La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella

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Perché dovreste leggere Oriana Fallaci (lasciando da parte l’Islam)


Da quando ci sono stati gli attentati a Parigi, tre cose hanno dilagato sui social network: la bandiera francese, la scritta “Pray for Paris” e le citazioni di Oriana Fallaci, opportunamente raccolte da Wikiquote (che per l’occasione deve aver registrato un record di visite). Ipocrisia a parte, Oriana Fallaci è stata recentemente rivalutata solo per l’ultima parte della sua produzione letteraria – la più discutibile e la meno coinvolgente di tutta la sua bibliografia. Visto che sono stanca di veder uscire libri dell’ultimo minuto sulla Fallaci e l’Islam, messi su alla bell’e meglio da editoroni che vogliono sfruttare l’onda politico/intellettuale del momento per far cassa, ho pensato di spiegare qui perché Oriana Fallaci andrebbe letta a prescindere dall’Islam – anzi, dimenticandoselo totalmente. Perché prima di tutto era una giornalista, e prima ancora di essere una giornalista era una scrittrice brava, capace, caparbia, intelligente, con una grande proprietà di linguaggio e molte cose da raccontare. Ha avuto una vita molto più intensa di qualunque suo improvvisato detrattore da salotto o ammiratore da “copincolla” su Facebook. Ha partecipato alla Resistenza ancora piccola e ricevuto un riconoscimento dall’Esercito Italiano a quattordici anni, età in cui la cosa più azzardata che avessi fatto io fu tingermi i capelli di blu; è stata la prima donna italiana inviata al fronte come inviata speciale; è stata la prima a sostenere che l’omicidio di Pasolini avesse un movente politico; fu creduta morta durante il massacro di Tlatelonco e si risvegliò in obitorio; si innamorò dell’anarchico greco Alexandros Panagulis e per affrontare il dolore della sua morte scrisse “Un Uomo”, che è tuttora uno dei libri più belli che la letteratura italiana possa offrire (secondo il mio immodesto parere).

E faceva un caldo atroce quel mercoledì 5 maggio 1976, il puzzo dei petali cotti appestava, mi toglieva il respiro quanto la certezza che tutto ciò non sarebbe durato che un giorno, poi il ruggito si sarebbe spento, il dolore si sarebbe dissolto nell’indifferenza, la rabbia nell’ubbidienza, e le acque si sarebbero placate morbide molli obliose sul gorgo della tua nave affondata: il Potere avrebbe vinto ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, cade sempre per risorgere dalle sue ceneri, magari credi di averlo abbattuto con una rivoluzione o un macello che chiamano rivoluzione e invece rieccolo, intatto, diverso nel colore e basta, qua nero, là rosso, o giallo o verde o viola, mentre il popolo accetta o subisce o si adegua.

Fra i suoi libri da leggere indipendentemente dall’Islam e dalla sua (e vostra) opinione a riguardo c’è appunto “Un Uomo” che primeggia fra tutti: è un romanzo straziante, intenso, innamorato e folle che andrebbe letto a prescindere da tutto. Da ogni pagina, ogni parola, si evince l’amore folle che la legava a Panagulis e come si sia aggrappata alla sua scrittura per sopravvivere al lutto. Se la letteratura che vale non è viscerale, tormentata, piena di amore e dolore fusi insieme a creare un’unica creatura che fa piangere per bellezza e intensità, cos’è? E cos’è che al giorno d’oggi merita una lettura, se non un accorato appello all’amore e all’essere umano? La Fallaci aveva in sé il talento del trasporre la propria passione su quella, ed è il motivo per cui si deve leggere la sua opera: per farsi trascinare.

“Niente e così sia” e “Se il sole muore” sono due riflessioni vere, vissute dalla Fallaci in prima persona, sulla guerra e sui viaggi nello spazio: sulla follia dell’uomo in terra e sulla sua ossessione di andare altrove, lontano da sé stesso e dai propri mostri. “I sette peccati di Hollywood”, il primo esperimento di giornalismo letterario della Fallaci sulle luci e le ombre del mondo dei divi (e sull’incapacità di incontrare Marilyn Monroe) con una prefazione di Orson Welles. “Il sesso inutile”, un reportage sulla condizione delle donne in ogni parte del mondo vissute in prima persona da una donna, e da lei raccontate a uomini e donne; uno spunto di riflessione tuttora inutile, visto che la Fallaci è ancora considerata una “stronza” per lati del carattere che, in un uomo, sarebbero stati tollerati, se non esaltati (e non è retorica spicciola, questa: è la pura verità, e paventarsi dietro un misero “ma siamo nel 2016, ci siamo evoluti” non cambierà le cose)(per la cronaca: NO, non ci siamo evoluti). Sullo stesso argomento, a chi può interessare, andrebbe letto anche “Penelope alla guerra”. In ultimo c’è “Inshallah”, il suo romanzo più lungo concentrato sulla vita, la morte e l’assoluta anarchia che regnano in tempo e terra di guerra – l’ultimo lavoro prima della pausa fra la sua produzione letteraria e giornalistica e i libri pubblicati dopo l’attentato dell’11 settembre. Da quel momento in poi la sua fama è cambiata radicalmente e oggi viene ricordata per quel solo periodo della sua produzione letteraria, offuscando del tutto i suoi lavori precedenti che andrebbero ricordati non per l’opinione personale di chi li ha scritti ma per i capolavori della letteratura italiana che sono tutt’oggi.

Daniela Montella 

Ti confesso Sylvia Plath


2Sylvia Plath è stata, di sicuro, una delle più grandi voci poetiche del novecento anglofono. Quando, all’età di trent’anni, decise di togliersi la vita, era già conosciuta nell’ambiente letterario e molti lettori vedevano nei suoi singolari versi il tentativo di mettere a nudo la propria disperazione, le emozioni violente, l’ossessione della morte.
Joyce Carol Oates così la definisce nel New York Times Book Review: “One of the most celebrated and controversial of postwar poets” (Una delle più controverse figure poetiche del dopoguerra)
Assieme ad Anne Sexton, Sylvia Plath contribuisce allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass, negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta e Sessanta.
I poeti definiti confessionalisti si ispirano al proprio vissuto personale, spesso sede di loro traumi, e ne fanno centro di esplorazione, fonte di intensità per i loro testi.
Da loro discende l’arte del monologo drammatico di Florence Anthony, la cui visione poetica e i monologhi drammatici gelidi e taglienti hanno dato voce a emarginati, spesso poveri e abusati.
Subito dopo la sua morte, arrivano per la Plath i riconoscimenti critici, l’attenzione sempre più ampia e una sorte di culto, accanto ad una vera e propria caccia all’inedito.
3La campana di vetro”, The Bell Jar, pubblicato nel 1963 un mese prima della sua morte, e “Johnny Panic e la Bibbia dei Sogni”, sono tra le sue opere più importanti, benchè lei stessa fosse più concentrata a ricamarsi il ruolo di poetessa che di narratrice.
La campana di vetro”, scritta sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, è l’opera più matura dell’autrice. Fu pubblicata un mese prima della sua morte, quando la scrittrice preparò due fette di pane e burro e due tazze di latte per i bambini prima di sigillare porte e finestre e infilare la testa nel forno a gas. Tutte le altre opere sono postume, con l’eccezione della raccolta di versi The Colossus (Il Colosso), apparsa a Londra nel ’60 e a New York nel ’62.
Nella campana di vetro e in larga misura in tutta la sua poesia, la Plath esercita fin dall’inizio la capacità di analisi di sé, lo scandaglio di un’autocoscienza che la induce ad una continua esplorazione fondamentale e lucidamente tormentata. Certo, la sua indagine sulla natura e sull’individuo riflette un senso costante di solitudine e la minaccia reiterata dello estraniamento; nondimeno, la rappresentazione affonda nella realtà quotidiana.
E’ il caso dell’evocazione della fanciullezza e dell’adolescenza nelle sue varie facce. Si pensi a uno dei suoi racconti più significativi, Ocean 1212-W.
Il paesaggio della mia infanzia non è stato la terra ma la fine della terra: le mobili colline fredde e salate dell’atlantico. A volte penso che l’immagine del mare sia la cosa più netta e sicura che possiedo. la raccolgo, esule quale sono, come i sassi “portafortuna” di cui facevo collezione da piccola, viola con un anello bianco tutto intorno, o come il guscio blu di una cozza con l’interno iridato che sembra l’unghia di un angelo; e sotto l’onda del ricordo i colori diventano più intensi e splendenti, il mondo dell’inizio respira. il respiro, è questa la prima cosa. Qualcosa respira. sono io? È mia madre? no, è qualcos’altro, qualcosa di più vasto, più lontano, più grave, più stanco. dietro le palpebre chiuse, mi lascio galleggiare; sono un piccolo marinaio, che assaggia il tempo che farà: colpi di maglio contro il muro frangiflutti, una mitragliata di spruzzi sui valorosi gerani di mia madre, o l’ipnotico sciabordio di una pozza lasciata dalla marea, simile a uno specchio; ai bordi, l’acqua smuove pigramente, delicatamente, i sassolini di quarzo, una dama che accarezza i gioielli. poteva esserci un sibilo di pioggia contro il vetro della finestra, o un vento che sospirando suonava le assi della casa come tasti di un pianoforte. Io non mi lasciavo ingannare. Il pulsare materno del mare si faceva beffe di tali contraffazioni. Come una donna scaltra, molto nascondeva; aveva molte facce, molti veli, delicati, terribili. Parlava di miracoli e di lontananze; se sapeva corteggiare, sapeva anche uccidere.”
E più oltre:
Il respiro del mare, dunque. E poi, le sue luci. Che fosse un gigantesco radioso animale? perfino a occhi chiusi sentivo i riflessi luccicanti dei suoi specchi muoversi come ragni sulle palpebre. giacevo in una culla acquea, e bagliori marini, trovate le fessure degli avvolgibili verde scuro, giocavano e danzavano, oppure sostavano tremolando appena
Così, Ocean 1212-W rappresenta il rito di passaggio, dall’infanzia alla scoperta del sé, dall’esistenza alla poesia. L’incontro con l’oceano è il sigillo dell’infanzia, la morte del padre. Le onde, i movimenti marini, riflettono la dialettica padre-madre, la superano e traghettano la poetessa verso la sua identità di donna e poeta. La madre diviene il movimento dell’acqua, il padre il fondale che sostiene l’acqua, il punto stabile, il letto dove dormono senza pace gli annegati. 4
In Full Fathom Five,  il padre assume i connotati di un dio nascosto e marino:
Per miglia
si stendono i mannelli a raggiera
dei tuoi capelli sparsi, nelle cui matasse increspate
annodato, impigliato, sopravvive
l’antico mito di origini
inimmaginabili


…sebbene da quei segni di morte, sedimentati sul fondo, trae forza.

Dalla vita in giù, forse tu attorci
un unico viluppo labirintico
per radicarti a fondo tra falangi, tibie,
teschi

Ed ancora:

Come si aggrappano a noi sempre e ovunque, come
li abbiamo incrostati addosso questi morti!” – All the Dead Dears
I morti non hanno mai pace” direbbe Sylvia Plath “ riaccendono costantemente il loro dramma nei vivi
un dio gelido, un dio delle ombre
che sale dai suoi neri abissi” – Ouija

L’acqua, la mente, la rinascita che comporta l’oltrepassare la morte: la vittoria sull’immobilità. In quest’ottica ha grande importanza Poem for a Birthday, un poemetto diviso in sette sezioni, ambientato nel mese di ottobre, stagione della semina, dell’inverno che avanza, del buio, di ciò che verrà seppellito sotto la coltre del gelo e del freddo.

The month of flowering’s finished. The fruit’s in,
Eaten or rotten. I am all mouth.
October’s the month for storage.
The shed’s fusty as a mummy’s stomach:
Old tools, handles and rusty tusks.
I am at home here among the dead heads.

Il mese della fioritura è finito. Il frutto è colto
mangiato o marcito. Io sono tutta bocca.
e Ottobre, il mese dell’accumulo
Il capanno sa di muffa come lo stomaco di una mamma:
strumenti vecchi, maniglie e zanne.
Qui sono a casa tra le teste dei morti.

L’atmosfera annuncia il deperimento, le immagini teriomorfe e più in là:
Let me sit in a flowerpot,
The spiders won’t notice.
My heart is a stopped geranium.
If only the wind would leave my lungs alone.
………..
O the beauty of usage!
The orange pumpkins have no eyes.
These halls are full of women who think they are birds.

This is a dull school.
I am a root, a stone, an owl pellet,
Without dreams of any sort.

Fatemi sedere in un vaso
il ragno non se ne accorgerà
Il mio cuore è un geranio addormentato
se solo il vento non disturbasse i miei polmoni
……….
Oh, bellezza dell’usato
Le zucche non hanno occhi
Le sale piene di donne che si credono uccelli
Questa scuola è stupida
E io ne sono la radice, la pietra, il bolo del gufo
Senza più sogni di alcun tipo

 

L’unica preghiera è a sua madre:
Mother, you are the one mouth
I would be a tongue to. Mother of otherness
Eat me.

Madre, tu sei l’unica bocca
di cui vorrei essere lingua. Madre dell’alterità,
mangiami.

In questi versi abbiamo la dissacrazione dell’essere della poetessa, l’invito, rivolto alla madre, ad un atto di cannibalismo, un ritorno all’utero che protegge e nutre, al buio per una luce diversa (?)
La poesia di Sylvia Plath sa essere poesia alchemica e se qui troviamo la voglia di morte della materia, in altri versi non mancherà l’esistenza che si svela con il tempo e il sangue, mentre il tumulto della vita sarà inevitabile e al rosso dei tulipani si opporrà sempre un bianco, la resurrezione.

I tulipani sono troppo eccitabili, e’ inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l’una all’altra,
cosi’ che e’ impossibile dire quante siano.
……………
Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi –
la pace e’ cosi’ grande che abbaglia,
non chiede nulla, un’etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un’ostia da Comunione.

I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.

Questa poesia, I Tulipani, fu ispirata dall’esperienza ospedaliera, conseguente ad un ricovero, che Sylvia Plath subì per essere sottoposta ad una brutta appendicectomia. La compose quasi a voler scrivere una lettera urgente. Da allora in poi tutte le sue poesie furono scritte in questo modo e il tempo che le restò da vivere non fu esagerato.
La perfezione sarebbe arrivata presto, troppo presto.

Nel suo ultimo testo testamento, Edge, orlo, limite, punto estremo e pericoloso di approdo, ma anche forse di un inizio diverso, di una rinascita perseguita in tutta la sua poesia ed ora urgente, la scelta improrogabile disperata: il suicidio.

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

Un suicidio annunciato in Lady Lazarus, poesia indirizzata ad una persona sconosciuta, forse a se stessa, il cui inizio dirompente non lascia spazio a interpretazioni, tanto brutale e diretta nel suo significato.

I have done it again – L’ho rifatto.

Una morte da cui risorge per poi considerarsi Lazarus “ a walking miracle” un miracolo ambulante. Ma chi è il nemico?

Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? –
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.

Lady Lazarus” non è una poesia confessionale scritta con l’intento di comunicare sentimenti deprimenti, ma è soprattutto una denuncia contro la potenza della figura maschile che usurpa la creatività delle donne e che lei contrasterà con la sua rinascita. Lady Lazarus sa che “Herr Doktor” reclamerà il suo corpo e i suoi resti, dopo averla condotta al suicidio, ma nonostante ciò lei risorgerà e mangerà uomini come fossero aria di vento.

5

Eh sì, Herr Doktor.

Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.

Sono il vostro gioiello,

Creatura d’oro puro

Che a uno strillo si liquefà.

Io mi rigiro e brucio.

Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere –

Voi attizzate e frugate.

Carne, ossa, non ne trovate –

Un pezzo di sapone,

Una fede nuziale,

Una protesi dentale.

Herr dio, Herr Lucifero,

Attento.

Attento.

Dalla cenere io rivengo

Con le mie rosse chiome

E mangio uomini come aria di vento.

L’immagine dell’olocausto: “Herr Dokter”, “Herr Enemy”,”Herr God”, “Herr Lucifer”, “Nazi lampshade”, “Jew linen”. Ma i tedeschi che ignorarono l’olocausto non sono diversi dalla folla

La folla sgranocchiante noccioline

Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede

Quasi un rimprovero ai crudeli umani che non si assumono l’infelicità l’uno dell’altro, un esplorare, un urlo di vita e non semplicemente un mostrare arte nella morte.

Londra, 11 febbraio 1963. Fine!

 

Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Il vecchio Will”


contest

Il vecchio Will di Antonio Del Prete

Era una sera come tante. Dei 10 tavoli all’interno del bar solo 3 erano occupati e al bancone, come al solito, c’erano solo il vecchio Will e la vecchia pazza che abita all’angolo. Il tempo passava lentamente tra una birra e doppio whiskey. A spezzare la monotonia ci pensava, ogni tanto Martin, sparando cazzate sul suo passato.

La nottata sembrava giungere alla sua conclusione. Erano solo le 11 di notte, ma già tutti erano abbastanza sbronzi. Più di tutti il vecchio Will che iniziava a provarci con insistenza con la vecchia pazza. Povero vecchio Will, era l’unica persona del bar per cui provavo un misto di pietà ed affetto. Fu il mio primo cliente quando anni fa aprii questo bar. All’inizio non era così, aveva una vita. Lavorava nello stabilimento della Ford fuori città, aveva una famiglia, una moglie e due bambini. Vestiva sempre con giacca e cravatta da mercato, ma la cosa per cui più andava fiero, era il suo orologio da taschino, un cimelio di famiglia tramandati da generazioni. Il suo declino iniziò quando lo stabilimento della Ford fuori città fu spostato nel sud del paese, lì la manodopera costa meno. Da quel giorno il vecchio Will non si rialzò più, iniziò a frequentare, quasi fosse una seconda casa, il mio bar. La moglie qualche mese dopo lo lasciò e portò con sé i figli, successivamente perse la casa. Ma la cosa che davvero lo distrusse, fu la perdita del suo orologio da taschino. Non gli fu rubato ne lo perse da ubriaco. Semplicemente lo dovette vendere per poter pagare 8 mesi di affitto anticipato in un monolocale vicino la ferrovia, 8 mesi di affitto che ormai erano quasi scaduti. Povero vecchio Will, a guardarlo ora, mentre striscia nel bagno sul retro con la vecchia pazza, non si direbbe che una volta avesse dignità.

Ormai era quasi mezzanotte, Martin e Rich se ne erano andati appena il vecchio Will e la pazza avevano iniziato a darci dentro. Le pareti sono sottili e si sentiva tutto. Stavo per mandar fuori anche il marinai seduto al terzo tavoli quando si aprì la porta del locale. Entrò uno strano individuo con un soprabito marroncino, aveva uno di quei cappelli stile vecchio west che non lasciava intravedere il viso. Da quel poco che si riusciva a scorgere da sotto quel cappello, direi che aveva una carnagione scura. Rimasi a fissare quell’uomo, non mi convinceva molto, non so perché ma non mi fidavo. Si sedette su uno degli sgabelli vicino al bancone.

– Un martini senza ghiaccio-

Disse con un tono di voce diverso da come l’avevo immaginato. Era fermo ma molto pacato.
Servii il martini all’individuo col soprabito, cercando di sbirciale sotto quel cappello. Gli unici particolari in più che notai furono la sua bocca e il suo naso. La bocca era stretta e molto sottile, il naso appuntito e abbastanza grosso. Sorseggiava beatamente il suo martini senza curarsi dei gemiti raccapriccianti che provenivano dal bagno sul retro.

Poco dopo i gemiti cessarono e il vecchio Will uscì dal bagno seguito dalla vecchia pazza. Rimanemmo solo noi quattro all’interno del bar, anche il marinaio era andato via, penso infastidito dai gemiti provenienti dal bagno sul retro.

Il vecchio Will si sedette su uno sgabello e ordinò una birra, la vecchia pazza pagò il conto è andò via
zoppicando.

L’uomo col soprabito aveva finito il suo martini, si accese una sigaretta, alzò lo sguardo e disse:

– Mi dia la birra migliore che ha. – il suo tono di voce cambiò, la pacatezza fu sostituita da un lieve accenno di allegria. Per cosa non lo so, forse il martini aveva fatto effetto.

– Mi dispiace ma abbiamo solo un tipo di birra qui. Se vuole l’allungo con un po’ di whiskey per renderla più forte- risposi.

Gli affari non andavano benissimo. Non avevo soldi per ordinare dei fusti di birra nuovi da quasi un mese. La scusa di allungare la birra col whiskey mi serviva per coprire il sapore disgustoso della birra stantia.

– Vada per la birra allungata al whiskey allora. Ma mi raccomando bella fredda e ne dia una anche al mio amico Will. – rispose.

Rimasi un attimo spaesato. Conoscevo il vecchio Will da anni, e non avevo mai visto quell’uomo con lui, e non mi risultava che Will avesse ancora degli amici dopo la sua decaduta.

Servii la birra allungata al vecchio Will e all’uomo col soprabito, che nel frattempo si erano spostati dal bancone a uno dei tavolini. Più volte con la scusa di lavare i tavolini vicini, ne approfittavo per origliare la conversazione, ma appresi poco e niente. Sentii il vecchio Will raccontare la sua storia e l’uomo col soprabito che rispondeva con tono quasi paterno. Mi misi dietro al bancone e accesi una sigaretta, cercando di capire qualcosa almeno dal labiale, niente.

La loro conversazione andava per le lunghe, ogni tanto vedevo il vecchio Will sgranare gli occhi.

Erano le 2 del mattino quando il vecchio Will si alzò dal tavolino. Si avvicinò al bancone e pagò il conto di entrambi. Lì vidi sul suo viso qualcosa che pensavo non avrei più visto. Il vecchio Will stava sorridendo. Erano anni che non sorrideva. I suoi occhi avevano acquisito una luminosità che non gli avevo mai visto. Mormorò alcune cose su un nuovo inizio e sull’orologio che aveva venduto, non gli diedi peso, era sbronzo. Uscì dal bar.

Guardai verso il tavolino dov’erano seduti. Era vuoto. Non avevo visto l’uomo uscire. Possibile? Neanche a questo diedi peso.

Da quella sera non vidi più il vecchio Will ne l’uomo col soprabito. Mi piace pensare che il vecchio Will abbia avuto la sua rivincita sul mondo, che ora sia di nuovo quell’uomo che anni fa passava nel mio bar con giacca e cravatta, sperando che qualcuno gli chiedesse l’ora, per mostrare, tutto orgoglioso, il suo prezioso orologio in oro.

PRIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

SECONDO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

TERZO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

QUARTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/

QUINTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/11/20/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rita-simonitto-stazioni/

SESTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/12/09/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-francesca-dono-la-cosa/

Confini. Il dove della Poesia Italiana: Daria Menicanti


daria

Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle
donne, alle rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare.

***

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I viaggi telepatici del Colonnello Astrale NOF4 di Bizzarro Bazar


1

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli“, diceva Salgari. Per Mauriac, “lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine“. Entrambi i concetti, il viaggio mentale e la battaglia alla solitudine, sono buone direttive per comprendere la vita e l’opera di NOF4, al secolo Oreste Ferdinando Nannetti.

La vita, non la si decide mai. Ci si illude, se tutto va bene, di controllarne il corso, ma talvolta il timone è guasto fin dall’inizio. La vita toccata in sorte a Oreste Ferdinando Nannetti fu dolorosa: nato a Roma la notte di capodanno del 1927, figlio di Concetta Nannetti e padre ignoto, divenne presto chiaro che non era un bambino come gli altri. Questo significava, all’epoca, una sola destinazione all’orizzonte – il manicomio. Oreste vi entrò per la prima volta a 10 anni, dopo essere stato affidato per tre anni a un istituto di carità. Nel 1948 subì un processo per oltraggio a pubblico ufficiale, ma il giudice lo reputò innocente in quanto incapace di intendere e volere (“vizio totale di mente“); passò poi una decina d’anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà prima di essere definitivamente trasferito a Volterra. Al manicomio di Volterra Oreste arrivò nel momento peggiore, quando nella struttura vigeva ancore un regime carcerario, con tanto di sbarre chiuse a chiave alle finestre e l’ordine di chiamare gli infermieri “guardie”. Le cose cominciarono a cambiare lentamente dopo il 1963, ma il clima poliziesco perdurò, con toni sempre più attenuati, fino all’abbandono dell’ospedale nel 1979 in seguito alla Legge Basaglia. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994, e a riguardarla adesso, questa sua vita, sembra tutta spesa sotto il segno della negazione civile, a partire da quella infamante sigla sul suo certificato di nascita, “NN”, “Non Noto”, dove sarebbe dovuto comparire il nome di suo padre. La vita di un povero figlio di puttana da rimuovere, cancellare, dimenticare. Soltanto un’altra mutazione fallita.
Ma Oreste Ferdinando Nannetti, in barba a tutti, la traccia del suo passaggio l’ha lasciata eccome su questa realtà, incidendola, graffiandola, tagliandola. E scrivendo, per viaggiare con la mente e per combattere la solitudine.

Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo febbrile capolavoro: un mastodontico e immenso “libro graffito” sul muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito venne realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. In seguito Nannetti si mise a “scrivere” in questo modo anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri per 20 centimetri alla sua opera. La sua produzione conta più di 1.600 altri scritti e disegni su carta, incluse diverse cartoline: queste cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari, sono un altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine.

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Prospettive. Omaggio di parole ad Antonio Palmerini


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Antonio Palmerini è un fotografo italiano contemporaneo.
Le sue fotografie mostrano personalità multipla, malinconia, disturbo bipolare, depressione, paranoia e sociopatia.

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Omaggio di Paorole Antonio Palmerini

Sei al di fuori di ogni istinto.
Mi parli. Non dici nulla.
Mi guardi con gli occhi chiusi.
Tocchi senza mani.

Il tuo corpo è una libellula in un sudario di aghi di pino,
leggera e inerte;
vola nel vento, non si libra più.

Una foglia che cade dall’albero,
la linfa ancora fresca,
morta tocca terra.
Sgranata in una coltre di fango
sarà terra d’estate.

Il tuo corpo come il suo
cambierà col mutare delle stagioni
e lo vedo con i miei occhi,
è ancora mio, sei già da un’altra parte.

Di Daniela Montella

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