cosa volevi dire?

– Che è una femminuccia e non un maschio.

– Beh, dovresti pensarci meglio. Non voglio sentire quella parola in casa mia, mai più. Femminuccia basta e avanza.

– Beh, comunque è uno di quelli e spero davvero che sotto le armi glielo facciano passare a suon di frustate. Giuro davvero che ci ho provato, ma con lui mi ha detto male. (pag. 23 – 24)

Nel libro ci sono molti termini afrikaans, come moffie, appunto, ma alla fine c’è un prezioso glossario (in cui sono anche i termini gayle) che dirime le ovvie incomprensioni. Questo dialogo ci dice come il padre consideri Nich, ma cosa ne pensa il figlio?

– Ora vedrai come funziona davvero il mondo, ragazzo mio – mi dice. E poi, rivolgendosi a tutti:- Gli farà bene. È la cosa migliore per staccare i ragazzi dalle sottane delle mamme. Poppanti! Alla tua età io ero già un uomo.

Come si permette di parlare in questo modo? Ma che ne sa? Non ha mai fatto il militare. Questo è il suo governo, è quello in cui crede, che a me tocca andare a difendere. Sto andando a combattere in nome suo! Al pensiero mi si contorce lo stomaco. (pag. 23)

Il padre è un afrikaner duro e puro nei modi, uno di quelli casa e chiesa (riformata olandese), come quelli che governano il paese da nemmeno venti anni, all’epoca.

Appena tre anni prima, nel 1961, anno della mia nascita, il Sudafrica ha ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra diventando una repubblica; l’evento influenzerà la mia vita più di qualsiasi altro al mondo. Il nuovo governo è guidato da una minoranza di bianchi – per la stragrande maggioranza afrikaner, la gente di mio padre – e ci ha indirizzato su un tragico cammino; e tutto nel nome di Dio. (pag. 20)

Nel romanzo il bisogno di spiritualità del protagonista è evidente, come la sua ricerca di Dio, un Dio che non sia quello dell’esercito e della nazione che lo guida.

Il nostro cappellano, un dominee della Chiesa riformata olandese, ci ricorda durante i nostri momenti di aggregazione spirituale che stiamo combattendo nel nome di Cristo. Non un Cristo conciliatore, non un Cristo del perdono, ma un Cristo dell’assalto a colpi di fucile, un Cristo del massacro.

77529220BG fuciliere N. Van der Swart, gruppo sanguigno 0 positivo, addestrato ad ammazzare altri della sua specie, del suo fucile gli è stato detto: <<Impara a memoria la matricola: questa è tua moglie, la tua ragazza, la tua mamma: è la tua vita, perché senza, la vita smetti di averla>>. (pag. 128)

Sappiamo del padre, e della sua religione, mentre la madre è cattolica, è più dolce nei confronti del figlio e comprensiva, ma certo l’omosessualità non la considera cosa di cui andare fieri, tanto che Nicholas, a 15 anni, nel momento in cui si rende conto di essere gay e comprende cosa voglia dire questo per la società, medita disperatamente sulla sua condizione.

Non sono più in grado di fare pensieri logici. Non c’è più niente per cui valga la pena vivere. Sono gay e per me non c’è speranza, non c’è futuro, neppure nell’eternità; anzi, soprattutto nell’eternità. Le istituzioni mi chiedono di essere tutto quello che non sono. I miei genitori mi incoraggiano a essere tutto quello che non sono. Non vedo via d’uscita, non vedo felicità. Mi chiudo sempre di più in me stesso. Non c’è modo di scampare a tutto questo se non attraverso la mia eliminazione. Pianificare la propria morte è come aver ricevuto la chiave per una cella che si pensava senza porte. Sapere che c’è una via di fuga è più eccitante di qualsiasi altra cosa. (pag. 113)

Non è sempre così il romanzo, ci sono parti splendide dedicate alla natura, alla domestica nera di quando erano piccoli, al fratello perso in un incidente, ed ai primi momenti in cui si fa viva l’attrazione per le persone del suo stesso sesso.

Tra la folla, il cibo, gli asciugamani colorati e il chiasso eccitato dei bambini a bordo vasca, noto un uomo. Diventa l’attrazione della mia giornata. Ha da poco raggiunto l’età adulta, ed è un esemplare perfetto. Ogni parte di lui è compatta, i lineamenti precisi, la pelle liscia, abbronzata, tesa su una muscolatura che dimostra una chiara superiorità genetica; è al suo apice. È affascinante osservare una persona consapevole di essere bella e magnetica. (pag. 120)

E l’esercito, dove è stato mandato dal padre per diventare uomo, diviene occasione per diventare “un omosessuale consapevole”, come riporta la frase in quarta di copertina. Nicholas si nasconde, certo, ma riesce a trovare anche confidenti, col quale dividere il peso dell’essere, semplicemente, se stesso.

– Lo sai per me qual è stata la cosa peggiore di tutte? Non il fatto che li avessero pestati di brutto, ma quando sono stati portati alla mensa ed è calato il silenzio totale mentre loro erano lì in mezzo e qualcuno ha iniziato a dire in coro <<moffie, moffie, moffie>> e tutti gli altri gli sono andati dietro.

– Sì, me lo ricordo.

– Nick, ti giuro, non so se sopravviverei a quello. Sono orgoglioso di essere gay, ma non deve accadere per nessun motivo che qualcuno nell’esercito ci becchi, lo sai: è troppo pericoloso.

– No. Sai, per me la cosa più triste è che si sono lasciati. Voglio dire quello che ha tradito l’altro. […] Mi sono sempre sentito in colpa per non averlo potuto aiutare in qualche modo.

– Nick, ma che potevi fare? Diavolo, amico, meno male che non c’hai provato, altrimenti ti avrebbero sbattuto al reparto 22 insieme a loro, fottuto per la vita.

– Mi sento ancora un traditore. Non è patetico che siamo talmente abituati a vivere di sotterfugi e a nascondere i nostri sentimenti che ormai è diventata una seconda pelle? È che noi accettiamo il modo in cui ci trattano e basta. Merda, non abbiamo neppure idea di cosa voglia dire avere una relazione alla luce del sole con la persona che amiamo. Come quei vecchi che vivono una vita intera insieme come “grandi amici” senza mai venire allo scoperto, senza neppure dirlo ai propri genitori e alla famiglia. Lo sai, siamo perseguitati almeno quanto i neri in questo paese. Forse anche di più. Almeno non è illegale essere nero!

– Hai mai sperato di essere etero?

– Certo che sì. Pregavo per questo. (pag. 235)

Quello che accade, durante la lettura, è lo spostamento di prospettiva che si attua, spostamento che non va a cambiare le cose, che rimangono come sono, ma che cambia noi stessi, come dice l’io narrante

Le cose cambiano più per il modo in cui sono percepite che in se stesse. È questo che mi si chiarisce quando esco allo scoperto. (pag. 169)

C’è una guerra esterna ed una interna, e più il protagonista è immerso in quella fuori più scioglie i nodi di quella interiore. Tanto è duro e sconfortante l’ambiente intorno quanto cresce la forza dentro sé per andare avanti e lottare. Moffie è un romanzo teneramente duro, se si può definire così, che se descrive un contesto particolare come quello sudafricano tra gli anni ’60 e ’80 a me è sembrato anche e purtroppo vicino a certe posizioni odierne. D’altronde la paura di ciò che viene avvertito come “diverso” non cambia troppo i modi della sua manifestazione nel tempo. Un romanzo da leggere, con la consapevolezza di trovare pagine forti da digerire, che magari possono far venire voglia di interrompere la lettura, ma solo per un po’, perché ce ne sono altre che non va bene abbandonare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

André Carl van der Merwe, Moffie (Un gay in guerra nel Sudafrica dell’apartheid), trad. Valentina Iacoponi, Iacobelli editore, Roma, 2012

André Carl van der Merwe è nato in Sudafrica, a Harrismith, nel Free State. Trasferitosi con la famiglia nella provincia del Capo, ha svolto i suoi studi a Welgemoed e poi a Stellenbosch. Assolti gli obblighi di leva nell’esercito sudafricano, è tornato a Cape Town dove ha studiato Belle Arti e ha fondato una casa di moda che ha gestito per oltre 15 anni. Oggi si occupa di architettura e arredamento, attività che alterna alla scrittura. Moffie è il suo primo romanzo.

Il sito dell’editore Iacobelli: qui.

La pagina del romanzo sul sito dell’editore: qui.

Una recensione di Antonella Finucci su flaneri.com

Articolo di Andrea Brancolini.

[articolo già apparso su Lankelot: http://www.lankelot.eu/%5D

Recensione di Andrea Brancolini a “Le nostre assenze” di Sacha Naspini


Quasi per caso sto ascoltando un album, l’unico album che ho di questo gruppo che si chiama Forseti, il titolo è Erde. Scrivo così perché mi sembra stranamente appropriata, questa musica con questo libro. Il libro è Le nostre assenze, di Sacha Naspini, edito da Elliot. Ho fatto una breve interruzione perché ho avuto una sensazione: sono andato a cercare il significato della parola erde. In italiano è terra. Dunque non è strano che sia una musica appropriata per questo romanzo. È, infatti, un romanzo di terra. Terra che seppellisce, terra che custodisce, terra che trasforma, terra che restituisce o che, piuttosto, rimane indifferente.

La storia è ambientata tra la costa toscana sotto Livorno e l’America (intendendo con questa parola non solo gli Stati Uniti). C’è un padre che racconta di tesori etruschi, c’è un bambino grassottello cui manca il nonno, c’è un bambino povero di là da una rete, ci sono due bambine e storie che si ripetono, nonostante volontà contrarie. Il mondo di questo romanzo è un mondo di contrappassi, dove le cose non vanno mai come si sognano, e le persone sembrano incapaci di trattenere quel po’ di bene che gli può capitare tra le mani perché c’è sempre qualcosa e/o qualcuno che manca, e si vuole essere forti nella forza e non curare le proprie debolezze.

Il romanzo comincia con un nonno che se ne va, e finisce con un nonno che conosce sua nipote. Ho svelato la fine, sì, ma per il resto dovete leggere l’aletta della copertina, e in ogni caso sapere alcune cose della trama dice poco o nulla di quello che questo romanzo rappresenta. Né più né meno che la storia di un bambino che diventa uomo e padre, con tutti i suoi sogni da sfogliare e tutte le sue colpe da accettare. La scrittura, in prima persona, è terrena e lucida, brucia di fiamme fredde. Il protagonista descrive i fatti della sua vita a cercarne il senso, se ce n’è uno. Non voleva fare del male, ma l’ha fatto. Per paura, per stupidità, per incoscienza. Conosce tutti i suoi sbagli, e ci deve fare i conti, ne deve pagare le conseguenze, e ne fa pagare le conseguenze anche a chi l’ha incontrato. Ma non è ciò che tutti facciamo? Si cerca di vivere, in qualche modo, ma non siamo soli, volenti o nolenti c’è sempre qualcuno intorno, qualcuno da cui partire, qualcuno da cui andare, qualcuno da cui fuggire, qualcuno da inseguire, qualcuno con cui vivere, forse, persino.

Le nostre assenze sarebbe un libro d’avventura se ci fossero personaggi buoni e personaggi cattivi, vendette contro cattivi e punizioni solo per loro, perché è un romanzo dove ci sono bambini, dove c’è un grande tesoro, dove c’è un ladro e dove c’è una vendetta, e ci sono viaggi sognati e realizzati. Ma non è un libro d’avventura (anche se ogni libro è un’avventura, ma questa è un’altra storia) perché i personaggi non sono mai del tutto buoni, né del tutto cattivi, e si cercano vendette per rapine e abbandoni che non sono vere rapine e abbandoni, e tutto è filtrato da una penombra che impedisce di riconoscere bene i gesti, i fatti, una penombra che è (o almeno a me sembra sia) una paura pervasiva e persistente. Paura e desiderio di essere accettato.

“Dissi ‘Sei tu che hai cominciato’, e mi parvero subito parole imbecilli, lagnose, come quelle di un bimbo che non vuole ammettere un errore. Provai a rimettermi in carreggiata: ‘Se tu non avessi…’. Mio padre mi interruppe subito: ‘Cazzate. Ci sono colpe che neanche ti scegli’.” (pag. 178)

p.s. Devo aggiungere un paio di cose. La prima è questa:

“C’era un posto che aveva scoperto da un po’ di tempo, e che aveva un nome bellissimo: Buca delle Fate.

Si doveva fare un po’ di macchina verso il promontorio, poi cominciavano i tornanti. D’un tratto si apriva uno spiazzo sulla sinistra, in mezzo ai boschi. Lasciavamo la macchina lì, c’era solo da scavalcare una recinzione, salendo e scendendo delle scalette di legno. Dopo bastava seguire il sentiero buio e stretto che serpeggiava fino alla scogliera, in mezzo agli alberi che si chiudevano a cupola sopra le nostre teste….” (pag. 18)

L’equivalente, per me, di captatio benevolentiae d’un tempo. Perché Buca delle Fate è un posto che adoro. La seconda è che nella prima parte (delle tre in cui è diviso il romanzo) mi ha fatto pensare ad un altro libro, edito sempre da Elliot, di qualche anno fa: La voce segreta dei corvi, di Christopher Barzak. Di sicuro ci sono punti di contatto, come l’amicizia tra i due bambini, il senso dell’avventura, dell’incontro con l’ignoto, ed altro che ometto perché sarebbe svelare un po’ troppo, forse. Anche de La voce segreta dei corvi ho scritto qui.

Ora davvero “passo e chiudo”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sacha Naspini, “Le nostre assenze”, Elliot, Roma, 2012

Sacha Naspini – nato a Grosseto nel ’76, vive tra la Toscana e Parigi. Ha pubblicato i romanzi I sassi (Il Foglio), Never Alone (Voras) e, nel 2009 con Elliot Edizioni, I Cariolanti.

Il sito della casa editrice Elliot – il sito dell’autore: qui – Naspini in Lankelot

articolo di Andrea Brancolini.

[articolo già apparso su Lankelot: http://www.lankelot.eu/%5D

La Via del Vento porta a Georg Heym di Andrea Brancolini


Via del Vento è il nome di una associazione culturale pistoiese che è anche casa editrice e che dal 1991 pubblica testi rari e/o inediti di artisti italiani e stranieri. Via del Vento riprende il vecchio nome della via in cui ha sede, che dalla fine dell’Ottocento si chiama Via Ventura Vitoni in omaggio all’architetto della Chiesa della Madonna dell’Umiltà sita nella strada. Chiesa la cui cupola, costruita sotto la guida del Vasari, si dice sia la terza della cristianità, dopo quella di San Pietro a Roma e quella di Santa Maria del Fiore a Firenze. Torno al nome di queste edizioni, la cui scelta è dipesa anche dall’importanza che questa via ha ricoperto nella vita letteraria di Pistoia. Qui, oltre ad avervi avuto sede una importante tipografia, vi sono vissuti Piero Bigongiari, Gianna Manzini, Sergio Civinini… Non voglio però tediare oltre con queste storie, che si possono trovare in modo più preciso ed esteso sul sito della casa editrice, anche perché c’è altro di cui parlare.

Uno degli aspetti che risalta all’occhio è la cura con cui sono pensati questi piccoli libri (piccoli di dimensioni e di pagine: 32) dall’estetica immediatamente riconoscibile. Pochi fronzoli e tanta sostanza per questi oggetti tirati in 2000 copie e numerati, cui rispondono all’interno curatele e traduzioni di rilievo (i racconti giovanili di Beckett sono presentati da Gabriele Frasca, per dire).

Quello di cui tratterò qui, e che appartiene alla collana “acquamarina”, dedicata alla poesia straniera (tra tanti e tante vi potete trovare: Sergej Esenin, Rainer Maria Rilke, Antonin Artaud, Osip Mandel’stam, Sylvia Plath, Anne Sexton….) è “Ci invitarono i cortili ed altre poesie”, una scelta di liriche del poeta tedesco Georg Heym curate e tradotte da Claudia Ciardi.

Quando mi è arrivato, speditomi dalla stessa curatrice insieme a quello di Benjamin (autore cui sono affezionato per motivi tra i più vari, ma che lei ovviamente non sapeva), non essendo un grande lettore di poesia, ma più un ri-lettore, mi son detto Umm… e la prima cosa che ho fatto è stata leggermi la breve postfazione al termine del libro per farmi un’idea.

Vi ho trovato questa frase, tratta dal diario di Heym:

“Amo tutti quelli che non sono adorati dalle grandi masse. Amo tutti coloro che tanto spesso disperano di loro stessi come a me accade quotidianamente.” (pag. 31)

Non poteva che predispormi nel modo migliore per la lettura (sono un sentimentale, temo, per certe cose). Ecco dunque la mia scheda (già apparsa, in forma diversa, sul sito lankelot.eu):

Nel centenario della morte di Georg Heym (ok, ho approssimato per un mese, è uscito a dicembre 2011) la casa editrice pistoiese Via del Vento propone una scelta di liriche di questo poeta tedesco, tra i più importanti nei primi passi espressionisti, morto a 24 anni a seguito di un incidente sul fiume Havel, ghiacciato, nel tentativo di salvare un amico dall’annegamento. Le poesie qui presenti, pur provenienti da raccolte diverse, danno un’impressione di compattezza e omogeneità offrendo uno sguardo complessivo sull’opera di Heym. È un assaggio strutturato per chi avesse voglia di continuare nella conoscenza di questo poeta, sempre che riesca a trovare i pochi suoi lavori tradotti nel nostro paese (a parte questa pubblicazione mi sa che ci si deve rivolgere alle biblioteche, a vedere la distribuzione online e considerando che le ultime uscite risalgono ai primi anni ’80).

Heym, ragazzo amante dell’arte e insofferente alle regole paterne, si fece largo sulla scena letteraria tedesca a partire dal 1910, con l’ingresso nel gruppo “Der Neue Club” presieduto da Hiller. Nel giro di due anni si afferma come figura di spicco della poesia espressionista, fino alla tragedia sull’Havel. Il fiume che è parte integrante della sua scrittura poetica e che sembra, nel suo continuo mutare rimanendo se stesso, figura da inseguire, cercare anche solo di sfiorare, toccare. Heym, quando scrive, cerca. Questa l’impressione che mi ha dato durante la lettura.

La sua è una scrittura crepuscolare, e non potrebbe essere altrimenti (credo) dato il periodo storico, forte di colori (rosso, nero, oro, grigio), intrecciata all’architettura della città (blocchi di case, ciminiere, e gli steccati, e il porto) ed alla sua geografia (il fiume Havel, i laghi), attenta ai suoi abitanti, siano operai, marinai, bambini, amanti, folli e…morti.

Una scrittura di passaggi da uno stato ad un altro, di indagine dell’attimo in cui i luoghi, le persone, i rumori, i colori, i sapori, cambiano, diventano altro pur rimanendo loro stessi. Per questo mi sembra che il fiume e la città (Havel e Berlino) si possano configurare come i macroelementi portanti della sua ricerca. Il fiume è il continuo movimento, la città la stasi perpetua, eppure il primo è sempre presente così come la seconda cambia pelle ogni giorno. All’interno si trova l’essere umano che nella sua quasi banale quotidianità interviene sui due elementi, li antropomorfizza fino quasi a farne entità-dèi, che se per la città diviene una definizione esplicita (“Il dio della città” è il titolo di una poesia) per il fiume è qualcosa di sotteso, meno evidente ed altrettanto forte. Si nota bene come nessun luogo e nessun essere vivente sia solo ciò che appare e il poeta cerca di svelare la vita e il suo opposto in ogni luogo, in ogni sentimento, per ogni persona nel tentativo di comprendere l’attimo del cambiamento.

Cambiamento costruito per contrasti e sfumature, passaggi cromatici e sonori, dove le immagini di vita e morte finiscono quasi col sovrapporsi e sembra che ogni parola non sia che un vano tentativo di capire il nodo che le lega, sciogliendolo e rifacendolo come se in questo atto si potesse arrivare al suo segreto e coglierne l’istante di scivolamento della vita nella morte, della morte nella vita.

Berlino

Stanno le ciminiere sull’alto sfondo
della luce invernale, e il peso ne portano:
la fosca reggia del cielo che s’abbuia.
Ma brucia in basso il suo orlo, una soglia d’oro.

Lontano tra nudi d’alberi, case,
steccati e rimesse, dove la metropoli s’appiana,
su rotaie di ghiaccio stenta un merci
e lentamente scompare.

Spunta un cimitero di poveri, nero, pietra su pietra,
dal loro buco scrutano i morti
la sera di fiamma. Vino forte è il sapore.

Spalle al muro tessendo siedono,
berretti di fuliggine sulle ossute tempie,
cantan la marsigliese, il vecchio inno di battaglia.

I battelli sull’Havel

Wannsee

Corpo bianco dei battelli. Sbatton gli scafi i flutti
lungamente nelle scie, rosse come sangue.
Superba sera. Dentro la sua brace
vibra una melodia, il vento la sperde.

Preme ora la riva sui fianchi dei navigli
che lenti si trascinano a un arco di nere foglie.
I castagni versano il loro bianco seme
come pioggia d’argento nelle mani dei bambini.

E ancora fuori lontano. Dove il crepuscolo
la sua fosca corona posa sulla macchia isolana,
e sordamente l’onda rotola nel canneto.

Nell’occidente spoglio, freddo come luce lunare,
resiste il vapore, similmente il treno dei morti
esausto e appena smosso per il cielo scialbo avanza.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Georg Heym, Ci invitarono i cortili e altre poesie, Via del Vento edizioni, Pistoia 2011.
Cura e traduzione di Claudia Ciardi. Copia numero 17 di 2000. Collana Acquamarina, 45. Pag. 36, ISBN 978-88-6226-056-5
Euro 4,00

Georg Heym (Hirschberg, 30 ottobre 1887 – Berlino, 16 gennaio 1912) è stato uno scrittore tedesco e soprattutto uno dei più importanti poeti del primo espressionismo tedesco.

Di Andrea Brancolini

Lankelot:http://www.lankelot.eu/letteratura/heym-georg-ci-invitarono-i-cortili-e-altre-poesie.html