Klaus Nomi e l’inesperibile di Rilke


Capita di imbattersi in video che pensi siano soliti.
Poi, noti che, a parte il poeta, il grande poeta che già conosci, esiste in quel video, una recitazione nella recitazione, una melodia che fa della recitazione e del testo della poesia un capolavoro di espressività, con in aggiunta un testo proprio. Mi riferisco a Rainer Maria Rilke e la sua “Esperienza della morte” e a Klaus Nomi che interpreta la “Cold Song”, tratta dal King Arthur di Henry Purcell.

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 I tre artisti non si sono mai conosciuti. Nati in epoche diverse, con vite diverse, sentimenti ed esperienze diverse, nel video, realizzato da “nuoviautori” alcuni anni fa, sembrano appartenersi, come latori di uno stesso messaggio che a tanti ancora suggerisce significati diversi.
Henry Purcell, gr
ande compositore inglese di musica barocca, nato il 10 settembre 1659, quasi sconosciuto fino al XX secolo, ha contribuito con la sua opera, dal momento in cui è stato scoperto, a donare vigore alla scuola compositiva britannica. Il suo King Arthur, or The British Worthy, è un’opera in cinque atti, il cui libretto fu scritto da John Dryden, famoso poeta inglese dell’epoca.

Nel video Klaus Nomi canta il preludio dell’Atto terzo, il “Cold Genius”, comunemente chiamato “Cold song”.
Fin qui niente di strano, se non fosse che il video mostra l’ultima performance di Klaus Nomi, prima della sua morte. Verso la fine del 1982, Klaus decide di recarsi in Europa, per la Eberhard Schoener’s Classic Rock Night a Monaco, vicino a Immenstadt suo luogo natale. Sceglie di cantare il “Cold Genius”. Nel preludio il Cold Genius è risvegliato da Cupido che gli ordina di coprire la terra di ghiaccio e gelo. Klaus canta la risposta a Cupido.

What power art thou, who from below
Hast made me rise unwillingly and slow
From beds of everlasting snow?
See’st thou not how stiff and wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold,
I can scarcely move or draw my breath?
Let me, let me freeze again to death.

Quale potere, chi dal basso
mi ha fatto alzare malvolentieri e lento
dal letto di neve eterna?
Non vedete come sono rigido e vecchio
inadatto a sopportare il freddo pungente
e che a malapena riesco a muovermi e respirare?
Lasciatemi, lasciate che io nuovamente mi congeli fino a morire.

 

Klaus, artista eclettico e avanguardista, era cresciuto studiando musica lirica e teatro, insegnamenti nei quali riponeva molte speranze, ma,  deluso, nel 1973 lascia la comunità bavarese di appartenenza per stabilirsi a New York. Qui, grazie alle sue doti canore liriche e al trasformismo teatrale, crea il personaggio che da lì in avanti segnerà la storia di un certo circuito underground. Nascerà così la leggenda di Klaus Nomi a cui seguirà una carriera in rapida ascesa, ma brutalmente stroncata dalla malattia. Fu una delle prime vittime dell’Aids
La rappresentazione è una delle più memorabili nella storia dell’opera. Klaus riesce a trasmettere il messaggio del testo con tutto se stesso. Da notare il movimento degli occhi e delle mani. La voce modulata che si strozza, riprende. Gli occhi spalancati mentre un rantolo, un ultimo respiro: si spegne.
Klaus sa che sta per morire e la risposta del Cold Genius è la sua risposta alla vita: vuole pace per sé, tornare a dormire nel suo letto gelido, non gelare la terra.

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Il terzo personaggio è il poeta Rainer Maria Rilke, uno dei più importanti poeti di lingua tedesca.

Andrea Galli, regista del video, assembla le scene e sovrappone la voce della recitazione della poesia di Rilke, “Esperienza della morte“, a quella di Nomi che canta il desiderio di morte.

ESPERIENZA DELLA MORTE

Nulla sappiamo di questo svanire
che non accade a noi. Non abbiamo ragioni
– ammirazione, odio oppure amore –
da mostrare alla morte la cui bocca una maschera

di tragico lamento stranamente sfigura.
Molte parti ha per noi ancora il mondo. Fino a quando
ci domandiamo se la nostra parte piaccia,
recita anche la morte, benché spiaccia.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà
irruppe in questa scena per quel varco
che tu ti apristi:

Noi recitiamo ancora. Frasi apprese
con pena e con paura sillabando,
e qualche gesto; ma la tua esistenza,
a noi, al nostro copione sottratta,

ci assale a volte e su di noi scende come
un segno certo di quella realtà;
tanto che trascinati recitiamo
qualche istante la vita non pensando all’applauso.

La morte è  l’inesperibile: l’altro muore, non noi. Chi va è il tolto, il sottratto alla vita e alla possibilità di conoscere la morte stessa. Semplicemente svanisce o, come dice Montale in “Portami il girasole” “«svanire è dunque la ventura delle venture».  Resta la maschera, il  tragico lamento che sfigura, la morte che ci rende irriconoscibili, il niente della non-presenza. Perché in fondo, cosa sappiamo di questo andare via dei corpi? Nulla. Se non che l’uomo, come scrive Heidegger, appare come il mortale e insieme il parlante, l’unico animale che ha la “facoltà” del linguaggio e la “facoltà” della morte come dice Hegel.

La religio mortis di Rilke, definita dall’“intuizione di un rapporto segreto tra vita umana e morte, tale da definire la morte come uno spazio interiore dell’esistenza umana”. Il poeta mantiene vivi i turbamenti che ogni essere umano occulta dietro i paramenti della vita quotidiana; custodisce la possibilità di accedere all’altra parte della natura, dove vero verde il verde, il sole vero sole, vero il bosco, attraverso il varco aperto a chi va.

Klaus Nomi dopo qualche giorno avrebbe attraversato quel varco senza più un copione da recitare.

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