Recensione di Fernando Della Posta a “La pietà del bianco” di Antonella Taravella – Autoprodotto 2015


Sfondo-Bianco

Secondo la fisica il bianco è il colore a-cromatico, in quanto contiene in sé tutti i colori, così come la luce bianca contiene in sé tutte le altre luci. Esso quindi può essere paragonato ad una sorta di luce primigenia, da cui è possibile ricavare tutte le altre. Il bianco inoltre è il colore del sacro, è il “vestito” delle manifestazioni ultraterrene benevole. E se il bianco viene inteso come vestito, il nero lo è ancora di più. Il nero è nascondiglio, è chiusura totale. Il bianco allora può essere accostato alla nudità, a quella prima patina di rivestimento che avvolge le viscere o il corpo di ognuno di noi. E se corporalmente esso può essere assimilato alla pelle, spiritualmente e psichicamente esso può essere paragonato al primo rivestimento della nostra interiorità, in altri termini al rivestimento di quel qualcosa che linguisticamente etichettiamo come anima. Il bianco perciò può essere accostato alla purezza connessa alla nudità, sia fisica che spirituale.


Esattamente come il nero, il bianco non è un colore, ma non può essere paragonato al vuoto come il nero, in quanto l’unica cosa che può renderlo possibile è, appunto, la luce. E la luce è dotata di materia, la luce è presenza nel vuoto.
Ed è proprio della nudità dell’essere che parla “La pietà del bianco” di Antonella Taravella. Nudità dell’essere connessa alla maternità, come ci rivela immediatamente l’autrice dedicando a suo madre il libro, come a voler inquadrare da subito l’accezione di significato della parola bianco da usare come chiave per la lettura, ossia la luce “madre” di tutte le luci.
E non è un caso che il primo colore estratto dal bianco, il primo colore dell’arcobaleno, in alto, sia il rosso. Il rosso del sangue, il rosso che più di tutto imbratta la purezza, che giocoforza la rende viva e fisicamente “utile”. Nella raccolta della Taravella il rosso è il secondo colore più presente.
Dal bianco al rosso, da spirito a carne e da carne a spirito, da ultraterreno a vita e da vita a ultraterreno, “la pietà del bianco” si presenta come un rimando continuo tra ciò che pulsa irrimediabilmente sulla terra e ciò che ormai non è più.
Questa parola poetica, fortemente corroborata e irrobustita dal linguaggio fitto di simboli e immagini oniriche tipico dell’autrice, si dispiegaattraverso la descrizione di un legame intimo figlia/madre fatto giocoforza di mistura di carnalità e affettività che non si spegne con la morte. Ed ecco che una figlia si trasforma in un sentiero che non smette di fiorire, l’infanzia si estrinseca attraverso il ricordo di figure fatte col pane da piccole mani di bambina o una sediolina traballante, e la poesia stessa diventa il mezzo necessario alla vivificazione continuativa di questo legame.
Ma perché parlare proprio di pietà? Viene in mente la più famosa Pietà michelangiolesca, plasmata da un marmo bianchissimo che ci fa dimenticare l’oscena figura del Cristo morto come doveva essere nella realtà, un ammasso di carne inerte, oltraggiata, sporca e sanguinolenta, carne che inevitabilmente avrebbe insudiciato la Vergine. Attraverso il bianco del marmo, gli scultori di ogni epoca sono riusciti a divinizzare qualsiasi faccenda terrena, una sorta di sublimazione, dalla carne allo spirito senza stadi intermedi. Ed è proprio la sublimazione in senso fisico, in ultima analisi, l’alchimia che anima questa silloge. In questi versi vengono oltrepassati gli stadi della materia, vengono rotti tutti i legami che tengono coese le molecole e gli atomi, si arriva a parlare con quello che c’è dopo, a partire dalle uniche cose che noi vivi possiamo percepire, la carnalità, l’affettività e le loro epifanie.

Alcuni testi della plaquette

*

chiedo la pietà del bianco
che fa miracoli anche quando non si respira
diventando una storia o una seggiolina traballante
fino a quando mi sollevo la gonna sulle gambine
che sono croce e rituale di sangue nella neve

*

dentro questo bianco che manca
porto la morte nel silenzio di una parola
l’unghia preme nella neve
nel rimanermi accanto come lo sguardo
oltre la porta del sonno

*

le poesie sedute sui grembi dei bambini
giocano negli angoli facendo la conta
brillano poi nello sporco vizio di moltitudine
e come una favola mi stringo addosso
i cappotti che l’inverno mi dona

*

andarsene via dimenticando l’ombra sui gusci degli occhi
facendo creature con i bordi invecchiati del pane
cadendo come una parola oltre i muri sbriciolati
del peso immorale della luna

*

si legano le fiabe
nei rari concerti di foglie
mostrando passi che vanno
in direzione opposta al tramonto
(sanguina stregano
la misura di un palmo di cuore)

nota di lettura di Fernando Della Posta

***

Note biografiche dell’autrice

Nasce a Verona nel marzo del 1977, dove risiede tutt’ora.
Comincia a scrivere per bisogno di sfogo, delusa da una storia d’amore finita male o meglio mai realmente iniziata.
Dopo una gavetta splinderiana, fra multiblog e siti, nel 2012 crea Words Social Forum-Centro Sociale Dell’Arte, neonato sito di natura artistica che tocca varie tipologie d’arte.
In seguito, non paga della nuova ventata fornita nel web da WSF, nel marzo del 2013 fonda il Collettivo WSF, costola attiva sul “campo” del sito, per la creazione di eventi e partecipazione a festival e altro con la commistione di tutte le arti.
Nel 2013 cura con Enza Armiento e Sebastiano Adernò l’antologia No Job: Visioni Del Paese Irreale, che ha come scopo quello di raccogliere fondi per borse lavoro da dare a chi è stato risucchiato dalla grave crisi in cui versa il paese.
Molto attiva nel panorama poetico – culturale italiano.

Sito personale: http://nevertearusapart.wordpress.com

Sito: http://www.wordsocialforum.com

Facebook: https://www.facebook.com/antonella.taravella

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