Giovanni Ibello intervista Dana Colley dei Morphine


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La redazione di WSF ha deciso di intervistare per i suoi lettori Dana Colley, l’eclettico sassofonista dei Morphine. I Morphine sono considerati dalla critica uno dei gruppi “alternative rock” più innovativi degli anni ’90. Hanno certamente segnato un genere oltreché un’epoca. Il suo frontman (nonché poeta), Mark Sandman (alcuni giornalisti americani paragonano la sua voce a quella di Tom Waits) morì a Roma, il 2 luglio del 1999. Era sul palco, aveva annunciato al suo pubblico l’arrivo di “una canzone supersexy”…

Ciao Dana. So che è la prima domanda, ma lasciamo da parte i convenevoli. Voglio andare subito al sodo, se per te va bene, perché mi porto dentro questa cosa da troppo tempo come fan dei Morphine.

Eh eh, certo. Spero di poter soddisfare la tua curiosità.

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Piccole prose di Giovanni Ibello


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Mi stendo sulla rena e osservo la disperazione dei gabbiani, mentre il temporale sgretola muri di tufo, pannelli di amianto e la pietra d’ambra. Cosa ci resta veramente tra le mani? La guerra non finisce solo perché noi non la vediamo. Poco distante, due uomini rollano erba sul sedile sbrindellato di una Panda, con la fiancata rigata da una chiave e un neomelodico a palla nello stereo. La pioggia copre a fatica i loro guaiti, il vento si arrende allo squallore. Non sanno manco le parole. Per un momento tutto tace, poi parte un altro pezzo. Uno spettacolo a tratti osceno, ma decadente. Anche questa è bellezza. I gabbiani sembrano quasi picchiare sulle loro teste, tanto volano bassi, ma loro non si accorgono di niente. Perché siamo schiavi di una meccanica definitoria delle cose. La parola è serva dei suoi termini. Dici guerra e pensi al fronte, ai commando, allo scontro, alla causa scatenante del conflitto: perché bisogna sempre trovare una ragione, una logica lenitiva. Ma dici guerra e pensi pure alla corsia di un ospedale, alla fatica di restare in piedi al buio, all’alba che si schianta sopra ai vetri, al freddo che s’inarca nelle reni. Dici amore e pensi alla famiglia, ai valori della tradizione, o nel migliore dei casi, a quell’immagine ieratica dei vecchi che si tengono per mano. Non è paternalismo il mio, ma non è forse un voler limitare gli orizzonti? Quante cose accadono in silenzio e tu non te ne accorgi? Quanto del reale si svincola dai principi che abbiamo conosciuto, che ci sono stati impartiti, di cui neghiamo l’esistenza per il solo fatto di non essere stati abituati a guardare? La guerra non è finita solo perché noi non la vediamo. La gloria del mondo è un inno segreto che esulta anche se non siamo capaci di amare.

***

Quando un frutto è acerbo, portalo al naso. Puoi sentire il profumo della dolcezza che si rivela timidamente, quasi si annuncia; ma per il sapore devi avere pazienza. Il gusto è il più eccentrico dei sensi, l’olfatto è sicuramente il più scaltro. Quello che anticipa le cose. Senza retorica, il privilegio è sapere osservare più che catturare l’attenzione, starsene in disparte, capire che ai cani non piace essere abbracciati, che con i gatti la differenza la fanno sempre i passi falsi. L’amore ricevuto può essere anche tremendo e violento e innaturale, come per l’egoista che vuole solo dare. Il punto è che non si può sempre canzonare tutto, proiettarsi con la mente e con il corpo nella rete di un paradigma estetico: declinare rigorose norme di stile, adattarsi. Bisogna gettare nel fuoco tutto quello che non è stato scelto, voluto o creato, bruciare e incenerirsi se necessario, incolonnarsi nel cielo con i resti ancora incandescenti di un aereo ammarato. Per scrivere veramente di una donna, devi averci fatto l’amore, per dire che non hai paura della morte devi avere il coraggio di guardare nella canna del fucile, e cominciare a ridere.

La metafisica del desiderio e la prospettiva del discanto: cenni sull’estinzione della specie umana


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Chiariamoci sin da subito: la mia ricerca è inutile, quindi, se non sei disposto a interfacciarti con l’inanità di ogni singola parola che segue, ti consiglio di cimentarti in qualcosa di produttivo, come servire la patria, laurearti in ingegneria meccanica, o, se sei un tipo indolente, basta aggiornare il tuo profilo Facebook e contare i like fino a ora di cena.

Perché la mia ricerca è inutile? Anzitutto, è bene considerare che quando si parla di poesia, eccetto la poesia stessa (ma anche qui vertono parecchie perplessità), si sta inesorabilmente ipertrofizzando il proprio ego, e dunque, io vi consiglio di stringervi nelle spalle e rigare dritto. Se c’è il sole, fatevi un giro. Se fa brutto, invece, potete arrovellarvi le cervella con il problema ontologico (che fortuna!), ma lasciate perdere Kant o Heidegger. Per carità. Dicevamo, ah si, la mia ricerca è inutile. E’ inutile perché verte sui principi dell’estinzione della razza umana, cerca di comprendere la metafisica del desiderio e la prospettiva del discanto.

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