SUICIDE NOTES di Attila Basso


Per ora è solo un’idea. Sapete che non è nemmeno la prima volta che immagino di farlo. La prima volta che ho preso seriamente in considerazione la cosa, è stato in seconda media, in giugno. Da quel momento in poi ha continuato a presentarsi. Quasi regolarmente, deprimente e non del tutto inaspettata, un po’ come le ingiunzioni di pagamento di Equitalia. Quella volta forse ho solo desiderato intensamente di morire, senza immaginare davvero un progetto di
suicidio nel dettaglio. A dirvi la verità, questo non me lo ricordo. Ve la racconto per come è andata, anche se molti di voi già sanno di che si tratta e agli altri magari nemmeno interessa. Ma scrivo per me, prima che per tutti voi, dopotutto non siete obbligati a leggere.
Ricordando ora tutta la faccenda non sembra poi una gran cosa, suona un po’ ridicola e quasi mi vergogno per il peso che le ho dato allora. Ma ho deciso di vuotare il sacco e cercherò di evitare balle e omissioni.
Dovete sapere che ho frequentato le medie nel Collegio De Filippi di Arona, un collegio di preti. Un gran posto di merda, proprio sotto il San Carlone, manco l’avesse cagato lui. E anche se non li ha fatti lui, quel cesso era pieno di stronzi, a partire dai tre pastori che tiravano avanti il gregge. Gente alla quale non farei educare nemmeno il mio cane a cagare in giardino. Dico sul serio, voglio bene al mio cane.
I miei genitori mi avevano accompagnato un giorno di sole, in visita, quasi per convincermi che sarebbe stata una scelta condivisa. Quel giorno a fare da guida ai potenziali clienti c’era Don Gianfranco. Credo che allora non avesse ancora quarant’anni, ma potrei sbagliare, a dieci anni non ero molto interessato a valutare l’età degli adulti. Era un ciccione, di quelli col pancione e le dita che sembrano salsicciotti, grosso, con questa faccia tonda da efebo crudele, la
riga da parte precisa, stucchevole, e un sorriso da leccaculo untuoso, tipico di chi gode a mettertelo nel culo a tradimento. Tipo uno spietato venditore di polizze d’assicurazione figlio di puttana, con un che di infantile, frocio e malvagio.
I miei comprarono il pacchetto di merda che poi sarebbe toccato mangiare a me, per tre anni. Saprete che ho una sorella di due anni più grande di me, e che a quei tempi mi amava quanto io amo cagare chiodi e filo spinato. Si dovrebbe aprire un capitolo a parte, per parlarvi anche di mia sorella e della mia famiglia, che qualche relazione con le mie ideazioni suicidarie devono pure avercele. Per ora vi basti sapere che mia sorella non ne voleva sapere di studiare il francese. Voleva studiare l’inglese, ma alle scuole di Varano Borghi, dove saremmo dovuti normalmente andare noi, non lo insegnavano. Anch’io preferisco l’inglese, ma, cazzo, non al punto di farmi rinchiudere in un collegio. Mia sorella sì. Fu così che fu internata al Rosetum di Besozzo. Fin qui, ‘sti cazzi, avevo pensato. Invece il livello della perversione, avrei scoperto quando alle medie ci sarei dovuto andare io, si sarebbe alzato da ‘sti cazzi, fino alla gola, mi sarebbe salita su per il naso e credo che contribuì non poco a mandarmi in pappa il cervello. Mia sorella sosteneva che, siccome lei era stata in collegio, ci sarei dovuto andare anche io: non era il caso di fare preferenze.
A dieci anni dovevo essere veramente un coglione. Tutti continuavano a dire quanto fossi intelligente, in realtà devo aver cominciato a capire qualcosa quando tutti hanno a preso a darmi del coglione. Sta di fatto che allora non registrai esattamente l’insensatezza imbarazzante del ragionamento. Passi per mia sorella, che aveva già numerosi e preoccupanti segnali di problemi emotivi e relazionali. Era anche una secchiona che sgobbava tutto il giorno per
compensare l’intelligenza non proprio freschissima e dovete sapere anche che questa cosa della compensazione dell’intelligenza i miei genitori non mancavano di fargliela notare. Confrontandola con la mia. Minimo che mi odiasse. Oltre a essere secondogenito, intelligente, ero anche simpatico ed estroverso. Non trascurarono nemmeno di far notare questo a mia sorella o ad altri, con me e mia sorella presenti. Mia madre del resto non teneva nascosto
a nessuno che mi pisciassi nel letto fino ai cinque anni, con me presente ovviamente. A proposito, lo sapevate che mi sono succhiato il pollice fino all’età di otto anni? E che a due anni, in ospedale per polmonite, mi avevano legato un braccio al lettino per evitare che mi succhiassi il pollice? Naturalmente avevo, come adesso, due pollici, se ne resero conto anche i nazisti dell’ospedale, che alla fine non mi lasciarono un braccio libero. Vi basti questo per capire che il
ragazzino intelligente ed estroverso che stava per entrare in collegio aveva già sofferto gli abusi dell’istituzionalizzazione e delle sofferenze legate alla paura dell’abbandono. Uno psicanalista direbbe che queste sarebbero le esperienze davvero fondanti forse, ma le stronzate psicanalitiche mi risultano utili solo quando non ho altri argomenti per fare conversazione da bar, o da pianerottolo (salotti non ne frequento). Ai tempi facevo judo, ero cintura verde. Non certo una promessa a livello sportivo, ma mi piaceva. Don Gianfranco nel pacchetto di merda, ci aveva infilato anche la stronzata che avrebbero allestito una palestra e io avrei potuto continuare a cercare di atterrare e immobilizzare la gente. Dio ha dettato direttamente la frase “non dire falsa testimonianza” a un ebreo perché la incidesse nella roccia. Da qualche parte ci deve essere la clausola scritta in piccolo che certifichi che nel caso si debba rimediare una retta per un collegio cattolico qualche cazzata è permessa. Facemmo tutto il giro del collegio, che non è piccolo, senza che scappasse detto che poi di tutte quelle stanze io ne avrei frequentate ben poche. Aula di scuola, refettorio, aula di doposcuola, bar, sala televisione una sera a settimana, cessi, dormitorio.
All’aperto il bosco e il campo da calcio. C’erano anche un pollaio e un porcile, ma non ci potevamo andare. Alcuni ragazzi si divertivano a far scoppiare i raudi nel culo alle galline. Ne avrei un po’ di belle da raccontarvi sul collegio. Per ora voglio concentrarmi sull’idea del suicidio, e non ho ancora iniziato a raccontarvi la storia, in effetti. Prima di entrare nel cuore della vicenda, mi preme sottolineare un paio di cose. Non feci molta resistenza per evitare di finire in quella gabbia, non so come mai. Oggi proprio non me lo spiego. Forse mi suonava avventuroso e da duro come andare in carcere. L’altra cosa agghiacciante erano le campanelle. Una per la sveglia, per la scuola (una ogni ora?), per mangiare, per il doposcuola, per cenare, per dormire. E prima di muoverci dovevamo metterci in fila. Don Gianfranco troneggiava alla testa di questo piccolo rassegnato esercito di ragazzini belli, brutti, sfigati, impauriti,
arroganti, remissivi, leader, gregari, opportunisti, mammoni, attaccabrighe, sfacciati, fieri, leccaculo, piantagrane, capre, secchioni, magri, grassi, grossi, piccoli, ripetenti, ritardati. Anche un eccentrico maleducato e indisciplinato che andava bene a scuola anche se non studiava solo perché in media i compagni erano piuttosto stupidi. Uno che in un tema di seconda media (ma prima dell’aneddoto che vi sto per raccontare) argomentando di Dio si era rivelato
agnostico e durante le passeggiate in interminabili pomeriggi sotto i portici si scopriva anarchico. E, quando poteva, bestemmiava come un veneto a cui sia caduta l’ultima bottiglia di raboso. Sono passati trent’anni, sono apostata, ancora agnostico e anarchico e le bestemmie non smettono di darmi gusto, un po’ come il sesso. Ma non sono più in un’auletta dove sono tutti stupidi, da quel punto di vista anzi ho perso parecchie abilità. Provo a resistere alle stronzate pavloviane, al pensiero unico, pur essendo anch’io uno tra gli uomini ad una dimensione. Ti abituano fin da piccolo ad obbedire come mandrie di lobotomizzati ai loro segnali. Ti preparano, ti livellano, ti smussano, ti premono, ti spremono, per la fabbrica, per il lavoro sottomesso, per l’omologazione, la sciatteria, lo stipendio, il finanziamento a rate, insomma tutta quella merda che mi fa venire il disgusto per la piega che il genere umano ha dato a quella che insite a chiamare evoluzione. Ti disabituano alla bellezza, all’originalità, alla sincerità. Pessima forma e nessuna sostanza. Per questo in collegio ogni occasione era buona per darsele di santa ragione: per dare sostanza. Ti prendono fin da piccolo per paura o per stanchezza. Ogni forma di personalità, di creatività erano abolite, vietate o impraticabili. Hanno fatto un buon lavoro, con l’educazione in generale, a giudicare dai risultati. Impauriti e stanchi, sedotti e fottuti. Guardatevi intorno. O forse no. Forse sono io che mi guardo intorno e vedo voi.
Dovrei anche parlare di Don Gianfranco che prendeva tutti i ragazzini per il culo, chi aveva il papà macellaio, chi aveva la mamma con i denti in fuori, il terrone, il trippa, chi aveva i tic, quello che si mangiava la carta… Aveva un matitone gigante, lungo almeno quaranta centimetri, con il calendario stampato sopra. La sera, prima di andare nel nostro lettino in dormitorio passavamo in rassegna con il diario. Voti e note che avrebbe firmato lui con la penna e con una matitata in testa. Ma più spesso ti firmava a ceffoni. L’ho visto incaponirsi con Sandon, che aveva il padre macellaio, la madre coi denti in fuori, passati al figlio con il gene bacato che ti farà umiliare da reverendi stronzi e ragazzini perfidi, perché non si decideva a piangere. Ma ha vinto lui. Aveva la guancia rossa e gonfia come il culo di un babbuino e Don Gianfranco alla fine ha dovuto desistere. Probabilmente voleva risparmiare energia per spararsi la sega della buona notte. Per la cronaca, Sandon è morto a diciannove anni di eroina, macellaio e macellato pure lui.
Una volta, Sandon, Sacco, Ruga (un altro che sarebbe diventato eroinomane) ed io, giocando con l’accendino nel bosco, abbiamo perso il controllo del fuoco che si propagava allegro e festoso sul letto di foglie secche. A quel punto ci dividemmo su due fronti. Sacco e Ruga, che si dava tante arie da metallaro satanico e da maledetto, si cagarono addosso e proposero di correre ad avvisare i nostri aguzzini in abito talare. Sandon ed io, allegri e festosi quanto il
fuoco, eravamo dell’idea che non dovessimo avvisare proprio un cazzo di nessuno, non solo perché rischiavamo una bella rottura di coglioni, ma soprattutto teorizzavamo eccitati che il fuoco avrebbe potuto propagarsi fino alle caldaie e far saltare in aria tutta la baracca. Probabilmente non era tecnicamente possibile. Eravamo comunque serenamente disposti a rischiare di provocare una strage pur di sfasciare quel merdaio. Non avevo dubbi o esitazioni, nessuna voce nella mia coscienza che mi dicesse che non fosse il caso. Il nostro progetto venne boicottato e ci unimmo agli altri per andare ad avvisare i nostri ammaestratori. Lo feci a malincuore. Passammo per i salvatori del collegio, grazie alla nostra pronta vigilanza avevamo scongiurato un terribile incendio e ci ringraziarono con un bicchiere di aranciata da 500 lire. Non rivelammo a nessuno che avevamo acceso noi le prime fiamme, ma tra i ragazzini a qualcuno il sospetto balenò. Comunque non avevano prove. Ancora oggi un po’ mi spiace per come sia andata.
Adesso devo introdurre un altro personaggio, perché sto arrivando al dunque. Caletti, un terzino, mentre io facevo ancora la seconda. Una pecora nera, anche se era biondo di quel biondo quasi bianco. Magro magro. Mi andava a genio. Un ribelle, sfrontato e sicuro, simpatico, semplice e genuino come una festa della birra nei paesini di provincia. Il tipo che ti offre la tua prima sigaretta. In collegio c’era anche qualche interno che faceva le superiori, tipo ragioneria, ma non ci cagavano per niente. Almeno non a me. Una sera fecero un festino a base di superalcolici. Caletti ci era stato. Una sbronza secca e selvaggia, una vera legnata per un quattordicenne. Io non ne sapevo niente. Quella notte, a notte fonda, ero al cesso. Non per adoperarlo, ma per sfruttare la luce. A volte leggevo con una torcia acquattato sotto le coperte. Altre volte andavo al cesso. Ai tempi leggevo per la maggior parte cagate per ragazzi,
soprattutto Jules Verne. Nella biblioteca della scuola avevo trovato un libro sui beat. Non ci avevo capito molto, ma il libro mi piacque e da quel poco che avevo capito, mi piacevano pure i beatnick. Strano trovare un inno all’underground in quella biblioteca. Un bibliotecario fricchettone? Una svista del responsabile? Qualunque sia stata la ragione, fu un colpo di culo e credo che in qualche modo quel libro in una parte del mio cervello sedimentò e in seguito mi ispirò. Anche quella sera leggevo roba buona: il Gruppo T.N.T. Se non sapete di cosa sto parlando, mi spiace davvero per voi. Ero lì che mi leggevo il mio fumetto preferito quando sentii bussare alla porta del cesso. Era Caletti fuori come una bestia. Barcollava, biascicava, urlava e diceva cazzate senza senso.
Lo feci entrare, per nasconderlo. Prese a blaterare insulsaggini a sfondo sessuale. Tra le altre cose ha detto anche testuali parole: “mettimelo nel culo”. Se aveste conosciuto Caletti, sapreste che nessuno era meno frocio di lui. Non so perché gli venne da dire proprio quel genere di cose, ma andò così. Non mi ero mai accorto che gli aguzzini in abito sacerdotale facessero la ronda di notte così tardi, ma in giro per i cessi stava passando il rettore, detto il Vecchio. Un vecchio di merda, che camminava a stento, guidava come un vero rincoglionito e che quando si incazzava squittiva con una voce stridula che ti rendeva sordo alle alte frequenze per un quarto d’ora. Un ipocrita viscido, con pochi capelli unti e grigi, bolso e fiero della propria misera autorità di Direttore del Carcere. Sembrava che dovesse morire da un momento all’altro ma non si decideva mai a levarsi dai coglioni. Lo stronzo teneva un libro nero, dove segnava le cose più gravi che potevamo fare. Dopo tre note sul libro nero, eri fuori. Se a volte ho poca considerazione di me stesso e mi sento una merdina senza palle lo devo anche al fatto che avrei potuto tirarmi fuori da quello schifo da solo, con tre belle note sul libro infame. Invece niente. Sono rimasto nel girone e mi sono portato via l’inferno con me, per troppi lunghi anni. Non ho fatto la pace con questa vicenda nemmeno ora. Sono ancora incazzato e godo come un riccio all’idea che quei preti siano morti. Spero che abbiano patito sette volte quello che ho sofferto io nella mia vita a causa loro. Non parlo solo di quello che mi è toccato subire lì dentro, ma anche delle conseguenze che quella vicenda ha comportato sul resto della mia esistenza.


Il Vecchio, sentendo Caletti, si convinse che fossimo chiusi nel cesso a mettercelo nel culo a vicenda. Ha bussato, siamo usciti e inorridito ha cominciato a starnazzare con la sua voce isterica. Ho pianto come poche volte nella vita. L’ho pregato come quando scongiuri la donna che ami di non lasciarti. Forse anche di più. Ho giurato su Dio, sulla mia vita. Stronzo di merda, devi solo credere alla verità. Non ci fu niente da fare. Non mi volle credere. Mi diceva di non giurare. Spergiuro e frocio, ecco cosa pensava di me. Una proiezione da prete cresciuto in seminari e collegi, dove l’omosessualità è più diffusa che ad una festa di Colazione Da Tiffany. E se non sapete di cosa sto parlando mi dispiace per voi. Caletti era sereno e pacifico, protetto dallo sterminio di neuroni che l’alcool gli stava regalando. Oltretutto era in terza, l’anno scolastico era quasi finito e entro pochi giorni sarebbe stato fuori per sempre. La sua opinione sull’avvenuto fu testualmente: “Cazzo me ne frega?”
Il giorno dopo fui convocato nell’ufficio del Gran Capo delle Merde. Nota sul libro nero. La prima, e adesso che finalmente ne avevo ottenuta una, non me ne potevo nemmeno vantare. Ero terrorizzato dall’idea che diffondesse il virus della menzogna, che pur se non ho mai avuto problemi con gli omosessuali, ritenevo la più infamante che potessero appiccicarmi addosso. In quel collegio di ragazzini educati alla più spietata bassezza non avrei avuto scampo. Mi avrebbero preso per il culo incessantemente e con la peggiore violenza e meschinità di cui solo gli interni erano consumati e instancabili professionisti.
Piansi di nuovo, implorai di nuovo, giurai di nuovo e di nuovo non ci fu verso. Mi disse che non aveva il coraggio di dirlo ai miei genitori. Seppure fossi un po’ sollevato da quella mancanza di coraggio ero terrorizzato, allibito, annichilito, confuso e angosciato. E se un giorno quel coraggio gli fosse spuntato come un brufolo sul culo? In ogni caso erano convinti che fossi in quel bagno a fare il frocio e non avevo idea di come dimostrare che si sbagliavano. C’era un terzo prete, detto Don Lurio, perché gli piaceva ballare. Di lui non aggiungo altro perché in generale si faceva i cazzi suoi, quali che fossero, e in questa storia l’unico fatto rilevante è che tutte le volte che mi avrebbe puntato gli occhi addosso, come gli altri due, mi sarei sentito stringere lo stomaco, avrei sentito un dolore nel petto da spezzarmi respiro e parola, convinti com’erano di conoscere un mio imbarazzante e inconfessabile segreto. In particolare da quel giorno nelle occhiate del Vecchio tutte le volte mi sembrava di scorgere una nota di disprezzo, mentre Don Gianfranco mi dava l’idea che abbozzasse un sorrisetto malizioso.
Eravamo verso la fine dell’anno. Dovetti tenere duro per poco e fui a casa. Non ricordo quegli ultimi giorni prima delle vacanze. Mi ricordo in modo netto il primo giorno di vacanza. Ero a casa di mia nonna, sopra il negozio dei miei genitori a cui non ho avuto il coraggio di raccontare niente per sei o sette anni almeno. Era una bellissima giornata di giugno. Sarebbe dovuta essere una giornata di gioia. Le vacanze. A casa. Fuori dalla gabbia. In giro con i miei amici a
fare marachelle, spensierato, a sbucciarmi le ginocchia e distruggere la bicicletta. Per la prima volta mi resi conto di quanto è avvilente sentirsi di merda ed avere il mondo fuori che esplode di gioia. Anche al sole non gliene fregava un cazzo e risplendeva tutto felice, senza la minima empatia. Per cui ero chiuso in una stanza, a letto. Pensavo all’anno scolastico che sarebbe arrivato dopo. Un anno con quegli sguardi. Non avevo mai immaginato prima di allora quanto la vita potesse essere atroce. Non avevo mai immaginato che ci si potesse sentire anche così male. Ero solo. In un momento di così disperato bisogno ero solo. Non potevo far altro che sentire i miei pensieri e i miei pensieri mi facevano soffrire. Come uscire dalla propria testa? Come far tacere i propri pensieri?
Non c’era niente da fare, ero completamente fottuto, in balia di un segreto falso che mi aveva schiacciato e spremuto come il pus di una pustola. Volevo chiudermi nel buio dentro di me, proteggermi nel buio amico della mia intimità, dove nessuno sguardo potesse raggiungermi, ritirarmi dall’esposizione ad un mondo che mi avrebbe deriso e disprezzato ingiustamente. Volevo un posto dove bastasse la verità, volevo cadere dentro di me, ma i miei pensieri mi
tenevano saldamente ancorato alla realtà. Se prima la prigione era il collegio, adesso la prigione era il mondo intero, più grande, ma pur sempre una prigione. E la cella era la mia testa, con le sbarre dei miei pensieri, una cella minuscola, claustrofobica, che non concede ore d’aria. Da qualsiasi parte guardassi, ero in un abisso al fondo di un vicolo cieco. La speranza che non venisse messa in giro quella calunnia era di poca consolazione. Loro non mi
avevano creduto e io avrei dovuto passare un anno scolastico intero sotto quegli sguardi. Quante volte al giorno sarei stato costretto a incrociare quegli occhi? Per l’intero anno scolastico non avrei avuto un attimo di tregua. Ero profondamente, intimamente, disperatamente solo al mondo. I miei genitori mi spaventavano. Non che fossero particolarmente cattivi, ma fino a quel momento mi avevano sempre dato l’idea di essere schierati dalla parte degli adulti. Se un insegnante diceva che ero maleducato, mi pigliavo la strigliata. Io non pensavo di essere maleducato. Sarcastico piuttosto, ma allora non conoscevo la parola e in ogni caso erano convinti che il prof. avesse dei buoni motivi per dire che “rasentavo la maleducazione”. Temevo avrebbero creduto ai religiosi.
Sentivo di non riuscire a reggere il peso della situazione un minuto di più. Quel macigno mi stava sgretolando le ossa, mi stava schiacciando su quel letto.
Non riuscivo ad alzarmi. La forza di gravità era triplicata. Non riuscivo a pensare ad altro. Non riuscivo a immaginare quando avrei potuto sorridere di nuovo.
Quando hai dodici anni, un anno ti sembra una vita. Figuriamoci un anno di merda. In quel letto piansi di nuovo. Non dovetti giurare niente, ma implorai Dio, convinto che doveva essermi amico anche se ero sospettato di agnosticismo. Non doveva nemmeno perdonarmi niente e poteva tirarmi fuori, con il suo immenso potere. Con tutti i miracoli che l’onnipotenza concede, cosa cazzo gli costava farmi tornare indietro nel tempo o qualcosa del genere? Perché se aveva a disposizione un’infinita disponibilità di miracoli con me faceva l’avaro? Durante una gita non ricordo dove, ci raccontarono che un ubriaco aveva scagliato una pietra contro l’immagine della Madonna dipinta su un muro e che quella prese a sanguinare. Ma che miracolo del cazzo è questo? Sprecarlo così e negarlo a me? Dio mi ignorava completamente. Lo ha sempre fatto. O non c’è. O ce l’ha con me. O non gliene frega un cazzo. O è un pezzo di merda.
O un coglione. In tutti i casi verrebbe a mancare la sua natura divina, sempre che Dio possa essere in qualche modo ragionato logicamente. Non venitemi a raccontare che dipende dal fatto che ha qualche sorta di sacro disegno superiore all’umana comprensione. Prima di metterne in dubbio l’esistenza ha preso a starmi sul cazzo, ma a dire il vero non me l’ero mai bevuta fino in fondo. Non mi avevano mai convinto neanche con la storia che Gesù Bambino mi portasse i regali a Natale. Poi mi sono rassegnato a odiare l’esistenza. E ad apprezzare la morte. Cominciavo a rendermi conto che c’era un’estrema via d’uscita se la situazione si fosse fatta insostenibile in futuro. Non credo di aver immaginato di farlo e come farlo già in quell’occasione, come sarebbe accaduto in seguito. Mi consolava l’idea che avevo una scelta, ma non l’accarezzai troppo in quel momento probabilmente perché sapevo benissimo di non
essere attrezzato per un atto che richiede una determinazione definitiva e soprattutto mi rendevo conto che per quanto stessi di merda non era una motivazione sufficiente. Ero piccolo e sarei cresciuto e non sarebbe stato più un problema un giorno. Era quell’estate rovinata dalla consapevolezza che mi attendeva il terzo anno di collegio ad atterrirmi. Disturbato e confuso dal dolore mi sforzai di concentrarmi su una strategia che potesse evitarmi il terzo anno di collegio. Quest’ultima opzione non sarebbe costata un grande sforzo per uno che dovrebbe essere onnipotente e che dovrebbe amarti. Dopotutto allora ero praticante, anche se forzato dai sacerdoti inviati sulla terra per rovinare la vita dei preadolescenti. Non mi rimaneva che provare a convincere i miei genitori a lasciarmi frequentare la terza a Varano. Misero in campo una serie infinita di obiezioni e preoccupazioni. Dio era impegnato a far piangere statue di gesso e non aveva tempo di parlare ai loro cuori, quindi tentai da solo di convincerli a lasciarmi frequentare la stessa scuola da esterno. Non funzionò. Allora non me lo domandai, ma adesso mi chiedo come sia stato possibile che i miei genitori non avessero notato che il loro figlio, simpatico e intelligente, stava sprofondando in un’angoscia assoluta che gli avrebbe fatto disgustare la vita.
In conclusione andai a farmi l’intero terzo anno in quelle condizioni raccapriccianti. Non mi ricordo molto, per fortuna. Non so se successe di colpo o se affondassi poco a poco ogni giorno di più. So solo che alla fine ero cambiato, per sempre, e se ero cresciuto ero venuto su tutto storto. Ero stato rovinato dentro, mutilato. Mi hanno portato a desiderare di non essere mai nato, ancor più di morire. Da quel giorno l’ideazione del suicidio è diventata parte di me.
L’ho anche razionalizzata in seguito, sono diventato un sostenitore non solo dell’eutanasia, ma anche al diritto ad una morte dolce. Senza se e senza ma.
Affanculo le commissioni etiche e l’accanimento terapeutico. Ognuno ha la propria personale scala di motivazioni per stabilire quando lasciare la scena. Una malattia incurabile in fase terminale per alcuni potrebbe essere più sopportabile della calvizie. Il valore della vita sta tutto nel fatto che finisce. La vita dopo la morte mi atterrisce. Se non dovesse piacermi, come cazzo faccio a togliermi la vita dopo la morte? La vita eterna se ci pensate bene è una prospettiva mostruosamente inquietante.
Il Vecchio, che avrebbe dovuto immaginarsi l’aldilà in paradiso come una magnifica ricompensa, non sembrava ansioso di scoprire quanto fosse vero. Il collegio aveva l’abitudine di organizzare delle riunioni per gli ex allievi. Non che ci volessi andare, ma ero sicuro che quando fosse morto il Vecchio, mi avrebbero avvisato per il funerale. Non ero impaziente, sapevo che non poteva durare chissà quanto. Mi vedevo già fuori dalla chiesa a esultare di gioia e a
urlare a tutti quanto fosse stato un uomo di merda. Avevo in mente un magnifico show! Avrei detto quello che tutti gli ex allievi pensavano ma non avrebbero mai avuto il coraggio di dire. E l’avrei fatto in grande stile. Con chiassoso, rabbioso e divertente buon gusto. In chiusura mi sarebbe piaciuto uscire di scena magari accompagnato dai carabinieri. Da allora pessimismo, narcisismo, rabbia, devianza crebbero insieme a me per almeno una dozzina d’anni. I miei genitori mi ossessionavano da anni con la loro maniacale preoccupazione che cominciassi a fumare. Iniziai in quel fetentissimo anno di terza media, fui scoperto e non me ne importò granché. Ma il loro timore più assillante riguardava la droga. Dissero che era meglio che frequentassi la terza come interno perché erano preoccupati che cattive compagnie mi portassero sulla cattiva strada. Non c’era peggiore compagnia di quei ministri di Dio. Ah sì? La droga?
Mettetevi nei miei panni. Ho mangiato più merda di quanta ne potessi digerire per questa paranoia della droga. Mi ammalai di quella malattia per la quale si soffre nel pensare i propri stessi pensieri. Quando non desideravo di morire, non me ne fregava molto di vivere. Cosa pensate che abbia cercato non appena sono uscito dal Collegio De Filippi di San Carlo, Arona? Per quanto riguarda il Vecchio, mi è andata male. Non sono stato invitato al funerale e nemmeno a una rimpatriata degli ex allievi. E dire che su quel libro nero c’ero finito una volta sola.

***

attila_portrait1

Nasco a Varese nel 1973, mentre gli americani festeggiano l’Independence Day.
Sopravvivo all’infanzia e all’adolescenza nella profonda provincia dei 7 laghi, nei pressi di un centro di ricerca sull’energia atomica. Non so se il fatto sia collegato al tasso di incidenza di cancro, che da queste parti è un po’ più alto della media italiana.

Frequento il Liceo Scientifico: scelta sbagliata, ma mi accorgo troppo tardi.
A 19 anni compio il mio primo miracolo e ottengo il diploma di maturità, mentre cerco di imparare a suonare il basso. Non so che fare. Frequento Scienze Politiche prima, Lettere e Filosofia dopo, all’Università degli Studi di Milano. Mi ritiro per non pagare le tasse arretrate. Questo mi porta all’Università di Pavia per un corso di laurea breve di cui non ricordo il nome. Pavia non mi piace e nel 1997 frequento un corso per tecnici del suono. Molto bello, ma non ne farò mai una professione.

Faccio il web designer e mi trasferisco a Milano. Il web non fa per me e finalmente faccio l’art director e il grafico. In tutto sto 7 o 8 anni a Milano. Vado a vivere a Zanzibar e mi mantengo continuando a fare il pubblicitario. Dopo un anno torno in Italia per ragioni sentimentali. Nel 2012 mi sposo. Da allora ad oggi non saprei che dire, sono confuso.

Sono apostata. Gioco (male) a scacchi. Sono vegetariano fondamentalista ma non praticante.
Non ho mai votato alle elezioni tranne una volta, tanto per provare.
Mi sono lanciato col paracadute in tandem. So stare in verticale sulle mani, ma non a lungo.
Sto smettendo di fumare da parecchi anni. Non ho mai scritto altro che il testo che vi ho mandato.

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