Confini: Il dove della Poesia Italiana. – Ada Negri –


adanegri

Notturno Nuziale

Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio,
e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento.
E la ghermisti con artiglio d’aquila, e tutta la costringesti nella tua forza
riplasmandola in te con tal furore ch’ella perdette il senso d’esistere.
E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
e dal balcone aperto la notte guardava con l’occhio d’una sola stella
rossastra,
e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri
la tristezza dell’ombra vi vegliò sino all’alba.

***

L’estasi

Cuce, in silenzio, sotto la lampada,
una cuffietta rosa.
Mai non si vide più leggiadra cosa.
Trasale, a un tratto, ne l’ampia tunica,
con un sorriso strano.
La cuffietta le scivola di mano.
Così, velato lo sguardo, pallida
come una morta, ascolta.
A qual raggio l’intenta anima è volta?…
Mai questo acuto spasimo d’estasi
le scolorò la faccia
quando la cinser l’adorate braccia;
mai fu sì bella, fra riso e lacrime,
quando, folle d’amore,
il suo prescelto le posò sul core.
Così la bruna figlia di Nàzareth
udì la sacra voce,
congiungendo le mani umili in croce:
piccola voce nova e terribile
che dice a l’infinita
tenerezza materna: « Eccomi, o vita!… »

***

Le spine di Cristo

Ti ringrazio, Signore, per le spine
delle robinie, che sol d’esse, mentre
stagion di gioia con la Pasqua, viene,
miseramente son vestite; lunghe
spine selvagge, dall’acqua punta.
Tendono le robinie i rami armati
come a ferire, mentre ride in terra
primavera con gli occhi delle mammole,
primavera con voli delle rondini,
primavera si bella al suo sbocciare.
Mi sovviene, a mirarle, che di noi
chi sa celarsi una sua spina in petto
fino alla morte, senza grido e pianto
che la riveli, l’anima salva.
Nude come la Croce, ed intreccianti
con gli squallidi aculei corone
di Passione, esse mi fan pensosa
del Figliuolo di Dio grondante sangue
di sotto il serto che a Lui cinse l’uomo;
e risalgo, nel cuore, il suo calvario.

***

La stirpe

In questo giorno e in questo mese,
nella stagione mia piena, figlia, a me venisti
com’io, molt’anni innanzi, alla mia madre.

E se m’affondo nelle lontananze
del tempo, ascolto le scomparse donne
del ceppo nostro gemere al travaglio
dei parti, sempre con lo stesso grido
di carne: odo vagir le creature
create, sempre con lo stesso pianto.
E d’anello in anello si rannoda
fra l’ombre del passato la catena
dell’esistenze; e tu già cerchi il segno
del futuro nel riso adolescente
di Donata occhi d’ambra e nella ferma
fronte di Giudo occhi di smalto nero.
Vive eravamo entro l’inconscie forze
di colei che fu prima nella nostra
solida stirpe: vive pur saremo
nell’ultima, sin ch’ella avrà respiro.
Il nostro esister breve, in questa forma
ch’è tua, ch’è mia, che sparirà, non vale
se non pel filo che ne allaccia a vite
già conchiuse, ed a quelle che il domani
succedersi vedrà, l’una dall’altra
generate. O mia sola, o tante e tante
mie creature! O discendenza, giorno
senza tramonto! Così volge un fiume
con l’onde sue sempre le stesse, sempre
novelle, in corso ampio e perenne, al mare

***

I Giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolìo sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace.

***

Asfaltisti

Per l’incompiuta via, sovra il pietrisco
misto al catrame, la livellatrice
rotola greve; sol da un lato sorgono
le case, e sfocia ancor l’altro ne’ prati
senz’erba, ove s’addestrano i fanciulli
liberi al calcio con gioconde strida.
Sta la caldaia del catrame, e bolle
e avvampa, al ciglio della strada:
intorno,
con spranghe e pale, i lavoranti;
ignude
le braccia e il capo., arsiccio il collo
e il volto
per le fiamme ed il fumo. E sulla rossa
caldaia vibra per soverchio ardore
del fuoco, in ridde di faville, l’aria.
Così per miglia e miglia si dilata
la città senza requie, o donatori
di vie. Cedono i campi ai duri asfalti:
arboree selve a umane selve. Dove
andremo, e quando avrà termine e
pace
l’andare? Basta a voi condurre il
il giorno
sul lavoro, sia pioggia o sole o vento:
e a meriggio spartir cibo e bevanda
in lieta sosta.

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