Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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***

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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

***

J.R.

_________l’oscillatore di Francesca Dono

l’oscillatore
con le ombre sul muro girevole.
Lo stesso ErgoSum ci passa
dal canale di un sidro patogeno. Sul mio sistro
lunare. Nell’incrocio scorza-buco-licantropo.
Nullamsolubitum.
___ L’ascia genetica.
Prendi l’usignolo senza rossiccio.
Alza quei pochi steliflorus verso gli amanti castigati .
Sotto il nostro fossile subanemico.
L’ultima spremitura delle vespe.
Alture d’autunno.
Fuhrergendarmen nel frantoio-ossidana.
Geyser.
Da qualche parte il nostro braccio metallurgico.
Di nuovo un altro fotonEleusino.
La zavorra di vetro.
>…>
Per gli Alberi-Mango.
Semilacentodiciassette bombole d’ossigeno.
Abiti-vetiver nel farsi glutine
del tuo silenzio.
Mama Barack.
L’oboe dentro un tamburo.
Il taglio.
Lo shampo e il rimasuglio della lozione
sopra la mensola- specchio.
Millesimicentenari.
La mia bottiglia d’acqua affollata
di biglie.
Calze vuote.
Ti guardavo per ricadere.

***

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Vicino/lontano di Antonio Devicienti

Mi confondi: hai dolcezza di pesca e ti ritrai: ti lasci intuire e i frutti splendono nei loro contorni di sfera: mi guardi da uno spazio come velato (ti sveli nel nocciolo, nella polpa, nel doppio mallo o drupa o callo): t’allontani e sei così vicina: sei lo spazio tra: non mostri, non proclami, ma tacendo dici: è la distanza tra qui e lì, ta parte e intero: sei la luce da: voglio somigliarti, ma non so farlo: dov’è il coltello che aprì il frutto, il desiderante pudore del tuo stare oltre: mi confondi, mi commuovi, mi avvicini mentre resti lontana.

***

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VIOLENZA (femminicidio) di Izabella Teresa Kostka

Scarnata dalle tue mani
ho toccato il fondo,
accusata soltanto di essere Donna,
come una bambola di gomma
m’avvinghio al buio,
senza più voce,
in un pozzo di sangue.
Ti diverti e gridi,
mi picchi,
deridi,
bestemmi la scia del mio passaggio,
strisciando cedo ad ogni colpo,
all’arma letale del tuo Volere.
Confondo amore con carneficina,
le tenere carezze per me sono botte,
l’immagine sdentata si riflette sul vetro
frantumato in pezzi come anima rotta.
Sono lo scarto della tua follia
mascherata di giorno dall’apparenze,
di notte mi usi al tuo piacere,
convinci che l’obbedienza è il mio dovere!
Agonizzo raggiunta dall’ultimo calcio…
Lo benedico
e ti ringrazio per avermi liberata.

Tratto dal volume ” Storia contemporanea in versi. Antologia di poesia civile. Poeti di ieri e di oggi ” (Agemina Edizioni)

***

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Perché ostinarsi a vivere
se sappiamo di non avere scopo
se il mondo girerà più leggero e coerente
orfano del dolore

continueranno i robot gli ologrammi
la loro finzione di vita
di ombre proiettate sulle ombre
di forme immaginate

le barche trascinate sull’asciutto
non riprendono il mare
non c’è catrame in ferie è il calafato
lo scafo fessurato

non chiederci di muoverci
non chiederci di andare, di scommettere
sul numero vincente a nulla serve
se il vincitore muore

se perduto nell’acqua è il suo respiro
e la voce permane nel ricordo
di una donna o di un cane
molto meglio dissolversi nel sole

di Guido Mura

***

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Ci saremmo detti i riflessi mancati
come i baci ammazzati dai morsi
sradicando carne per giurarsi l’appartenenza
legati agli anulari
a fare patto di sangue a fiotti
e nutrirsi
scambiarsi veleno
rendendosi liquidi
tra gli aliti di vita diluiti
in calici di laudano
e proiettili d’argento
a indorare brandelli di pellami
le vene gonfie come dita sottocute
_muoversi
come se l’uno fosse nell’altro
e l’altro dentro all’uno
viaggiarsi così dentro da percorrersi
come si fosse arterie a crocevia di svincoli e umori

A ogni alba corro per starti più dentro
ché ti voglio prigione
su tutte le mie dipendenze

Mi fossi uscio
o confine
non tenderei fuga

Aprimi la bocca,
ti entro da lì.

Di Mariella Buscemi

***

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Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

***

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inginocchiata alla terra
nelle ore meno dolorose
con questo ventre a lutto
mentre il mare urla sui bordi
delle finestre
aperte verso un nero
che innamora

di Antonella Taravella

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