Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Peter Zelei


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Peter Zelei è un fotografo ungherese, che ama il bizzarro e il surreale.

***

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Silente sull’uscio
Trovo polvere e lascio cadere ricordi
Come filamenti dorati intaccano il tempo
Eppure io rimango nuova
Sono forse libera?
Nel vestito di lustro non vedo altro che me
Ma mi dissimulo
Sono io in questa veste di umana?
Quanto lontano ancora sarà il firmamento in cui voglio immergermi per tutta la vita?
Ho spazi da esplorare e gioie mai vissute
Ho passato anni a scoprire me stessa, e quanto ancora dovrò aspettare?

Ho affondato la mano in soffici carezze gattesche,
feline iridi piene di luce
Vedo in voi il riflesso dell’amore,
Le uniche creature che mi hanno dato tutto.
I vostri ricordi diventano i miei, i miei sogni si mischiano ai vostri,
In un turbine di sonni, siete piccole scintille in un mondo distrutto.
Ma voi, animali e bambini, siete la salvezza del mondo. Avete un’ottima alleata. Un’alleata per la vita; me che con carezze attente vi parlo di amore, studio, gioia e solitudine, amori finiti e divertimenti agoniati che non ho più vissuto da tempo.
E con voi, miei piccoli grandi amici e compagni,
Mi piacerebbe vivere tanti sogni realizzati d’avventura.

E nel frattempo guardo il vuoto desolamento del presente
La presunta e speranzosa prosperità del passato, e l’incognita del futuro.
Non vivo, sento.
Non parlo, amo.
Non voglio parlare a vanvera e sentirete da me solo parole sincere.
Tanta gioia e voglia di vivere riemergono in me, sono viva e tutto intorno inizio a vedere forse qualche colore, nelle striature antiche delle vecchie mobilie.

Di Angelica D’Alessandri

***

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Lo strano mondo Di Guido Mura

In quale strano mondo ci risvegliamo stupiti
lucido e freddo e vuoto e inospitale
di quale strano inverno percorriamo le strade
livide troppo linde come cimiteri lunari
svelti le mani in tasca senza troppo osservare
senza farci notare
Per fortuna non scrutano poliziotti fanatici
coi loro cani azzurri dai musi d’acciaio
forse il vento li ha accolti e accumulati in nuvole
fugati come semi rigonfi di lanugine
annegati nei fossi che irrigano campi di smalto
piovuti come fulmini dispersi come ceneri
siamo liberi ancora di cercare un crepuscolo
di svoltare a un incrocio di smarrirci in un vicolo
bisogna andare finché si può andare

***

SADNESS di Izabella Teresa Kostka

Maledette siano le malinconie
ingabbiate tra le strade di cemento,
erranti nel pianto senza più lacrime,
zittite dal silenzio degli innocenti.

Cerco il senso di questi giorni
riflessi nel vuoto privo di tempo,
stordita dai bisbigli della solitudine,
marionetta sospesa su sottili fili.

Una bambola
gettata al pasto del karma.

***

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BLOODY MARY di Roberto Marzano

Nel mio incedere incauto senza alcuna prudenza
inciampavo distratto addosso ai gradi insidiosi
di una scala minore non certo per l’importanza
a discendere in fronzoli d’oro di coriandoli a festa
forse in senso contrario al comune buonsenso
e non per questo provavo meno dolore
col bemolle piantato nella costola flessa
ad un taglio a sprizzare all’altezza del cuore.

Senza farne clamore restai comunque di stucco
nell’udir palpitare dal rosso fiotto sgorgante
un picchiettare di archi, l’ulular di una tuba
arabeschi a sghimbescio di oboe ubriachi
di Bloody Mary a zampillo, lapalissiana certezza
che nel sangue ho la musica, ma io già lo sapevo…

***

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PASSION di Izabella Teresa Kostka

Oh Uomo,
possa tu annegare
nel peccato primordiale
lambito per sempre
dalle rosse maree!

Sono la fonte dell’Ossessione
venerata nel sacro
e nel profano calore,
la dimora degli Angeli
e dei Demoni burrone,
l’inizio del tutto,
la destinazione.

Sorseggia il mio sangue
in un calice divino,
arreso al desio
impregnato di follia.

***

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IO LÌ, GIACCIO di Marino Santalucia

L’assenza
è dove il buio mi conduce
tra essere e non essere
un luogo di cenere.

Un ombra fredda
mi passa accanto, senza notarmi
ferma, come le acque intorno alle mura
non dico una parola.

Io lì
giaccio.

***

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L’AMMAZZACAFFÉ di Roberto Marzano

Intenso godimento ebbro io provo
nell’ingollar cotenne irsute, polipi glabri
avvoltolare vermicelli alla forchetta
fare scarpetta, intingere per ben pane nel sugo…

Provare ai denti quanto sia “dolce il naufragare”
tra i flutti di un purè ricco di burro
e abbandonarmi così con far lascivo
a suggere lumache via dal guscio…

Dare l’assalto alle procaci cosce
calde di brace e a uova strapazzate
fare impazzire le cozze, far del male alle mele
lanciare fragole in volo per ingoiarle intere…

E non m’importa di tovaglioli e orpelli senza senso
mi ungo il mento? tanto lo posso nettàre con la lingua
e mai do tregua a lasagne che trasudan besciamella
alle patate a garganella al forno con il timo…

E ancora vino a secchi, acqua alle rane
finché l’infinita fame non s’addormenti
con la testa abbandonata alla tovaglia
plachi la voglia di provoloni, burrate e mozzarelle…

Forse un dessert o uno stufato di frattaglie
potrebbe riempire il mio gran vuoto
giusto un timballo o un pollo in fricassea con tante olive
e se ancor vivo, una mousse di more e un’omelette
prima di un’enorme caraffa di caffè
sperando che il suo celebre assassino
– sì, proprio lui: l’ammazzacaffè –
non voglia oggi uccidere anche me…

***

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Nero dentro. Di Romeo Raja

Di mille
e ho smesso di contarli
modi che hai per umiliare il mio amore
mentre ripeti
che mi ami
quello che proprio non sopporto
è quando mi chiami: Sporca.
Ecco, adesso sono sporca
ma questo sporco
si può lavare.

***

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No, ditemelo voi se questa è vita celeste, o come si chiama: qualche milione di anni a parlare nelle orecchie di Tizio e Caio, con la speranza di convincerli a fare qualcosa e col risultato di ottenere il contrario di ciò che suggerivo.
Il Capo mica vuol sentire ragioni, Gabriele, dice, guarda che quello sta prendendo una brutta strada, vai, fallo ragionare, riportalo in carreggiata, ah, a proposito, quell’altro si fa le canne, oddio (scusa l’autoreferenzialità) non è sto gran peccato, ma insomma è avvocato, non è tanto bello che poi difenda un pusher, ma non lo seguivi tu?
Si, Boss, certo, Boss, e tra me e me penso, ma lo vuoi lasciare in pace, povero Cristo ? (scusa Salvatore, nessun riferimento a te, che già ci hai rimesso del tuo).
Insomma ‘sta storia che bisogna salvare, levare forze alla concorrenza, produrre risultati e non basta mai, eccheppalle, lasciatemelo dire.
No, perché poi fai questo e Giuseppe s’incazza e pensa che sia stato tu a mettere incinta Maria, fai quell’altro e ti assegnano legioni di sbarbatelli per combattere le forze del male, poi al cinema Darth Vader resta simpatico e Luke Skywalker sta sui coglioni alla gente, ti sbatti come un ossesso per organizzare qualsiasi cosa che possa sanare l’Ego smisurato di Occhio di Falco, ma niente, quello rosica, anche se Belzebù lo batte a briscola.
E la pensione a me quando la danno? Almeno Maometto le trenta vergini le mette in gioco, qui pane degli Angeli e torta Paradiso sono il massimo della trasgressione.
No, ora basta, meno male che mi hanno incaricato di seguire un enotecaro, e sta bottiglia di Sangue di Giuda me la sono fatta regalare, e ora, sapete che c’è di nuovo?
Maria, ma quella buona, gotto di vino, e chi s’è visto, s’è visto!

No, cazzo, Capo, fammi finire almeno, no, Salvini noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo………….

di Rosario Campanile

***

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“ Paola e Francesca “ di Romeo Raja

Diversa è l’acqua
che un passaggio, un buco
un foro
prima o poi lo trova
oppure asciuga
evapora o si dissolve
chissà dove.
Diversa è l’acqua da questo amore
che troppo presto o troppo tardi
per questo tempo
non ci ha dato scampo
da chi lo sa solo leggere
di parabola in parabola
ogni domenica.
Vieni. Saltiamo

***

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nell’incertezza così offuscata
fra le croste del tempo
lapidaria come questa parete
a cui appendo plastiche memorie

e nel farmi nera di dolore
vedo occhi
dentro brocche d’acqua statica

di Antonella Taravella

***

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Il vagito del primo essere umano
e il piagnucolio dell’ultimo.
Tutto il resto è fragore e silenzio.
Il fragore del rock, ad esempio.
Il silenzio dei vivi di fronte alla Bellezza.
Il fragore delle spade, ad esempio.
Il silenzio del fiume di lana di fronte al Potere.

Eravamo appesi come bandiere
sulla faccia puntuta della luna.
Attorno a un fuoco ascoltammo le parole del serpente
che strisciò molle, una notte, sullo scuro intestino della Terra.
La sua era una storia di catene,
di specchi,
di angeli caduti in rovina.
La sua era una storia che riempiva di occhi le lacrime.
Occhi divaricati nell’oscurità fino a sanguinare.
La sua era una storia che riempiva di mani il tremore.
Mani tese a sbrogliare
le mandibole divaricate dell’universo morente.
Un solo dubbio ci attraversò
“vinceremo noi o la morte?”
Ma sapevamo già quale fosse la risposta.
Così,
in attesa della morte,
innalzammo una tana al di fuori dell’universo,
un vivacchio,
e un solo idolo prendemmo a pregare:
la figura in fondo allo specchio.

di Gustavo Bit

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2 pensieri su “Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Peter Zelei

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