Omaggio a Garcia Lorca: Canzoni create di Manuel Paolino


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Canzone della morte e degli organetti

Cominciando da qualunque più antica luce
capace di accecare,
caddi nel creato pozzo non d’acqua ma di vento
come la chitarra di Diego.

Ed ecco fucilate di suoni:

sonoro osso grigio di corde dal tallone spuntato
ai buchi d’un nero abissale,
coi proiettili nel pugno pronto
a lanciare lungo il cammino di Granada.

Soldati eseguono la guerra incivile;
giallo giullare balla con gli occhi lontano,
gli organetti cantano dall’eterne fessure;
si chiude il sipario.

Burattinai muovono l’ultimo accordo;
fili svenenti di corvo gitano.

*

Quello che Lorca non disse

Lo specchio
si raccoglie
come una conchiglia di luce
nelle tenebre.

Chi sarai domani?
Su quale acqua – nuovo –
ti formerai?
In quali riflessi si poseranno
la tua anima, e il tuo cuore –
se ne conservi uno?
Cadrai come Narciso?… Oppure no?

(…)

Guarda, guarda quell’uccello giallo!
Ay, ay.
Lasciala stare!
Ay, ay, ay.
Lascia in pace – ay –
la Poesia!
Ay, ay attento!…

Lo specchio
si desta
come la piuma di un cigno
sopra la radice di una rosa.

*

Canzone del fiume e dei semi d’arancia

Stavo sulla riva col vecchio,
tra me e me un pesce morto
a pancia in su con una rotonda
capriola di luna spinse la corrente
con la coda fino a tuffare le ali
da una palpebra all’altra del chiarore
di vino rosso al fondo nero
dei nostri occhi in fila:

i miei e quelli di Mieses che come
i suoi versi pareva dipinto con tinta
di stelle, d’alghe, di una pena bianca
che – lassù nel cielo – non era la luna;

sputavamo semi d’arancia nel fiume,
il suo sorriso era dolce
come quello dell’arcangelo bambina
che voleva essere sirena salata
e non si mangiava le unghie.

Quanto ho amato la cristalleria
sorta da quelle labbra di raggi
doloranti!

Sputavamo parole rotonde
nell’acqua del fiume:

– mi insegnavi a costruire
la statua di me stesso sul tempo.

*

La melodia del corvo

Flagellata col vento dalla gioia;
noia veli il volto col fianco dell’odore
nero, giunge fiero il solco del candore
feroce in armatura.

Cela il mio braccio ch’apre l’ombra;
gesto di fulmine, abbaglio
vince ancora il lampo ammiccante
dell’incappucciata falce;

scura piuma dipinta che cola in piume,
corvo sbircia da uno spiraglio.
Era sveglia del corvo, nel corpo melodia
per chi non dorme mai, finchè non muore.

*

Quello delle donne pure…

L’alito dei diavoli
puzza di sangue, olive e cenere;
quello dei draghi
odora di fumo e lame di parole;
quello dei guerrieri
di olio, di formaggio e di vento;
quello delle streghe
di fiori viola e d’erba bruciata;
quello dei poeti
di sale e di fonti…
quello delle donne pure
odora del proprio riso.

***

Note

La poesia «Canzone della morte e degli organetti» si riferisce alla morte di Federico Garcia Lorca: rifiutatosi di lasciare la Spagna allo scoppio della guerra civile, Lorca si recò a Granada dove fu arrestato. Venne fucilato lungo la strada verso la vicina Viznar dalle milizie nazionaliste, all’alba del 18 o 19 agosto 1936. ‘Diego’ è Gerardo Diego, autore della lirica «Chitarra» e caro amico di Lorca.
La poesia «Quello che Lorca non disse» si ispira alle liriche «Capriccio» e soprattutto «Narciso» di Garcia Lorca.
Nella poesia «Canzone del fiume e dei semi d’arancia» ‘Mieses’ è Franklin Mieses Burgos, poeta dominicano appartenuto alla corrente della Poesia Sorprendida. La lirica si ricollega in particolar modo a due suoi componimenti: «Cancion de la niña que queria ser sirena» e «Cancion del sembrador de voces».

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