Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


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Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.


Le foto, una grande che pare uscire dal tabellone, le altre due, messe un po’ sghembe, che le fanno da coro, e paradossalmente sono loro, anzi, una di loro, che m’incatenano lo sguardo.
Vieni, vieni in Tunisia, un mare di velluto, gliel’ha ha scritta Baglioni, forse.
In quella che m’immobilizza c’è una donna, capo coperto, velo sulla bocca e il mare smeraldo negli occhi, che mi fissa, e non sorride, non ne ha bisogno, voglio dire uno si scaraventerebbe nel deserto a cercarla pure se sotto il vestito avesse il corpo di Alien, anche se si scoprisse che è il sultano del califfato nero, o il califfo del sultanato dei mangia teste, che cazzo ti frega, fai un giro nella giostra di quelle pupille, e via, il dopo ha un non dopo.
La sigaretta si è spenta, da quando hanno fatto la carta antincendio o tiri come un ossesso oppure hai quattro accendini carichi per poterti fumare un pacchetto, la osservo mentre rivive di fiamma, aspiro, e mi do altri due punti di saldatura alla foto, che dovesse arrivare qualcuno a staccarmi da lì.
Ecco, ci mancava la musica araba dalla Punto blu e ruggine che passa, e ora servitemi il cous cous che mi cambio il nome in Amir e m’infilo un caffetano.
Piove, figurati se uno può star tranquillo, resisto alle gocce fredde e mi chiudo il piumino, qua il diluvio, nello spazio di Farah (l’ho chiamata così, nemmeno so se è un nome tunisino o la tipa di Reza Pahlavi ci ha messo il brevetto) il sole accecante e profumo di datteri. Che sento per davvero, mica per dire, ne ho il sapore in bocca, sputo il nocciolo nella mano e lo guardo senza nemmeno troppo stupore.

– Andiamo ? – Ci devono passare parecchi italiani per la Tunisia, perché la domanda è in perfetto accento dantesco, roba da far schiattare di rabbia Salvini, ma insomma non è questo il punto, piuttosto che Farah ha allungato un braccio che finisce con la mano più bella del mondo e m’invita a contaminarla con la mia.
Secondo voi mi faccio pregare?
La stringo come si farebbe con una pietra preziosa fatta di panna montata e faccio un passo avanti: uno solo, basta e avanza per sentire la sabbia sotto le scarpe e la sauna dentro il piumino.
Me lo strappo letteralmente di dosso, che mai succedesse che perdo tempo, mi faccio guidare sotto una palma mentre Farah intona a labbra chiuse quella che sembra una preghiera pur sorridendo in fondo al lago verde dei suoi occhi.
– Siediti – Mi sa che devo dirle di aggiungere almeno un’altra parola, quando mi parla, poi ricordo che io ancora non ho fiatato e sussurro grazie.
Cioè, l’intenzione era quella, ma le vocali e le consonanti si divertono a organizzarsi a modo loro, e ne viene fuori – dio come sei bella ti amo voglio restare sempre qui con te a costo di dar da mangiare ai cammelli tutto il giorno –
– Prego – è la sua risposta. Non ci capisco una beata mazza, ora ne ho la comprensione esatta.
Ero per i fatti miei che me la fumavo e non avevo fame sotto la pioggia e un attimo dopo mangio datteri e mi sudano le orecchie. Sì, ma sarà meglio che non chiedo, magari si accorge che non sono io che aspettava ma un io che non c’entra un cazzo con me, mentre sicuramente io non ci dipietrescamente azzeco nulla con lei.
A mangiare dolci e frutta, a ballare, tenendola stretta solo con i pensieri, a ridere e parlare con il cammello, a fumarmi un pezzo di libanese con il sorriso da ebete.
Passa così, il resto della giornata, fino al momento in cui m’indica una tenda che ospiterebbe l’esercito di Giulio Cesare e di Napoleone tutti assieme, un mare di cuscini che profumano di Henné e Kajal, un tappeto comodo quanto una nuvola.
E ci cado sopra, mi ci spalmo come una crepe in padella, le sorrido, mi sorride, abbassa il velo, mi lascia osservare le sue labbra, si gira e se ne va.

La mattina dopo non mi svegliai, ero morto ma non di sonno.
Ero morto davvero, la notte prima, mentre leggevo un libro e fumavo una Chesterfield Blu.
Ricordo che avevo pensato, nell’ultima espressione dei miei neuroni, che Poster, la canzone di Baglioni, era davvero bella.

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2 pensieri su “Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile

  1. Pingback: Poster – mai una stagione esatta

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