In memoria di Alberto Granese (poesie più una nota critica di Eleonora Rimolo)


In ricordo di Alberto Granese

Nel 1998 viene pubblicato, presso l’editrice Todariana di Milano, Esempio di una cosa di Alberto Granese. L’autore non vedrà mai la pubblicazione del libro. Dall’accurata analisi di Giuseppe Addamo, interamente riportata, emergono temi e stili poetici di un autore che oggi sento l’esigenza di dover ricordare. La poesia è testimonianza, bacino di memorie che non attendono altro che essere recuperate, portate in superficie. Spesso si avverte l’urgenza di far cadere un raggio di luce nuova sopra certe forme di immutata “difficoltà della visione”, la cui bellezza e la cui attualità restano eterne perché tale è la buona poesia.

Vengono di seguito proposti alcuni testi tratti da Esempio di una cosa (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Poesintesi di durata), tra i quali In trittico, presente all’interno della Storia della letteratura italiana contemporanea a cura di N. Bonifazi, e M. Luther King: «Ho un sogno», Primo Premio Catullo nel 1974, di cui si cita la motivazione.

Tra avanguardia e sperimentalismo, senza però mai rinunciare al contenuto (dalla denuncia sociale alle tematiche più liriche ed intime), la poesia di Alberto Granese è la traduzione in verso dell’idea heideggeriana dell’essere come cosa incompiuta, caratterizzata dalla mancanza, dalla frammentazione, dall’equivoco e dall’abbandono.

Notizia biobibliografica

Alberto Granese è nato a Montecorvino Rovella il 4 novembre 1933 ma è vissuto quasi sempre a Salerno, dove è stato direttore didattico dal 1970 fino alla pensione.

Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, scritte fra il 1963 al 1970, con il titolo Capitoli (Jester Libri. Firenze) nel 1971.

Il suo ideale di poesia era alto, virtuoso ed elaborato, tanto è vero che ci aveva lasciato leggere una prima versione della raccolta intitolata Esempio di una cosa, che abbiamo il piacere di presentare, molti anni addietro. Nel 1997 ce la ripropose ristrutturata in ogni singola parola, posta come «necessaria e insostituibile», costringendoci a confrontarci, non solo con il nostro giudizio di allora, ma con tutto quanto nel frattempo abbiamo capito della poesia di quest‘ultimo mezzo secolo.

Frattanto avevamo continuato a sentir parlare di Alberto Granese perché alcune poesie apparivano di tanto in tanto sulle riviste letterarie o circolavano per i concorsi letterari, premiate o comunque segnalate.

Poeta solitario e appartato, tanto di rara ispirazione quanto di lenta gestazione, Alberto Granese ci telefonò nei primi giorni di dicembre del 1997 per dirci che le bozze definitive di Esempio di una cosa erano pronte, c’erano soltanto «pochissime cosine» da modificare, che aveva segnato e la cui esecuzione affidava a noi. Ma non ci avrebbe spedito subito il plico perché ormai era evidente che non avremmo fatto in tempo a stampare il libro entro l’anno e anche perché – detto dl passaggio – non stava bene in salute: aveva sofferto di «una colica» per cui doveva sottoporsi ad accertamenti clinici.

La signora Anna, sua moglie, ci ha telefonato in gennaio che Alberto Granese è morto il 26 dicembre 1997 perché quella colica era stata la manifestazione di un male devastante e incurabile.

La quarta di copertina di un libro, riservata alle notizie bibliografiche, non è luogo per manifestare emozioni private e cordogli, ma andava detto che il poeta Alberto Granese non c’è più. Questo «elaboratissimo» libro diventa perciò un testamento letterario, che la vedova, Anna Giugliano, e i figli Egidio, Beatrice e Maria Pia, e noi, affidiamo ai lettori e al tempo.

di Eleonora Rimolo

Da Esempio di una cosa

Dio alla televisione

Anche sul tuo verso arato da sottane di whisky,
senza biglietti per la campagna – città, LAWRENCE FERLINGHETTI,
ma con un numero atomico di malattia,
non aspettare di vedere Dio alla televisione,
una statura di là dalla gioia.
L’appuntamento si gratta & il flipper è volato da un uccello,
per beccare d’america
la pubblicità del negro su pianure di poesia.
Territori si strappano a vicenda domani,
se cose guidarono per questo colore
una durata medesima.
La parete cortissima di carne sul mattino del disco
& l’aria così parlavano
lontano da un carattere invaso di passaggio.

 

Variazioni sull’esempio di una cosa

Non ho scritto, alla vigilia del mio 32° compleanno,
GREGORY CORSO, una lenta & meditata poesia spontanea,
per strapparmi senza fogli,
perché c’era un mucchio di tempo.
Se il mondo mi fosse debitore di un milione di dollari,
li spenderei per trovarmi ignudo e sbagliato,
tossendo da un ritornello di sperma.
Continuerò a rubare, se dici che degli anni nemmeno uno
è dipeso da me o dal panorama della mia rabbia.
I fuochi della mia vita privata
non attraversano la gente o la società,
non mi gettano ombra da un’anima
(egli era anche una vergine annegata per un’ora).
GREGORY CORSO, l’esempio di esistenza
bruciava senza sale, prima di giorno,
in una cosa che non suona o beve
il suo cocktail di campane alla maniera di un’anima.

 

Un’incuria, un imballo

Chiunque ha ronzato intorno alla stanza
finché un eccesso di carne/buio era nato.
Accorsero frammenti & il quadro così ladro dal paradiso
di un gatto, taciuto nel ballo di luci,
non più notizie di orme sulla spiaggia
violentata dal cuore del sogno nella gola liquida
di una nuvola.
Un’incuria, un imballo divenne poi una nascita,
il rifugio di terra & per destino il minimo della giovane
spettinando assenze,
così infedele di amori nella voglia dubbia;
quando pure la fine s’informava del giorno con passo deforme
una gonna/ancora non poveramente
devastata in sorte sulla terra che si ruppe di nubi.

 

Una ferita rampicante

Degenere i luoghi da una primavera attizzava nell’erba
qualcosa diverso dal bagno di New York/madre
con acqua di preliminari pettinati,
quasi cresciuta nella morte – neo sulla mano.
Uno sterminio più chino & da vicino tardi s’incespica in feste.
Sghemba una storia morderà tesori di vergogna,
il cruccio dalla parzialità del panorama in gabbiani,
o forse un uomo piovve dai venti
che sporgevano una ragazza
così sconosciuta nella sua stessa morte.
Una ferita rampicante & la tonaca del meriggio
in un sigillo ripara
che la sonnolenza non vedrà spesso stoltamente in un dono.
Riparte dalla soglia di un occhio
o dal tuono che sterminò
la sua smorfia per poco in giro,
crollando domani in cipria.
Schermi/schemi divengono; ma troppo tardi sul suo fondo,
nel caso di una veste,
erano un vizio umano.

 

Una carne più in fretta

Un mutato amore & in trasparenza,
perché un volatile fu intorno vuoto in un soffio.
Il giuoco non trasferì la polvere del centro
con interrogazioni/arance.
Poi, ’sto silenzio di albergo-metallo, quando si spezza
una Coca in ragazzotta – etta – ina.
Domani fu il suo nome per distruggere l’ombra con acqua di ostacolo
una stanchezza fuggendo nello stesso tempo
o, per strada, un vizio attraversato fragorosamente nei suoi cieli.
Succhia una camicia di zero il cine o perché il tranquillante
ha illuminato di sesso la testa in stanza con gocce di uccelli.
Calendario di presente/essere (= spazio/tempo nell’intervallo)
i sintomi d’istante provvederanno america
sproporziono, quando assaggio mani al neon,
california di uno stesso giorno):
formiche non più vergini affacciate dalla fronte
auto accelerando//orecchie sbottonando di coito.

 

Nota critica

Di questa silloge di Granese si può dire quello che Eraclito, nel frammento 93, dice de il Signore che ha oracolo a Delfi: non disvela, non cela: fa segni. Perché questa e una poesia che procede per allusioni e, alludendo, realizza un alto tasso di ambiguità, quella necessaria alla poesia.

Ambiguità che è quasi, talvolta, oscurità, ma per la quale la parola si accresce – come per escrescenze corallifere – di proliferazioni non unidirezionali, ma stellari, che incrementano la polisemia della parola stessa e ne esaltano la valenza, nutrendone lo spessore di incisi, di incastri, di citazioni e di parentesi. Cosi, il testo procede per esitazioni calcolate, per pause e riprese: percorso disseminato da chiasmi, e dove si inciampa in richiami, punteggiature, riferimenti, ostacoli del linguaggio, la cui funzione è chiaramente quella di abitare la distanza, di allontanarsi dalla letteralità, mettendola, appunto, fra parentesi. Procedimento che interrompe la percorribilità delle parole, inserisce intrusioni di silenzio e di attesa nella linearità della frase, consentendo a Granese di lavorare le parole e il loro modo di svincolarsi dal contesto: ne risulta un così denso grado di metaforizzazione da svellere le parole dalla loro tautologia, per consegnarle a una pluralità di sensi e di emozioni, per attuare il passaggio (il traslato) dal pensiero al linguaggio, dalla filosofia alla poesia. E dove il lessico e la semantica sono – o appaiono – insufficienti o inadeguati ad esprimere ciò che li travalica, soccorre l’ossimoro (che in sé concilia i divergenti accostamenti di sostantivi-aggettivi-verbi-avverbi) o il simbolo che tiene insieme ciò che nel linguaggio si oppone e contraddice o, ancora, l’accorta colometria delle disuguaglianze per le quali la misura del verso si ritrae o s’impenna, e ora si addensa nel giro fulmineo di una immagine inedita e ora sorpassa il limite del rigo per dilagare – quasi prosa – nella pagina con la pirotecnica di sorprendenti analogie.

Ne consegue un’impurità stilistica per contaminazione: nelle varianze del ritmo, nell’eccedenza simbolica, nella conflittualità emotiva fra libertà della parola e disinganni della realtà l’Autore, inseguendo l’indicibile, elabora la scena della propria interiorità, mobilita passioni che sono, di volta in volta, fungibili e revocabili,

insinua il suo modo di porre le grandi domande. E, affinché quelle domande non tacciano, egli non dà risposte: perché non c’è risposta. Non consola, dunque, né aiuta, ma libera la contraddizione e il represso per recuperarli contemporaneamente all’intensificazione e all’indeterminatezza.

Libro, questo, che, investendo il pathos e sfiorando la patologia dell’eccesso, si dimostra necessitato: alta è la sua significazione che rinnega e ripudia, evidentemente, malintese casualità di ispirazione e affida le sue risultanze all’assiduo, paziente lavoro di cesello che l’Autore ha saputo dedicare ai singoli testi, a ciascuna parola di ogni testo, tanto che ogni lemma, ogni composizione si attesta necessaria e insostituibile.

Giuseppe Addamo.

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