Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Alba Gnazi – “Ti Aspetterò Qui”


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TI ASPETTERO’ QUI di Alba Gnazi

Ti aspetterò qui.
Come sempre.
Tu entrerai, sporco della giornata e fetido di pensieri noiosi.
Ti guarderò toglierti la giacca.
Ti guarderò fissarti allo specchio vicino al portone; ti guarderò lisciarti il sopracciglio peloso, ti guarderò stropicciarti le borse sotto gli occhi con due dita, su e giù su e giù su e giù (jigjigjig … ricordi?) .
Ti guarderò spogliarti degli abiti da lavoro, sparpagliarli dietro alla porta del tuo cesso lurido, grattarti la pancia gonfia di birra e salame, solleticarti la peluria fitta del basso ventre e poi accarezzarti distrattamente ancora più sotto, intanto che l’acqua della doccia si riscalda.
Ti guarderò insaponarti la zucca stempiata; osserverò l’acqua attraversare il solco delle natiche, mentre le tue mani larghe passeranno la spugna smangiata dal tempo e dall’uso sulla faccia sul culo sui piedi sul petto e sul pene, strofinando lentamente.
Nella condensa fitta del bagno la tua faccia sarà rubizza e lo specchio appannato sospirerà di piacere – puoi udirlo? – per non doverne sostenere la visione.
Il vapore esalerà via dal bagno come una locomotiva esausta quando, avvolto da un asciugamano, spalancherai la porta e ciabatterai verso quel ripostiglio unto e puzzolente che è la tua camera da letto.
Ti seguirò, entrerò dentro con te e – lo immagini ? – ti guarderò.
I miei occhi si poseranno sulla base del tuo cranio, dove i riccioli color cenere si intrecciano e le vene rossastre del collo si rincorrono in un groviglio che serpeggia su tutta la tua schiena.
Bitorzoli, ai lati dei tuoi fianchi. Laniccia castana appena sopra le natiche. Bollicine e punti neri sulle scapole e intorno alla colonna nascosta da coperte di grasso e pelle. L’unghia spezzata e nera del secondo dito del piede destro. Una cicatrice a forma di uncino sul ginocchio destro. Tre nei attorno all’ombelico sporgente, capezzoli rosei sul petto lentigginoso, velloso. Due denti cariati – i premolari, per la precisione. Un tardivo dente del giudizio che sta tagliando la gengiva e spesso ti fa bestemmiare di dolore. E i peli, quanti: nel naso, alla radice delle dita, attorno alle ginocchia, sulla schiena, sulla pancia: chilometri e chilometri di peli grigiastri e castani – a seconda del luogo d’invasione -; peli come anelli, come serpenti, come piume nella bocca – la mia bocca, ricordi? Io lo sento ancora, il sapore dei tuoi peli mentre jigjigjig … ricordi? -.
Conosco ogni singolo centimetro del tuo corpo. Di te.
Il tuo pigiama avrebbe bisogno di un giro in lavatrice. Ma tu lo indosserai, sereno come un pupo, scoreggiando e grattandoti una natica durante l’operazione. Poi ciabatterai in cucina, rovisterai tra le carabattole che tieni in frigo e in dispensa, rimedierai un piatto tra quelli da lavare, stapperai una birra e accenderai la televisione. Notiziario.
Io siederò accanto a te, sul divano.
I tuoi occhi mi attraverseranno per un attimo. Continuerai comunque a trangugiare le tue uova, i tuoi fagioli in scatola, il salame, il pane, tutto assieme, indistintamente e senza guardare cosa porti in bocca.
Rivoli di acqua di conserva dei borlotti coleranno sul tuo mento.
Li arginerai con un pezzo di pane che poi infilerai in bocca.
Sbuccerai un’arancia, schiaccerai delle noci.
Finirai la tua lattina di birra, spulcerai tra i denti con uno stecchino.
Rutterai con soddisfazione.
Il notiziario terminerà.
Resterò seduta a guardarti, intanto che ti alzerai, andrai al mobiletto sotto la tele, sceglierai una videocassetta, la scarterai dalla confezione e la inserirai nel videoregistratore.
Un altro di quei film.
Uno di quelli in cui le donne fanno finta di essere gatte in calore. In cui gli uomini sventolano peni e culi come vessilli. In cui la lingua – l’organo, non il linguaggio – è un efficace e richiesto strumento di interrelazione. In cui i gemiti vengono abilmente mixati con finta musica da camera, in cui il corpo si è evoluto in automa a molla aspira-sesso, lurido e da lordare.
Tu ti agiterai, nel guardare la tv; la tua faccia si farà rossa. Ti abbasserai il pigiama e le mutande e te lo strofinerai, sospirando e grugnendo come un capro.
Non mi muoverò, resterò ferma a guardarti.
Il tuo pene violaceo si gonfierà sotto la presa della mano.
Stantufferai, sospirerai, ti spingerai su e poi giù sul divano, sfondandolo ogni sera un po’ di più.
Infine lo spruzzo: rapido, scarso. Strofinerai la mano sulla fodera del divano. Ti volterai verso di me per prendere una sigaretta. Mi aliterai il fumo in faccia. Resterò immobile. Non smetterò di guardarti.
Ti alzerai cigolando peggio del tuo sofà, rotolerai sbandando a destra e manca nel corridoio semibuio, arrancherai fino al bugigattolo, stramazzerai sul letto, stordito dall’alcol dal porno dal cibo pesante dal tuo stesso alito che olezza la stanza. Piomberai nel sonno.
Ti starò appresso, senza scollarti gli occhi di dosso.
Adesso che sei come morto, che sei come un fantoccio, che un’altra dimensione s’è schiusa per farti spazio… Adesso, tocca a me.
Striscio sulla tua schiena. Mi ci appollaio come una scimmia. Non mi percepisci – come potresti?
Un’anta dell’armadio cigola. La persiana sbatacchia pigra nel vento giullare della notte.
Penetro nella stoffa di flanella del tuo pigiama sozzo di sperma, di piscio, di cibo, di te. Scalfisco con un tocco rapido la corteccia ruvida della tua pelle. Odori di fumo. Possibile si senta l’odore delle tue sigarette anche dall’interno del corpo?
Sgomitando tra i tuoi nervi sfilacciati, i muscoli molli, le vene turgide, mi inoltro nell’emisfero destro della massa granulosa e flaccida del tuo cervello.
Allargo le gambe, estendo le braccia: ora occupo anche l’emisfero sinistro.
Vedo i tuoi sogni.
Affondo la caviglia sinistra nella melma viscida dei tuoi gangli: basterà questo a farti vedere che …
A farti sentire chi … A farti …

jigjijigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjgigjigjgigjgjgigjgjg …. Ricordi?

Era una sera d’estate, una sera di dieci anni fa; una sera in cui mio marito non era di turno, in cui mia figlia Rose – nome americano, sì: mio marito era di Minneapolis – aveva fatto il riposino pomeridiano, cosa sempre più rara, a sette anni. Era una sera in cui avevo voglia di luce e gente e zucchero filato, così ci stipammo nella mia dueposti e veleggiammo verso il Luna Park.

Stroboscopiche girandole di colori, voci, risate.
Clown in mezzo alla via che facevano danzare le palline; chioschetti che esponevano collane di caramelle e ruote di mentine colorate; cartelloni pubblicitari nascosti dalle fronde degli alberi; getti d’acqua dal vaporetto in mezzo al lago artificiale.
Noi: nella casa degli specchi, sulle montagne russe, appiccicosi di zucchero a velo e di baci rubati tra mio marito e me, che Rose scopriva comunque, ridendo forte di noi, per noi, tra noi.
Poi :
– Mamma, devo fare la pipì! –
Ricerca del bagno più vicino.
– Io vi aspetto qui, tesoro . – Un sorriso, una carezza sulla mano.
Se solo lo avessimo saputo …
Mi pare di esser lì, anche ora.
La ricerca del bagno era stata infruttuosa: l’unico bagno era inagibile, così decidemmo di inoltrarci un po’ nel boschetto e di fare la pipì dietro a un cespuglio.
Salimmo sbuffando un sentierino erboso, poco ripido; Rose stringeva le gambe e giurava di stare per farsela sotto, rideva e aveva anche un po’ di singhiozzo.
Le tenevo la mano, che era azzurra di zucchero a velo.
Trovammo il cespuglio che faceva per noi: mi accorsi di dover fare pipì anche io, così dopo aver alzato la gonna di Rose e averle calato le mutandine, sbrigai la stessa operazione coi miei abiti e mi accovacciai, ridendo insieme a mia figlia del ridicolo della situazione.
– Veloce, mamma, veloce … ci vedono ! – Il singhiozzo non le passava, si mescolava a scrosci di risate, mentre il getto caldo della sua pipì scivolava sulle foglie secche e umide sotto il cespuglio; rideva, Rose e ridevo anche io, ridevo e spruzzavo pipì a intermittenza, quindi ridevo più forte perché la pipì usciva a intermittenza e Rose rideva con me; rideva, singhiozzava, rideva e d’un tratto
sparì nel buio.

‘ Dove … ‘
Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigj …………………………………………………
‘Rooooooooooooooooooooooooooooooooooooose !!!!’
‘Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!’
Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig …………………………………………………………………………………………………………………
Sono io sei tu siamo noi due, amore della mia vita, in questo scantinato che puzza di piscio di gatto, freddo nell’afa di agosto. Gocciola qualcosa, poco lontano, non so se sono i tubi di scolo di qualche fogna o se … certo, sono io, ho la schiena dolorante, le gambe doloranti, la testa un cumulo di nebbia, l’ano un urlo di pena e, in effetti, gocciolo sangue da dietro. Perché. Gocciolo. Sangue . Da. Dietro. ?
E dov’è Rose?
La vedo. In un angolo. Sopra una pila di sacchi di nylon, di quelli bianchi da panettiere. Qualcosa le sta … qualcuno le sta mettendo qualcosa in … nel …
Respiro soffocato. Ipnotizzata dai sacchi che si alzano e si abbassano, a malapena avverto il rantolio della voce di mia figlia che sibila sempre più in sordina.

‘ mmmm a … mmm a …. Mmma … mmmma …. Mmm. M m m .a. … … –

E se urlassi forte?
La lingua sa di metallo. Cos’ho in bocca? Un … mio Dio, è qualcosa che ha la consistenza di un calzino di spugna e il sapore di una latta di nafta.
E se provassi ad alzarmi? Se prendessi quel manico di scopa, lì per terra, e lo dessi in testa a quella cosa che sta sopra a mia figlia?
I miei piedi sono nudi. Sono freddi. Sono incatenati e la catena è oleosa e pesante. Anche le braccia sono nude e incatenate. E dal mio sedere esce sangue.
Cosa. Chi. Ci. Ha. Portato. Qui.
?
Un urlo sconquassa le pareti dei miei timpani.
E’ Rose, che scalcia e piange e ( singhiozza!!! Ancora!!) e poi dell’urlo resta un’eco che s’incolla ai muri scrostati dello scantinato e di Rose resta un’ombra accasciata sui sacchi bianchi di nylon.
Un’altra ombra scivola verso di me.
Una voce bassa e stridula, che non conosco, s’appoggia sulla mia tempia, con la bocca a cui appartiene:
– La figlia era stupenda. Vediamo cos’altro si può fare con la madre. –
Inarco la schiena, orrore repulsione terrore disgusto che schifo che schifo cazzo che schifo cosa hai fatto a mia figlia lurido maiale cosa hai ‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘

Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig

‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘sopra di me, coi peli del petto nel mio naso, il sapore del sangue – di chi? DI CHIIIIIIIIIIIIIII??????????? – in bocca, il rivolo scabro di seme sulla mia coscia e ancora, ancora, ovunque, anche dove già ha lacerato – ovunque – mio amore, figlia mia, voltati di là, tappati le orecchie, presto finirà, ci alzeremo e

Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigj andremo
gjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigji via gjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig

La lama sembra rovente sulla gola. Il taglio è netto.

Mi alzo e non ho più dolore. Prendo Rose per mano e restiamo lì, insieme, a guardare quell’essere che ronfa su un lettuccio appoggiato a una parete in fondo, a poca distanza dallo scempio. Russa come dormisse il sonno dei giusti.

Rose ha di nuovo il singhiozzo, ma più rarefatto, più … pallido.
Non parla per un lungo tempo. Mi tiene la mano. Contempla i nostri corpi con un’espressione che sfugge a ogni definizione. Sembra antica, composta, ineffabile.

– E adesso dove andiamo, mamma? –, mi chiede, senza muover la bocca.
La stringo al cuore. Sono un tutt’uno con lei, come quando era dentro me. Sono densa di calma e … gioia.
Sorrido alla mia bambina da dentro. Sappiamo cosa fare.

Andremo da lui. Ogni notte. Gli faremo rivivere, ogni volta che si addormenterà, quello che ha fatto stasera. E ogni sera starà peggio. Gli toglieremo ore, giorni, anni di vita, ogni singola notte in cui decideremo di venirlo a visitare.
Ha più o meno venticinque, trent’anni ora, mi sembra.

Vedrai cosa sarà, tra dieci anni. Vedrai, Rose.

Vedrai.

Il freddo di quella notte è parte delle sue ossa. Sono passati dieci anni.
Ne dimostra più di settanta. Non saprà mai cosa lo abbia fatto invecchiare così in fretta.
Echi rancidi gli occludono le vene, la visione dei nostri corpi straziati si moltiplica nel suo sogno all’infinito. Si lamenta forte.
Entro breve uscirò, non resisto a lungo qui dentro.
Il cerchio è chiuso, anche questa sera.

Un singhiozzo rarefatto e pallido mi giunge fin dentro quelle viscere pelose:
– Hai finito, mamma? –
Salto fuori dal suo cranio, scrollandomi di dosso pezzetti del suo terrore.

– Arrivo, Rose. Dove ti piacerebbe andare, ora? –
– A trovare la nonna!-
– Ma sì, sarà contenta di vederci. –
– E … Lui? – Indica, con un cenno del capo, il mucchio peloso raggrumato su quel letto.

– Lui dorme. Va bene così. –

Rose fluttua lieve oltre la finestra. Io la seguo. Mi volto un attimo ancora.
Un filo di bava ha inondato il cuscino su cui la testa bianca è posata, più vecchia rispetto a un’ora fa.

Buonanotte, gli sussurro.
Tornerò anche domani.

Ti aspetterò qui.
Come sempre.

Alba Gnazi 2009

Primo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

Secondo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

Terzo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

Quarto Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

Prospettive: Omaggio di parole a Jaya Suberg


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Jaya Suberg è una nata a Copenaghen nel 1956. Dal 1980 vive e lavora a Berlino, una città la cui vitalità e diversità hanno aiutato a trovare ispirazione per le sue creazioni. Jaya ricrea le sue foto digitali attraverso la pittura o disegno stampato o collages, dando così un’espressione più profonda.

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Quando un’antropologa visita la fiera SWAB2015 a Barcellona di Cristina Balma – Tivola


SWAB 2015, fiera d’arte contemporanea emergente, è andata in scena alla sua ottava edizione dall’1 al 4 ottobre scorsi alla Fira Barcelona con la presenza di 65 gallerie per un totale di 22 paesi. Una serie di iniziative – quali una ventina di gallerie d’arte collegate in visite guidate – nonché di eventi collaterali – quali performance e vari vernissage – hanno poi sostenuto la kermesse anche nel resto della città.
La sottoscritta, ormai sempre più curiosa e dal gusto e dalla riflessività forse in graduale maturazione sul tema (forse, appunto), ha osato, chiesto e ottenuto il pass con l’idea di farsi la solita full immersion che giova a tutti: a lei in primis così continua a vedere cose e imparare, a voi lettori ch’ella ama introdurre almeno per sommi capi a ciò che vede, e agli organizzatori della manifestazione, che si stamperanno questo articolo e lo metteranno in archivio – con  l’effetto collaterale di accumulo e di rendere l’archivio stesso, in quanto tale,“opera d’arte” (Mark Dion, non v’è da dubitarne, ha fatto scuola…).
Ma andiamo con ordine. La vostra – ormai persuasa che l’eccentricità protegga, e probabilmente influenzata dalla fiera steampunk che sta avendo luogo in parallelo a pochi isolati di distanza – ha optato per un confortevole look costituito da gonna svasata asimmetrica lunga alla Morticia Addams, anfibi, borsa con disegno di caravella pirata (grazie, Eleuthera!), e in tasca, a darle conforto e sicurezza, Destinazione mondo.
Forme e politiche dell’alterità nell’arte contemporanea di Valentina Lusini. Se infatti giro per queste fiere cercando al contempo di provare piacere nella pura contemplazione, di imparare d’arte ed estetica, di individuare tendenze e di verificare nuove forme e nuovi significati del ‘simbolico’ – riflessi, questi ultimi due, della mia formazione – alle fiere si va di norma per vendere e comprare, e le modalità relazionali e il tono dei discorsi a volte spiazzano l’ingenua sottoscritta facendola sentire un pesce fuor d’acqua privo della competenza per esprimersi.
D’altronde non proviamo un po’ tutti un certo disagio davanti a certe opere il cui significato o le cui quotazioni non ci sono immediatamente comprensibili?
Tendenze nei contenuti chiaramente riconoscibili a questo giro: terrorismo, conflitti, armi, violenza della polizia, perversione dei media nell’inculcare nelle menti dei cittadini false credenze e false ragioni di terrore.
Shakerando il tutto, stavolta s’è avuto come risultato quello di bombe a mano in alabastro dalla testa in acciaio cromato e cervelli in forma di bombe a mano quali originali sculture o fumetti pop in tiratura
limitata, collage di passamontagna – chiaramente riferiti alla divisa del terrorista nell’immaginario collettivo – costruiti di volta con articoli di giornale sui consumi alimentari, sulla condizione della donna, sull’ambiente e via dicendo, anche questi in vendita da un sito internet in tirature limitate, dipinti che ritraggono in tutta la sua ferocia la violenza efferata della polizia accompagnati dalla statua in resina di un giovane contestatore a terra, morto, vicino alla mano del quale è posata la pietra che presumibilmente stava lanciando.

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I misteri della cappella di Sansevero – Bizzarro Bazar


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Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

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Fuori Menù 16 – Benvenuti a Zombilandia.


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“Cari zombetti miei…” chi è del range di età fra i 35 e i 40 anni avrà avuto un flash back di questa frase, un pupazzo di gommapiuma decisamente orrendo, seduto dietro ad una gotica scrivania, imbandita da candele, teschi e ragnatele che presentava la famosa “Notte Horror” di Italia Uno.
Vi starete chiedendo perchè sono partita da qui…beh ovvio direi! Questo Fuori Menù vuole portarvi a fare un giro nel must tornato in voga…gli Zombie.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Luigi Pellini – “La notte del maiale”


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LA NOTTE DEL MAIALE di Luigi Pellini

Durante la tempesta, la corrente era fuggita. Un fulmine si era schiantato contro i tubi che imbrigliavano l’elettricità domestica, liberandola. Ci fu un boato, che implodendo come una stella morente risucchiò dentro i due serpenti fiammeggianti avviluppati tra di loro. A seguire: il silenzio ieratico degli elettrodomestici.
Dalle finestre, le persone guardavano fuori in attesa di risposte, con il lungo passare delle ore trapuntato ai loro sguardi. “Verranno i cacciatori”, pensavano, “e con i loro segugi meccanici staneranno le scintille, batteranno il sentiero elettrico e riporteranno la bestia nelle nostre case, accenderanno la luce come Efesto ha fatto con le ombre, e il tempo tornerà a morire”. Ma intanto il vento maltrattava i cavi della corrente che ondeggiavano sotto la pioggia come una fascina di vene vuote.
Quando scese la notte, via della Speranza era affogata nell’oscurità e nell’acqua battente. Nessuno avrebbe riparato il danno fino all’indomani. Nei piccoli paesi tutto è più lento, anche le urgenze, saette che prima di centrare il bersaglio rallentano un poco per godersi il paesaggio.
Fu a quel punto che Mario detto “Il Brazil” andò in strada. Percorse a memoria tutta la via fino a raggiungere la grande villa dei Bettinelli. Suonò, constatando che nemmeno lì l’elettricità era tornata. In casa c’erano Bettinelli Senior, capitano di industria, sua moglie Marta e Jr., detto “Cagiva”, perché ogni qualvolta si ricordava d’essere vivo gridava come un banditore “CAGIVA CAGIVA”.
Cagiva aveva 31 anni, era lo scemo ufficiale del paese.
Il Brazil spinse il cancello. Aperto. S’indirizzò verso l’adito. Trasse un profondo respiro, poi prese a bussare violentemente contro la porta blindata. Il ventre dell’abitazione rumoreggiò, poi la porta si aprì nervosamente. Un fascio di luce investì Il Brazil in faccia, facendogli strizzare gli occhi.
– Che vuoi, Mario? – Gli chiese il Bettinelli.
– Hai sentito quella cosa del killer?
– Quale cosa?
– Di quel tizio che spacca la testa alla gente con una spranga, e che si mette una maschera da maiale.
– Ho sentito. Ma perché me lo chiedi? Lo hai visto? I telefoni non vanno, sono tutti scarichi.
– No, non l’ho visto. Ma ho il sospetto che qualcuno dirà in giro che è passato di qui.
– Come?
Il Brazil era uno pratico, non aveva mai considerato la violenza solo perché non gli era mai stata utile. Sollevò il piede di porco che stringeva in mano, e lo calò come un martello sulla fronte del Bettinelli, inchiodandogli la morte istantaneamente nel cervello. Il capitano d’industria precipitò al suolo come un qualunque altro stronzo di questa Terra. Lo sentì gorgogliare per qualche istante, dibattendosi sul pavimento come un pesce tirato fuori dall’acqua, poi più nulla.
– MARTA – Gridò Il Brazil, – MARTA ,CORRI, SONO IL MARIO, IL BETTINELLI SI SENTE MALE.
Confusamente sentì qualcuno che si precipitava dalle scale verso l’entrata. – Mioddio mioddio – pigolava con tono supplice una vocetta di donna.
– Mioddio.
Fu l’ultima cosa che disse. Il Brazil caricò la spranga dietro la spalla come una racchetta da tennis e colpì con tanta forza che metà della faccia di Marta esplose in una coreografia pirotecnica di sangue e denti. Il suo corpo morto rimbalzò contro la parete, accatastandosi poi sul cadavere del marito. Finché morte non vi separi.
Il Brazil scavallò le due sagome, raccolse la torcia per terra, e chiuse la porta dietro di sé.
Fece un paio di passi, poi si levò con attenzione le scarpe, che erano foderate come tutto il resto da sacchi della monnezza, e proseguì.
Il Brazil, cinquantacinque anni e non sentirli. Meccanico, giardiniere, operaio, imbianchino, puttaniere affamato di brasiliani. Ne aveva fatte di cose nella vita, ma mai nessuna che gli avesse regalato un cuscino morbido dove far atterrare il culo. Poi quella giornata incredibile, quella serie assolutamente imprevedibile di eventi che lo spingevano verso il trionfo. Prima suo cugino, impiegato di banca, che gli aveva spifferato dei sessantamila prelevati dal Bettinelli quella mattina stessa, poi il temporale, il fulmine che li aveva isolati dal mondo, la scarsa reattività degli operai della rete elettrica, e per ultimo quell’aborto della società che se ne andava in giro per la provincia a scartare i crani della gente, vecchiette più che altro. Praticamente il destino gli stava gridando “prendi quei cazzo di soldi, fai credere che lo scemo è l’assassino che stanno cercando, e goditi un ricco e godereccio prepensionamento”. Non si negò una risata.
Decise di aggiungere un tocco gotico al suo crimine. Trascinò Marta in cucina, sistemandola su una sedia. Con del nastro adesivo le saldò un cucchiaio di legno nella mano. – Bella mamy – le disse, – Se non fosse che mi piacciono calde, mi ti farei.
La faccia di Marta era una poltiglia di carne. La mascella martoriata penzolava deformandole il viso, mentre la lingua sembrava una murena acquattata nella sua tana, pronta a saettare dall’ombra per azzannare una preda.
Al Bettinelli toccò il posto in poltrona con il suo terzo occhio aperto di recente, per meglio godere delle offerte televisive.
I soldi erano ammonticchiati senza cura in un mobile della sala, spiccioli. Appena 120 banconote da 500 euro, la sua merda al mattino faceva più volume.
Spazzolò quanto gli era dovuto, si preparò per il gran finale del suo piano: far credere a tutti che Cagiva aveva ammazzato i suoi, e che era in realtà il Maiale, lo sciroccato che aveva fatto precipitare nel terrore la provincia.
Fuori la pioggia pestava contro i vetri delle finestre. La stanza di Cagiva doveva essere di sopra. Prese il piede di porco e si preparò a lasciarlo nelle mani rotonde e sgraziate di quel poveraccio. Un disgraziato ricco, che presto avrebbe finito i suoi giorni in qualche clinica per malati di mente di lusso. Quasi gli aveva fatto un favore. Con la torcia illuminò le scale. Marmo, severo e freddo. La parete si arrampicava verso l’alto tutta candita di pacchiani quadri a tema bucolico.
Anche se scalzo, gli sembrava che i suoi tendini cigolassero troppo rumorosamente. Il momento richiedeva solennità, presto ci sarebbe stato un importante passaggio di consegne, il lupo avrebbe regalato i suoi denti all’agnello.
Il buio era pesante, l’aria che si respirava era viziata e povera di ossigeno. Con la torcia sciabolò nel corridoio, dove tra tante porte anonime e serrate, una si presentava con un inconfondibile poster di una moto Cagiva affisso sopra.
“Il mio porcellino”, pensò Il Brazil, “peccato non aver portato una bella mascherina”. Cagiva non era tipo da dare di matto, sarebbe stato calmo e tranquillo come sempre, come quando i ragazzi del paese lo prendevano a sassate. Il massimo che avrebbe fatto sarebbe stato ripetere quell’unica cosa che sapeva dire: C AGIVA CAGIVA CAGIVA.
Il Brazil spalancò la porta, dalla stanza esalò un odore terribile.
– Fottuto piasciasotto.
Non c’era nessuno. Ma non poteva esserne sicuro. Tutto era caos, come se una granata anticarro fosse esplosa nell’armadio. “Dio che vomito” pensò. Diede una rapida occhiata al letto, sotto al letto, in mezzo ai cumuli di vestiti puzzolenti. Nulla. Magari dormiva nella stanza di mammina. Fece per uscire, ma poi gli venne una curiosità, se tutti i vestiti erano per la stanza, che c’era nell’armadio? Quando ci puntò dentro la piccola torcia, quasi gli venne un infarto, poi però la felicità lo travolse. Appese tra gli abiti c’erano delle maschere da carnevale con tutti gli animali della fattoria, tra cui quella di un maiale. – Che cazzo – disse ad alta voce- – meglio di così non poteva andarmi, è una cuccagna. La tua infanzia felice ti ha fottuto, Cagiva – E mentre diceva ciò, non si accorse che la maschera da porco non era appesa come tutte le altre, ma qualcuno la indossava, e lo fissava con occhi affamati. Quando Il Brazil si voltò, il maiale scivolò silenziosamente dall’armadio, sollevando sopra la testa un rugginoso e sporco piede di porco.

Luigi Pellini, Marchirolo
entropiazero@hotmail.com

Primo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

Secondo Racconto:https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

Terzo Raconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

Confini. Il Dove della Poesia Italiana: Enrico Fracassi


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Enrico Fracassi è nato a Roma nel 1902 e morto suicida a Marano dei Marsi nel 1924. Le sue poesie furono fatte conoscere da Enrico Falqui che le pubblicò in parte in rivista e, nel 1948, in un libro edito da Scheiwiller. Ammirate da Ungaretti, antologizzate negli anni Cinquanta da Anceschi e Spagnoletti, le poesie di Fracassi sono state già pubblicate nella Collana Tarsie delle Edizioni Il Labirinto.

***

VII

Settembre e la sera declinano: dalle giunture
le membra mi s’allontanano; resti tu sola.
Cadavere sopra cadavere; la Terra è morta
sulla spoglia dell’estate riversa.
Il mandorlo, con i suoi rami
carichi, assiste.
Io penso che questo sia
il paese di là dalla terra favoleggiato
eguale, immutabile, fermo,
d’un colore calmo,
d’un profilo nitido.
Le vene più non mi battono; il sangue dal cuore
più non fluisce; le zolle sono aderenti
alle mie ossa; disteso lungo i solchi
seguo le gemine onde, la passione e l’oblio,
configurarsi e confuse scorrere dalla luce,
ristagnare in un bacino opaco.

***

Il veleno più sottile è questa bellezza diffusa.
Come uno scolaro in vacanza, aspiri voluttuosamente, gridi di piacere,
ti getti supino sull’erba, faccia a faccia contro il cielo.
Quanto più limpida è l’aria, tanto più s’aduggia il mio spirito.
È la Natura un quadro senza figure, che noi non sapremmo animare.

***

Il Sogno col suo lento respiro, il corpo
di fiamma allungato sulle mie
gambe, sul petto, caldo peso leggero
m’immobilizza: docile subisco
il suo dominio, sono il suo dolce
complice il suo compare il mite animale
che aspetta – sono la cuccia del Sogno,
che alla fine si muove a lenti colpi
di coda annuncia il ritorno alla vita:
mobile rossa nuvola riprende
forma di gatto annuvolato e
annoiato che si stende e tenero prova
sulla mia carne l’artiglio affilato.

***

Una reliquia del cielo, stillante
celesti acque: per questo lo abbiamo
sollevato da terra, troncato ramo
ai piedi della quercia, dopo il rapido
uragano, uscendo dalle calde stanze:
folto di foglie fradice e domani
inaridite o marcite, ora sul tavolo
il nocchiuto tralcio luccica tra altri
fatui splendori recisi da mani
umane: anemoni, viole, narcisi,
nasturzi: tagli di terra e cielo qui
riuniti per decorarci e dire – che cosa?
Una quercia ha perduto un ramo; un ragno
l’ombra, il riparo, cui non sa ancora
rinunciare e corre come impazzito ancora
ricorre a quella maceria che non ha
più vita propria – ma non è solo materia
che marcirà: lustro trofeo e contorta
corona ai caduti e a se stesso: docile
modello per questa natura morta.

***

Poesia, mia paziente giardiniera,
taglia sfoltisci metti ordine
nel groviglio dei pensieri, in questo
gran disordine dove ogni pensiero
si ripete si perde come in un assedio
di erbe che si fanno presto sterpi
tra loro soffocandosi serpentine
e solo il dispetto, tra serpi e spine,
velenoso verdeggia; anche nei sogni
le ortiche invadono la casa, i ragni
fanno il nido nel mio letto: e tu, presto,
riprendi tutto – ragni erbe serpi,
sotto la tua paziente tutela,
mia poesia, perfetta giardiniera.