Poesia Oltreconfine. Arthur Rimbaud


Arthur_Rimbaud

La mia bohème

Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
E anche il mio cappotto diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo fedele;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!

I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognante, nella mia corsa sgranavo
Rime. La mia locanda era sull’Orsa Maggiore.
– Nel cielo le mie stelle facevano un dolce fru-fru

Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
In quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce
Di rugiada sulla fronte, come un vino di vigore;

Oppure, rimando in mezzo a fantastiche ombre,
Come lire tiravo gli elastici
Delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!

**

Il ballo degli impiccati

Forca nera, moncone amabile,
Là i paladini ballano, ballano,
I paladini scarni del diavolo,
Scheletrici Saladini.

Belzebù tira per la cravatta i neri
Fantocci beffardi e li fa ballare,
Ballare a colpi in fronte di ciabatta,
Al suono d’un canto antico di Natale!

All’urto s’intrecciano le braccia ossute:
Canne d’organo nere, i petti forati
Che un tempo strinsero oneste damigelle,
A lungo si scontrano in immondi amori.

Urrà! allegri ballerini, senza pancia!
Saltate pure, la ribalta è lunga!
Hop! non si sappia se è battaglia o danza!
Belzebù fuor di sé raschia i violini!

Calcagni duri, e mai sciupati i sandali!
Quasi tutti han deposto la camicia di pelle:
Il resto non dà noia, si vede senza scandalo.
Sui crani la neve posa un cappello bianco:

Il corvo è pennacchio a quei teschi incrinati,
Spenzola un po’ di carne sul mento magro:
Sembrano, in oscure mischie volteggianti,
Eroi stecchiti, contro usberghi di cartone.

Urrà! il vento sibila al ballo degli scheletri!
La nera forca mugghia, come organo di ferro!
I lupi rispondono da foreste violette:
All’orizzonte il cielo è color rosso inferno…

Orsù, scrollatemi quei fanfaroni funebri
Che sgranano sornioni con le dita scrocchiate
Un rosario d’amore sulle vertebre pallide:
Non è un eremo questo, oh trapassati!

Ed ecco, nel mezzo della danza macabra
Uno scheletro folle balzare nel cielo,
Cavallo focoso che ratto s’impenna:
Sente ancora la corda tesa al collo,

E arriccia i ditini sul femore che scricchiola,
Mandando strida come se ghignasse,
Poi, saltimbanco che torna alla baracca,
Al canto dell’ossa rimbalza nel ballo.

Forca nera, moncone amabile,
Là i paladini ballano, ballano,
I paladini scarni del diavolo,
Scheletrici Saladini.

**

Il male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
Fischiano tutto il giorno nell’infinito azzurro del cielo;
E scarlatti o verdi, accanto al re che li deride
I battaglioni crollano in massa nel fuoco;

Mentre un’orrenda follia massacra
Centomila uomini in un mucchio fumante;
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba, nella tua gioia,
Natura! tu che santamente creasti questi uomini!… –

– C’è un Dio, che ride sulle tovaglie damascate
Degli altari, fra l’incenso, fra i grandi calici d’oro;
Che cullato dagli osanna si addormenta,

E si risveglia quando madri, raccolte
Nell’angoscia, piangendo sotto la vecchia cuffia nera
Gli offrono qualche moneta nel loro fazzoletto.

**

Memoria

I

L’acqua chiara; come il sale di lacrime d’infanzia,
L’assalto del sole dei candori dei corpi di donna;
la seta, in massa e di giglio puro, d’orifiamme
sotto i muri che qualche pulzella un tempo difese;

i giochi degli angeli; – No… la corrente d’oro in marcia,
muove le sue braccia, nere, e pesanti, e soprattutto fresche, d’erba.
lei scura, col cielo azzurro come cielo d’alcova, chiede
per tenda l’ombra della collina e dell’arco.

II

Eh! l’umido vetro stende i suoi limpidi brodi!
L’acqua arreda d’oro pallido e senza fondo i giacigli pronti.
I vestiti verdi e stinti delle ragazzine
fanno i salici, da cui saltano uccelli sbrigliati.

Più pura di un luigi, gialla e calda palpebra
la ninfea – la tua fede coniugale, o Sposa! –
nel rapido pomeriggio, gelosa del suo specchio spento,
al cielo grigio di calura la Sfera rosa e cara.

III

La Signora sta troppo in piedi nel prato vicino
dove nevicano i fili del lavoro; l’ombrello
fra le dita; calpestando l’umbella, troppo fiera per lei;
bambini leggono nel verde fiorito

il loro libro di marocchino rosso! Ahimé, Lui,
come mille angeli bianchi che si separano sulla strada,
si allontana oltre la montagna! Lei, tutta fredda
e nera, corre! dopo la partenza dell’uomo!

IV

Rimpianto di braccia grosse e giovani d’erba pura!
O di lune d’aprile nel cuore del santo letto! Gioia
dei cantieri rivieraschi in abbandono, in preda
alle sere d’agosto che facevano germinare putredini!

E pianga adesso sotto i bastioni! l’alito
dei pioppi in alto è per la sola brezza.
Poi, c’è la distesa, senza riflessi, senza sorgente, grigia:
un vecchio draga, nella sua barca immobile, s’affanna.

V

Trastullo di quest’occhio d’acqua smorta, io non posso prendere,
o canotto immobile! oh! braccia troppo corte! né l’uno
né l’altro fiore: né il giallo che m’importuna
là; né l’azzurro, amico dell’acqua color di cenere.

Ah! la polvere dei salici che un’ala scuote!
Le rose dei roseti da tempo divorate!
Il mio canotto, sempre fermo; e la sua catena trascinata
In fondo a quest’occhio d’acqua senza sponde, – verso quale melma?

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Un pensiero su “Poesia Oltreconfine. Arthur Rimbaud

  1. Il mio cuore trabocca di poesia,le lacrime scendono piene di poesia,dopo tante esperienze anche il mio battello e’ ebbro : insieme salpiamo….su nuovi mari…o su mari antichi…insieme pieni di speranza e di amore e di poesia…nessuna tempesta potra’ mai farci morire nonostante il nostro naufragio.

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