Giovanni Ibello intervista Dana Colley dei Morphine


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La redazione di WSF ha deciso di intervistare per i suoi lettori Dana Colley, l’eclettico sassofonista dei Morphine. I Morphine sono considerati dalla critica uno dei gruppi “alternative rock” più innovativi degli anni ’90. Hanno certamente segnato un genere oltreché un’epoca. Il suo frontman (nonché poeta), Mark Sandman (alcuni giornalisti americani paragonano la sua voce a quella di Tom Waits) morì a Roma, il 2 luglio del 1999. Era sul palco, aveva annunciato al suo pubblico l’arrivo di “una canzone supersexy”…

Ciao Dana. So che è la prima domanda, ma lasciamo da parte i convenevoli. Voglio andare subito al sodo, se per te va bene, perché mi porto dentro questa cosa da troppo tempo come fan dei Morphine.

Eh eh, certo. Spero di poter soddisfare la tua curiosità.

La mia domanda riguarda quella che potrei definire una evidentissima differenza di stile tra due album. Mi riferisco a “Good” e “Cure for pain”, partendo dal presupposto che – secondo il parere di chi scrive – sono due capolavori. In “Good”, qualcuno ha ravvisato nel vostro sound una ricerca metafisica (specie nelle trame del tuo sax in pezzi come “Head with wings” e “Buena”), di sperimentazioni audaci, ma al tempo stesso misurate. Un’apparente follia che non fa sconti. Come se foste sempre sul punto di poter perdere il controllo, senza mai cedere. “Cure for pain” invece, è un album meno ribelle, certamente consolatorio e indulgente, a differenza del primo. Senza contare che aderisce perfettamente a quelli che sono i canoni del rock alternativo e della new wave. Come spieghi questo “divario”?

Non so come si può definire la musica. Vorrei farlo, ma credo che per certi versi questo sia un esercizio ozioso per chi fa musica, meno per chi la studia come te. Noi davamo voce alle nostre esigenze espressive, insomma il nostro lavoro era pura fisiologia (e a volte anche le preferenze, naturalmente, sono soggette a mutamento). Sul palco come in sala prove, il nostro sound era un prolungamento della nostra quotidianità. Sai, provo strane emozioni. Non tutto si può spiegare a parole.

In che senso?

Quando ci siamo sentiti ieri, mi hai detto che nel mio sax c’è come un demone. Forse hai ragione o forse le cose stanno diversamente. Io non lo so, però posso dirti che quando suono sento una fiamma che mi brucia dal di dentro. Qualcosa di profondamente immateriale ma al contempo estremamente tangibile che cerca disperatamente una via d’uscita. L’anima è una cosa così per me. Le differenze di stile tra “Good” e “Cure for pain”? Davvero non saprei come motivarle certe cose, perché il processo creativo non è mai stato intellegibile. Però posso dirti qualcosa su Mark (Mark Sandman, il frontman nonché autore dei testi, ndr) che potrebbe rispondere alla tua domanda.

Eheh, immaginavo che la risposta ai miei dubbi fosse nel genio di Mark…

Ah ah, si. Però non so se Mark Sandman fosse un genio. Il termine “genio”, del resto, se mi permetti è inflazionato. Era un musicista straordinario, questo posso dire senza temere smentita.

Ok, Dana, cerchiamo di non divagare. Mi dicevi che Mark ci avrebbe aiutato a dipanare questa matassa…

Sì, certo (ride, ndr). Devi sapere che Mark era un perfezionista, ma al contempo amava sperimentare in modo ossessivo. Se aveva un’idea la metteva in atto con più musicisti, tutti di grande spessore. Pertanto comprendeva alla perfezione le trame del suono e le differenze che intercorrevano tra le diverse esecuzioni. Questo spiega anche la disomogeneità dei nostri album. Lo ricordo come un professionista instancabile. Ossessionato dalle sue esigenze di ricerca…

WSF si occupa principalmente di letteratura e non credo di dire sciocchezze se affermo che Mark non era solo un grande musicista, ma anche un poeta formidabile.

Hai assolutamente ragione! Anche dal punto di vista lirico, Mark era estremamente talentuoso. Riusciva sempre a trovare la giusta alchimia tra testo e musica. Questo avviene solo quando hai veramente qualcosa da dire e Mark voleva essere ascoltato. Non chiedeva altro. Non a caso scrisse lui tutti i pezzi della band, fatta eccezione per “Other side” in cui ho partecipato anch’io alla redazione del testo.

Ti va di condividere con noi gli ultimi momenti di vita di Mark Sandman?

Certo. Eravamo in Italia, suonavamo a Palestrina (Roma). Era il 2 luglio del 1999. Avevamo preso parte al festival “Nel nome del Rock”. Faceva veramente caldo, ma a parte questo, era tutto perfetto. Arrivammo a Roma il giorno prima dell’esibizione, così riuscimmo persino a rilassarci in attesa di prendere la scena. Colgo l’occasione per ricordare a tutti l’affetto che abbiamo ricevuto dai cittadini di Palestrina. Penso a loro come a una seconda famiglia. Insomma, salimmo sul palco e tutto sembrava andare per il verso giusto. L’audio era fantastico, così come lo scenario romano. C’era un profumo di pini che si diramava nell’aria e sullo sfondo il “Tempio di Fortuna”. Al settimo pezzo, “Super sex”, Mark collassò improvvisamente e calò subito un silenzio spettrale. Ricordo che il basso di Mark, cadendo sul palco, produsse un suono che continuava a riverberare nell’aria. Era un suono sinistro. Non posso scordare quelle vibrazioni. Segnarono la fine dei Mophine.

Però so che continuate a tener vivo il mito di Mark…

Sì, con il progetto “Vapors of Morphine”. Abbiamo suonato ancora una volta in Italia nel giorno del decimo anniversario della morte di Mark. L’ultima volta in cui sono stato nel vostro paese però, fu nell’estate del 2011. Mi unii alla band di Rudy Marra, un amico oltre che un musicista eccezionale. Girammo tutta la penisola. Una esperienza da ripetere.

Grazie per le tue preziose confidenze, Dana…

E’ stato un piacere! Saluto tutti i lettori di Words Social Forum.

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• Nota del redattore. Dana è uno veramente tosto. Più che un’intervista, è stato come salire su un ring e tirare di box con lui. Ho le ossa rotte, ma sono felice.

Servizio a cura di Giovanni Ibello.

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2 pensieri su “Giovanni Ibello intervista Dana Colley dei Morphine

  1. Pingback: Vapors of Morphine Brescia 12 11 2016 • Sull'amaca blog

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