Prospettive. Omaggio di parole a Duane Michals.


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Duane Michals (McKeesport, 18 febbraio 1932) è un fotografo statunitense.
Dalla metà degli anni sessanta del XX secolo, Michals affianca alla propria attività commerciale un lavoro personale rivolto all’esplorazione dell’emotività umana, del mondo interiore, attraverso varie forme di manipolazione del linguaggio fotografico quali sequenze narrative, esposizioni multiple ed interventi manuali di tipo pittorico e grafico.

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immagine

di Alberto Mori

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“L’Ombra del tuo Essere” di Rosaria Iuliucci

L’ombra dei venti al posto delle tue mani
ed il senso del mio essere si fà nebbia in balia di te
fino a riempirmi gli occhi di quel nero che avanza nel desiderio
e si fa leccare senza aprirmi la bocca .
Affamato il corpo si inarca alla tua imprecisa forma
come fossi un manto di tenebra bipolare
che nell’andare vorace dentro , divora
e nel tornare alla foce , ama
come un lupo la sua preda
come un lupo la sua fame .

L’ombra del tuo essere mi tampona leggera
con le mani fino a raggiungere l’oltre che smania .
Non mi bagna il ventre e non arriva a voce questa tua illusione ,
questa tua ombra imprecisa di vento mi sguarnisce
freddo come una lama che stenta ad incidere
ma che accarezza poco prima della morte
il rimedio alla follia nato poco prima della furia
nell’ovale del mio gemere che come fiore sboccia doloso .

***

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ANGELI, SPECCHI, STANZE METROPOLITANE, FINESTRE di Antonio Devicienti

Gli angeli hanno invidia
della carnalità umana:
a capofitto si gettano
nel pozzo del tempo:
riescono da questa parte
dello spazio:

è
margine lavico
parete della notte
paesaggio urbano
scaleo innervato nel viscere
metropolitano.

Alla madonna addormentata
s’incupisce luna nera nell’occhio:

dalla strada la notte ha sempre
un profumo nuovo
un colore diverso
un altro dialetto.

Poi ella è
bellissima circe a tessere
su specchi come telai
con pettinesse d’osso
un corredo di lune amaranto.

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Se in mezzo al petto
mi nascesse stalagmite di fuoco
e in lacrime calcaree
librassi in passi di cielo,
una preghiera diverrebbe tetto
e nevicherei tutti gli schiaffi dell’aria dolorosa

Se la pelle mi diventasse d’amianto
e il gelo scrostasse patine di paura
precipiterei acqua
per risalire e svaporare
fumogena
pellicola rarefatta
rifratta per gioco di luce
tra cristalli fragili

Se fossi stagione
mieterei
adesso
per sfamarmi di pane
e farmi scorta e formica
piccola
nera
così lontana dai cicalecci

Anima granulare
brina e germe freddo
con la secchezza del peso verso il suolo
e il terrore del gelicidio
sarei gragnola
e muterei il nome in Siberia

Di Mariella Buscemi

***

Marcel Duchamp, 1964, DUANE MICHALS /sc

Marcel Duchamp, 1964, DUANE MICHALS /sc

LUNA DELLA RECITAZIONE di Antonio Devicienti

Le foto sono un cervantes
di storie

(risme di carta spiegazzata
nel tascapane e le strade
d’america la polvere
nel cavo della bocca la vita
quando desidera e la parola
(luna della recitazione) mondi finge
quechuas di vertiginosa visione
storyteller in battaglia di sensi
(sovraesposizioni scrittorie)
(specchianti vetri) caudate stelle e
andanza rotto fiato specchio delle
varianze).

***

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mi sento miracolo,
come una farfalla bianca
che sale i bordi di ieri

e lo sguardo annerisce
l’indagine nello specchio
mentre, racconto
il riflesso di una vigilia,
che abbaia oltre le finestre

di Antonella Taravella

***

Specchio specchio
specchio delle mie rime
dove tra i rami
trami la mia fine?

Specchio che spezzi
il mio occhio indiscreto
specchio che spazzi
il mio sguardo accecato

mostrami nitido
un volto più chiaro
svelami il luogo
del mio volto segreto

disfa ti prego
quel lucido guscio
d’argento quel film
che ospita il mio cielo

specchio mio specchio
non farmi aspettare
disegna per me un passaggio finale
dissolvi quel chiuso opaco spettacolo
del mio viso d’ebano lo show quotidiano
piano germoglialo di una nebbia o una nuvola
che lo renda più vero più umano

di Fernanda Ferraresso

***

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Inchiodato alle borchie
di un marsupio di ferro
succhio il mio cibo freddo

Lentamente mi arruggino
degradando nei liquidi
rosseggianti nel grigio

Sono rimasto solo
nella luce seppiata
mobile senza fremiti

Uguale a mille gelidi
singulti della tecnica
tutti riproducibili

Privato delle lacrime
scivolo senza gemere
io unico superstite

Orfano del dolore
del negato sapore
mi aggiro tra le macchine

di Guido Mura

***

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RIVERBERO di Izabella Teresa Kostka

Spalanco gli occhi sazi d’insonnia
sorvegliati dalle guardie delle folte ciglia,
plano,
lassù,
ove il fogliame non conosce frontiere
né distingue i versi delle voci straniere.

Siamo tutti fratelli della stessa Terra,
gettati tra gli artigli dei predatori,
per lingotti d’oro,
una ciotola di cibo,
vendiamo il prossimo e, spesso, noi stessi.

***

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