British Art Show 8 – Lo sconfinamento delle Percezioni (Edimburgo /13 Febbraio – 8 Maggio) di Nausica Hanz


Diciamolo chiaramente, senza timori, al giorno d’oggi entrare in un museo e vedere solo quadri è una routine a noi troppo famigliare, a cui siamo fortemente abituati. In quella passeggiata tra le opere esposte non ci aspettiamo nulla: camminiamo tranquilli, perché le nostre esperienze al museo non hanno mai riservato sorprese. In un museo non siamo mai stati vittima di un agguato.
Certo, nessuno mette in dubbio il potere catartico e allucinatorio che possiedono i quadri di alcuni artisti (penso ad esempio a Van Gogh, Bosch o a Escher, etc etc…) che ti permettono di entrare in un altro mondo solo attraverso il mezzo della vista, ma cercare negli artisti contemporanei viventi un livello altrettanto alto di energia manifestato soltanto (e sottolineo soltanto) attraverso la pittura è alquanto ingenuo … anche se sarebbe molto bello!
Oggi noi spettatori abbiamo bisogno di qualcosa di più. Abbiamo bisogno di toccare le opere, di sentirle, di fonderci con esse, di esserne invasi a 360°. In questa era super tecnologica in cui quasi ognuno di noi è stimolato più dal mondo digitale e virtuale che da quello reale, un’opera d’arte statica e silenziosa, per quanto seducente, non potrà mai competere con i mille stimoli che la tecnologia ci infonde ogni giorno, anzi ogni minuto. Ecco dunque che la maggior parte degli artisti ha sostituito la tavolozza e il pennello con dispositivi audio-video di ultima generazione,apparecchiature meccaniche e ultra sensoriali e creato ad doc ambienti immersivi in cui l’osservatore vive/prova fisicamente ciò che è esposto.

1(Sequencer/Benedict Drew)

E proprio su questa ultima tendenza che si fonda la British Art Show 8 presente all’interno dello Science Festival fino all’8 Maggio a Edimburgo e che ho avuto modo di visitare recentemente. La mostra include 42 artisti suddivisi rispettivamente in tre differenti location: Talbot Rice, Scottish National Gallery of Modern Arte Inverleith House.
L’obiettivo delle curatrici Anna Colin e Lydia Yee era quello di unire gli artisti che in questi ultimi anni hanno ricercato e individuato nuovi materiali di creazione, assemblato elementi reali con quelli virtuali, ma soprattutto quello di trovare opere che non fossero racchiudibili in un’unica definizione.
Opere mutanti, che si modificano con il tempo e soggette alle interazioni esterne, dunque non fini a se stesse, ma generative in cui le loro proprietà (cosa di cui sono composte) o i loro effetti (quello che ci dicono) non ha più così grande importanza.
Ora se le due curatrici sono riuscite nel loro intento è un fatto puramente personale, essendo l’arte soggettiva e polisemica, e non potendo basarmi, giudicare e conoscere le esperienze degli altri visitatori, posso solo comunicarvi cosa io ho vissuto e provato relazionandomi con le opere presenti. In sintesi però, escludendo qualche eccezione, posso confermare che attraverso alcune creazioni sono stata trasportata altrove, mi sono estraniata e ho dimenticato la realtà circostante … e proprio di queste vi parlerò.
L’installazione Sequencer (2015) di Benedict Drew è la prima opera che ho incontrato e non esagero se affermo che è giunta a me come una scarica elettrica che ha coinvolto mente e corpo. Un’esplorazione psichedelica in cui arte e musica tracciano nuovi mondi alternativi in sostituzione a quello reale, l’intenzione dell’artista è infatti quello di creare universi percettivi/sensoriali in opposizione a quello concreto di cui facciamo esperienza ogni giorno, perché considerato dallo stesso Drew disperatamente terribile. L’opera è composta da proiezioni multiple e drum machines accompagnate da un unico elemento vocale, i video pur essendo fisicamente distinti tra di loro rimandano sul monitor lo stesso soggetto filmato da diversi punti di vista, gli stessi soggetti inoltre cambiano continuamente passando da un paesaggio naturale a uno astratto, fino a penetrare dentro la materia delle cose.

2(A Crack in the Light / Imogen Stidworthy)

Ecco dunque che lo spettatore si trova completamente coinvolto in una passeggiata virtuale senza senso in cui ha l’impressione di essere realmente e materialmente all’interno di quelle immagini proiettate, quasi da sentirle con il tatto… Una passeggiata però che non stanca, che proprio per la sua capacità estraniante, stimola la nostra percezione e al contempo ci rilassa, ci fa dimenticare gli input reali e ci fa tornare al mondo concreto più carichi di prima.
A Crack in the Light (2013) di Imogen Stidworthy è un’altra di quelle opera che ti lascia il segno. Video installazione suddivisa in quattro parti e che ruota attorno alla figura di Aleksandr Solzhenitsyn, lo scrittore russo che è stato costretto a lavorare sulla tecnologia di riconoscimento vocale durante la sua detenzione in una prigione sovietica. L’installazione è l’insieme e la sovrapposizione di diverse voci unite all’immagine laser-scan 3D di un pezzo di pane intascato dallo scrittore russo durante il suo ultimo pasto sul suolo sovietico nel 1974.
La voce in questo caso diviene materiale scultoreo (anche qui quasi tangibile) dove lo spettatore è invitato ad assumere un ascolto attivo, interpretando e interagendo con forme differenti di linguaggio e comprensione. La comunicazione tradizionale viene quindi annullata, per lasciare libertà alla formazione di messaggi e suoni che cadono ed escono dalle strutture, formando spazi alternativi di senso e frequenze.
Con Hard Drive (2015) di Laure Prouvost invece si è catapultati in una copia del mondo quotidiano dalle logiche capovolte. L’intera installazione è infatti immersa nel buio, mentre ad essere illuminati e messi in evidenza sono oggetti a cui solitamente non facciamo caso e non diamo importanza, ma che oltre ad essere essenziali, “sono sempre con noi”. Ecco perciò che: pavimenti, dispositivi elettronici e d’illuminazione emergono sulla scena, divenendo loro stessi i protagonisti; e l’osservatore, probabilmente per la prima volta, incomincia a relazionare con questi elementi rompendo il vecchio sistema di valutazione e attenzione e creandone uno proprio. Hard Drive è sicuramente un’opera con meno senso dell’estraniamento e un fattore psichedelico minore rispetto agli altri due lavori citati precedentemente, ma è interessante perché lo spettatore inizia a porsi domande e dubbi rispetto alla sua percezione quotidiana.

After after(Hard Drive /Laure Prouvost)

Ci sono artisti poi che usano all’interno delle loro composizioni elementi provenienti dal mondo reale, ma che durante il processo artistico perdono la loro sostanza, trasformandosi in qualcosa d’altro.
È il caso ad esempio di Northern Dancer (2014) di Charlotte Prodgere di In Damning Evidence Illicit Behaviour Seemingly Insurmountable Great Sadness Terminated in Any Manner (2014) di Cally Spooner. Entrambe le artiste intrecciano e mixano vari contenuti audio-video, facendo alternare immagini e dialoghi che trovano un senso altro rispetto a quelli di origine, l’obiettivo finale e l’area di ricerca appare però diverso. Se la Prodger è infatti orientata verso uno studio del linguaggio che lo vede come tecnica e design da modellare e ricostruire in numerose dinamiche, la Spooner è attenta al senso culturale e sociale delle immagini e dei discorsi che inserisce nelle sue opere, aprendo riflessioni che riguardano il nostro contemporaneo.
Un altro lavoro che merita di essere citato è The Common Sense (2014-15) di Melanie Gilligan. Un dramma multi-episodio che esplora i modi in cui le nuove tecnologie modificano i nostri comportamenti e il nostro corpo; situato in un futuro distopico in cui si immagina che i sentimenti si possono comunicare direttamente da persona a persona tramite un dispositivo indossabile. Oltre che la trama in sé che è veramente coinvolgente e accattivante, di questa opera della Gilligan è curioso il modo in cui ha strutturato i cinque episodi. Perché essi sono proiettati su monitor separati ma interconnessi, e i telespettatori devono spostarsi tra di loro al fine di perseguire la narrazione, ognuno inoltre è in possesso di cuffie personali e quindi l’effetto straniamento e isolamento è accentuato a livelli molto alti.
Si potrebbe continuare ancora per molto a viaggiare tra queste opere e i suoi incantesimi, ma ne verrebbe fuori un libro … e non un reportage. Concludo quindi questa mia analisi dicendovi che in questa mostra collettiva: l’immaginario ha scavalcato e plasmato la realtà, inventando spazi alternativi vivibili con i sensi e la mente. Spazi da cui non si vorrebbe uscire, mai.

Artisti in mostra: Stuart Whipps, Anthea Hamilton, Eileen Simpson and Ben White.Rachel, Maclean Åbäke, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Jessica Warboys, Benedict Drew, Caroline Achaintre Andrea Büttner, Hayley Tompkins, Alexandre da Cunha, Mikhail Karikis, Cunhaikhail Karikis, Nicolas Deshayes, Alan Kane. Daniel Sinsel, Ciara Phillips, Martino Gamper, Melanie Gilligan, Laure Prouvost, Cally Spooner, Pablo Bronstein, Patrick Staff, Bedwyr Williams, Jesse Wine, Lynette Yiadom-Boakye, Imogen Stidworthy, Charlotte Prodger, Aaron Angell, James Richards, Lawrence Abu Hamdan, Linder, Simon Fujiwara, Magali Reus, Yuri Pattison, Ahmet Öğüt

di Nausica Hanz

LINK:
http://britishartshow8.com/

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