Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rita Simonitto – “Stazioni”


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Stazioni di Rita Simonitto

La notte dondolava sui binari seguendo lo stesso ritmo cantilenante del treno che mi stava portando a casa. La giornata al lavoro era stata alquanto faticosa e non vedevo l’ora di arrivare: il breve spuntino di mezzanotte, doccia veloce e poi a nanna.
Lame di luce improvvisa tagliavano il cupo notturno ogni qualvolta si attraversavano le stazioni senza dare il tempo al viaggiatore, che avesse voluto orientarsi, di capire a che punto fosse del suo viaggio. Io non avevo di questi problemi perchè sarei scesa al capolinea.
Ciò nonostante ogni tanto seguivo l’impulso di guardare fuori, un fuori scuro e nero dato che il treno stava attraversando una campagna abbandonata da cui non emergevano nemmeno le piccole luci di qualche sperduto casolare. L’unico risultato che ottenevo da questo mio scrutare era il riflesso dell’interno dello scompartimento, una prima classe piuttosto sgangherata per essere degna di quel nome.
Lì mi trovavo da sola perché ormai il gruppo, che alla stazione di partenza festeggiava caciaroso il fine settimana, si era via via assottigliato fino a dissolversi. Era rimasta solo una coppia, con una giovanetta petulante. Poi anche costoro avevano lasciato la vettura. Stranamente non li avevo visti camminare sulla pensilina in direzione dell’uscita, anche se, lo confesso, vi avevo gettato uno sguardo distratto: infatti non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi e trattenere ancora l’occhio sulle loro figure non mi pareva certo una buona pensata.


La loro presenza per me era stata fonte di irritazione durante tutto il viaggio: senza alcun motivo apparente emanavano una attrazione tale per cui mi era difficile astenermi dal guardare dalla loro parte, anche se lì sembrava non accadesse nulla di particolare, tranne l’emergere ogni tanto della voce lamentosa della ragazza a cui non seguiva nulla di significativo.
La fermata in cui loro erano scesi era l’ultima prima della conclusione del percorso: avevo fin lì sfogliato tutto lo sfogliabile, adesso non mi rimaneva che stringermi nel mio scialle di seta (anche se in piena estate, incominciava a fare freschetto) e prendermi un anticipo del sonno che fra poco più di mezz’ora mi sarei goduta a casa in piena tranquillità. Godevo del fatto che non avrei dovuto nemmeno mettere la sveglia per la mattina successiva: alla domenica potevo permettermi di prolungare il sonno, coadiuvata in ciò dal rispettoso ronfare del gatto acciambellato accanto al mio cuscino.

Adesso pareva che il treno non caracollasse più come prima ma filasse liscio, non correva su rotaie ma pattinava senza ostacolo alcuno come sul ghiaccio. Fu per quel gelo insistente che mi riscossi dall’essermi un po’ appisolata: forse si stava esagerando con il condizionatore, sembrava di stare sottozero!
Non che fosse una novità nei treni, soprattutto a tarda notte quando essi sembravano viaggiare abbandonati dagli uomini o da un qualsiasi Dio intenzionato alla protezione.
Avrei dovuto alzarmi e andare dal capotreno a chiedere di modificare la temperatura, ma mi sentivo troppo impigrita dal freddo, la seta dello scialle sembrava aver attirato su di sé tutto un bagnato appiccicoso e me lo stava trasmettendo sulle spalle ormai irrigidite. Così mi astenni anche motivata dal pensiero che non sarebbe mancato molto all’arrivo. L’idea poi di attraversare altri due scompartimenti, magari gelati anch’essi, prima di raggiungere la carrozza motrice, mi inibiva ulteriormente il movimento.
Dovevo soltanto starmene buona in attesa.
Così nemmeno sobbalzai quando, guardando fuori per orientarmi un po’ – una diecina di minuti prima della fine-corsa si sarebbe profilata, prospiciente alla ferrovia, la sagoma di una fabbrica che teneva le luci perennemente accese – vidi correre parallelo al mio un altro treno. Immediatamente non realizzai che correvamo nella stessa direzione, a volte si hanno questi perturbanti effetti ottici, ma quello non era certo il caso.
Correva affiancato al treno su cui mi trovavo e la velocità di questo appaiamento doveva essere folle perché, pur percependo il movimento, pareva di essere fermi. Ebbi l’impressione di una corsa all’inseguimento: ma chi inseguiva chi?
Scrutando meglio, scorsi figure, all’inizio ombre, di là dai vetri.
Fantasie e timori reali di aggressioni come abbondantemente riferivano le cronache si alternavano creando un clima emotivo di sospensione del respiro.
Con un tuffo al cuore, che mi sembrava essere ancora l’unica nota calda in tutto quel gelare, mi sembrò di intuire le fattezze della ragazza che prima stava seduta nel mio stesso scompartimento. Non so che cosa me la fece identificare perché stava in piedi dall’altra parte e mi dava di schiena. Solo le sue mani, aperte a palma appoggiavano al vetro e si muovevano nervose e scandaglianti come se da lì potessero trovare un pertugio, quasi si sforzasse di fuggire a qualche cosa di minaccioso che si stava muovendo verso di lei.
Ma quelli sì, li vidi benissimo, e li riconobbi nel loro avanzare. Erano i viaggiatori che la accompagnavano.
Genitori a quanto pare, perché avevo distintamente sentito un “papà, smettila di metterti in mezzo tra me e la mamma!” pronunciato a voce alta dalla stizzita fanciulla. Al che il padre, il cui volto potevo vedere in quanto era seduto due poltrone davanti a me, sul lato corridoio, aveva risposto con una occhiata così fulminante che incenerì perfino me. La madre che stava al suo fianco, non pronunciò verbo. Anche se la figlia continuava a tempestarla di richieste, ella manteneva aperta una rivista le cui pagine non si giravano mai. Chissà, forse si trincerava là dietro, senza leggere nulla, irraggiungibile.
Questo gruppo familiare, nominale parvenza di famiglia, aveva suscitato dentro di me vecchi fantasmi di ribellione le cui tendenze distruttive facevo fatica a trattenere.
Fatica maggiorata dal fatto che, in apparenza, nulla di quanto stava accadendo avrebbe potuto giustificare le mie, sia pure antiche, spinte omicide.
Non sarebbe stato sufficiente spiegare che attorno alle loro figure si spandeva un alone di anti-pathos così pregnante da rimanere appiccicato ai sedili anche dopo la loro uscita di scena.

Ma adesso come facevano a stare dall’altra parte? in quell’altro treno, in quell’altro “fuori”? E, soprattutto, che cosa stavano facendo? che cosa macchinavano?
Le loro fattezze, man mano che le potevo vedere più da vicino, erano imperturbabili, come se nulla di quella drammatica situazione li potesse inquietare. Forse non se ne rendevano conto mentre eravamo soltanto noi due, la ragazza ed io, a percepirla? Avanzavano obliquamente dal fondo del corridoio verso la figlia il cui movimento di mani sul vetro diventava sempre più frenetico.
Ero stravolta dal terrore di lei, pienamente assorbita lì, nessun pensiero di alzarmi e correre a chiedere aiuto per fronteggiare ciò di cui ero testimone mi passava per la mente; anzi era come se non avessi più una mente, un qualche pensiero, nulla di nulla.
Ero pervasa da quelle mani che si stavano ora intorcinando l’una all’altra come un groviglio disperato nella ricerca di salvezza, e allora, quasi d’impulso, io mossi le mie per raccogliere il loro grido e incominciai a battere con forza sul finestrino dalla mia parte. Un vetro che né traballava né faceva alcun rumore sotto i miei colpi.
I due treni correvano, correvano e le mani mie e quelle della ragazza ora si erano come agganciate. Intrecciate una con l’altra facevano un tutt’uno, paralizzandosi a vicenda nel contrastare ciò che implacabilmente stava procedendo verso di noi: quei due volti vicini, sempre più prossimi, ora ghignanti. E i coltelli le cui lame calavano sui nostri corpi davano un macabro luccicore. Non erano allora le lame delle stazioni che si facevano sempre più lontane, era la realtà che si allontanava sempre più, imprecisa e impalpabile.
Il caldo che incominciavo a sentire non c’entrava per nulla con il ristabilirsi del riscaldamento nel vagone, ma si accompagnava ad un che di ferroso e viscido che riempiva la bocca e le narici.
Ora sembrava tutto avvolto in una nebbia persistente che aveva invaso lo scompartimento; ora non mi interessava più nulla della ragazza, cercavo solo di raccogliere me stessa, le mie poche cose, la destinazione doveva arrivare da lì a pochi minuti e bisognava comunque essere pronti.
Strani suoni giungevano ovattati ma non si trattava dello speaker. Solo il frammento di uno mi giunse chiaro:
“E’ come se il cuore fosse stato tagliato a metà”.

Rita Simonitto

Conegliano, 27.09.2015

Primo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

Secondo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

Terzo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

Quarto Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

Quinto Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/

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9 pensieri su “Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rita Simonitto – “Stazioni”

    • …bella richiesta… il seguito non c’è perché si tratta di un circuito chiuso tra l’incubo che si fa realtà e la realtà che diventa incubo…

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  1. Pingback: SEGNALAZIONE | Poliscritture.it

  2. L’incubo è visione salvifica: scuote l’animo della donna, costantemente infastidito dalla presenza di altri viaggiatori, della coppia, della ragazza che poi le farà da specchio al culmine della sua “quieta” nevrosi.
    “E’ come se il cuore fosse stato tagliato a metà”. A mio modo di vedere questa è una immagine muta, non prefigurata dal racconto, che porterebbe a rivedere tutta la vicenda: quali le reali emozioni e quali i pensieri… oltre a quello di assaporare il piacere del rientro a casa.
    Un racconto ambiguo, degno di Hitchcock.

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  3. A vote si usa la locuzione “correre su binari paralleli” e mi chiedevo se può capitare così anche nel rapporto tra nostra realtà interna e realtà esterna… finchè non arriva una ‘stazione’ che può creare dei cortocircuiti….e il dentro e il fuori si intrecciano al punto tale da non potersi districare più. E l’Io narrante racconta un sogno sulla propria ‘fine’ oppure è una ‘fine’ che si prolunga in un antefatto onirico residuale?

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