UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?


La domanda arriva a bruciapelo. No, non può essere. L’ultima volta che ho sofferto di allucinazioni è stato dieci anni fa dopo una giornata di mare. Quella domenica aveva fatto davvero caldo e la sera, nel tentativo di abbassare la temperatura del corpo che bruciava, me la prendevo con dei tonni giganti che saltavano sulle onde e mi mordevano la schiena. Li scacciavo con le mani e gli intimavo di lasciarmi in pace. Poi il buio. Mi ritrovai a letto con un turbante di asciugamani freddi in testa e con addosso lo sguardo attonito di mia moglie. Ma oggi sta per piovere e l’aria è quasi fredda. Non è stagione di allucinazioni. Cerco il tono di voce più basso per rispondere alla domanda. Non so bene di chi. D’istinto mi avvicino alla vetrina piena di dolci.
– Se mi piace lei? In verità mi piace guardare tutte le torte. Ma non posso permettermi di più.
– Già, è vero. Lei non ne può mangiare. Peccato … Scusi, ma dove sta guardando? Sono qua. Mi vede? Allunghi il collo in questa direzione. Ecco, così. Sono proprio io. La caprese. Mi vede adesso? Mi dispiace per lo stato pietoso, ma non riesco a trattenere lo zucchero in cima, quando mi muovo. In più quel farabutto del nuovo proprietario mi ha sbattuta in questo angolo. Come una torta qualsiasi. Povero ignorante, lui non sa chi sono io.
Mi giro ancora e nessuno sul marciapiede di via Condotti. Osservo meglio la vetrina. In effetti lo zucchero a velo si agita, scende dai lati della caprese come una nevicata di inizio stagione.
– Come fa a sapere che non posso mangiare dolci? Non mi sembra di conoscerla. Comunque … Devo scappare. Buona fortuna.
Guardo l’ora. Si è fatto tardi. Non faccio in tempo a tornare a casa. C’è sempre il solito bar all’entrata della metropolitana. Saluto il ragazzo al banco e mi dirigo al bagno. Mi faccio la puntura.

Smanio perché questa giornata di lavoro finisca in fretta. Non vorrei uscire tardi. Ho voglia di fare una passeggiata fino alla pasticceria. Piove e i colori delle torte accendono l’aria di ricordi profumati. Da bambino con la fantasia mi riempivo come un pasticcino e preferivo le creme al limone, al pistacchio, le panne semplici e pralinate, le glasse rosa e caffè e i bignè alla nocciola. Li immaginavo quando pioveva. Mi illudevo che potessero cancellare il grigio delle nuvole e colorare il cielo. Invece adesso è tutto diverso. Se piove perdo la calma. Deve essere colpa della puntura. E’ come se la bassa pressione bloccasse l’insulina da qualche parte nel corpo e non circolasse più.
– Ben ritrovato, signore. Anche oggi va di fretta?
La voce della torta caprese ha qualcosa di graffiante nel tono. A dire il vero non ci capisco nulla di tonalità, di suoni alti o bassi. Né di torte parlanti. Però quelle scaglie di mandorle gettate alla rinfusa in cima alla torta, insieme allo zucchero a velo, fanno slittare le sillabe sul cioccolato spugnoso. Scanso con le dita le gocce di pioggia sulla vetrina.
– Una brutta giornata. Davvero brutta. Zero clienti con questo tempo ed è veramente un caso eccezionale che nessuno passeggi per via Condotti. Quando piove so che non uscirò di qui. Nessuno compra i dolci. A meno che…
– A meno che… cosa?
– A meno che non sia lei a comprarmi. Scusi la sfacciataggine, ma sarei tanto curiosa di vedere la sua cucina. Mi piace fantasticare sulle cucine dei passanti che si fermano a guardare la vetrina.
– Senta, le risparmio la delusione. Ho una cucina triste. I dolci non ci entrano mai.
– C’è sempre una prima volta. E poi sta parlando con la regina delle torte. Dia a retta a me, le farei ritrovare la dolcezza perduta.
– Guardi, mi accontento della vetrina. Non insista. Non mi è concesso di oltrepassare il confine. Non tornerei più indietro.
– Lo so, lo so. Però mi aiuti. Mi porti via di qua.
– Ho detto: non insista.
– Non se ne vada … aspetti.
Saluto con la mano attaccata al vetro. Nell’agitarla provoco l’effetto tergicristallo sulla vetrina. Faccio un mezzo sorriso. Uno intero non mi viene proprio. Mi avvio verso Trinità dei Monti. Imbocco il vicolo. Vado al bar della metropolitana ed entro in bagno. Sempre in ritardo per l’insulina. Nell’istante in cui mi inietto il liquido chiudo gli occhi e penso alla torta caprese, ai suoi fianchi rotondi e regolari, alle sbavature dello zucchero a velo che la ricoprono come una sposa.

La luce nelle sfumature di viola e arancione dopo tre giorni di grigio ha buttato tutti per strada. Me compreso. Mi dirigo spedito verso la solita meta. Il legno liberty della pasticceria del Caffè Greco sembra avere sfumature bionde con questa luce. La vetrina è trasparente, tirata a lucido in maniera impeccabile dopo le piogge. All’interno i dolci sono immobili. Non sono stati spostati dall’ultima volta. L’aria ha l’odore di spensieratezza. Dentro la pasticceria, appena varcata la soglia, vengo investito da profumi di caramello.
– Vorrei quella torta caprese. Proprio quella in vetrina. Mi faccia una confezione regalo, per cortesia.
E’ calato il silenzio. La commessa esegue il lavoro senza alzare gli occhi dal banco. La torta non mi parla, ma deve essere contenta. L’unico rumore è quello della carta che avvolge la caprese e dello sfrigolio del nastro arricciato. So che la torta è felice di vedere il mondo da un’altra prospettiva. Esco con il pacchetto infiocchettato. Mi dirigo al solito bar della metropolitana. Saluto i baristi che ormai mi conoscono e sono simpatici perché non fanno domande. Nemmeno quando mi chiudo in bagno con un pacchetto curato ad arte. Mi siedo sul water. Scarto la regina delle torte.
– E’ tutto qua quello che può offrirmi?
Il tono di voce è deluso, forse a causa delle mandorle arruffate e costrette dentro la carta e dello zucchero a velo diventato giallastro.
– Poteva parlare prima. Fare una proposta. Adesso è tardi.
– Già. E’ l’ora dell’insulina.
– Che ne sa, lei?
– Mica sono scema. Vivo per strada. Provi a contare quanta gente vedo tutti i giorni. Rimango sempre lì, nello stesso angolo per settimane intere. Devo pur ammazzare il tempo. Così ho imparato a leggere gli sguardi di chi mi fissa dalla vetrina. I passanti liberano l’anima quando osservano le torte. Tornano bambini golosi. Pensano di essere soli, di non essere scrutati, di non essere giudicati. E si aprono. Sa quanti clienti come lei ho incontrato? Clienti dagli occhi infuocati di desiderio.
– Che c’entra questo con l’insulina?
– Chi ne fa uso ha occhi speciali, inconfondibili. Come i suoi.
Con la torta sulle ginocchia serrate mi muovo a fatica. Rallento ogni piccolo spostamento per non farla cadere. Prima sentivo una specie di vibrazione e un calore che partivano dalla base del dolce per irradiarsi dal femore in su. Adesso tutto è immobile. Lo zucchero a velo giallastro si è cristallizzato, a formare una scorza dura. La caprese si è ammutolita.
– Faccio questo per lei. Mi ha chiesto di aiutarla. Non resistevo più a vederla in quell’angolo triste della vetrina.
Il bar della metropolitana non è mai stato così silenzioso. I clienti devono essersi dileguati oppure sono andati tutti a chiamare qualcuno perché si preoccupano di me chiuso in bagno. Mi cade dalle mani tremolanti la monodose di insulina. Si deposita tra le scaglie di mandorle della caprese. La torta si gonfia, come se respirasse, per accogliere nell’impasto il mio strumento di tortura. La pasta soffice si allarga per inghiottirlo. Per farlo sparire. Faccio per raccoglierlo prima che sprofondi tra la cioccolata e lo zucchero a velo. Ma la caprese è più scaltra di me. In pochi attimi non ce n’è più traccia. Dileguato, fuso nell’impasto, inglobato nel mare magnum di dolcezza.
– Vuole vendicarsi di me? L’ho liberata da quella pasticceria. Che vuole ancora? Vuole farmela pagare per averla portata qui? In fondo è una torta libera ormai, lontana da quella dannata vetrina. E io voglio condividere con lei questa libertà.
Un fremito, una lieve scossa. Sobbalzo sulla tazza quando qualcuno bussa alla porta. Lo zucchero a velo che precipita ai lati in piccoli tocchetti, formando striature chiare sul marrone scuro del cioccolato. Tiro su la torta in un gesto di protezione, per tutelare la libertà di entrambi. L’insulina è sparita. Bussano con insistenza. Gente nervosa là fuori che non capirebbe. Non c’è più tempo. Faccio l’occhiolino alla caprese, annuso lo zucchero a velo, lo aspiro in grumi e divoro il resto.

di Andrea Mauri

(proposta di Emilia Barbato)

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