Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


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Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

L’inizio di queste “visioni notturne” credo si possa far risalire al primo sogno di cui ho memoria. Non posso dire con certezza ne ipotizzare l’età che avevo, a volte non so distingue quale di queste due realtà sia la vera e non posso, ormai, far a meno di pormi il dubbio che non sia questa vita terrena il sogno di un’altra vita e quindi io il frutto dell’immaginazione di una di quelle strane creature. Ora non voglio perdermi in teorie e supposizioni filosofiche sulla vita e mi limiterò a rivivere e narrare, come già detto, queste strane visioni. Come detto l’inizio di questi sogni risale alla prima volta che ho ricordato il sogno di una notte, non ricordò l’età, non ricordo neanche con precisione, anzi direi per niente, gli avvenimenti della mia vita antecedenti quel sogno, quindi si potrebbe presupporre che sia avvenuto in tenera età. Tornando al sogno in questione era strano, frammentato, indecifrabile. Vivevo, se così si può dire, in una landa desolata, dimenticata da ogni dio, qui giacevano edifici ormai in rovina i cui mattoni, una volta suppongo di un magnifico color bianco, ormai erano ricoperti da edera e muffa. Tutto lasciava pensare allo scoppio di una guerra o di una pestilenza, ma, allora, non potevo saziare la mia
curiosità perché gli strani esseri che popolavano quella landa non parlavano l’inglese ne una qualsiasi altra lingua conosciuta all’uomo oggi. Nonostante questa mia impossibilità nel capire questa lingua, nel sogno, la parlavo e dialogavo con gli abitanti di questa strana terra. Nonostante abbia premesso di non riuscire a raccontare gli avvenimenti cruenti e le sembianze abominevoli di questi esseri, credo che vi debba almeno una parziale grossolano descrizione dei miei “concittadini” notturni. Erano alti all’incirca due metri, molto robusti, chi un po’ più chi un po’ meno. Gli occhi erano incavati e di uno strano colore che andava dal verdastro al color ambra, il colore della pelle,anche se non era proprio pelle ma un misto tra pelliccia e squame, era di un blu scuro tendente al verde catrame, non avevano capelli, alla sommità del capo erano presenti come una corona di bitorzoli d’osso, anche se alcuni non ne avevano mentre altri li avevano più che accentuati, lì dove a noi uomini è situato il naso loro avevano solo due buchi incavati nel viso e la bocca era piena di denti giallastri e putrefatti. Ora capite perché dico che la cosa più strana non sono i sogni in se ne la loro linerità ma, la cosa che più mi inquieta, è il senso di serenità, di sicurezza e in seguito al passar dei sogni di appartenenza a questi esseri riluttanti. Come detto il primo sogno fu frammentario ricordo solo di aver “parlato” con alcuni di questi esseri e di aver camminato con alcuni di loro nei meandri più luridi di quella decadente città.

In molti sogni successivi non accadde nulla,o per essere più precisi erano monotoni, andavo in giro per la città, sedevo rimuginando sulle sponde di un fiume, molte volte tra me e me, da sveglio, li ho paragonati alla monotonia dei miei giorni. Vivevo una sorta di doppia vita, una vita terrena e una vita nei sogni. Come nella vita reale anche lì avevo bisogno di nutrirmi, di dormire, di socializzare con gli altri esseri e, sembra strano a dirsi, anche lì ero uno scrittore.

Incuriosito di capire cosa dicevo e la strana lingua di quel mondo, e dato che al mio risveglio i ricordi di quei sogni erano e sono tuttora limpidi come ricordi di una vita vissuta, decisi di trascrivere una specie di alfabeto di quella lingua associando a ogni parola che veniva detto all’interno dei miei sogni gli oggetti che prendevo, che vedevo e azioni che facevo. In circa 3 o 4 mesi di tentativi riuscii a trascrivere solo alcune parole e per lo più erano nomi dei mie compagni, Ukhar e Majhur erano due degli esseri che vedevo più spesso; scoprii che la terra su cui vivevo era Tahos e la città in degrato era Gewras; vicino la città nasceva il fiume Fyatu che sfociava nell’abisso senza fondo dello Pyanit Yesan.
In questi mesi, come potete leggere, scoprii poco o niente. Però un giorno al mio risveglio successe una cosa strana, di cui ancora non mi spiego le cause, fatto sta che al mio risveglio riuscivo a ricordare, anzi meglio dire che sapevo, una nuova lingua, identificavo oggetti di uso comune come coltelli, forchette, vassoi, piatti ma anche il cielo, l’aria, le nuvole e gli uccelli con altri nomi, capii d’aver appreso la lingua misteriosa. La mia gioia fu sconfinata, pensai che sarei riuscito a comprendere meglio i miei sogni e chi sa che non sarei riuscito addirittura a porne fine. Oltre alla gioia di questa scoperta, fui travolto da un’improvvisa vena creativa e inizia a scrivere a raffica un nuovo racconto. Mentre nella mia vita terrena potremmo dire che me la passavo bene, non si poteva dire che me la passassi altrettanto bene nella mia seconda vita. Il me dei sogni, lo scrittore di Gewras, sembrava aver smarrito la vena creativa, scriveva poco e per lo più guardava con aria pensierosa fuori ad una fessura nella parete
mezza crollata del suo studio. Nei giorni successivi i sogni si fecero sempre più sporadici, visioni di una seconda vita, che prima popolavano ogni mia notte, ormai si limitavano a qualche breve sogno una o due volte la settimana. Via via, col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, questi sogni si facevano sempre più radi. Ciò che inizialmente vissi con conforto, come una liberazione, via via col diminuire dei sogni si trasformò in angoscia. Non so spiegarmi il motivo ma a mano a mano che la mia esistenza in quella mia seconda vita diminuiva, saliva in me un senso di disperazione, di abbandono.
Col manifestarsi di questi sentimenti andò diminuendo anche la mia vena creativa, pian piano inizia a non scrivere più. Caddi in depressione, non uscivo più da casa, passavo intere giornate a dormire con la speranza che quei sogni potessero ricomparire ma niente, ogni mio tentativo fu vano. Inizia a far uso di oppiacei con la speranza che ricomparissero, anche in minima parte, quelle visioni che mi avevano accompagnato da quando ho memoria di sognare. Non avrei più rivisto le terre sabbiose di Tahos, non avrei più passeggiato per le strade della ormai decadente Gewras, non avrei più riposato sulle sponde del fiume Fyatu con i miei compagni Ukhar e Majhur.

Ormai erano anni che non sognavo più la notte. La mia esistenza era piatta, incolore e piena d’angoscia per la perdita delle mie esperienze notturne. Ero caduto in uno stato di depressione e nessuno poteva aiutarmi, solo la ricomparsa delle mie visioni avrebbe potuto, ma ogni mio tentativo di riaverle fu vano. Più volte pensai di farla finita, di porre fine alle mie sofferenze, desistere quando ormai stavo sul punto di compiere il mio atto finale, ma qualcosa mi faceva desistere.

Dopo un’ennesima giornata passata a rimuginare e a fissare il vuoto fuori la mia finestra -proprio come faceva lo scrittore della città di Gewras- andai a letto, non so dirvi che ore fosse, che giorno di che anno ormai , so solo che una volta addormentato tutto mi fu chiaro. Sognai, per l’ultima volta, è tutto si illuminò, acquisii una consapevolezza del “tutto”, che nessun uomo o creatura può ambire a conoscere.
Non ero mai vissuto, o per meglio dire,non avevo condotto mai una vita “mia”, ero una creatura generata dalla fantasia del mio creatore, lo scrittore di Gewras. Inutile dire che da quel sogno non mi svegliai più, ed è anche inutile dire che questa storia non è stata creata da me, come non è stata scritta da me. Le creature che pensavo fossero frutto della mia fantasia in realtà sono reali e quella che credevo essere la mia vita reale in realtà era una fantasia. Lo scrittore di Gewras mi ha dato vita, mi ha illuso che fossi reale. Non so dire come mai o per quale ragione riuscissi a vedere alcuni attimi della vita del mio creatore, forse perché in quei momenti pensava a come proseguire il suo racconto, ma è solo una mia, o meglio dire, una sua supposizione, non so neanche spiegare come mai riuscii a comprendere improvvisamente quella strana lingua, solo il mio creatore lo sa, in fondo, per me, è stato
come un padre, è stato come un Dio.

Antonio Del Prete

***

PRIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/
SECONDO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/
TERZO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/
QUARTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/
QUINTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/
SESTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/11/20/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rita-simonitto-stazioni/
SETTIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/12/09/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-francesca-dono-la-cosa/
OTTAVO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2016/01/26/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-antonio-del-prete-il-vecchio-will/
NONO RACCONTO:

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