Inediti di Francesco Paolo Intini


PER CASA

Mi scaldi il cuore
così.
Io che non volevo poeti morti per la casa
Ora ne ho una che non m’abbandona.

Un invito, una mano che m’accarezza:
Sarò tua madre qui, accoccolata non vedrai il quadro
Di quella lì, triste e nuda ai piedi del letto,
troppo americana per sederti accanto.

Me ne starò come una madre del Sud a guardarti le mani,
toccare le labbra per vedere le ferite, il tumore pronunciato.

Poi.
C’è sempre il riccio nei capelli, le guance tonde, il soffio:
-Ero sola lo sai?

Occorre un miracolo di Cristo per metterci la luce
Qualcosa che rialzi dal tappeto lo sguardo.
Un miracolo, che altro?

Non sono la moglie che aspetta lo sposo
Né lo sposo che torna all’improvviso.

La cornice forse la consumazione
Il tarlo che
ti ama.

***

BELLA COMPAGNA

Sempre con questi spazi vuoti
Cosa vuoi che sia? Da consumarci lo stomaco, dico
E tenerla dentro come l’amaro finale.

Dicono sia compagna. La bella dei poeti non conosce fermate
Si sale solo, alle stazioni, per incontrare qualcuno nei corridoi stretti, senza aprire il finestrino, fumargli accanto.
Tasi, scadenze, RCAuto invece riempiono i predellini
Fogli sparsi, liane antiche s’attorcigliano ai piedi

Vorrei fuggire non seguire almeno il verso del treno
Sperimentare un’angoscia in meno.

Quella invece è la prima classe. Troppo spazio, bagagli a vista senza nessun contatto, oro che luccica sul biglietto:
Si sta mortalmente male in prima classe
non vale sperimentare la spalliera comoda e
L’hostess a disposizione come il giorno delle nozze il maitre.

E poi nacqui in terza classe e sono portato per respirare fumo
Tenermi stretto il cartone, costruire teatri di fiammiferi
Accenderli prima di salire e litigare per un angolo di sedile
O al contrario mettermi in una mischia a separare contraddizioni
Una alla volta come chiodi in un piede e pugni che arrivano in faccia
Senza intenzione. Bravi ragazzi del Sud, senza dubbio.

***

RETROSCENA DI UN VOLO DI CORVO SULLA MIA VERANDA

Dov’è il suicida?

Le sue cento mani toccavano il nervo fragile
Uno si ribellò al comando di stringere
Un altro si ruppe nel tiro

Avete mai visto l’indice?

Duro dittatoriale con pretese teologiche
E ripicche per come si mettono le cose in ritirata

Ah Cesare non è stato all’altezza della situazione!
Doveva un rimorso alla vecchiaia
Un altro alla supremazia del ferro sul genio
E poi nei libri non si può dondolare come sull’albero

Il pino è ospitale,
Conosce un tipo recente di dondolamento
Tecnologia moderna sul gas di città
Ironia funebre sulla bocca di una pigna, sbava resina lo sai?
Uno che alla luce preferisce lo sguardo velenoso di processionaria

Due allodole si sono sciolte,
sgomitolate le ali sul pino di fronte
Ogni molecola di metano conosce questa storia

M’impressiona il suo miglio verde
M’impressiona il verso che non prese il destino
Il corvo che salta sulla mia veranda

***

SINDROME CINESE

Continuavo a dirmi di questa salita e di quell’altra
Su un tram senza passeggeri o con un pubblico
Scartavetrato come mummia e poggiato sui sedili
Di acciaio.
Mentre l’oscura mano si aggrappava al verso del vento
Mentre…

Chi ha diviso il calore dal mio fiato?
Chi ha voluto che solidificassi sull’asfalto?

Partorisco colpe di appartenenza
Squadro il mio sguardo per adattarlo al fumo

Occhiali e grasso sul plutonio

Il grande magazzino è aperto a quest’ora?
C’è una fermata per il fuso sotto pelle?

***

NECESSITÀ

Le motivazioni di fondo non mi prendono -tritolo bagnato?-
Ed io piccola talpa esco ed entro dalla fossa di argilla.
Cosa dovrei fare? Accendermi una sedia elettrica,
tirarmi una fune nell’impiccatoio della cronaca?

Ah, la necessità televisiva gioca come parche!

Non gioco la mia cecità sul mercato dello splendore
i raggi gamma, la vanità di un incendiario di templi.
Mi consegno all’ oscuro mangiatore
di radici. Digerisco infinitamente.

***

IN DUE SU UN RAMO

Schema fisso come la sufficienza di
Dio

In due per tenermi fuori

Ok, andrò alla posta
-Sotto la camicia
membrane di pipistrello-

È la stagione di segare rami
Questa
Non di piumaggi fuori testa

Dovrei rivedere alcuni schemi
Trovare extracorrenti

se qualcuna genera il futuro
come un’onda anomala

una malignità che sta male
su un ramo di pino

***

IL GATTO DI SAN PIO

Devi essere uno di quei gatti che non chiedono
Nulla alle statue. Ce ne sarebbe invece.
Ti prendono i prati, uccidono le margherite

Non sai nemmeno di farti male
se riposi su certi asfalti.

Impossibile variabile la tua verginità
Colpa del sognare.

Eppure provo a modellizzarti. Barba e piedi
al posto di vibrisse e zampe.
Sulle ordinate l’alternarsi delle stagioni.

Ma vedi allora cosa appare:
un’equazione che sta in piedi se lasci
il cuore fuori.

Sufficiente però
a predire agguati di leopardo

sciabole che strappano carni fraterne
ed un riposo dolce seduti alla scrivania.

***

LA VETTA ( punto critico)

Non c’è modo. Se avessi solo velocità e livella
Sarebbe facile.

Ma ora il pianto di colombo
Pesa come piombo sul balcone.
Volerà. Anch’io se avrò il modo.

Rifletto, mi sdoppio.
Il pino di fronte, la fabbrica di rami e aghi
Chiude i battenti. Dice: maggio è alle porte
Le mie pigne vagano nel buio,
cercano altri mercati per l’Europa.

Non credo ai sortilegi
Non credo soprattutto al buio, ci sono conti che non tornano.

Poi. Il bisogno è fuoco della coscienza

Tremare invece è una forza.
Incredibile il suo tenermi in forma
La tenuta della memoria
Dove raccogliere la luce in più,
sovrabbondanza di carne e pioggia.

Talvolta percorre gli occhi come strade di montagna
Le umilia, schiaccia vipere tra i sassi
Si siede a gustare la mancanza d’ossigeno, la fine precisa
Delle rette senza salita.

***

FUORI FEBBRE

La mano è motivata. Un accenno di balletto sul lenzuolo.
Cosa c’è ancora e cosa se n’è andato nei colpi di tosse.
Il peso del bicchiere è rimasto, i versi per decostruire

E in effetti il concetto euclideo non è ancora sostenibile:
ci sarà la correzione dei compiti ma una linea di quel tempo
è ancora onda sulla camicia asciutta
così domani precede l’oggi

dalla finestra un gatto annuncia la questione
dei pesi e dei volumi, intende dire
che c’è il vento, una chitarra in mezzo ai pini,
fondamento per sostenere nuvole e disperdere le rondini:

-se volessero gli scambiatori sono già rinforzati
Nessuna fessura questa volta
Una ventola giocattolo dei rondinini
O una vite nel beccuccio prima della colazione

Due quinti si ritengono dita
All’appello c’è qualcosa che non torna
Un ennesimo modo per ribellarsi
e riaffermare la democrazia

Una malattia della contemporaneità, credo io,
non un contorcersi del polso

Una specie d’influenza con uno strascico nei polmoni
Un altro nel Mediterraneo
Come un difetto di linguaggio che si rivela nella tosse
e nessuno, nemmeno Plank ha mai raccolto

***

DOLCE MAGGIO PROFUMATO D’ATELIER

I

Assalirono i pali e presero le donne
arricciando i capelli
perchè non si sciupassero
e fossero reali tra finzioni e movenze di danza
più reali di una chioma
esposta al desiderio ippocastano

Cacciarono gli uomini,orribili,
palafittari,
dal desiderio oscuro che avevano
fatto l’amore sulle panchine

Fu l’era dei barbudos
che accavallavano elegantemente
le gambe sui tram
al posto del signor No, incapace
che strisciava sui muri,
alla ricerca di mutuo
penetrato da visioni di corde e viltà

II

Così la città fu invasa di maschie abbondanze
provocanti mani sprofondate nel sesso delle strade

Salì tutto questo positivo per viale Unità d’Italia fino ai gerani del ponte
fino al balcone dei placidi colombi sostenuto da chiodi di un chilo
fino allo spavento dei clochard, ammassati sull’uscio della Caritas

I pettirossi tirarono fuori le stampelle di guerra
la volta che avevano urlato per farsi intendere sul canto d’amore
e furono cacciati dal regno dei pali
perchè svendevano tenerezza

III

Maggio si avvicinò ai tetti, come un bolscevico corrotto
prese su di sè l’impegno di trasformare le gemme
in martelli pneumatici efficienti e intriganti
e salì odoroso sulla circolare
i capelli di ghirlande le dita
di sapore femmineo appena sfumato

Era lì il positivo col cuore di cellulosa
il Bacco che doveva prorompere di sesso nelle aiuole
con tutti i “TI AMO” ancora nelle bombolette spray
ed i sedili da firmare eternamente
l’avvenire la falce la crocifissione dei No

IV

Io entravo in gonfiori negativi
tra lucertole imparavo la vita d’ anfratto
indovinando l’anno, il momento di mutarmi in ape
-farmi sbranare sul lungomare era il mio sogno-

Toccava a me questa volta varcare i confini dell’inconscio
prima che i gatti svendessero il rosa sul lungomare
l’eccesso sgradito ai più, graffitaro e anarcoide
irrispettoso in ogni caso del potere sui pali

Corsero i tram curvati
dalle accelerazioni dei conducenti
dalle derivate sotto gli occhi di ortiche sconfitte
corsero i PIU’ sulle rose bianche asfissiate violate percosse

V

In fondo
non avevano faticato molto a prendersi la città
un gioco coprire di allegria l’indifferenza
un gioco di suoni e addizioni e moltiplicazioni
finito in ordine di colla e sorrisi profumati di atelier

***

L’AMICO DADA

Non capivo.
Aveva l’occhio di De Chirico il basco di Guevara
Mi parlava di Duchamp, era critico nei confronti dei compagni
Proprio lui che m’iniziò a Marx

“La dialettica è la molla della storia
Capitale, lavoro e Majakowskji.
Non sapevo proprio niente del DaDa”

Una sera che gli parlai di Gibbs
Di come vedevo la dialettica, l’entropia nell’avvenire
Se ne uscì elogiando l’intelligenza

Non capiva.
Mi disse: non bisogna tenersi fuori dalla cultura.
Metti le mani dentro, impastala come fosse pane.

Poi ciascuno per la sua strada. Lui divenne grande io soltanto uno.
La politica- era importante a quei tempi la politica-ci divise.
Onde avverse contro lo stesso scoglio.

Lui è rimasto grande, suona il sassofono
Chissà se si ricorda di Duchamp
Dei lunghi viali alla stazione,
le scritte sopra i muri, la Cina popolare.

Io, soltanto adesso capisco il DaDa
quaranta da quei tempi per dare peso al niente

***

CRASH O QUASI

-Ninetta mia crepare di maggio\ ci vuole tanto troppo coraggio*-

Incontrai Dio all’uscita di un cancello
e gli chiesi ragione delle equazioni che non avevano funzionato

Diamine, in un impatto ci sono i calcoli di un freno a mano
non la verità sulle cellule immortali

Tornava dal candore dei ciliegi
io, uomo perplesso facevo scorribande su strade poco illuminate
Lui, mi attanagliava al fiato degli usignoli

Sempre a confessare qualcosa sempre a dover rispondere
però la moralità era salva questa volta
nemmeno un punto avevo da difendere e potevo infischiarmi
del mandorlo in fiore e della pubblicità in alberi da frutta

Solo l’occhio portava tracce di terrore
-orrormortis, devo ammettere-
per aver supposto sicurezza in un cancello fuori posto
troppo vicino al guado, insicuro, come il calcolo di uomo
sul rash finale

E dopotutto si trattava di giustificare mani giunte al cielo
posa innaturale per ogni cartellone primavera estate

*(La guerra di Piero, De Andrè)-

***

MOLECULAR SOLITUDE

Tutto ciò che voglio è la crescita dei miei cristalli
la notte è fertile, talvolta
nessun rumore per la stanza, nessuna oscillazione d’universo
nemmeno il neon a cullare il rosso del bicchiere
A pensarci però è la perfezione della norma che desidero
il contrario del vetro opaco che mi sommerge nella strada
forse tutto è abbandonato ad una luna sgozzata
ma non conosco
per quali leggi dovrei impaccarmi con altri uguali
e lasciarmi attraversare dalla luce all’orizzonte

***

NESSUN ORDINE PER MARZO

Se mi dicono di evacuare un milione di rondini
non sto a chiedere perché
mi attengo agli ordini impartiti a Wannsee

È mio compito che partano in orario
non m’importa se le ali andranno in un vagone
e le code in un altro
è il numero che conta
la competenza nell’adempiere è tutto

L’avete mai visto uno dei miei treni?

Se mi toccasse saprei cosa fare del pigolio
ma dei rondinini si occupa un altro ufficio
e poi che importa che ne faranno laggiù in Africa

Questo è nel programma ancora:
mettere in ordine ogni cosa
far sparire nidi e quant’altro
archiviare i toni accesi delle aurore
disporre corvi sulle torrette

***

POETA DEL SANGUE E DEL RONZIO

Tu
femmina
sei venuta a sbattere
tra Esenin e Pound

I grandi poeti hanno sempre
qualcosa in comune
talvolta
un giro in cielo
a carezzare i riccioli di un angelo
ma poi tornano in basso
per rovinarsi lo stomaco con l‘alcol dell’accidia

A te è bastato salire in alto
per vedere che non c’è nulla oltre la carne

E adesso sbatti qui e là la spada del delitto
agiti le zampette di zanzara
come sapessi che non val la pena
combattere all’arma bianca

soltanto nel mio teatro riacquisti vita
poeta del sangue e del ronzio
come volessi dirmi dei demoni incontrati
nel buio del soffitto

***

PEPPINO IN VOLO SU PRATO ROSSO

Ha due buchi la realtà
erano occhi chiari ma tu li hai sciupati
uno si perse
a raccogliere il piccolo di gazza
adesso parla di te con uno scatto
che sa di giunco e nafta

sul melo ha lasciato pinze
del tuo armadio e pillole di grano
per sopportare il mal di schiena

– quando ti riporta su
con una stampella di granturco-

l’altro guarda da un garofano
su uno zigomo di pietra
e racconta la nuova vita in un cruscotto

il motore non ha più accensione
nessuna candela schiocca una parola
t’inseguirono però
tu eri la gazzella di prato rosso
loro caimani e falchi
uno di sotto spalancò le fauci
l’altro di sopra ti spezzò il collo

voli ancora di tanto in tanto ed io vengo ad aprirti la gabbia
a darti un biscotto in una mano che ti solleva dai gerani
bacio il sudore sul collare e discuto di convenienza

a metano è meglio certo si compra un’altra vita
a maggio poi ti togli dalla sedia
e corri sulle gambe di un biancospino

***

PIETÀ DI BIRRA NEL PORTO AL TRAMONTO

Tutto quel fumo per dirsi le sere
e di come bruciavano vene al pensiero di stelle
dovevo cambiare qualcosa allo sguardo
farlo più duro per reggere il vento

non so più dov’è finito
lo squadro preciso di muro

tra cicche cadute
nemmeno una –che so-
disegna rotonda l’asfalto
non così non così
tra schiere di vetro gli alfieri

da schiuma rabbiosa
a splendori di strambi tramonti
quel morire adagiato a sartie
fra soffici braccia il trapasso

e la rosa che porta la luna in coperta
d’arancio riaccende
la riva al saluto

***

PICCOLI DETTAGLI E PREPARATIVI SULL’ESTREMO AMORE

Da quando frequento gazze parlo strano d’accento farfuglio
e rincorro Margherite sulle piazze a la carte
(anche quelle hanno peli sui petali
e mangiano hamburger alla mensa della stazione).

È raro vedermi ormai con le alici tra i denti
parlare di mare soltanto e donnine tutte casa e benessere
Ora ti racconto.
Sull’amore estremo ho un elenco completo
Vuoi sentire il bassotto e l’alano?

Agli angoli delle barche imparo a curvare le ali,
quelle buone che parano angoscia d’altura
e sul muschio misuro distanze
(oh! buone misure conservo per le guglie
E le gare domenicali con gli angeli)
ma mi limito all’oggi
e chi li ferma ai clochard
se una foglia li copre nell’orgia?

Dove non arrivo mando una nube di serie sul nero
(ad avvolgere in veli la luna come esempio di bene)
o un corallo sfuggito al destino dei rossi
(quanti giri facesti sul collo di madame Luxemburg?
come lazo in amore quanto vali?).

-Ma quando imparerai a vivere tra gli uomini?
mi chiedo e risponde
un avvita cemento nel cielo (un faro?)
col grappolo appeso (di.. capperi! suppongo)
-va bene, dispongo il tuo “mai” all’insù.

Ma un pasto dovrò pure trovarlo
E mi strappo al destino un colombo sgonfiato:
E che sfiga il metallo troppo duro nel cuore
Tra l’altra ferraglia inceppato distrutto.

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