“Terra di nessuno”, ovvero per i quindici anni ci si deve passare di Sergio Pasquandrea


Non so se magari è la mezza età. Forse sì, forse no, chi può dirlo. Però, per esempio. qualche tempo fa mi è capitato, quasi per caso, di ascoltare su YouTube il primo, omonimo disco degli Stone Roses. Che è del 1989, quindi all’epoca avevo quattordici anni. Ora, nel 1989 io tutto ascoltavo tranne che gli Stone Roses. Ero uno snob spaventoso, adoravo la musica classica, con brevi sortite nel cantautorato e qualche primo, timido interesse per il jazz (non so se avete presente che cosa significhi cercare di ascoltare jazz in un paesino della provincia pugliese, in era pre-internet, pre-YouTube, pre-filesharing, pre-Amazon, addirittura pre-cd; ecco, prima o poi dovrò scrivere anche di questo). Comunque, degli Stone Roses a malapena conosco il nome, e la loro musica non fa affatto parte, ma manco di striscio, dei miri ricordi d’adolescenza. E, a dirla tutta, gli anni Ottanta li ho sempre considerati il buco nero della nostra storia recente, la fetida cloaca dove marciva tutto il liquame che poi è tracimato negli ultimi venti o venticinque anni. Però, per venire al dunque, ascoltando gli Stone Roses mi veniva uno strano magone, che non era nostalgia, ma piuttosto rimpianto per un altro me stesso. Il me dei quindici-vent’anni, quell’età tremenda in cui si vede tutto e non si capisce nulla, in cui si assorbe tutto come spugne, ci si impregna con una rapidità e un’intensità dolorose (per dire: a quindici anni mi sono letto tutti gli “Ossi di Seppia”, senza capirci quasi nulla, ma imparando tutto a memoria, piantandomi dentro schegge che ancor oggi riaffiorano).

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Tutto ciò per dire come mai, per anni, ho stentato a riascoltare uno dei dischi di De Gregori che pure giudicavo, e giudico, tra i più belli in assoluto. Parlo di “Terra di nessuno” (1987). Non so perché “Terra di nessuno” venga spesso dimenticato, o perlomeno sottovalutato, nella discografia di De Gregori. Forse perché è un po’ schiacciato dal precedente, “Scacchi e tarocchi” (quello di La storia e A Pa’, per capirci), per non parlare di quello prima ancora, che è nientedopodimeno se non sua maestà “Titanic”. Però io ho sempre trovato che sia un’opera affascinante, dai toni perlopiù malinconici nonostante la presenza di almeno due o tre brani allegri. Va anche detto che per un certo periodo, tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta, mi sono ascoltato tutto De Gregori, ma proprio tutto, come un’ossessione. È stato uno di quei casi in cui ci si riconosce in un artista, si identifica il proprio mondo interiore con il suo. Penso di sapere ancor oggi a memoria tutte le canzoni di tutti i suoi dischi, perlomeno fino a “Canzoni d’amore”, del 1992. Poi, come spesso succede per ciò che una volta ci ossessionava, me ne sono staccato: completamente. Per molto tempo, ho stentato a riascoltare “Terra di nessuno”, come un po’ tutto De Gregori. Forse, nel caso specifico, era anche per via delle sonorità, che risentono in modo molto pesante degli anni Ottanta, con tante tastiere e tanto riverbero. Poi, con il sopravvenire dei quarant’anni, con la maturità, ho ripreso un po’. E, come con tante altre cose di quegli anni, mi pare di vederle adesso con meno intensità, ma con più chiarezza.

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“Terra di nessuno” si apre con tre canzoni dall’intonazione, più o meno apertamente, “politica” (per quanto lo possa essere De Gregori, che al contrario di ciò che molti pensano è tutt’altro che un cantautore “politico”). Il canto delle sirene è un inno al viaggio e alla conoscenza, dai toni qua e là quasi biblici, come forse potrebbe scriverlo il sempre amato Bob Dylan (“Non sarà il canto delle sirene, nel girone terrestre, / Ad insegnarci quale ritorno, attraverso alle tempeste, / Quando la bussola si incanta, quando si pianta il motore. / Non sarà il canto delle sirene ad addormentarci il cuore, / Quando l’occhio di Ismaele si affaccia da dietro il sole, / E nella schiuma della nostra scia qualcosa appare e scompare. / Non sarà il canto delle sirene che non ci farà guardare”). Pilota di guerra, ispirato (ma allora mi sa che nemmeno lo sapevo) all’omonimo libro di Antoine de Saint- Exupéry, è la struggente riflessione di un pilota che, dall’alto del suo aereo, “sparge sale sulle ferite delle città”, mentre Capataz è, questa sì, una delle canzoni più esplicitamente politiche del Principe (“Non siamo nati mica ieri, capataz, / Non siamo mica prigionieri / Dentro la stella di questa bella modernità / Non siamo nati mica per morire qua”), una rivendicazione in nome di tutte le “persone che non contano / e invece contano / e si stanno contando già”. Bei tempi, quando ancora ci si poteva credere. Ma poi viene il primo vero, grande capolavoro, il primo montante dritto al cuore: Pane e castagne. Scritto davvero “come una poesia”, è una delle canzoni più intime e notturne mai uscite dalla penna di De Gregori, una visione onirica, insieme triste e dolcissima (“Domani ce lo diranno / Come dobbiamo passare, / Ma c’è una terra di nessuno e ci si deve arrivare”). Ecco, potrei dire un sacco di cose su questa canzone, ma scusate, ogni volta che la ascolto ancor oggi mi vengono i lucciconi agli occhi. Che volete farci. E qui si chiude il lato A (sì, il disco l’ho comprato – e ce l’ho ancora – in LP, e non ho mai voluto ricomprare il CD).
Il lato B si apre con un brano apparentemente spensierato, Nero, che è in realtà un’affilata e sarcastica (e profetica) descrizione dell’immigrazione dai paesi del Terzo Mondo. Datata 1987, e ancora attualissima nel 2015. Poi, ecco, un altro affondo: Mimì sarà (che non è affatto scritta per Mia Martini, come a volte si sente dire, anche se poi, in effetti, lei se ne appropriò). Qui valgono le stesse considerazioni appena fatte per Pane e castagne: è una di quelle canzoni delle quali non riesco a parlare, tanto mi entrano in profondità ogni volta che le riascolto. Spalle larghe è, in un certo senso, Mimì sarà rivoltata in tono maggiore: ciò che lì era lirico, qui diventa sereno, e l’uomo che lì camminava “sul ponte per mano alla figlia” ora è lontano e ogni tanto, forse, spedirà qualche cartolina. Un ultimo colpo al cuore: I matti. Un pezzo che ascoltavo un giorno sì e l’altro pure, quando a venticinque anni facevo l’obiettore di coscienza in una casa-famiglia per malati psichiatrici, e mi domandavo come cavolo avesse fatto De Gregori a capire così tante cose, e in maniera così chiara e penetrante. Finale leggero, soleggiato, con Vecchia valigia, un invito a sperare e viaggiare nonostante le difficoltà (“Come una luce da un finestrino di treno la vita vola, / Lascia le lacrime di madreperla fra le nostre lenzuola, / E se provi a voltarti indietro non c’è nulla da raccontare. / Ma forse siamo solo noi che non sappiamo guardare”). Ecco, io mi sono voltato a guardare, e forse tutto sommato nel ricordo quegli anni non mi appaiono più così terribili. Del resto, lo diceva anche Leopardi: la felicità o è nel ricordo, o nell’attesa. E allora ricordiamo e aspettiamo, cos’altro si può fare?

di Sergio Pasquandrea

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