G R A V I T – (0) Invocazione a Binah Shabbathai, Saturno


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Dimensioni: 18 x 18 x 23 cm circa
Tecnica: Scultura in ferramenta sospesa tramite fili.
(14 – 11 – 8 – 5 – 2 – 1 – 1 – 0 – 0; spazi fra le lettere del nome)

L’Invocazione a Binah è un’opera molto personale e di natura essenzialmente spirituale.
Binah (termine che significa comprensione in ebraico) è il terzo Sephirah dell’Albero della Vita, il glifo della Cabala che sta alla base di tutta la tradizione esoterica occidentale e che rappresenta il processo di emanazione dell’Universo da parte di Dio attraverso l’identificazione di dieci principi o ricettacoli di forza detti appunto Sephiroth. Una trattazione più esauriente dell’argomento sarebbe ovviamente impossibile e superflua in questa sede; basti dire che Kether, il Sephirah primordiale che rappresenta l’Unità Essenziale senza forma né attributi – qualcosa che potrebbe definirsi come l’idea in assoluto più trascendente di Dio, analogo per certi versi al Tao cinese – si scinde nella seconda fase del suo sviluppo nella coppia polarizzata Chokmah–Binah: il Positivo ed il Negativo cosmici, il Maschile ed il Femminile assoluti, il Dinamismo e la Staticità fondamentali; i pricipi taoisti di Yang e Yin.
Binah racchiude dunque in sé l’idea di Forma in opposizione a quella di Forza, della Materia come controparte essenziale (e, cosa fondamentale, altrettanto sacra e divina) dello Spirito: secondo la cosmogonia cabalistica, la manifestazione della forza attraverso il veicolo stabile della forma (detto altrimenti, l’incarnazione dello spirito) avviene soltanto quando si sia raggiunto un punto di equilibrio vivo, attivo, tra tensioni energetiche interagenti – stato che ho riprodotto nella mia opera, in cui la ferramenta è sospesa e tenuta in posizione da un preciso bilanciamento di gravità e magnetismo. Ho scelto di utilizzare prevalentemente questo materiale grezzo – ferramenta vecchia, arrugginita e polverosa – per richiamare sia fisicamente che concettualmente l’idea generale di forma come conseguenza di forze in equilibrio (da cui discende il concetto più particolare di materia come esito di energie mentali armonizzate) che è peculiare di Binah; gli elementi che le sono tradizionalmente attribuiti sono infatti Terra e Acqua, entrambi densi e ricettivi a differenza di Fuoco ed Aria, sostanze sì energiche ed evanescenti ma pericolosamente dispersive o addirittura violente se lasciate libere di vagare per l’Universo (o per la Mente) senza essere bilanciate dalle loro complementari – incanalate, dunque, e concentrate in un veicolo: questo il motivo della forma sferica, cava, che chiude e raccoglie – prototipo geometrico dell’utero archetipale della Grande Madre Cosmica, la cui natura è duale come sottolineato dal suo doppio appellativo: Binah è infatti detta sia Ama, l’Oscura Madre Sterile (la ferramenta compatta, dai toni spenti), che Aima, la Lucente Madre Fertile (i punti di luce dati da brillantini e lustrini). Essa è considerata datrice sia di Vita che di Morte, in quanto lo Spirito – la cui natura è imperitura – attraverso l’incarnazione raggiunge sì la sua pienezza evolutiva, ma diviene anche soggetto alla ciclicità vita-morte che è propria della natura corporea.

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La forma sferica nel contesto della mia opera è collegata anche all’immagine dell’uovo, l’Uovo Filosofico – lo strato inferiore, più spesso, in procinto di avvolgere completamente quello superiore nell’atto vivo di formazione del guscio, pronto a espandersi anche oltre la struttura in legno che lo sorregge – e a quella di un pianeta, Saturno (divinità corrispondente a Binah), del quale l’opera è mia personale astrazione. A ben dire, la mia creazione non è perfettamente sferica: se la si osserva con attenzione, si nota una leggera squadratura, come se fosse in atto una metamorfosi in cubo, figura geometrica associata nella Cabala al quarto Sephirah, Gedulah, il quale emana da Binah in uno stadio successivo dello sviluppo di quest’ultima: l’Albero della Vita, e come esso l’Universo manifesto e la Mente, non sono stati, bensì processi. Il divenire è proprietà di tutto ciò che si manifesta; l’Essere, solo dell’Assoluto che lo sottende.
Un ulteriore richiamo agli attributi di Binah è il colore Nero, associato al terzo Sephirah in quanto anch’esso onniricettivo. Fra la ferramenta ho inserito anche qualche conchiglia – come ho accennato in precedenza, l’Acqua è uno degli elementi di Binah, detta anche Marah, il Grande Mare, la culla primitiva e materna della vita.

Come ho detto, l’opera è strettamente personale: ho scelto coscienziosamente di concentrarmi su questo Sephirah e sui suoi attributi in quanto l’ultimo periodo della mia vita (e forse non solo quello) è stato eccessivamente sbilanciato verso tutto ciò che è mentale e teorico. Come sperato, la realizzazione di quest’opera si è rivelata essere la forma più intensa di meditazione a cui potessi aspirare.
Ora è qui nel mio atelier a ricordarmi costantemente di non “evaporare” nei miei pensieri, a tenermi ancorata a una parte di me che spesso tendo a trascurare.
Questa rude ferramenta produce un lieve e soave tintinnio quando un filo d’aria la smuove: allo stesso modo, lo Spirito fa rilucere e cantare la Materia – senza mai dimenticare che se non ci fosse la ferramenta, l’aria da sé non produrrebbe alcun suono.

(A quest’opera ne succederanno altre sempre sul tema della gravità.)

Ilenia Pecchini

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G R A V I T – (0)

Invocation to Binah
Shabbathai, Saturn

18 x 18 x 23 cm
Sculpture; ironware suspended by strings.

“Invocation to Binah” is a deeply personal and essentially spiritual artwork.
Binah (which means “comprehension” in Hebrew) is the third Sephirah of the Tree of Life, the cabbalistic glyph which underlies the whole western esoteric tradition and which represents the process of emanation of the Universe from God himself through the identification of ten principles or receptacles of forces called Sephiroth. It would be impossible in this context to be exhaustive about this incredible subject, so I’ll try to be short: Kether, the primordial Sephirah which symbolizes the Essential Unity with no shape nor attributes – something that could be described as the most trascendent possible idea of God, similar in some ways to the chinese Tao – in the second phase of its evolution splits itself into the polarized couple Chokmah-Binah: the cosmic Positive and Negative, the absolute Masculine and Feminine, the foundamental Dynamism and Stillness; the taoist principles of Yang and Yin.
So, Binah holds the idea of Shape in opposition to that of Force, of Matter as the essential (and, which is extremely important, equally sacred) opposite of Spirit: according to the cabbalistic cosmogony, the displaying of force through the steady vehicle of shape (in other words, the incarnation of the spirit) only occurs when it is reached a point of alive and active equilibrium in the interaction of energetic tensions – state that I reproduced in my artwork, in which the ironware is suspended and held in position by a precise balancing of gravity and magnetism. I chose to use this raw material – old and rusty ironware – to recall both physically and conceptually the general idea of form as a consequence of the equilibrium of forces (from which descends the most particular concept of matter as a result of harmonized mental energies) which is peculiar to Binah; the elements that are traditionally ascribed to this Sephirah are in fact Earth and Water, both dense and receptive unlike Fire and Air, energetic and evanescent substances that can become dangerously wasteful or even violent if let free to roam through the Universe (or through the Mind) without being balanced by their complementary ones – canalized, then, and concentrated in a vehicle: this is the reason why I chose the spherical shape, an hollow one, which encloses and gathers – a geometric prototype of the Great Cosmic Mother’s archetypal womb, which nature is twofold as underlined by her double appellation: in fact, Binah is both called Ama, the Dark Sterile Mother (the compact ironware, with its dull tones) and Aima, the Bright Fertile Mother (the spots of light given by glitters and tiny diamonds). She is considered to be the giver of both Life and Death, since the Spirit – which essence is imperishable – through the process of incarnation both achieves its evolutionary height and becomes subjected to the cycle of life-and-death which is typical of the physical nature.

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The spherical shape in the context of my artwork is also linked to the image of the egg, the Philosophical Egg – the lower layer, which is thicker, is about to completely envelop the upper one in the living process of formation of the shell, ready to expand even over the wooden structure which supports it – and to that of a planet, Saturn (who is also the god associated to Binah), of whom the artwork is my personal abstraction. Actually, my creation is not perfectly spherical: if you observe closely, you will notice a slight hint of squaring, as if the sphere was about to begin a metamorphosis into a cube, the geometric figure which stands for the fourth Sephirah, Gedulah, emanated from Binah in a subsequent stage of her evolution: the Tree of Life, and with it the whole displayed Universe and Mind, are not stages, but rather processes. To become is the propriety of everything which displays itself; to be, that of the Absolute which underpins it.
Another hint to Binah’s attributes is the colour Black, linked to the third Sephirah since they’re both omnireceptive. Between the ironware, I also put in a few shells – as I mentioned above, Water is one of Binah’s elements: she’s also called Marah, the Great Sea, the primitive and maternal cradle of life.

As I said before, this artwork is closely personal: I conscientiously chose to focus on this Sephirah and on her attributes because the last period of my life (and maybe not just that) has been exceedingly unbalanced towards everything that is mental, spiritual and theoretic. As I hoped, the creation of this artwork has revealed to be the most intense form of meditation I could aim to.
Now it is here in my atelier, constantly reminding me not to “evaporate” in my thoughts and helping me to give space to a part of me that I often tend to ignore.
This raw ironware makes a straight and gentle tinkling when a breath of air moves it: in the same way, the Spirit makes the Matter shine and sing – never forgetting that without ironware, the air itself would not make any sound.

(More artworks on the subject of gravity will be coming soon.)

Photo: Riccardo Pecchini

Ilenia Pecchini

(Christian Humouda)

 

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