I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 a cura di Antonio Bianchetti


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Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere. Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “SkeletonTree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.

DAVID BOWIE – Blackstar
LEONARD COHEN – You Want It Darker
HERON OBLIVION – Heron Oblivion
KEVIN MORBY – Singing Saw
HAWKWIND – The Machine Stops
LUCINDA WILLIAMS – The Ghost of Highway 20
BLACK MOUNTAIN – IV
PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project
IMARHAN – Imarhan
AGNES OBEL – Citizen of Glass
THE DWARFS OF AGOUZA – Bes
CAVERN OF ANTI-MATER – Void Beats / Invocation Trex
FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of Okland
IBRAHIM MAALOUF – 10 Ans de Live
CAR SEAT HEADREST – Teens of Denial
MONO – Requiem For Hell
KING CREOSOTE – Astronaut Meets Appleman
THE MIKE ELDRED TRIO – Baptist Town
KADHJA BONET – The Visitor
WORKIN’MAN NOISE UNIT – Play Loud

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DAVID BOWIE
“Blackstar”

Probabilmente mai una carriera si è conclusa con un colpo di coda come questo, in cui, la trama di una vita, viene sintetizzata in un album dai molteplici significati, traslando ogni territorio percorso da questo artista che ha segnato un’epoca, e come tale, è rimasto consapevole del suo destino e della sua storia.
Ineccepibile

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LEONARD COHEN
“You Want It Darker”

Neruda diceva che quando muore un poeta, l’umanità per un attimo tace, quasi a sottolineare l’impossibilità di un qualsiasi epitaffio di fronte a un’emozione così grande. Proprio per questo motivo a volte il silenzio è una risposta straordinaria a qualsiasi parola: basta ascoltare quello che un grande artista ci ha lasciato.
Forever

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HERON OBLIVION
“Heron Oblivion”

Questo album straordinario, il quale, miscela folk e cavalcate lisergiche, rimane una delle sorprese più belle di quest’anno. E mai come questa volta la suadente voce di Meg Baird degli Espers, si fonde con le sulfuree chitarre di Ethan Miller e Noel Van Harmonson dei Comet on Fire, insieme al bassista Charlie Saufley degli Assemble Head in Sunburst Sound, per sfoderare una serie canzoni così coinvolgenti da non lasciarti respirare.
Senza fiato

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KEVIN MORBY
“Singing Saw”

Quel genere musicale ormai denominato “Americana”, giusto per non ricadere sempre nell’etichetta o nei vari sottogeneri attribuiti al folk, riesce sempre a stupire per come riesce a reinventarsi attraverso questi storyteller, i quali, ogni volta cercano strade nuove per raccontarsi. Il bassista degli Woods: Kevin Morby, dopo aver intrapreso una strada tutta sua, sfodera una serie di ballate veramente originali, attraverso sonorità particolari e ricercate, insieme a dei testi che raccontano l’inquietudine di questa “apparente normalità”, sempre camuffata da coloro che invece reagiscono al primo accenno di reazione della gente comune. Non è casuale che la “sega circolare” del titolo: colei che si ripropone di “cantare” le vicende, è vista proprio come un’ossessione che insegue i protagonisti come un vero incubo alla “nightmare”. In realtà la metafora è racchiusa nel fatto che la “singingsaw” è anche un pianoforte verticale, il quale non vuole tagliare gli umani trasformati in alberi, ma cantarli. Ne escono canzoni uniche che, se tra ipotetici noir narrativi e psicodrammi interiori, potrebbero annoverarsi con le classiche murder-ballads della tradizione statunitense, in realtà non fanno altro che raccontare la quotidianità dei nostri giorni.
Rigenerante

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HAWKWIND
“The Machine Stops”

Anche se della formazione originaria è rimasto un solo elemento: il chitarrista Dave Brock, stupisce il ritorno di questo storico gruppo degli anni ’70 con un disco straordinario, il quale, non smentisce la fama degli alfieri dello space-rock più innovativo. Infatti, quasi a quarantasette anni di distanza dal loro esordio, e a quarantadue dalla pubblicazione di “Silver Machine”: allora cantata da un certo Lemmy, e dal testo evocativo, visto che parlava di viaggi nel tempo, si riprendono la giovinezza con un concept-album degno della fantascienza che gli appartiene, come se quella macchina argentata non si fosse mai fermata, pronta a riprendersi i loro passeggeri in un andirivieni senza fine. Ispirato proprio ad un racconto di science-fiction dello scrittore E.M. Forster, riemergono dal passato come se fossero entrati dalla loro porta spaziale a lasciarci un saluto, prima di ripartire con una nuova “Enterprise” impostata alla velocità di curvatura, visto che nulla è cambiato da allora. Il loro è un rock che sfiora appena il progressive per impostarsi sulla trama di un garage sporcato di elettronica e di kraut quanto basta, per imbarcare tutti i corrieri cosmici che incontreranno per strada, pronti a portarli, non tanto alla visione di un film, ma dentro una realtà futuribile prossima ventura, dove, un’enorme cervello virtuale, governerà tutti gli abitanti della Terra. Però, cosa potrà succedere se questa macchina a un certo punto si fermasse? D’accordo… potrà succedere di tutto ma, non fermerà mai la musica! Ed è proprio con le sue note, che scopriremo, il vero significato dell’eternità.
Inossidabili

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LUCINDA WILLIAMS
“The Ghost of Highway 20”

Dopo lo splendido “Down Where The Spirit Meets the Bone” di due anni fa, questa importante cantautrice di Lake Charles in Louisiana, ritorna sulle scene con un album altrettanto intenso, sofferto, intimista e profondo quanto basta, da renderci partecipi a tutte le sue riflessioni. Dedicato alla morte del padre Miller Williams: pianista, poeta e sognatore come la figlia, è un insieme di storie e di ricordi on the road nati proprio sulla Highway 20, la quale, ripercorre territori che dalla Carolina del Sud portano fino in Texas.
E’ chiaro che la mitizzazione di queste lunghe vie nate per collegare tutti i luoghi degli Stati Uniti, da sempre nell’immaginario collettivo degli americani, si popolano di tutta una serie di personaggi, vissuti per essere degli eroi perdenti tanto cari agli artisti che li vogliono ricordare, perché la vita e la poesia che li contraddistinguono si fondono con le idee di ognuno di loro, e proprio con loro riprendono a vivere: fantasmi di un passato che non si vuole estinguere. La ballate di Lucinda sfiorano come carezze la melanconia dei ricordi appartenuti a ognuno di loro, e di cui la sua musica gli appartiene, quasi ad essere una forma di risarcimento. Ma la tristezza latente diventa un’emozione fortissima, talmente alta da far venire i brividi anche alla sabbia dei deserti o delle paludi che, lungo il percorso di una vita, ognuno di noi si porta dentro, come se sfogliassimo un quaderno di foto in bianco-e-nero. Bisogna chiudere gli occhi, lasciarsi andare e abbandonarsi alla dolcezza estrema di queste liriche, dove la nostalgia scivola via insieme agli accordi di una chitarra e un alternarsi di parole, le quali, ad ogni storia raccontata, ci entrano dentro, spalancandoci il cuore.
Commovente

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BLACK MOUNTAIN
“IV”

Giunti al loro quarto lavoro incorniciato nel titolo, tanto per sottolineare la matrice anni ’70 rivisitata anche nella copertina, questo quintetto canadese riesce finalmente a ritrovare un sound, che nei loro tre album precedenti, era troppo derivativo dalle influenze Led Zeppelin o Black Sabbath. Questa volta azzeccano il colpo; non tanto perché non mi erano piaciuti prima di questo interessante progetto (molto coinvolgente era stato “In theFuture” del 2008: un capolavoro contenente tutte la quintessenza di ogni sorgente musicale), ma, perché sono risultati più credibili, magari meno potenti, però, più originali.
Le chitarre si lasciano alle spalle i pesanti riff del passato, per un discorso più fluido e armonico, dilatando i pezzi come suite contenenti una trama collegata al futuro prossimo venturo. L’alternanza delle voci della dolcissima Amber Webber e di Stephen McBean, risultano decisamente positivi per l’interpretazione corale, come se il dialogo appartenente a qualcuno venuto prima di loro, si trasferisse finalmente nelle corde vocali di chi ricerca la spontaneità e la concretezza, la volontà e la poesia di un respiro più ampio. Ogni fraseggio trova il suo equilibrio alternando molto bene le sequenze melodiche, con la forza dei ritmi i quali non forzano mai il colpo, ma si mantengono intorno al tessuto musicale senza essere disturbanti. Il risultato dell’insieme è piacevolissimo, riuscendo a trasferire in un solo pianeta in ebollizione il rock, lo space, lo stoner e intromissioni floydiane, per confluire in una melodia mai banale, via via sempre più accattivante, anche perché l’album risulta in progressione sempre all’altezza e si conclude alla grande.
Coinvolgente

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PJ HARVEY
“The Hope Six Demolition Project”

Per questo ultimo album di “PJ” bisognerebbe scrivere un articolo più vasto, perché è talmente ricco di elementi, che è difficile trovare una sintesi circoscritta in trenta righe. Perché è proprio vero, quando ci si trova di fronte a un lavoro complesso come questo, bisogna partire dalla sua genesi, o per essere più laici, da prima a del suo Big Bang. Intendiamoci non è un viaggio facile, perché l’autrice non ricerca sonorità dalla radice rock o blues trasformati in elementi tossici come aveva fatto sui suoi primi dischi, e neanche variegature più contorte e inaspettate come aveva fatto nella seconda parte della sua carriera: il suo è un sentiero di ricerca già iniziato con il suo penultimo e celebrato album intitolato “Let England Shake”. Allora era partita dalla Prima Guerra Mondiale per arrivare alla sua analisi, dove, l’orrore, non era soltanto un’icona che da Conrad si era trasferita nel famoso finale del film di Coppola: Apocalypse Now, ma una serie di eventi in continua ripetizione che non si fermano mai. Infatti, i territori dei conflitti attuali visitati in prima persona e portati su queste tracce, sono la prosecuzione del suo progetto musicale dentro queste disperazioni, unite a una critica sociale che abbraccia tutte le dinamiche interne ad una società troppo corrotta. Non è casuale che il titolo è riferito al “Progetto Hope VI”, attuato a Washington in cui, sono stati demoliti tutta una serie di caseggiati popolari per riqualificare questi quartieri; ma in realtà la vera finalità era quella di una speculazione di queste zone con l’inserimento di enormi Centri Commerciali, a scapito di intere famiglie lasciate senza una casa. Tra l’altro, tutto questo è stato documentato dal fotografo Seamus Murphy, con cui la Harvey aveva partecipato con le sue poesie anche nel libro di immagini “The Hollow oh the Hand”, il quale, s’inoltrava nei territori di guerra, in una simbiosi fra tutte le potenziali esplosioni proprio perpetrate come sempre sui più deboli. Insomma, un disco dalle infinite diramazioni, non facile certo, non adatto per un ascolto automobilistico, ma centellinato e destrutturato nella propria psiche, per essere poi assimilato come una seconda pelle: rock, jazz, blues distorto, avanguardia, novità che diventano un’armonia distopica anche per l’evoluzione musicale. Se a tutto questo aggiungiamo che alle registrazioni hanno partecipato anche talenti italiani come Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e Alessandro Stefana (tanto per parlare di talenti riconosciuti all’estero), si capisce l’estensione del progetto. Forse ci voleva ancora più rabbia? Non lo so… ma sicuramente, sarà uno dei migliori dischi dell’anno.
Capolavoro

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IMARHAN
“Imarhan”

Togliamoci subito ogni dubbio: questo è un disco fantastico, non tanto perché queste sonorità frettolosamente chiamate “il blues del deserto” creano un fascino suggestivo e ipnotico, ma perché la classe che si respira intorno a questi giri elettrici di chitarre sovrapposte sono di una bellezza sconvolgente. Ormai la lezione di Alì FarkaTourè è diventata cibo quotidiano per queste band sub-sahariane, le quali riprendono la strada intrapresa dal maestro per evolversi notevolmente, dentro a questo mondo di sabbie sempre in cammino. Gli Imahran, provenienti dal sud dell’Algeria, così come i Tinariwen che provengono dal Mali, proseguono praticamente insieme nella continuazione di uno stile radicato nella loro tradizione, ma sempre aperto alle sonorità che si contaminano di influenze esterne. Non è casuale, nonostante le diverse nazionalità, che fra alcuni membri delle due formazioni ci siano delle parentele di sangue dovute all’etnia dei Tuareg. Gli Imahran però sono più ritmici e sincopati e non hanno paura di assimilare elementi sonori della cultura occidentale, perché le contaminazioni psichedeliche derivative dalla sperimentazione che ha offerto il rock’n’roll, sono state un regalo per tutti i giovani di questa Terra, e come tali, lo saranno all’infinito.
Questi ragazzi nordafricani esordiscono con un nome evocativo, perché nella lingua tamashek la parola “imahran” vol dire “quelli a cui tengo”, sottolineando il forte legame con tutta la loro cultura e la loro gente, fatto di spiritualità e di appartenenza, come se l’essenza tribale diventasse proprio un’esigenza irrinunciabile da cantare in ogni latitudine. Ecco che la malinconia o la rabbia vengono miscelate in un alchimia di tradizione e modernità, per essere gustate insieme alle storie del vento, o di questi cieli senza fine, o di questi paesaggi che non sono mai identici, ma che ogni giorno cambiano il loro significato come il continuo e ripetuto mutamento delle loro dune.
Autentico

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AGNES OBEL
“Citizen of Glass”

Questa ragazza di Copenhagen ci porta dalla Danimarca un sound sognante, dalla struttura in parte rarefatta e in parte preziosamente allestito con sonorità sorprendenti. Tutte le canzoni, pur non rinunciando alla bellezza della melodia, si avvalgono di inserti e sovraincisioni molto accattivanti, che trasportano l’ascoltatore in un mondo di leggende nordiche ripetutamente trasformate in vita di tutti i giorni. La notte e il giorno si sovrappongono per diventare un unico territorio dove vivere in bilico: un confine illusorio che può inghiottire da un momento all’altro, e ogni deviazione è sempre una sorpresa, ogni porta che si apre è un altro mondo in cui beatitudine e disperazione sono una persona sola. Il lavoro di produzione è talmente eccessivo da risultare straniante e paradossale ma, mai esagerato, mai consueto, a tal punto che sembra un’alchimia oppiacea, quasi alieno per la complessità della struttura armonica scelta. Ogni passaggio vocale diventa un tutt’uno con l’insiemistica dei campionamenti, i quali alla fine stordiscono per eccessiva perfezione, eppure, si è inghiottiti dentro ad un gorgo immateriale dove non esiste scampo, come se una droga passasse nelle proprie vene da cui è impossibile sottrarsi, perché il suo effetto allucinogeno è come un punto senza ritorno: ci si abbandona e si rimane in un ascolto quasi sotto ipnosi, fino alla fine dell’effetto.
Costruito dentro a un minimalismo dove gli equilibri sembra vivano sopra una fragilità talmente delicata da svanire al minimo respiro, ogni movimento è un cammino sopra i tasti di un pianoforte etereo, dove una neve dolcissima accompagna questo cammino insieme alla malia che si respira in queste latitudini. La vita però è sempre una sorpresa e il nostro presente, lo sappiamo, spesso è un universo capovolto dove precipitare non è per niente una casualità, anzi, ormai è consuetudine.
Ipnotico

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THE DWARFS OF EAST AGOUZA
“Bes”

Dietro questa sigla dal fascino quasi ancestrale, si nascondono tre giganti dell’etno-rock famosi in tutto il mondo musicale: Sam Shalabi dei Land of Kush; Maurice Louca degli Alif e Alan Bishob dei Sun City Girls. Questo album nasce dalle session notturne fatte da questi musicisti nel quartiere di Agouza al Cairo, e poi riversate sui due CD che lo compongono. Sostanzialmente è godimento puro: l’improvvisazione di tutto l’evento è un insieme dove jazz, psichedelia, etnica, fusion, kraut, colore, spiritualità, convivono per essere un continuo sovrapporsi di cuori pulsanti e di ritmi senza fine. Liberi di interagire fra di loro e di spaziare con i propri strumenti senza problemi di sorta, ci regalano una serie una performance, dove, non si fa appena in tempo ad assimilare un respiro che si sente subito il fiato sul collo di quello successivo, come se un continuo work in progress fosse la cifra stilistica di questo felice incontro, in cui, perfezione e trascendenza, serenità e dinamismo, si inseguono ripetutamente per arrivare all’apoteosi.
“Bes” è una divinità egizia, adorato nella tradizione come il difensore delle cose buone e nemico delle malignità, per questo motivo state tranquilli, ascoltate continuamente questa musica senza paura, così avrete un amuleto per essere felici e tenere lontani i nemici dalla vostra porta. Ogni nota è una sicurezza… anche questa, è gioia!
Tribale

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CAVERN OF ANTI-MATTER
“Void Beats / Invocation Trex”

Chissà cosa direbbe Platone di questi giovani d’oggi che vogliono rientrare nella sua caverna. Il fatto è che cercano l’antimateria: l’energia necessaria per superare tutte le barriere del tempo. Si perché dentro a questi ritmi generati dai due ex Stereolab, si rincorre un periodo storico unico nel suo genere. Non è casuale che i rimandi al krautrock dei Neu o al Ricochet dei Tangerine Dream, sono notevoli, anche se allora la creatività generata era di notevole spessore. Forse, oggi è troppo facile emulare i giganti di allora? Ma se la terra una volta era abitata da questi esseri leggendari, ora, noi comuni mortali, dobbiamo accontentarci di quello che riusciamo ad inventare con la nostra intelligenza.
Sincopato

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FANTASTIC NEGRITO
“The Last Days of Oakland”

Cosa separa il nome di Xavier Dphrepaulezz dallo pseudonimo di Fantastic Negrito? Un incidente d’auto e un periodo di coma con la necessaria riabilitazione. E’ questa la storia che si racconta in questo album, ed è la storia personale del nostro protagonista, il quale, dopo aver firmato un contratto importantissimo per una casa discografica fra le più conosciute, si schianta con la propria fuoriserie e finisce nel limbo dei lenti recuperi che dureranno interi lustri. E’ così che a distanza di quasi vent’anni riesce lentamente a resuscitare con la medicina della musica e si reinventa una carriera sfoderando questo eccezionale lavoro intriso di hip-hop, hard-blues, funky-soul, sperimentazioni vocali, variazioni blacked inserti gospel del nuovo millennio. Rinasce un talento: è questa la notizia più bella, nato nella strada, cresciuto fra le gang dei ghetti e salvato dalle sue passioni: “…quando sopravvivi c’è sempre una lezione da imparare…” perché nella quotidianità sono proprio le esperienze durature a salvarti la vita.
Molto politicizzato, alterativo, ribelle per natura, artista innovativo con un pizzico di pazzia, entra diretto sotto la pelle dei problemi per farteli sentire dentro, in modo da non dimenticarli. Non è casuale che il titolo dell’album riferito al processo di gentifricazione che stanno subendo le città americane, sempre a danno delle classi operaie, viene reinventato come un’opportunità da sfruttare per una uova rinascita culturale, in cui, tutte le espressività artistiche posso coesistere creando un movimento proprio a favore della gente: quella gente che è stata svenduta! E’ sempre difficile sapere chi sono i peccatori, ma non è questo il problema: la soluzione è sempre nella rinascita, nella forza della collettività che deve riprendersi il posto da protagonista in questa società.
Black

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IBRAHIM MAALOUF
“10 ans de Live”

Nel 2006 questo artista libanese e parigino di adozione pubblicava il suo primo album, iniziando così una carriera straordinaria completata da altri otto dischi e una serie infinita di collaborazioni, di concerti e live, acclamati in tutto il mondo. Il suo è un jazz godibilissimo e di escursioni in territori altri, sempre all’insegna di una musica positiva che provoca nell’ascoltatore un alone di gioia difficile da disperdere. La sua cifra stilistica non dimentica le vibrazioni dentro a fuorvianti percorsi difficili da percorrere, ma al contrario si concentra nel microcosmo di un oggettivo meccanismo che fa nascere nell’infinitamente piccolo, un altro universo. Il suo strumento principale: la tromba, diventa parte di un fraseggio talmente ammaliante, il quale, ad ogni passaggio, riflette tutta la nostra parte illuminata, lasciando la cosiddetta “parte oscura” in un oblio seppellito oltre le nostre negatività. Probabilmente è proprio questo il respiro che emerge da questi solchi, e che ci contagia continuando a riverberare tutto il suo chiarore, in un continuo spettacolo in cui tutta la felicità del mondo ci viene regalata. Diventa di conseguenza un ulteriore regalo questa sorpresa che non è un antologia per i non addetti ai lavori, ma una giusta ricompensa degna di essere ascoltata dall’inizio alla fine: 10 anni di concerti dal vivo che riassumono la personalità di questo incredibile professionista, e che non dovrebbero mancare negli scaffali della disco-teca di ognuno di noi.
Spettacolare

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CAR SEAT HEADREST
“Teens of Denial”

Sentivate la mancanza del rock’n’roll, eccovelo servito, come ai vecchi tempi, roboante, deciso, adrenalinico, senza troppi giri di parole. Se a questo aggiungiamo quel pizzico di sperimentazione o innovazione (fate voi) che lo rende ancora più attuale, la sua miscela non può che farci dimenare senza remissione. Will Toledo e soci hanno centrato il colpo, e noi accettiamo il combattimento, felici di perdere, tanto chissenefrega… ci rimane la loro musica
Viscerale

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MONO
“Requiem for Hell”

Basterebbe la copertina per ricevere un premio: un’orgia dantesca per sublimare una suite che ci fa rivivere un viaggio allucinato, forse troppo celebrato, d’accordo, ma sempre vicino al nostro immaginario dove prendono forma tutti i demoni che ci roteano intorno.
Ma se la vita è un viaggio verso l’inferno, cosa ci rimarrà all’uscita: semplice, ci sono sempre le stelle, ricordate? In fondo, questi quattro ragazzi provenienti da Tokyo, con un Virgilio di nome Albini, ci fanno solamente sognare, e l’universo che attraversano è un’iperbole nata da uno spessore dove intelligenza e materia coesistono dentro a un magma di noise-progressive senza precedenti.
Epico

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KING CREOSOTE
“Astronaut Meets Appleman”

Quando il livello cantautorale raggiunge, parafrasando la cover di questo disco, un corpo celeste posto al di là dello spazio, noi rimaniamo seduti ad ammirare questa favola moderna, racchiusa in un concept-album, in cui, “l’uomo-mela” nato dalla fantasia della figlia di questo musicista scozzese, si trasforma nella rappresentazione di tutte le ansie della modernità. Eppure, il passaggio fra generazioni è la chiave di lettura di questo lavoro (ci sono addirittura alcuni passaggi registrati con il telefonino, e montati in un alternanza sperimentale come ponte fra il vecchio e il nuovo).
Fondamentalmente però deve sempre esistere un “amico invisibile” che ci accompagna, dall’infanzia fino alla maturità e oltre, perché se favola deve essere, allora, ognuno di noi dovrà inventarsi il lieto fine.
Dolcissimo

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THE MIKE ELDRED TRIO
“Baptist Town”

Questo album puzza di paludi e Mississippi, così come il boogie e il blues che trasuda dappertutto: spiritualse rock’n’roll fusi insieme per generare quella nitroglicerina pura che non esplode nelle nostre mani, ma nelle orecchie tese al suo ascolto. La copertina non lascia scampo i suoi territori sono questi: sud, sud e ancora sud, pronto a riconciliarsi con le problematiche di oggi, utilizzando il potere taumaturgico della musica, quella suonata con passione, sia ad alto volume che appena sussurrata, perché le ballate che ci cantiamo dentro, non ci lasceranno mai.
Godibilissimo

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KADHJA BONET
“The visitor”

Per questo album mi sono preso una licenza imperdonabile, la sua copertina originale era talmente brutta, che un “malato” come me della grafica, non ha voluto considerare, così ho preso la cover del suo EP iniziale e ho inserito nome e titolo. D’altronde questa giovanissima interprete è talmente bella e brava che andava immortalata. Mi perdonino sia lei che la casa discografica. ma queste tracce sono di una bellezza unica. Semplice jazz d’altri tempi, voce cristallina, melodie classiche e avvolgenti che non lasciano dubbi, abbiamo soltanto due scelte: o ci si innamora o ci si mette a sognare.
Poetico

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WORKIN’MAN NOISE UNIT
“Play Loud”

Decidiamo di “giocare alto”, di rischiare il tutto per tutto, di provare a intingere le chitarre con un’azzuffata psichedelica insieme ad un hard-rock prima maniera, tanto per continuare il rapporto uomo-macchina-rumore: essenziale quanto basta per sviscerare i soliti riff potenti e le scorribande anarchiche di un garage suonato all’aperto e non negli scantinati di un sobborgo popolare. Ma se a tutto questo proviamo a registrare i respiri di un’anima sempre alla ricerca di una novità che vuole superare anni di canzoni ripetute fino allo sfinimento, contaminandole con qualche novità, allora dobbiamo dare atto a questa band la quale cerca un rinnovamento senza perdersi nei meandri di un già sentito dozzinale. Probabilmente anche l’eco dei Black Sabbath, diventa in questo caso un tessuto sonoro dove intingere l’amo, cercando pesci dai contorni più allucinati. Il cielo potrà trasformarsi in una colorata massa di occhi per osservare la reazione del mondo, sarà così che l’iconografia di dio si tramuterà in un vecchio biker perennemente in fuga e sempre in cerca della sua libertà.
Eterno

**

Ed eccoci così come ogni volta a salutare l’anno nuovo con una bella imbarcata di musica, sicuri che un’altra scorribanda ci saluterà di nuovo per una nuova avventura musicale.
Un buon 2017 a tutti !!!!!!

di Antonio Bianchetti

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