Lorenzo Campetella, paintings and drawings (con una nota critica)


Ospitiamo i lavori di un giovane artista di grande valore, parliamo del marchigiano Lorenzo Campetella.
Per concessione dell’autore, presentiamo i lavori dell’artista con una piccola nota critica del noto poeta, Alfonso Guida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conosciamo meglio Lorenzo Campetella: nato nell’agosto 1988 nelle Marche, conosce il disegno una mattina d’estate nella sua tenera infanzia. Da quel momento non lascia più la matita. Senza studi accademici prosegue la sua attività di disegno fino ad arrivare al colore, nell’adolescenza. Si laurea in farmacia nell’aprile 2015: un inciampo del quotidiano. I suoi strumenti sono solo colore e tela. Nient’altro che gli strumenti della pittura per fare solo pittura e superare la pittura stessa. La sua attività pittorica è in nome dell’Arte. Nessun compromesso. Usa segni geometrici alla stregua del dripping pollockiano.Guardate le sue tele come se state ascoltando musica. Aprite le orecchie.”

Esposizioni:
2012 – MontegranART, Montegranaro (MC). 2013 – Marguttiana d’arte di Ascoli Piceno (promossa dal Festival dei due Parchi e realizzata da IPAEA in collaborazione con AntropoService Sas ed il Comune di Ascoli Piceno). 2013 – Premio Enogenius 2013, Mostra opere finaliste, Galleria 25, Venosa (PZ) GIUGNO 2017 – Marguttiana d’arte (promossa dal Festival dei due Parchi e realizzata da IPAEA in collaborazione con AntropoService Sas ed il Comune di Ascoli Piceno). 26/08/2017 – PHANTASMAGORIA FEST, ex convento agostiniano di Montecosaro scalo (MC) 16/09/2017 – REBUS party by Cerraso Studio, Basilica imperiale di Santa Croce al Chienti, Sant’Elpidio a Mare (FM).
Annunci

Il diario di viaggio di Elena Pez (nel mondo della travel photography)


Ospitiamo il diario di viaggio di una giovane artista pugliese, Elena Pez. Ci auguriamo che il suo lavoro sia di vostro gradimento.

Redazione WSF

Voidovato di Świętokrzyskie.

 

Costa vicentina.

 

Costa vicentina.

 

Costa vicentina.

Costa vicentina.

Voidovato di Świętokrzyskie.

 

Sopot.

Costa vicentina.

Zakopane.

Elena Pez nasce a Modugno (BA), il 25/02/95. Sin da piccola, nutre un profondo interesse per l’arte nelle sue varie forme. Nel 2013, s’iscrive al corso di pittura in Accademia di Belle Arti di Bari, continuando a coltivare parallelamente la passione per la fotografia.
Nello stesso anno espone, per la prima volta, al Teatro Kismet. Grazie a vari concorsi, poi, espone in varie città in Italia e all’estero, tra cui Milano, Roma, Venezia, Colchester, Kielce (città in cui fa un’esperienza di tirocinio di fotografia, durante un soggiorno Erasmus).
Si laurea il 12/04/2017, con una tesi in fotografia.

Facebook: https://www.facebook.com/wildisthewind25/
Instagram: https://www.instagram.com/elenapez_who/
Blog: https://elenapezwho.blogspot.it/

Simone Cattaneo, la poesia dei giudizi sospesi ovvero di come addomesticare l’Idra


simonecattaneo

Questa è una poesia anti-sperimentale, necessaria e profetica… i toni caustici dell’autore rivelano un tormento, il dramma “dell’abitare il corpo”. Per Simone Cattaneo la bellezza si declina in una folgore, nel prodigio che sospende, ma non salva. Lo stupore di certe figure celesti addomestica l’Idra-vita ma non lo decapita, fungendo dunque da contraltare all’orrore dell’essere umano, alla recessione spontanea delle stagioni, degli “adorati ascoltati meno”. Fossero i benvenuti loro, scriveva Bellezza.  Ecco il canto dimenticato dei reietti, la subornazione di un testimone ostile. Buona lettura.

Giovanni Ibello

Da Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,
il tempo necessario per non regalare
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa
a donne amate da anni e non incontrate mai.

***

Scarpe, lattine, una porta blindata e
delle posate si muovono nei campi
di grano a sud di Solaro
scintillanti carte da gioco nuove.
Non c’è bisogno di nessun sacrificio,
la memoria del sangue qui non cicatrizza
alcuna ferita.

***

Non venirmi a parlare d’amore né di lavoro
non so nemmeno paragonarti al vento
figurati se mi può succedere qualcosa,
potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore
del vetro sbriciolato e trovarmi riempito
di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa,
sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina
in un lampo liquido di metallo.

 

Da Made in Italy

***

Si è buttato sotto la metropolitana di Milano
linea rossa, fermata Cairoli. Ha urlato che il cielo
aveva bisogno di un’iniezione di rosa, lui di un lavoro e
che la Madonna si era scordata di aiutarlo.
Quand’ero ragazzino pregavo la Madonna che si occupasse
di quei porci che mi bucavano le gomme della bicicletta
ma visto che non smettevano ho preferito affidarmi
ai puntati della ‘ndrangheta. Anche loro in fondo
pregano la Madonna.

***

La cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito.
Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e
senza aggiungere altro se ne è andato.
E’ rincasato camminando sulla striscia a linea continua
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.

***

 

Appena terminato di servire pasti caldi giù all’ospizio
mi infilo un cappello di carta con le orecchie foderate di pecora e
mi imbuco nel solito bar ad osservare fumi grassi attraversare
le finestre a forma di rombo e i feti sottoaceto nei vetri.
Tre Negroni e due Campari e poi di corsa fin dietro il vecchio ufficio postale
dove ormai solo cinesi e egiziani giocano a dadi
sperando di centrare un doppio sei che mi permetta di comprare
ogni alone di sole
e qualsiasi milligrammo di colore.

 

Simone Cattaneo

L’infanzia e il viaggio: nota di lettura a “Piccoli forse” di Angela Caccia (a cura di Eleonora Rimolo)


La condizione infantile è quella che più spesso ci sembra di rimpiangere durante il corso della nostra esistenza: la crescita e la crudezza degli eventi della vita adulta ci spingono costantemente a tornare con la memoria alle origini di noi stessi e al bisogno di protezione che non smettiamo mai di patire, e che nel tempo si tramuta in desiderio d’amore. Il “bimbo di ieri” è dunque la piccola creatura che allattiamo al seno, ma siamo allo stesso tempo noi stessi che ripercorriamo strade antiche e che regrediamo verso l’utero primordiale, senza che “il tempo intacchi o deterga” il “richiamo inappellabile” della sola grande Madre. I versi di Piccoli forse di Angela Caccia (LietoColle 2017) traducono in poesia questo controverso senso di maternità e di amore per una terra che ci ha dato la vita (“terra mia terra /trama, identità, laccio carnale”), e in cui riconosciamo il principio di un rigenerarsi sempre uguale della natura, di fronte alla finitezza di noi uomini, vincolati da un’ “equazione” in cui le incognite sono il “suono” e il “mare”, antichi richiami di un Altrove sconosciuto, da dove proveniamo senza saperlo. Mentre però noi non siamo più piccoli, e resistiamo nell’ipotesi di un ritorno impossibile all’infanzia, altre vite nascono e vanno celebrate per la loro purezza: ecco quindi che la neonata Gaia è rappresentazione della “bellezza che torna e incanta” e l’immagine del piccolo Michele che prende il latte dal seno materno è un vero e proprio “schianto della tenerezza”.

Nella seconda parte di Piccoli forse (Il grande terrazzo) Angela Caccia riflette sulla solitudine, condizione ultima e unica a cui sono sottoposti tutti gli uomini una volta usciti dal rifugio del corpo della madre, quando il tempo falcia gli affetti e silenzioso lascia andare i giorni. Di fronte allo scorrere del tempo tedioso ci sono “due modalità” di approccio: o tendere sterilmente al passato (“tornare sui propri passi / a riannodare fili”) o tentare di affacciarsi sul futuro, decidendo di “nascere oggi” nell’atto coraggioso del ricominciare. Dopotutto “si viaggia tutti /con un’Itaca nel cuore” ed è soltanto questo il senso del viaggio: muoversi con la nostalgia che ci guida, vagare senza meta predefinita in cerca dell’evento rivelatore, ma infine tornare alla casa, riaggrapparsi alle radici, poiché “il risveglio è questa macchia / lontana di fiori” e sul grande terrazzo fiorito Angela torna sempre, anche se la “chiamano solitudine” (ma non lo è, è dialogo fertile tra l’Io e “un ritaglio di cielo”). Anche la notte è fedele compagna di questo ripensare incontrollabile all’origine: “la notte ti torna sorella, / così vera che ti sarà facile / dormirle accanto”, mentre il suo abbraccio oscuro cura le ferite dell’ “inciampo” dei “ricordi, della “somma delle tue piccole morti, / delle altrettante risurrezioni”.

Dalle sughere e dalle pietre, terza sezione di Piccoli forse, contiene una vera e propria “mappa delle assenze”: l’amore perduto è il cardine di ogni impossibilità del ritorno, dal momento che la “prima rosa di marzo” ha punto il poeta fino a spingerlo a mettere la parola fine a quel percorso di ricerca spasmodica di condivisione che mai si realizza pienamente. Dopo aver posto il nome della persona amata “a sigillo del racconto”, il poeta prosegue nell’odissiaco viaggio attraverso le inevitabili (“l’inesorabile è in atto”) tragedie umane (la Shoà, l’attentato di Nizza), eventi che rendono la storia inclemente e priva di carità: “riaprire gli occhi / ma sulle macerie è il risveglio più reale” e più “mostruoso”.

L’uomo dunque arriva ad essere, nella quarta parte della raccolta (Da una casa sull’albero), una “piccola foglia / che trema / nell’adagiarsi della sera” dopo aver sperimentato il dolore della nascita e della perdita: strappato ad una infanzia dorata, desideroso di amare e di mettersi in cammino, oppresso dallo spettro persistente della disillusione (“Itaca è l’inganno!”), l’Ulisse del nostro poeta ritorna ai suoi porti stanco, e comunque ancora insoddisfatto (“stanco Ulisse, / stanca la sua zattera / di vani porti”). “Le stelle / reggono a stento / una notte”, come i chiodi reggono a stento i remi di Ulisse lasciati al muro immobili ad asciugarsi. È il desiderio di cercare ancora, l’insoddisfazione di chi ha percorso tutte le strade possibili e non ha trovato nemmeno una risposta: proprio come l’Ulisse de L’ultimo viaggio di Pascoli, che per ricercare il senso della propria esistenza si rimette in viaggio per ripercorrere i luoghi del suo mitico peregrinare, non ritrovandone più neanche uno, fino a scontrarsi con il mistero della morte pur di non rimanere ad Itaca fermo, al sicuro dinanzi a un fuoco caldo ma muto. L’Ulisse di Pascoli preferisce andare incontro al proprio destino nel tentativo di ascoltare la verità per bocca delle sirene, che invece sono solamente scogli appuntiti contro i quali la sua zattera si infrangerà, distruggendosi. Ecco che quindi non essere mai nati è preferibile al dover morire (“– Non esser mai! non esser mai! più nulla, ma meno morte, che non esser più! –”), perché si vive di sottrazioni continue, “senza la promessa di un ritorno”, dice Angela Caccia, riferendosi alla perdita del caro padre, così come alla perdita di tutte le cose e di tutti gli affetti. La partenza però è condizione essenziale della ricerca, alla quale come abbiamo visto nessun uomo deve sottrarsi, pena la noia sterile, ed è per questo che il poeta continua à rebours il suo personale itinerario nei luoghi più ambigui della mente e del cuore: “ogni abbraccio – qui – suggella il debito / di chi parte: restituire /a chi resta il cuore”. È, infine, davvero un nostro dovere andare, perdersi e ritrovarsi nella ricerca (seppur vana), perché bisogna provare il piacere del ritorno o del non-ritorno, sentire che si è comunque giunti, dopo aver attraversato a proprio modo “il mondo”, che altro non è se non “questa stanza stretta /ad ognuno il suo metro cubo di /desiderio e realtà che fanno a botte”. Al poeta spetta il compito di “tenere accesa una qualunque / scintilla” nel buio denso di questo mistero senza direzione.

Eleonora Rimolo

«Sul bordo tagliente della gioia» – Poesie di Eleonora Rimolo (con una nota di lettura di Gabriella Sica)


Parole di cenere e di fuoco

Smisurata Eleonora, avvinghiata al fuso che è per lei la poesia, impazzita d’estremo, Eleonora-Aurora «dalle dita di prosa» squaderna «ardite acrobazie», osa «sillabe di vaticinio», maneggia con notevole maestria «questa lingua che vaga / pronunciando il suo infinito» sotto un cielo torvo, «sciame malato di sussurri» nello spazio pagano puntellato di perdite e rovine. Ma chi è Eleonora Rimolo, questo nome che vorrei anagrammare ma che già così offre incistato un solenne annuncio: rimo. E non c’è dubbio che in questo modo presenta subito il suo assertivo biglietto da visita. Audace e diretta nelle poesie come nelle parole, che mi arrivano prima via facebook e poi sul filo del telefono. A vederla sul social più diffuso nel suo felice stato di bella giovinezza di venticinquenne, sorridente e graziosa, a immaginarla nel suo paese, in provincia di Salerno, dove pure le orme degli antichi non sono scomparse, non ci si crede davvero che scriva poesie tanto perentorie in cui gesti della vita più semplice e quotidiana si trasformano nei sommovimenti ardimentosi di una giovane donna e delle Altre amiche, già icone maestose e vibranti di «inquietudini solenni». Si viene rapiti ma si pensa ancora a una qualche occasionale o casuale felice espressione. E invece no. Non c’è nelle poesie di Eleonora solo un notevole empito giovanile e un evidente immaginifico talento naturale ma, a ben leggere, si scorge la filigrana di un’accorta ed esperta fattura formale, sapiente intelaiatura di una poesia cruda e impietosa, come drappo lacerato steso sulla scena imperitura e tragica del mondo antico, che non si incenerisce neanche nel nostro rattrappito arido tempo, ma anzi trova nuovo visionario vigore. Che quel drappo si stenda su qualche cosa di terribile vissuto di persona e celato con rigore, una sorta di interdetto che agisce vivacemente per via psichica o onirica, lo possiamo immaginare, se scrive del corpo come «brandelli / di ossa e scarti / di epidermide» e tanta è l’urgenza emotiva. Eppure è una questione che non ci riguarda troppo nel suo io singolare, io che è peraltro ben celato in una cascata ritmica e metaforica, sull’orlo del barocco, a volte oscura e contorta, a volte più limpida. E così scorre come in un torrente tumultuoso il «cianotico presente» che investe cose e versi frantumando ogni unità in questo libretto (passato nel frattempo ai tagli di una severa lima), che prova a medicare una «sacra frantumazione», a espellere dalle parole, siano “fogne” o “scrigni”, il male. In questo torrente rimbalzano tuttavia schegge-coaguli di pensiero-illuminazione che brillano come diamanti e che sono la vera forza di questa poesia. Pian piano vengo a sapere che Eleonora ha studiato lettere classiche ed è una dottoranda (che si prepara a compilare una tesi sulla fanciulla Lidia, dagli antichi ai giorni nostri, per finire guarda caso su Giovanna Sicari, con un occhio di riguardo per Milo De Angelis, maestro già ben individuato). E non solo è una ragazza appassionata di Saffo e Callimaco, di Virgilio e Orazio, e sa maneggiare i versi con gran disinvoltura, ma ha fatto già il doppio salto mortale di intravedere le loro parole niente affatto morte, e anzi sbalzate nel futuro, ricche e vivide di vita. Parole di fuoco o di cenere, che è poi la stessa cosa, con mirabile maestria e fantasia inanellate ad aggettivi altrettanto accesi. Non basta a Eleonora fiutare, presagire e immaginare con l’acutezza degli occhi, e neppure sperimentare con il corpo, ma si azzarda pure a rilanciare e a raccogliere frutti, come già accadde a qualche antica fanciulla. Una volta entrata con la moneta sotto la lingua nel mondo degli inferi, come gli antichi, scivola giù sotto dove scorrazza trasformata in Ofelia o Ifigenia o Lidia o chissà quale delle altre fanciulle in fiore e con violenza impari recise! E una chimera sola la sorregge, che una madre mediterranea possa essere la salvezza, la «culla d’acqua» nella «campagna inabissata », come scrive in una delle ultime poesie dal potente attacco: «Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano / la fonte alla sete…», «perché non sembri prosciugata / la madre corrente, la suprema viandante». Infatti è lei, la madre, la figura archetipica dello scorrere umano (secondo Eleonora e noi), risonanza ed eco delle fanciulle spezzate, primaria forza madre e tellurica che scuote questi versi e s’inerpica per sillabe e parole, sanando nostalgia e orfanezza. Allora intravedo una possibilità: che Eleonora sia una di quelle vedette che di tanto in tanto sorgono qua e là per riaccendere la torcia della poesia che ovunque nel mondo si va spegnendo o anche soltanto per essere semplicemente un’erede, tra tanti «diseredati della parola», che lotta con il corpo e la parola perché quella torcia non si spenga nel buio piatto e nero della modernità, perché tra una torre e l’altra che si alza dalla terra rasa, a distanza di secoli e chilometri, corrano gridi e richiami in codice simili a quelli che si scambiano le vedette da un fortino all’altro o qualche usignolo in volo. In questo concerto di voci che si parlano magnificamente da lontano non è azzardato pensare che Eleonora conosca molto bene, tra i padri e le madri possibili, Amelia Rosselli o Eugenio Montale, e chissà magari Pietro Tripodo, con cui gareggia quanto a acume filologico.
Poi vengo a sapere che in casa ha già una libreria a se stante solo per la poesia, realizzata sgombrando i ripiani da bambole e pupazzi. E ogni residuo dubbio sulla vocazione di questa ragazza dalla voce argentina cade nel sapere che a sei anni, appena ha imparato a conoscere le lettere dell’alfabeto, ha confezionato a puntino un facsimile di libro di poesia con tutti i crismi del caso e un titolo elementare e già necessario: Quaderno delle poesie scritte da me. Il talento c’è e c’è pure una buona dimestichezza con la poesia. Anomalie era il titolo iniziale per questo libro che insiste sull’assenza di ogni malia nella nostra epoca. E, come lei stessa mi dice, voleva sottolineare sia l’irregolarità dei versi che si stringono e si allungano come al suono di una fisarmonica e sia l’irregolarità abnorme e oscura del fato che infrange e spezza il corso naturale delle cose. Alla fine, la temeraria Eleonora si attesta, momentaneamente, «sul bordo tagliente della gioia», perché «oggi la gioia / scorre dai tornanti della gola». Con il suo bel piglio ardente annuncia «io invoco, io convoco». E noi non possiamo non seguirla in quell’idea che è sempre stata la nostra: «lasciatemi fare l’umano e capire». Noi facciamo tanti auguri alla gioia che, come «un fuoco sotto la cenere», la lettura della sua poesia dispensa a piene mani, nella speranza che si tratti di una poesia giovane che possa restare tale nel tempo.

Prefazione a “Temeraria gioia” di Gabriella Sica

Continua a leggere

Giovanni Ibello intervista Dana Colley dei Morphine


dana_colley_in_ba_2014

La redazione di WSF ha deciso di intervistare per i suoi lettori Dana Colley, l’eclettico sassofonista dei Morphine. I Morphine sono considerati dalla critica uno dei gruppi “alternative rock” più innovativi degli anni ’90. Hanno certamente segnato un genere oltreché un’epoca. Il suo frontman (nonché poeta), Mark Sandman (alcuni giornalisti americani paragonano la sua voce a quella di Tom Waits) morì a Roma, il 2 luglio del 1999. Era sul palco, aveva annunciato al suo pubblico l’arrivo di “una canzone supersexy”…

Ciao Dana. So che è la prima domanda, ma lasciamo da parte i convenevoli. Voglio andare subito al sodo, se per te va bene, perché mi porto dentro questa cosa da troppo tempo come fan dei Morphine.

Eh eh, certo. Spero di poter soddisfare la tua curiosità.

Continua a leggere

Piccole prose di Giovanni Ibello


10557380_977096588997330_4675547186076029842_n

Mi stendo sulla rena e osservo la disperazione dei gabbiani, mentre il temporale sgretola muri di tufo, pannelli di amianto e la pietra d’ambra. Cosa ci resta veramente tra le mani? La guerra non finisce solo perché noi non la vediamo. Poco distante, due uomini rollano erba sul sedile sbrindellato di una Panda, con la fiancata rigata da una chiave e un neomelodico a palla nello stereo. La pioggia copre a fatica i loro guaiti, il vento si arrende allo squallore. Non sanno manco le parole. Per un momento tutto tace, poi parte un altro pezzo. Uno spettacolo a tratti osceno, ma decadente. Anche questa è bellezza. I gabbiani sembrano quasi picchiare sulle loro teste, tanto volano bassi, ma loro non si accorgono di niente. Perché siamo schiavi di una meccanica definitoria delle cose. La parola è serva dei suoi termini. Dici guerra e pensi al fronte, ai commando, allo scontro, alla causa scatenante del conflitto: perché bisogna sempre trovare una ragione, una logica lenitiva. Ma dici guerra e pensi pure alla corsia di un ospedale, alla fatica di restare in piedi al buio, all’alba che si schianta sopra ai vetri, al freddo che s’inarca nelle reni. Dici amore e pensi alla famiglia, ai valori della tradizione, o nel migliore dei casi, a quell’immagine ieratica dei vecchi che si tengono per mano. Non è paternalismo il mio, ma non è forse un voler limitare gli orizzonti? Quante cose accadono in silenzio e tu non te ne accorgi? Quanto del reale si svincola dai principi che abbiamo conosciuto, che ci sono stati impartiti, di cui neghiamo l’esistenza per il solo fatto di non essere stati abituati a guardare? La guerra non è finita solo perché noi non la vediamo. La gloria del mondo è un inno segreto che esulta anche se non siamo capaci di amare.

***

Quando un frutto è acerbo, portalo al naso. Puoi sentire il profumo della dolcezza che si rivela timidamente, quasi si annuncia; ma per il sapore devi avere pazienza. Il gusto è il più eccentrico dei sensi, l’olfatto è sicuramente il più scaltro. Quello che anticipa le cose. Senza retorica, il privilegio è sapere osservare più che catturare l’attenzione, starsene in disparte, capire che ai cani non piace essere abbracciati, che con i gatti la differenza la fanno sempre i passi falsi. L’amore ricevuto può essere anche tremendo e violento e innaturale, come per l’egoista che vuole solo dare. Il punto è che non si può sempre canzonare tutto, proiettarsi con la mente e con il corpo nella rete di un paradigma estetico: declinare rigorose norme di stile, adattarsi. Bisogna gettare nel fuoco tutto quello che non è stato scelto, voluto o creato, bruciare e incenerirsi se necessario, incolonnarsi nel cielo con i resti ancora incandescenti di un aereo ammarato. Per scrivere veramente di una donna, devi averci fatto l’amore, per dire che non hai paura della morte devi avere il coraggio di guardare nella canna del fucile, e cominciare a ridere.