Contest: I racconti della mezzanotte – II° edizione – “Morti a parte” di Roberto Marzano


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Sono steso a terra. La cornetta di un telefono dondola lenta davanti alla mia faccia. Sembra una pendola che batte un tempo lugubre, mortuario, accompagnata da un inquietante ronzio in sottofondo. Credo sia assolutamente il caso che venga un dottore, arrivi subito a salvarmi la vita che sento abbandonarmi pian-piano. Sul mio cranio percepisco i fuochi di varie ferite lacero-contuse. Non solo: devo avere anche qualche frattura in basso, probabilmente al bacino e al femore destro, perché il tentare di muovermi mi procura un dolore insopportabile.
Non riesco in nessuna maniera a immaginare come possa essere arrivato a trovarmi in questa situazione. Vorrei spostare un poco la testa, fare in modo che quella maledetta cornetta la smetta di compiere il suo moto perpetuo proprio davanti alla mia faccia, o che almeno la pianti di oscillare perché, in quest’inusuale frangente, la cosa mi innervosisce parecchio.


Nella stanza accanto c’è una donna che grida frasi di circostanza, appropriate alla gravità del momento:
«Help! It’s urgent! Please an ambulance…» supplica piangendo.
«No, he’snt moving… I think he’s dead!» aggiunge disperata.
Dead. Morto? Macché morto! Se sento la sua voce sono vivo, ovviamente. Il fatto che quella voce straniera mi giunga del tutto sconosciuta mi inquieta oltremodo. L’ansia quasi supera i dolori lancinanti che mi opprimono pesantemente. Cosa diavolo è successo? Un incidente? Dove mi trovo? Sono tutto uno spasimo da capo a piedi. Sento il mio corpo pulsare come fosse passato attraverso un tritacarne, tanta è la cruda sofferenza che mi trapassa da parte a parte.
Le mie parti intime sono bagnate. Me la sarò fatta sotto per la paura? Riuscendo faticosamente a girare la testa da un lato, in un nuovo tentativo di evitare la malefica cornetta, l’atroce verità mi si rivela assurda e inaccettabile: dei genitali insanguinati giacciono lì a terra in una piccola pozzanghera rossa. Sono dilaniati come se fossero stati strappati dai morsi di un cane, o dalla mano di qualche essere con una forza inaudita. Ciò, assieme al sangue che mi sgorga copioso dal naso, mi sconvolge ma, ancor di più, il fatto di non sapere assolutamente come e perché mi ritrovi in questa circostanza ai confini della realtà.
Con passo felpato, un grosso gatto rosso dai lunghissimi baffi compare nella stanza. Per un istante provo quasi un senso di tenerezza. Ma, subito dopo, sarò costretto a rendermi conto fino a che punto la tenerezza abbinata a quel mostro sia un sentimento del tutto fuori luogo. Il felino mi si avventa sul volto, con il massimo potenziale offensivo dei suoi artigli, strappandomi dall’orbita un occhio che rotola a terra come fosse una pallina da ping-pong, rimbalzando leggermente. La bestia con un balzo lo prende tra le zampe e inizia a leccarlo con ingordigia.
Il macabro pasto è interrotto da una donna ossuta, vestita solo di una sottoveste di nylon verdolina, la quale scaraventa addosso all’animale una pentola d’acqua bollente che, colpendolo di striscio, lo fa fuggire indemoniato, ma soprattutto prende me in pieno. Non riesco a capacitarmi di tutto quel dolore in una volta sola, è davvero insopportabile! Inopinatamente, la vecchia si porta alla bocca il mio bulbo oculare e comincia a biascicarlo in modo disgustoso, come fosse l’albume di un uovo sodo. Terminato l’osceno pasto, si mette a urlare come una pazza e a strapparsi grosse ciocche di capelli, preda di una crisi di follia della quale non so immaginare le possibili conseguenze.
Sì, ci ho pensato anch’io come magari è venuto in mente a qualcuno di voi, che tutto questo possa essere solo un orrendo incubo, dal quale mi risveglierò completamente sudato, tra le morbide lenzuola in flanella del mio lettuccio. No, niente di tutto questo! Ci ho provato, eccome, a svegliarmi, ma è stato inutile perché, purtroppo, lo sono già sveglio! La realtà è un maglio pesante, che infierisce sul mio debolissimo ed esausto corpo in frantumi.
La cornetta continua ancora a dondolare beffarda e, tendendo bene l’orecchio, posso distinguere provenirne dall’altro capo il pianto di un bambino. E’ tanto disperato che da quella propaggine grigia cominciano a colarne persino lacrime. Una radiolina a transistor gracchia malamente, in quella cucina col lavandino di marmo come la mensola che lo sovrasta, contornata da una piccola ringhiera in ottone dorato che sembra la maniglia di una cassa da morto. La mia? La piccola radio, mal sintonizzata, trasmette due stazioni sovrapposte. Si possono distinguere la “Messa di Requiem” di Mozart (che triste presagio…) e un notiziario in una qualche lingua slava, cupa più del coro della messa mozartiana.
Il gatto, bollito e spelacchiato, ricompare facendomi trasalire dallo spavento ma questa volta si accontenta di sfamarsi con i resti dei miei testicoli. La pazza si riavvicina ma questa volta è completamente nuda, il corpo pieno di sanguisughe sibilanti che sembrano renderla sempre più diafana, come carta velina. Senza alcun preavviso la donna comincia a vomitare copiosamente un liquido verde scuro come la bile, denso e puzzolente, che investe in pieno il mio viso colmandomene la bocca e l’orbita vuota dell’occhio sinistro. Che orrore! Che schifo!
Pochi istanti dopo sono incredibilmente costretto a rimpiangerla: un truce energumeno di colore, alto perlomeno 2 metri, completamente depilato, con enormi e sporgenti occhi iper-tiroidei, mi strappa letteralmente un braccio, lasciandomi la scapola esposta, facendomi urlare dal male e dallo sgomento. Poi, brandendo il mio arto dilaniato come fosse una clava di carne, comincia a colpire con violenza inverosimile il felino e la vecchia spappolandoli in mille brandelli, mentre la radiolina gracida un pot-pourri di Stevie Wonder in “Master Blaster” e un melenso Bing Crosby natalizio. Loro, poverini, non c’entrano niente, sono assolutamente inconsapevoli di fare da colonna sonora a ciò che sta succedendo in questa cucina infernale.
Da sotto il lavandino comincia a uscire una densa colonna di enormi scarafaggi, attratti dalle frattaglie e dai pezzi d’osso sparsi dappertutto. Ciuffi di capelli bianchi coprono il mio occhio restante. Tento di allontanarli soffiandoci in qualche maniera, ma questo apparentemente innocente gesto trasforma il glabro bruto in una belva feroce: mi si butta addosso urlando, fratturandomi anche qualche costola, e con un morso deciso mi strappa le labbra lasciandomi tutti i denti scoperti in un’orrida maschera. Il dolore è insopportabile, svengo continuamente e ancora non mi capacito del perché. La cornetta penzola ancora, le lacrime sono sempre più copiose e gli scarafaggi ci si abbeverano, soffermandosi sadicamente sulle mie ferite.
Bussano con forza alla porta d’ingresso. Grida indistinte accompagnano i tocchi come fossero una mareggiata di scirocco, urla di fantasmi, strepitii di folli. Forse è l’ambulanza o la polizia, che viene a salvare quel poco che resta di me.
TOC! TUNG!TOC-TUC!!! SCRATACRASH!!!
Le schegge di legno della porta fracassata finiscono fragorosamente sull’uomo senza peli e sulla donna che parla inglese, i quali si stanno congiungendo, proprio qui adesso, in uno spudorato rapporto orale bilaterale, in piedi! I due, sorpresi in quell’oscena posizione, si gettano dalla finestra seduta stante, senza nemmeno avere il buon gusto di staccarsi. Si sente un lunghissimo grido, probabilmente siamo a un piano alto, ma la voce è solo quella dell’uomo. Orrende tendine di organza con ananas gialli ne accompagnano la scia, lasciando una specie d’impronta nell’aria a ricordo del folle gesto. Protendono al vuoto sventolando freneticamente in balia del maestrale. La torbida predisposizione di quella signora mi mette il dubbio che sia stata proprio lei, a strapparmi gli attributi a morsi, e mi suscita anche una piccola malata curiosità: chissà se nel precipitare hanno raggiunto l’orgasmo? Il mare è un boato assordante.
Il bambino dentro la cornetta, che continua la sua altalena, non smette di piangere a dirotto, un fiume salato ormai inonda tutta la stanza. Ma chi è questo bimbo disperato? E’ una proiezione del mio Io? E’ mio figlio? («Amore mio non posso aiutarti, non ho nemmeno la forza di parlare» penso angosciato). Forse la donna gettatasi dalla finestra è la sua mamma? Mia moglie? Sono nella confusione più totale, non ho nessuna certezza. Tutto può essere vero, così come il suo esatto contrario. Comincia a piovere a dirotto, le tendine bagnate fanno retromarcia e il rimbombo dei tuoni si unisce al fastidioso schiamazzare della radio. Poi, per assurda coincidenza, le due diverse stazioni trasmettono la stessa struggente ninna nanna, sfalsata però di qualche decimo di secondo, dandogli una connotazione quasi ipnotica. Ninna nanna, afflizione e patimento mi fanno precipitare in un deliquio buio, una voragine nera che, ne sono certo, mi condurrà direttamente alla morte.
Rinvengo quando qualcuno, altisonante, grida:
«Sorridi! Sei su “Morti a parte”!!!»
Cosa? Oh, cielo! La mia trasmissione preferita! Come ho fatto a non capirlo subito?! Sono proprio un idiota, ora è tutto chiaro, avevo persino cominciato a spaventarmi un po’! Invece è solo una messinscena, menomale! Solo un simpatico scherzetto per divertire gli amici telespettatori, un modo originale per distrarli dai pensieri quotidiani. Chissà che audience! Ragazzi, che idea hanno avuto gli autori del programma! Wow! Davvero complimenti per la trasmissione! Beh, calata la tensione della diretta, ora comincio a rendermi un po’ conto dei danni che ho subito: la frattura del bacino e quella del femore destro, un occhio, la castrazione di pene e testicoli, l’amputazione di un braccio all’altezza della spalla, lacerazioni varie al cuoio capelluto, la mutilazione delle labbra, quattro o cinque costole incrinate e ustioni sul 70% del corpo, oltre allo spavento che mi sono preso. Lo scherzo mi è costato davvero parecchio ma, incassato il “ricco premio in gettoni d’oro”, che mi spetta di diritto, a “termini del regolamento della trasmissione”, potrò scorazzare leggero per la città, sulla mia bella sedia a rotelle elettrica “rosso-ferrari”, con il cappellino e la felpa di “Morti a parte” ed essere riconosciuto da tutti!
«E’ lui? Sì, e proprio lui!» cinguetteranno felici, garrule e graziose mammine.
«Scusi, me lo fa un autografo per la mia bambina? Possiamo fare una foto assieme?»
«Grazie! Ma sa che dal vero è molto più bello che in televisione?» affermeranno galantemente ammiccanti ragazze.
Dai, che meraviglia! Sì, è vero, qualche strascico forse mi rimarrà, ma ora anch’io rientrerò nel ristretto olimpo dei “Divi della Televisione”. E scusate se è poco!

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