I libri di domani/2 – Intervista a Milena Edizioni


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La vita di un editore è molto diversa da come te la immaginavi?

È un lavoro molto piacevole, quando riesci a farlo diventare un lavoro, perché guadagnare vendendo libri è impegnativo, talvolta sembra impossibile. Ha tutte le noie di un’attività imprenditoriale (e in Italia è molto difficile, se non addirittura angoscioso, fare imprenditoria), ma ha la bellezza che solo le attività culturali possono avere.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra oggi un editore che parte dal basso?

La principale difficoltà è la credibilità. Le persone, quando comprano un libro, non investono solo soldi, ma soprattutto tempo. E il tempo da dedicare alla cultura o all’intrattenimento è sempre poco. Quindi perché dovrebbero investire il proprio tempo nel leggere un libro di un editore appena nato e di un autore sconosciuto? Se partiamo da progetti “dal basso” e non abbiamo denaro da investire è sempre tutto difficile. L’unico modo per crescere è portare avanti un progetto con idee chiare, e così pian piano si acquista la fiducia del lettore. Non bisogna mai avere l’ansia del successo immediato: è così bello il processo di crescita, non capisco perché molti lo vorrebbero saltare! Vale anche per gli autori: tutti vorrebbero vendere milioni di copie alla loro prima opera. Vorrebbero che il successo piovesse dal cielo e non fosse la conseguenza del loro impegno. Invece vedere mese dopo mese le cose andare sempre un po’ meglio ti fa capire che stai lavorando bene, e a ogni tua azione corrisponde un riscontro positivo.

La situazione letteraria in Italia, oggi, sembra molto difficile: pochi lettori, vendite basse… cosa si dovrebbe fare per cambiare le cose, secondo te?

Innanzitutto non bisogna pretendere che le persone leggano! La lettura è un atto di libertà assoluta, non certo di costrizione. Fino a mezzo secolo fa nemmeno tutti sapevano leggere e scrivere. Oggi tutti sanno farlo, ma non può essere un obbligo. L’industria dell’intrattenimento e della cultura è molto varia: cinema, teatro, musica, musei, televisione, ecc. Non tutti per forza devono avere la passione per la lettura. La domanda da porci è piuttosto perché gli italiani preferiscono altre forme di intrattenimento alla lettura. Il problema sta nel sistema scolastico tutto sbagliato che ti fa odiare i libri, nella tendenza sociale a rendere facile e immediato l’apprendimento, nella svogliatezza intrinseca degli italiani, nella situazione economica instabile che non da la giusta serenità, ecc. Si possono fare tutte le campagne pro-lettura che si vogliono, ma se non si va all’origine sociale della questione non si inverte la tendenza. Mettiamo poi l’incapacità degli editori di rendere allettanti i propri prodotti editoriali. Manca un feeling tra editore e lettori, che poche case editrici riescono a instaurare. Il feeling è importante, e significa: sapere cosa il lettore vuole e darglielo. La Newton Compton, la Longanesi, la Rizzoli hanno questo feeling col lettore e riescono a vendere tantissimo anche se pubblicano esordienti. Sono vere e proprie fabbriche del sogno. Feltrinelli e Mondadori vendono solo perché pubblicano nomi blasonati, ma non instaurano nessun legame particolare coi propri lettori. Una piccola casa editrice che non può permettersi autori illustri, deve giocarsela sul campo della fidelizzazione.

Per pubblicare non basta solo stampare le pagine: quanto lavoro c’è dietro un singolo libro?

La casa editrice è una fabbrica del sogno, come dicevo prima. È una catena di montaggio, in cui ognuno fa la sua parte nel processo che porta dalla nascita di un’idea all’esistenza di un libro tra le mani di un lettore. Perché arrivati alla pubblicazione si è solo a metà dell’opera, poi bisogna che le persone leggano quel libro. C’è un impegno e una cura altissima in tutto il processo e solo lavorando insieme si raggiungono i risultati sperati. Non c’è spazio per la vanità o per gli autori capricciosi. Questi li lascio ad altre case editrici. Chi scrive il libro ha un ruolo determinante, ma deve sapere che il progetto è più importante della sua penna. Potrei rinunciare a qualsiasi autore, ma non al mio grafico o ai miei editor di fiducia.

Qual è il tuo obiettivo come editore?

Vendere molti libri, ma non tramite stratagemmi, ma vendendoli in libreria. Non le calcolo le copie che si comprano gli autori, i parenti e gli amici degli autori. Non inserisco i miei libri in progetti scolastici per costringere i genitori ad acquistare i libri ai figli. Non organizzo presentazioni costringendo le persone a fare la presenza. Voglio semplicemente vendere libri nelle librerie. E venderne tanti.

Cosa consiglieresti a chi vuole lavorare in una casa editrice?

Andare a bussare alla porta degli editori con le competenze necessarie. Ci sono troppi improvvisati.

Secondo te quali sono le caratteristiche indispensabili per lavorare bene nel campo dell’editoria?

Come in ogni altro settore avere le competenze, come dicevo prima. Troppi editor che non conoscono la grammatica, troppi uffici stampa che non hanno la più pallida idea di come si pubblicizzi un libro, troppi traduttori che traducono come parlano violentando la lingua, ecc. Troppe persone vengono a dirmi: “mi piacerebbe lavorare con una casa editrice, perché mi piacciono i libri”. A me piacciono le camicie, quindi forse dovrei lasciare l’editoria e andare a lavorare in lavanderia?

Ci sono case editrici che non chiedono alcun contributo o acquisto di copie, altre che chiedono contributi o che con la pubblicazione chiedono acquisti di copie, o entrambe le cose… qual è la tua opinione a riguardo?

Ogni casa editrice fa come vuole per mantenersi con un bilancio positivo. O almeno per sopravvivere. Non giudico le strategie commerciali, ma ricordo a tutti che fare l’editore è un lavoro. Penso comunque che si dia troppa importanza a questa faccenda del contributo economico dell’autore, che rimane una questione interna alla casa editrice. Ciò che il pubblico vede è un libro tra gli scaffali della libreria, che può essere bello o brutto. Preoccupiamoci che vengano stampati libri interessanti, piuttosto che discutere su chi li finanzia.

Cosa pensi delle autopubblicazioni su Amazon o servizi simili?

Penso che se un autore è capace di sostituire in tutto a una casa editrice, buon per lui. Molti pensano che con l’autopubbliazione si guadagni di più, perché ci sono percentuali più alte di royalty, ma poi devono accollarsi loro spese di editing, grafica della copertina, pubblicità, eventualmente stampa, ecc. I più non li spendono questi soldi, che normalmente toccherebbero alla casa editrice, e vengono pubblicato prodotti osceni. La casa editrice ti garantisce professionisti che lavorano a migliorare l’opera e poi pubblicizzarla. Se si sa solo scrivere e non si capisce nulla di grafica, impaginazione, marketing, ecc… l’autopubblicazione risulta un fallimento.

Immagino che il tuo lavoro dia anche molte soddisfazioni: vuoi raccontarci la cosa più bella che ti è capitata come editore?

Sicuramente l’emozione più grande è stata vedere per la prima volta uno sconosciuto leggere in metropolitana un libro edito da me. È il momento in cui ti rendi conto che la giostra funziona.

http://www.milenaedizioni.com/

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