Oscar 2016 – Finalmente!


Sì, è il caso di dirlo: Finalmente! Non solo perché Leonardo di Caprio ha vinto il suo strameritato (e attesissimo) Oscar, ma perché anche il nostro geniale Ennio Morricone ha finalmente vinto la sua statuetta, conquistando tutti con il suo dolcissimo discorso di ringraziamento in italiano dedicando il premio alla moglie.

È stata, questa degli Oscar, una lunga notte piena di soddisfazioni, abbracci, risate, ma anche e sopratutto polemiche: Chris Rock, il presentatore della serata, furioso come una iena, comincia con un discorso velenosissimo sul fatto che non ci sono attori di colore fra le nomination più importanti. Un discorso, questo, a cui un europeo può rispondere che semplicemente hanno candidato i più bravi senza badare al colore della pelle, ma per gli afroamericani la storia è leggermente diversa: le discriminazioni in America sono ancora fortissime in ogni ambito e, se per noi dall’altra parte dell’oceano non sembra una tragedia, per gli americani bistrattati lo è eccome. Specialmente pensando che di attori meritevoli ce n’erano, specialmente Idris Elba, fenomenale in “Beast of No Nation”, che non è stato minimamente preso in considerazione.

L’Academy ha ben pensato di prendere Chris Rock a presentare la serata per compensare questa mancanza, e Chris Rock l’ha presa come una buona scusa per far pentire a tutti i presenti in sala di essere nati e fargliela pagare per ogni nomination negata ad una persona di colore fin dalla notte dei tempi, anche prima che venissero inventati gli Oscar. Esagero? Un tantino. Il discorso iniziale è di una cattiveria quasi inaudita, che il pubblico accoglie con un sorriso forzato, ma ci sta, e tanto. Specialmente quando propone una nomination per tutti gli afroamericani freddati dalla polizia mentre andavano innocentemente in giro, magari verso un cinema per guardare un film di bianchi. Sarebbe stato epico, poi ha degenerato. Sul palco accade di tutto: boyscout rigorosamente afroamericane che vendono biscotti durante la serata, video e tributi al mese della Storia Nera americana, presentatori quasi tutti neri (possibilmente di sesso femminile), interviste per strada al pubblico afroamericano. Gelo in sala. Lì lo spettatore medio non americano capisce che in America stanno messi effettivamente malissimo.

Dopo una serata fra momenti stucchevoli in grado di far rimpiangere Sanremo, arriva il tenerissimo momento di Morricone che, dopo molte nomination a vuoto per le migliori musiche e un solo Oscar alla carriera, finalmente vince la sua statuetta. Fa tenerezza, è visibilmente commosso, e con la voce rotta dall’emozione dedica il premio a sua moglie Maria, in italiano, con l’interprete a fianco che traduce. Mi aspettavo un salutino ai Subsonica, ma sono stata delusa. Un altro momento di grande impatto emotivo è l’esibizione di Lady Gaga su un argomento forte e delicato come quello dello stupro, portando egregiamente il lavoro a casa cantando la bellissima “Til it happens to you” e facendo commuovere mezza sala.

Si fanno le cinque del mattino, il pubblico freme: per mantenere alti gli ascolti quest’anno avrebbero voluto mettere la premiazione per il miglior attore proprio alla fine, anche dopo il miglior film, cosa che sarebbe stata un tantino esagerata, ma hanno desistito in nome della tradizione e il responso che ha tenuto sul fiato per mesi il popolo di internet è il penultimo ad arrivare: Leo vincerà? Non vincerà? Sarà deluso anche quest’anno? Sbroccherà in pubblico? Strapperà le sedie e le lancerà sul palco? I pronostici che circolano in rete sono i più disparati e Julianne Moore, che dovrà annunciare il vincitore (sapendo bene che ogni secondo di suspense potrebbe causare una strage di fiati sospesi nei cinque continenti), apre la busta e con un sorrisino da Gioconda subito annuncia quello che tutti stavano aspettando: Leonardo di Caprio ha vinto un Oscar, la maledizione Di Caprio è finita, il mondo può tornare a respirare. Leo si trattiene stoicamente dallo strappare la statuetta di mano a Julianne e mandare tutti affanculo e fa un elegantissimo importante discorso sul cambiamento climatico, dimostrando per l’ennesima volta di essere un signore.

Ps. Mad Max ha vinto quasi tutto, tranne il miglior film che è andato al Caso Spotlight, Iñárritu ha vinto l’Oscar alla regia per il secondo anno di fila; tutte cose molto importanti, ma ieri notte il mondo si è fermato solo per Leo, che ora può tornare ad essere un attore normale e non un fenomeno mediatico. Evviva, evviva. Buonanotte.

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Una casa per Anna Cascella Luciani


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WSF si unisce con altri poeti nello spargere la voce per questa petizione.

https://secure.avaaz.org/it/petition/Dottssa_Clara_Vaccaro_Sub_Commissario_di_Roma_Capitale_Una_casa_per_Anna_Cascella_Luciani/?fzTEAab&pv=5

Anna è una delle maggiori poetesse italiane viventi.
Dagli anni ’70 in avanti I contributi alla cultura italiana sono stati notevoli. Ha pubblicato su riviste ed antologie di poesia italiane ed estere e con le più importanti case editrici del settore (Einaudi, Lerici, Scheiwiller, Il Cervo Volante, Gaffi Editore ecc.); ha ricevuto riconoscimenti prestigiosi (premi “Mondello opera prima”, “Laura Nobile”, “Sandro Penna”, “Procida, Isola d’Arturo – Elsa Morante”, “Tarquinia-Cardarelli”, “Luciana Notari”). Ha tradotto Emily Dickinson, edito saggi e per RaiRadio 3 ha curato rubriche di poesia, recensito testi di letteratura angloamericana ed inglese, composto un radiodramma. Di lei hanno scritto, e l’hanno ospitata in collane ed opere collettive, tra gli altri, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Elio Pecora.
Quasi trent’anni fa è stata colpita dalla terribile sclerosi multipla, senza che questo fiaccasse la sua vena artistica o la capacità di emozionare con il suo linguaggio originale, ritmato, incisivo, fortemente evocativo.
Anna – oggi 75enne e su una sedia a rotelle – vive sola a Pescara, città in cui si era trasferita nel 2012 (dopo essere stata costretta a lasciare la casa di Roma), invitata da un’amica poi prematuramente scomparsa.
Da oltre due anni cerca una casa a Roma, dove ha vissuto quasi tutta la sua esistenza e dove i vecchi amici potrebbero esserle vicini. In molti la stanno aiutando nella ricerca, ma trovare una casa adatta alle sue necessità di invalida, non più autosufficiente, si è rivelato davvero arduo, nonostante la disponibilità a pagare un canone di mercato.
Anna ha scritto all’Amministrazione capitolina lo scorso anno per essere aiutata nella ricerca, senza ricevere risposta.
La speranza è che questo appello alla nuova Sub Commissario Clara Vaccaro, delegata per le politiche sociali e abitative, raccolga un numero ampio e qualificato di sottoscrizioni, così da indurla a trovare una casa ad Anna nella propria città natale, dove comporre le ultime opere della sua sofferta, ma piena e vitale esistenza.
Qui un articolo su L’INDRO a firma di Giuliano Compagno che racconta questa storia, emblematica di una società oramai priva di valori comunitari e attenzione alla cultura
http://www.lindro.it/una-casa-per-anna-cascella-luciani/

Dialoghi – Antonella Taravella e Daniela Montella – parte seconda


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Quello che vi presentiamo oggi è la seconda parte di un lavoro poetico poco convenzionale.
Uno scambio poetico-epistolare, nato dall’intesa profonda fra me e Daniela Montella, che ci ha portate a scambiarci e ricambiarci frasi, versi e parole fino a fonderle in qualcosa di unico. In questi versi ci siamo unite, perse e ritrovate tantissime volte. Buona lettura!

La prima parte: https://wordsocialforum.com/2014/11/20/dialoghi-antonella-taravella-e-daniela-montella/

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XIV

I tuoi sguardi sono colmi di linee oscure
tutto tace di fronte al tuo nettare
alla mia preghiera sottotono
mi scuoti l’impossibile
a braccia tese mi degrigni addosso
l’invasione della tua lingua
chiostri e braci insane
e di tutto quello che non siamo, diventeremo.

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The Danish Girl – Recensione di Alba Gnazi


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Sono gli occhi verdi, il primo colpo allo stomaco.
Le tinte predominano in varie combinazioni, sfumate o violente, con la pietà tipica del colore che si adegua allo sguardo: loro intere, concentrate; non come certi sguardi di noia o furia, o di malgarbo. Il malgarbo è intollerante indifferenza, la malmostosa certezza di una supposta superiorità. E’ l’interruzione senza rimedio di ogni possibilità di avvicinamento.

I timbri del blu creano partiture a sé stanti. Bisogna lasciarsi cullare dal blu, lasciarsi sorprendere, lasciarsi affrescare dalle sue dita come una parete che da troppo non muta.

Gerda scivola sottopelle.
E’ madre e amante, amica e nutrice: lei ama. Ama.

Gerda ha scelto da che parte stare: e difende la sua scelta anche da se stessa, anche quando lotta con ”quegli” occhi barbari e angelici per riappropriarsi del suo fiato – vivo in quello di Einar, l’uomo della sua vita: la donna della sua vita: Lili: polo magnetico che tutto riunisce, e che passa attraverso Gerda.
Terribile, confusa, tenerissima Lili: intatta anche lei, come un blu radicato dove il fiordo arretra in filo-oceano, ricca di due certezze: la sua palude, femminino plumbeo che la convoca da ogni quadro e Gerda, che per prima l’ha vista.

Il profumo francese è una pioggia che si assapora, che avvince. E I corpi esposti, protratti nelle penombre; i quadri ammiccanti, le bocche umide, le mani sinuose, gli occhi. Gli occhi.

Poi le città, micromondi che si perdono nella vastità di ”quel” rapporto, della partecipazione, dell’empatia circolare; di quell’amore estremo consumato fino in fondo e fino in fondo integro, quasi sovrannaturale e totalmente umano in atti e intenzioni.

(Altro non dirò, ché troppo ho detto. Al cinema eravamo quattro gatti: anche per questo ne è valsa la pena. E’ stato mio ogni attimo, senza intromissioni di sorta.)

di Alba Gnazi

I consigli cineletterari di WSF


Libri 

Norwegian Wood – Haruki Murakami 

Scritto quasi tutto durante la permanenza a Roma del suo autore, “Norwegian Wood” è uno di quei romanzi-simbolo di una generazione, una di quelle letture obbligate che prima o poi ogni lettore accanito degno di questo nome incontra sulla sua strada; uno dei primi romanzi della narrativa giapponese contemporanea che si discosta completamente dalla tradizione e si apre al pubblico internazionale, appassionando lettori da tutto il mondo. Un romanzo di formazione tenero e austero, dolce e terribile come l’inesorabilità del tempo che passa per il protagonista che, in una serie di lunghi flashback, ci racconta della sua vita con discrezione, a bassa voce, come se ci stesse confidando un segreto all’orecchio. Da leggere e far leggere.

Quella Luce negli occhi – Bennet Sims

Zombie e filosofia. così possiamo riassumere l’esordio letterario di Bennet Sims. Un opera particolare e affascinante che getta una nuova luce sul genere zombie.
Sono lontani infatti i vaganti di TWD, in questo libro non è il sangue a parlare, ma le emozioni. La perdita, il passare del tempo, l’abitudine; una lettura potente e non banale che può accompagnare i nostri momenti di relax

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Il bazar dei brutti sogni – Stephen King

Una raccolta di racconti, alcuni dei quali completamente inediti, accompagnati da una serie di commenti autobiografici, ricchi di aneddotti, storie, rivelazioni sulle circostanze che lo hanno portato a scriverli.

Attenti alla lama, avverte King introducendo una delle venti storie che sono raccolte qui. E ha ragione. La lama è sempre presente, qualunque sia lo stile che Stephen King sceglie. Si tratti dell’antica zampata con cui si apre il libro, in Miglio 81 (macchine assassine, avete presente?), o della struggente bellezza del racconto di chiusura, Tuono estivo (un post-apocalittico, come L’ombra dello scorpione, con un guizzo di rivolta che non si spegne neanche con la vecchiaia). Venti storie che toccano tutta la gamma delle emozioni, come King sa fare: l’ironia, la ferocia, la malinconia, l’amore. E la paura, certo. Vi spaventerete per un bambino cattivo che uccide e per piccoli demoni che si nutrono del dolore. Vi interrogherete sulla vita dopo la morte (e se il purgatorio fosse un ufficio polveroso? Se l’angelo delle tenebre fosse un bellissimo ragazzo?); imparerete a temere anziani giudici in grado di prevedere la scomparsa degli altri e giornalisti di gossip in grado di provocarla. Uomini in soprabito giallo vi attenderanno in salotto e anziani pastori tenteranno la vostra onestà, mentre da qualche parte nelle terre selvagge uno sceriffo si interrogherà sulla giustizia. King usa tutti i tasti che conoscete, e qualcuno in più: perché, come sanno due anziani poeti impotenti davanti a una tragedia, solo la scrittura riesce a parlare la lingua di Dio, e a consolarci dei nostri dolori. A questo servono i sogni, del resto. Anche quelli brutti. Soprattutto quelli brutti.
Film

Dark Shadows

Barnabas Collins è un giovane ricco, bello e innamorato nell’America coloniale che viene trasformato in vampiro e sepolto vivo per duecento anni; dopo la sua accidentale liberazione viene catapultato in un’America moderna e coloratissima, così diversa dai suoi abiti lugubri e il suo vivere di notte. I contrasti alla Burton (come i colori dei vivi e il solenne nero del vampiro, l’antico mondo e quello nuovo, la magia di un tempo schiacciata dall’inquietante modernità del nuovo secolo) si sprecano, e lo stra abusato duo Johnny Depp – Helena Bonham Carter si propone per l’ennesima volta, ma il film in sé è molto più godibile di altri lavori del regista. Anzi, si può dire che Dark Shadows è uno dei lungometraggi più “Burtoniani” di tutti, e si propone come una favola gotica estremamente godibile. Un plauso alle splendide Michelle Pfeiffer ed Eva Green che ravvivano il cast brillando di luce propria, e uno al cameo di Alice Cooper, di cui si può apprezzare l’indiscutibile autoironia.

Abre los ojos

“Abre los ojos”, l’originale film spagnolo da cui è stato tratto il remake del più famoso “Vanilla sky” con Tom Cruise, è un must see per tutti, non solo i fan del cinema europeo. Questo, a differenza del remake
americano, ha una scrittura più lineare e convincente e coinvolge con un montaggio più diretto. È distante anni luce dallo stile cinematografico moderno (sia americano che europeo), ma è un onesto tentativo di cinema che basa la sua riuscita più su una storia solida che sull’effetto speciale e, per certi versi, quasi filosofico.

Don Jon

La vita di Don Jon è segnata dalle stesse abitudini: casa, palestra, domenica in chiesa e poi il pranzo di famiglia, l’uscita con gli amici, un’eventuale ragazza, il tutto condito da una continua visione di film pornografici. La stessa routine viene scandita giorno dopo giorno dagli stessi rituali, infranti dall’incontro con una ragazza che tenta di attirarlo in una rete infinita di cambiamenti sempre più grandi fino a sconvolgergli la vita. È difficile riuscire a parlare di questo film senza entrare nei dettagli e senza svelare il finale; basti dire che “Don Jon” è un film dal ritmo veloce e dalla narrazione estremamente intelligente. Molto consigliato, specialmente per la leggerezza con cui riesce ad affrontare argomenti “tabù” semza prendersi troppo sul serio e senza cadere mai nel ridicolo. Da vedere con tutti, tranne magari con vostra madre.

Telefilm 

In The Flesh 

Protagonista di questa deliziosa miniserie britannica è Kieren Walker, un giovane suicida che “torna” da zombie (o meglio, da soggetto affetto dalla Sindrome del Parzialmente Morto) e, una volta guarito dalla sua sete di sangue e cervelli, è costretto ad affrontare i resti di quella vita da cui aveva cercato di scappare, oltre ad una serie di nuovi problemi dovuti alla sua condizione. La bellezza di questa serie sta tutta nello sfruttare un argomento abusato come quello degli zombie in una veste completamente nuova, usandola come metafora per spiegare le conseguenze del razzismo e della discriminazione in ogni loro forma. La serie è composta da due stagioni di tre e sei puntate, e non è stata rinnovata (salvo forse un salvataggio in extremis da parte di Netflix); ma le nove puntate a disposizione sono molto interessanti e meritano una visione, possibilmente in lingua originale per gustarsi l’accento 100% british del cast.

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Aquarius

Dopo Californication, ecco David Duchovny nelle vesti di un sergente di polizia.
Siamo nel 1967 il sergente di polizia Sam Hodiak e il suo partner Brian Shafe iniziano ad indagare sulla scomparsa di una ragazza, Emma, figlia di una sua ex. Le loro indagini sotto copertura li conducono a Charles Manson, un musicista, leader di un piccolo culto in cerca di ragazze vulnerabili. Inizia un gioco al gatto e al topo tra la polizia e Manson, che condurrà ai brutali omicidi che resero celebre Charles Manson.

L’autobiografia fatta romanzo nel XX/XXI secolo: Proust, Knausgård e lo strano caso di JT Leroy


I romanzi sono, spesso, racconti distorti della realtà degli autori, o del loro modo di interpretare la propria vita. Anche i romanzi di fantasia a volte prendono spunto da fatti realmente avvenuti agli autori, che decidono di raccontarli attraverso i loro personaggi. Non è sempre così, ovviamente: la maggior parte delle volte in cui la narrativa è narrativa, a prescindere dal genere letterario, ed è tutto inventato di sana pianta dagli autori; ma ci sono volte in cui gli autori decidono di trasformare la propria vita in un romanzo. A volte magari per sfogo, altre volte come esercizio stilistico, o semplicemente perché si può.

L’ultimo esempio in ordine di pubblicazione e il primo per fama è la saga “La mia lotta” di Karl Ove Knausgård, autore norvegese che ha diviso la propria vita in sei romanzi – di cui due pubblicati anni fa in Italia e riproposti nella loro interezza negli ultimi anni. La particolarità dei romanzi di Knausgård non sta nello stile in cui sono presentati o per dettagli particolarmente crudi e cruenti della sua vita, quanto per l’assoluta, brutale onestà con cui racconta la propria storia senza censurarsi in nessun modo. Knausgård non risparmia dettagli della vita privata sua o quella dei suoi cari, senza cambiare neanche un nome né un fatto: tanto che racconta senza problemi della sua vita matrimoniale e della sua storia extraconiugale, avvenuta all’insaputa della moglie (almeno fino alla pubblicazione).

Un’altra serie autobiografica meno nota, ma assolutamente meravigliosa e degna di ogni nota, è quella de “I Melrose” scritta da Edward St. Aubyn che racconta la propria infanzia disperata alla mercé di un padre pedofilo, crudele, distruttivo, dedito solo al lusso sfrenato, dolorosamente lontana da una madre ricchissima e alcolizzata, seguita dal racconto dettagliato della propria tossicodipendenza e dai propri tentativi di autodistruzione e crescita personale. L’intera serie di St. Aubyn è vera fino all’ultimo rigo, spietata e crudele come la vita dell’autore che, forse in un iniziale istinto di pudore, ha cambiato tutti i nomi dei protagonisti della storia, incluso il proprio. Così finiamo col seguire i passi di Edward/Patrick (o forse seguiamo Edward che segue Patrick lungo la propria storia, ricostruendola una parola alla volta) credendo di avere a che fare con un romanzo davvero ben scritto, e ricordandoci solo ogni tanto, con una fitta di empatia e dispiacere, che l’intera storia si è svolta nel mondo reale.

Questi due esempi citati sono rappresentati della nuova frontiera del romanzo autobiografico, che come genere ha origini molto più antiche ma ha visto il suo sviluppo e apice ai primi del novecento; un po’ per l’evoluzione naturale dello stile letterario, un po’ per le nuove frontiere filosofiche del ‘900 che vedevano l’uomo al centro del pensiero, e rendevano naturale lo svilupparsi di un genere che mettesse sotto i riflettori la vita umana in tutte le sue sfaccettature. Tuttavia ci sono delle precisazioni da fare: se quelli di Knausgård e St Aubyn sono romanzi autobiografici nel senso più autentico del termine, ovvero romanzi che parlano della vita dell’autore così com’è avvenuta, gli antenati del romanzo autobiografico dell’inizio del secolo scorso sdoganano lo stile senza però parlare dell’autore in sé, ma di un personaggio inventato trattato come reale. Fra alcuni degli esempi più famosi e consigliati su questi schermi ci sono il celebre “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, forse il primo e più clamoroso caso di romanzo autobiografico nella storia della letteratura; Proust racconta vita, morte e miracoli di un singolo individuo narrati quasi passo dopo passo, come se si trattasse di sé – ma non essendolo. Perché, per quanto la Recherche possa sembrare autobiografico, non lo è come lo sono le opere sovracitate. Il confine fra verità e finzione è sottilissimo, ma c’è. Anche alcuni dei romanzi di Amelie Nothomb, come il celebre, “Biografia della fame”, o il famoso “Delta di venere” di Anaïs Nin, possono essere accostati a questo stile per il modo in cui la un episodio più o meno centrale della loro vita (l’anoressia della Nothomb o la vita sessuale della Nin) sia stato trasposto fedelmente su carta.

Il dettaglio davvero importante degli esempi citati come realmente autobiografici, però, è che anche se fossero inventati di sana pianta sarebbero considerati altrettanto belli e indispensabili da leggere; la consapevolezza della realtà dietro la storia permea questi libri di una visione diversa, ma non più o meno forte di quanto lo sarebbe stata di fronte ad un’opera di fantasia. L’importante è mantenere fede alla promessa della verità: uno scrittore non è in sé un bugiardo, a meno che non inventi storie di sana pianta giurando che siano avvenute davvero. Non è fondamentale che una storia sia vera o meno, ma la promessa fatta dall’autore lo è: godersi una storia vera o inventata che sia diventa godibile solo una volta che le regole sono state rispettate. Io, lettore, posso lasciarmi andare alla verosimiglianza della tua storia inventata o interessarmi a te autore, se mi dici che la storia che stai raccontando ti è successa davvero.

Questa premessa è necessaria perché, a questo punto, è impossibile non citare la saga/farsa di JT Leroy, nome di fantasia di Laura Albert. Se Knausgård e St. Aubyn hanno messo la propria storia prima della propria persona, con JT Leroy è avvenuto esattamente il contrario: esisteva prima il personaggio abusato, con la madre tossicodipendente e una serie di patrigni uno peggio dell’altro, pieno di disturbi emotivi e comportamentali, e poi i racconti della sua vita, raccolti in romanzi brevi che reggevano unicamente sulla certezza della loro veridicità. La sua storia di riscatto attraverso l’arte e la scrittura ha avuto un tale successo da farlo diventare un personaggio internazionale, tradotto e venduto in tutto il mondo; talmente noto da vedersi produrre un film sulla sua vita diretto e interpretato da Asia Argento. Quando si è scoperto che dietro il ragazzino figlio di una prostituta dall’infanzia traumatica e infernale si nascondeva Laura Albert (che non si riteneva abbastanza interessante per farsi notare da qualche editore e una propensione patologica alle bugie), JT Leroy e la sua fama internazionale sono crollati come un castello di carte. Dopo aver superato lo scandalo ed essere stata condannata per frode Laura Albert ha pubblicato un nuovo romanzo, ancora inedito in Italia, e passato quasi in sordina in America.

Ps: durante lo scandalo Leroy, Asia Argento fu accusata di essere a conoscenza della vera identità di Leroy, e di aver taciuto per non vedersi sfumare la possibilità di girare un film in America – cosa che poi, però, le ha impedito di farne altri. Ma questa è un’altra storia.

“Body worlds” di Gunter Von Hagen


 

7ec70ae8fb3758d66b6bdc4a1a90a823Il “Body worlds” di Gunter Von Hagen sbarca ai Magazzini del Cotone di Genova. La mostra seguita da quaranta milioni di visitatori nel mondo, approda per la prima volta sulle coste liguri, regalandoci centosessanta opere disposte in sezioni anatomicamente dedicate. Insieme alle dissezioni degli organi troviamo corpi modellati in posizioni dinamiche di difficile riproducibilità, che ci lasciano pensierosi e affascinati dietro alle teche di vetro che li contengono.

Una retrospettiva questa che ha come percorso tematico il funzionamento del sistema cardiovascolare, il cuore e le numerose  malattie a cui il nostro organismo può essere soggetto.

Un’occasione unica per vedere da vicino cosa si nasconde sotto alla nostra pelle e quali sono le possibili cause di degenerazione e malattia dei nostri organi.

Le stanze sono suddivise secondo un preciso percorso tematico, che si apre su una pila di barili color rosso, (rappresentazione dei settemila litri che il nostro cuore pompa ogni giorno) per concludersi nella sala dedicata agli embrioni e ai feti.

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L’esibizione curata da Angelina Whalley, ci permette di osservare vere e proprie parti del nostro organismo grazie al processo della plastinazione. Una tecnica brevettata da Von Hagen nel 1977 con lo scopo di conservare il corpo umano attraverso la  sostituzione dei liquidi con polimeri di silicone. Una produzione meticolosa e lunghissima che occupa circa 1500 ore di lavoro e un anno di tempo prima che l’opera si possa dire “solidificata”.

Da qui è possibile partire per capire la bellezza del nuovo “uomo vitruviano”, della ”pattinatrice sul ghiaccio” e del giovane “giocatore di scacchi”; la dinamicità delle figure in movimento sovrappone la sfera artistica a quella puramente scientifica in un percorso visuale di macabra bellezza.

La parte forse più interessante e particolare culmina nella rappresentazione minuziosa di vene e arterie, capillari e arteriole che riproducono fedelmente la forma dell’arto privo di tendini e muscoli.

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Un viaggio interiore e cannibalico, che porta la morale su un nuovo livello, visivo e spaziale, dove gli interrogativi esistenziali si moltiplicano. Ma proprio mentre noi ci chiediamo se sia la vita la grande eccezione nella normalità della morte, tornano alla memoria le parole de il viaggio di Baudelaire. Che con candore pare dirci:

Cadere al fondo dell’abisso, Inferno o Cielo che importa?

In fondo all’Ignoto per trovare del nuovo!”

Christian Humouda