Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Il bugnone” di Guido Mura


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Il bugnone di Guido Mura

Lo scorso inverno, mi proposi di raccogliere, in vista di una successiva pubblicazione, i diari e memoriali che alcuni medici dell’Ottocento a volte stendevano, con la loro scrittura spesso illeggibile, su fogli di carta di antica fabbricazione. Era loro scopo lasciare notizia ai posteri degli sviluppi della scienza medica dei loro tempi ed esporre i casi più particolari affrontati nel corso della loro esperienza professionale. Molte di queste relazioni erano poi presentate a congressi scientifici e trovavano spazio negli atti dei convegni o quanto meno nei periodici dell’epoca. Non occorre pertanto troppa fatica per trascriverle, se non quella derivante dalla ricerca lunga e penosa nelle biblioteche che conservano ancora quel tipo di materiale.
Altri diari o relazioni invece non uscirono mai dal ristretto ambito dell’archivio personale degli uomini di scienza e tra questi manoscritti ve ne sono diversi di particolare interesse e originalità. Non pensavo però di dovermi imbattere in vicende orribili e assurde come quella del dottor Calori, che esercitava da vari decenni la professione medica in un paese delle prealpi lombarde, ricco di campagne ubertose e di ameni pascoli e boschi di castagni e di roveri. Il suo diario, prima dell’imprevedibile conclusione, riflette l’esperienza e le quotidiane fatiche di un professionista di notevoli capacità e cultura, abituato a trattare con pazienti di ogni classe sociale e pronto a venire incontro alle necessità dei suoi compaesani, sia che li curasse nelle loro case, sia che dovesse occuparsene in ospedale.
L’Ospedale di San Giovanni, in cui il Calori svolgeva le sue funzioni, era sorto come luogo di cura di un antico ordine ospitaliero e conservava ancora una parte della costruzione originale, di epoca tardomedievale. In particolare si era salvata dalle depredazioni e dallo smembramento sistematico delle opere murarie la cappella, per quella sorta di rispetto superstizioso che alcune volte (ma non sempre) gli abitanti dei borghi portavano alle costruzioni religiose gratificate da una particolare venerazione. Il medico si era inserito molto bene nelle tradizioni del luogo ed era anche molto ligio alle superiori disposizioni. Quando la congregazione municipale richiedeva i prospetti trimestrali delle malattie curate nel nosocomio, Calori era l’unico medico a inviarlo. Gli altri medici facevano finta di non ricordarsene. Mi è addirittura venuto il sospetto che il rifiuto provenisse non solo dal fastidio che i medici hanno sempre avuto per gli adempimenti burocratici, ma anche dalla necessità di specificare, nel modello che si richiedeva di compilare, l’esito dell’opera del dottore. Infatti per il Calori questo era quasi sempre favorevole, ma non altrettanto poteva forse dirsi per le cure effettuate dagli altri, almeno a giudicare dai registri di morte delle parrocchie.

È ricco il diario del Calori di notazioni che fanno riferimento a malattie diffuse ai suoi tempi e ad altre che con fatica riusciamo a ricondurre a qualche patologia descritta e studiata anche ai nostri giorni. Molto spesso le indicazioni relative alla malattia sono generiche, perché in realtà non se ne conoscevano le cause e a volte il medico doveva limitarsi, anche nei certificati di morte, a indicare il sintomo prevalente, piuttosto che un morbo ben individuato.
Non mancano nemmeno le considerazioni, che oggi diremmo di natura sociologica, sull’atteggiamento di rassegnazione della gente comune, contadini o artigiani, professionisti o commercianti, nei confronti del male, di questa improvvisa alterazione del vivere quotidiano che, se non sostenuta dalla fortuna o dalla favorevole disposizione divina, poteva condurre al termine quella loro vita già di per sé breve e destinata a sopportare atroci sofferenze.
Vi era anche troppa razionalità in quella gente, che ormai aveva iniziato a comprendere come la vita fosse un mistero dominato non più dal diavolo, ma da forze naturali che permanevano per lo più sconosciute, malgrado gli sforzi della scienza.
Curiosa è la terminologia usata dal nostro dottore, come dagli altri medici dell’epoca, che riflette la conoscenza parziale e distorta che allora si aveva dei meccanismi della malattia. Così come i rimedi proposti fanno riferimento non a procedure innovative, ma piuttosto all’esperienza secolare, se non millenaria, della pratica medica.

Quella che vorrei trascrivere però oggi, come anticipazione dei contenuti della mia ricerca, è l’ultima parte della relazione del Calori, che racconta le fasi conclusive dell’esperienza del dottore e prelude ai drammatici avvenimenti che la conclusero.
Siamo nel luglio del 1829 e il medico si reca a fare le solite visite agli ammalati del territorio. Un caso sollecita la sua attenzione, tanto che decide di tenere un giornale circostanziato delle operazioni compiute in relazione a quella vicenda.

“16 luglio. Era grande il calore e spesso gli uomini che lavoravano in campagna si affaticavano molto. Il sudore sgorgava copioso e si depositava sulla pelle. Lo sfregamento con le vesti ruvide che portavano indosso provocava forti irritazioni, tanto che spesso le parti più soggette a sfregamento, come la coscia o l’inguine, si irritavano e ne spuntavano dei grossi bugnoni.
Visitai in sua casa uno dei massari del conte Zambardi, che si chiamava Giuseppe Pinotti, e da qualche giorno aveva dei fastidi a causa di un bugnone che non si voleva risolvere.
Il bugnone del Pinotti era molto grosso e rilevato. La sua bolla interna stava marcendo e faceva mostra di voler maturare presto, e risolversi in pochi giorni.
Vi aveva tenuto sopra per qualche tempo un ‘pantritino’ (così lo chiamava) di pane di segale e latte, ma senza alleviare il suo fiero fastidio.
Dissi che vi si doveva applicare un impasto di mica di pane, latte e malva, aggiungendovi anche un pizzico di zafferano, per appianare e lenire il dolore. Non c’era altro da fare che aiutare la natura a risolvere quello sfogo. Per facilitare il processo, gli praticai anche una buona cavata di sangue, che togliesse vigore a quel malanno, anche perché stava iniziando ad apparire una lieve febbre infiammatoria.”

“17 luglio. Questa mane il bugnone appariva ancora più rilevato e la pelle intorno si mostrava tutta rossa e morella. Mi preoccupai, perché rischiava di manifestarsi un principio di risipola, e disposi il ricovero del massaro nello Spedale. Qui contavo di tenere il malato sotto controllo, ed evitare che continuando a esercitare alcun lavoro aggravasse le proprie condizioni.
Al primo controllo, non mi parve di riscontrare nulla di particolarmente grave, tranne che per l’ostinato gonfiore di quello sfogo. Ebbi però la strana impressione che qualcosa mi osservasse, con sguardo malevolo. Ma nulla vi era di strano, tranne il comune occhio centrale del bugnone, rilevato e bianchiccio. ‘Non mi devo affaticare troppo’, pensai, e non diedi peso alle mie sensazioni.”

“18 luglio. Il centro del bugnone si è allargato, come spesso avviene quando gli sfoghi dovuti a eccessiva stenia iniziano a maturare. L’impressione che ne hanno gli occhi è quella di una sorta di buco, da tenere in costante osservazione, acciocché non s’infetti e non produca verminazione.
Quello che mi disse il malato, però, mi costrinse a fare scelte e a prendere provvedimenti sgradevoli e oltremodo distanti dalle mie abitudini professionali.
Il Pinotti giaceva sul letto. Il suo sguardo sembrava fissare un punto distante, mentre gli occhi apparivano infossati e come sepolti da due scure occhiaje.
«È come se avesse una voce» mi confidò. «La sento dentro», e mentre parlava indicava la rossa montagnola che si ergeva sulla superficie livida della sua pelle.
«Lei lo sa, vero, che i bugnoni non possono parlare?» gli dissi.
«Sì, lo so, signor dottore. Infatti lui non parla, ma lo sento come se dicesse delle cose al mio cervello.»
«E di cosa discorre, dunque?»
«Dice che si sta impadronendo di me, che tra un po’ io dovrò obbedirgli in tutto e che lui comanderà. Dice anche che se non obbedirò lui saprà come convincermi.»
«E come potrà convincerla?»
«Dice che mi farà morire tra terribili dolori e che prenderà possesso anche della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli. Tutti diventeranno suoi schiavi.»
«Vedrà che invece vinceremo noi» gli dissi per tranquillizzarlo, ma ora controllerò meglio il suo organismo.
Lo visitai con la consueta scrupolosità, ma non riscontrai verun segno di pellagra e nessuno di sua famiglia manifestava risultanze di quella malattia. Di conseguenza, le allucinazioni che tormentavano quell’uomo dovevano essersi formate per naturale inclinazione o per uso del soverchio bere. Feci un’indagine accurata e risultò che spesso il soggetto beveva polta, in cui come si sa sono presenti i depositi di vinacce, anziché vino ben depurato e schiarificato. Probabilmente, le sue fantasie erano dunque prodotte da qualche sostanza che si annidava nell’intruglio che alcune volte ingurgitava.
Poiché l’infermo incominciava ad agitarsi, detti ordine comunque che fosse trasportato nella stanza dei sofferenti di mente. Quando il Pinotti si rese conto di quello che gli stava succedendo, mi lanciò un’occhiata di terrore.
«No, no!» gridava. «Lei non sa, dottore, si vendicherà, si vendicherà!»
Naturalmente non ho dato importanza alla cosa. Tornerò comunque a visitare l’uomo domani mattina. È comunque per me motivo di riflessione la strana reazione dell’ammalato, che percepisce il suo male come un essere estraneo e malvagio, quasi a significare che le cose peggiori non dall’esterno provengono, ma da noi stessi, e dentro di noi nascono e crescono, fino ad apparire come altro da noi.”

A questo punto il diario del dottore s’interrompeva. In un foglio successivo qualcuno aveva aggiunto, a matita, la data della sua morte, che era proprio quella del giorno successivo alla sua ultima relazione.
Probabilmente, la stessa persona che aveva segnalato il decesso del medico aveva inserito anche un foglio a stampa che, a giudicare dal titolo corrente, era stato tratto dal Ricoglitore, uno dei periodici scientifici pubblicati in quel periodo.
In questo foglio un contributore della rivista, che si firmava solo D. F., raccontava l’avvenimento orribile e assurdo che aveva posto fine alla vita mortale del povero dottor Calori. Non ho reperito indicazioni sull’autore, ma posso presumere che, nella sigla D. F., la D forse corrispondeva non al nome ma al titolo accademico dell’articolista, che s’intuisce essere un collega del defunto.
L’articolo, che sarà stato certamente consultato con estremo interesse da tutti coloro che si occupavano di malattie mentali, tracciava una sorta di necrologio del dottor fisico Calori, di cui si lodavano la grande competenza e la capacità di curare con successo la maggior parte dei malanni e dei disturbi che tormentavano gli abitanti della sua città e del contado.
Purtroppo, nel caso del Pinotti, erano intervenuti fattori imprevedibili, come l’improvviso stato di demenza, che aveva trasformato una condizione di banale indisposizione in una causa di inaudita violenza, di cui purtroppo il medico aveva subito le conseguenze.
Nello scritto, gli avvenimenti conclusivi sono raccontati dall’assistente dell’ospedale, il dottor fisico Caracci, che aveva accompagnato il Calori, medico primario, durante la visita al massaro, che era stato sistemato in una stanza separata, per non disturbare con le sue smanie gli altri ricoverati.

“Mi ero avvicinato all’infermo per prepararlo alla visita da parte del Calori”, affermava il Caracci, “quando il folle si levò di colpo, mi diede una spinta con forza sovrumana e mi fece cadere all’indietro. Devo aver urtato con la testa da qualche parte, perché sono rimasto per un po’ stordito, ma non tanto da non vedere che il Pinotti balzava addosso al povero dottore, tanto più magro di lui.
Cercai di rialzarmi, per aiutarlo, ma riuscii a muovermi troppo tardi. Quel violento aveva già afferrato il dottore per il collo e i suoi denti, taglienti quanto le zanne di un lupo, gli avevano squarciato il volto. Il dottore agitò le braccia, mentre l’altro gli divorava la carne, masticando il naso e spolpando i pomelli delle guance. Il sangue sgorgava copioso e ben presto vidi che non c’era più nulla da fare. I denti del pazzo erano penetrati nel cervello e la materia cerebrale bianchiccia e vermiglia sgorgava da un lato della testa.
Rimasi impietrito dal terrore e riuscii solo a sentire una voce che urlava: “Fame… ho fame!” Non pareva però provenire dalla bocca del Pinotti, ma dal suo corpo. Poi finalmente qualcuno si accorse di cosa stava succedendo in quella stanza e intervenne, lottando con quell’assassino e abbattendolo con un colpo alla testa che lo costrinse ad abbandonare la sua vittima. Il pazzo era caduto lungo disteso sul pavimento, aveva la faccia imbrattata di sangue e dei resti del cervello di cui si era pasciuto. Nella lotta il camicione che lo avvolgeva si era aperto e sul terreo colore del suo corpo apparve una macchia rossa. La vidi bene, a breve distanza dal luogo in cui giacevo, e mi parve, mio Dio, mi parve di vedere, in quella macchia rilevata che avrebbe dovuto essere un comune bugnone, una specie di volto, con un’enorme bocca spalancata. E vidi questa bocca muoversi, come se volesse urlare, e poi l’intero bugnone collassare, appiattendosi e perdendo forma. Improvvisamente tutto divenne bianco intorno a me e persi conoscenza. Quando rinvenni, gli inservienti dell’ospedale erano già arrivati per portar via il corpo del dottore e quello del folle, che non sopravvisse neanche lui all’accaduto.”

Per esigenze di completezza, ho ritenuto di dover riportare tutte le informazioni da me reperite su questo caso, che definirei quanto meno bizzarro. La mia predilezione per le spiegazioni razionali non m’impedisce comunque di riferire anche i fenomeni inspiegabili, ma di probabile origine allucinatoria, che sono narrati nella documentazione. Mi pare opportuno segnalare infine che il dottor Caracci, ripresosi dal trauma derivante dal colpo in testa e dall’aver assistito a un omicidio, continuò a esercitare la sua professione, in ospedale e fuori, con eccellenti risultati. A quel che se ne sa, lo stesso, dopo un viaggio in Svezia e una sua conversione al luteranesimo, aderì più avanti alla massoneria, entrando a far parte del ramo (che già si stava affermando con un suo specifico rituale,) che traeva ispirazione dal pensiero dello scienziato e mistico svedese Swedenborg.

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