Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rosario Campanile – “Maria”


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Maria di Rosario Campanile

Quella sera uscii dal bar un po’ prima di mezzanotte, lo ricordo bene questo.
Avevo finito le sigarette, pioveva, ero stanco e gli occhi non reggevano più la sua vista.
Quindi i tre motivi precedenti erano solo scuse.
Vederla appoggiata con il gomito sul tavolino mentre rideva e scherzava con due perfetti sconosciuti m’irritava al punto che non riuscivo a buttare giù nemmeno una nocciolina, osservarla mentre metteva in pratica l’arte della seduzione in modo perfetto, mi graffiava l’esofago molto più del solito Matusalem 7 anni con cui condividevo l’attesa di un suo sguardo.
Che non era mai arrivato.
Lo conoscevo bene il suo nome, un nome comune, Maria.
Se non per il fatto che addosso a una sudamericana, un nome del genere assume un contorno esotico che rimanda a chiese missionarie e tango, a passioni coltivate nel barrio e sandali aperti su piedi abbronzati.
Non so dire nemmeno perché tre mesi prima avessi notato proprio lei, tra tutte le ragazze che il venerdì sera affollavano il Cicabum Bar.
Forse perché non era la più bella, forse per quella sua piccola cicatrice sul sopracciglio destro o per i denti bianchi e leggermente ricurvi verso il palato, forse per la sua risata muta, o per le orecchie piccole e definite.

O forse per i suoi occhi.
Neri come un salto nel buio, come un inchiostro sulla pergamena.

Non era mai sola, Maria, ma non era mai con le stesse persone.
Che fossero donne o uomini, in tre mesi non l’avevo mai vista rivolgersi alla stessa faccia per due venerdì di fila.
Di chiedere di lei al barista non me la sentivo, di appoggiare il mio trench nero in una sedia accanto alla sua, nemmeno.
Mi fermavo al bancone, ordinavo e la guardavo di sottecchi, ogni tanto, tra un sorso e l’altro, uscivo a fumare una sigaretta.
Fino alle due, le tre, o comunque fino a che non la vedevo raccogliere la borsa, dirigere lo sguardo verso l’accompagnatore o l’accompagnatrice della serata, alzarsi, andare.
Per darmi un contegno che non era notato da nessuno, allora ne ordinavo un altro, l’ultimo.
Di solito lo bevevo lentamente, una volta sola lo buttai giù di colpo e mi precipitati fuori, giusto il tempo per specchiarmi nelle luci posteriori di una mini minor, nera.
Nel frattempo l’estate era diventata inverno, i sandali avevano ceduto il posto a un paio di ballerine, nulla di più, come se le rigidità della temperatura non riuscissero a sfiorare il calore del suo corpo.
Tornavo direttamente a casa e continuavo a pensare a lei, come quando hai un mal di testa che appare e scompare ma è sempre presente.
Per il resto della settimana, nulla.
Lei non si vedeva in giro, io non andavo al bar, non pensavo a lei: era un veleno presente solo in una notte a settimana, quando mi si gonfiavano cuore, testa e calzoni.
Non erano le occupazioni settimanali a tenermi lontano da lei, proprio non mi veniva in mente, fino a che, alle 19,30 di ogni venerdì, uscito dall’ufficio, andavo a d occupare il mio posto al bancone.

Comunque, a sigarette finite e occhi doloranti, non si procede lontano, così mi avviai all’esterno, indeciso
se arrivare al bar della stazione , o incazzarmi con il distributore automatico, ben cosciente che senza la dose di nicotina giusta non avrei nemmeno preso sonno.

Scelsi la stazione, ancora due passi nel freddo, mi sarebbero serviti per riposare le pupille, confondere i miei pensieri con i suoni della notte.
Il Matusalem mi scaldava le viscere, non il viso, cominciai a stropicciarmi la faccia con la manica del trench, in un tentativo infantile di riscaldarla, e strofinai anche gli occhi, per cancellare ricordi recenti.
La sala d’aspetto della stazione era adiacente al bar, e le anime disperate o raminghe la popolavano in cerca di riparo.
Il barista guardava una replica televisiva in cui s’inventavano nuovi cantanti, le sigarette mi furono allungate senza uno sguardo, né una parola.
Misi i cinque euro sul banco e lo mandai mentalmente a fare nel culo, scartai il pacchetto e me ne accesi una.
Dalla macchina posteggiata all’angolo della strada venivano movimenti e mugugni, si accese la luce del cruscotto, e il viso di Maria emerse dal buio.
Fu la prima volta in cui mi fissò negli occhi. La seconda, circa cinque secondi dopo, quando uscita dall’abitacolo me ne chiese una.
Mi accorsi che batteva i piedi in terra dal freddo, del resto le ballerine non potevano essere di grande riparo.
Le feci accendere, senza fiato, cercando di scrutare nell’abitacolo, per capire quale dei due compagni di tavolino ci fosse con lei.
Il fiato non tornò certo quando li vidi entrambi, e soprattutto quando vidi che si baciavano tra loro.
Non capivo: perché allora al bar sembravano amoreggiare con lei?
Maria mi guardava con un mezzo sorriso, e taceva.
La osservai con nuova attenzione, faticavo a riconoscerla, poi sentii la sua mano nella mia, e una parola sola.
Vieni.
Non mi domandai dove, andai, anzi la seguii. Mentre camminavamo i miei occhi seguivano solo le sue anche e il loro movimento divino.
In quel momento, chi ci avesse visto da lontano, avrebbe notato solo due braci rosse, intermittenti, che si avvicinavano e si allontanavano.
Non avrebbero notato la mia espressione imbambolata, né la sua quasi sognante.
Il portone del palazzo in cui mi portò era buio più della notte, ma si accese improvvisamente quando la sua lingua scivolò nella mia bocca.
La luce trovò i miei occhi sbarrati per lo stupore, le mie mani che la stringevano all’altezza della nuca.
Avevo mille domande da farle, che rimanevano chiuse in me, e quella che più m’interessava, perché, era proprio quella che volevo evitare.
Fu lei a dirmelo. Che i due nella macchina avevano provato a spogliarla. Che le avevano messo le mani addosso, dappertutto, che lei era rimasta ferma, immobile, fino al momento in cui i due si erano immobilizzati, e un attimo dopo avevano preso a baciarsi tra loro.
Perché, chiesi.
Volevano scoparmi per esibire un trofeo, rispose. Ora si confrontano con le loro vanità.
Succederà anche a te, se non sarai sincero con me.
Impossibile, pensai, io ti amo.

Ricordo che lo pensai di getto, con forza, talmente forte che lei sembrò sentirlo.
Anzi, lo sentì. E cambiò il suo volto. Divenne il mio.
Lei tutta divenne me. I miei occhi, la mia bocca, il mio naso, stavo baciando me stesso, senza riuscire a fermarmi.
Solo la voce che sentivo nella mia testa era ancora la sua, e mi ripeteva, no, tu ami solo te, hai amato solo e sempre te.
La mia bocca stava divorando la mia lingua, masticandola con forza e incurante del dolore, del sapore di sangue, dell’orrore.
Quando riuscii a staccarmi dall’altro me stesso, tutto acquistò realtà, tutto si compose nell’istante in cui provai a urlare senza voce.
Lei era ancora, di nuovo davanti a me, che mi guardava, con disgusto.
Si levò le ballerine, me le mostrò, e me le scagliò addosso, nemmeno troppo forte, ma con disgusto.
Ora i suoi piedi erano diventati scuri, le sue anche si erano allargate, il suo viso pieno di macchie.
I suoi denti, ancora leggermente ricurvi, erano colmi del mio sangue.
Non fu questo che finì di terrorizzarmi, nemmeno la sua voce.
La sua voce che era diventata lontana. Sembrava provenisse da un’altra stanza, rimbombante e sorda assieme.
Fu quello che mi disse.
Vivrai, ancora, per tanto, troppo tempo.
Tu, e tu da solo.

Non riesco più a fumare, ora.
Non sento i sapori, e la nicotina non basta a rallentare i miei pensieri.
Cammino per le strade vuote, senza meta.
Osservo le case fatiscenti, i palazzi crollati, le piazze piene di immondizia.
Non ci sono musiche né canti di uccelli a confortare le mie orecchie, non esiste più un sole che mi scaldi, o una luna che mi faccia sognare.
Le mie notti e i miei giorni si assomigliano, tempi e ritmi ormai confusi.
Le mie mani non sfiorano cose vive.
Tranne il mio corpo.
L’unica cosa non morta sulla faccia della terra.
Mi amo completamente ora.
Aveva ragione Maria. Amo me, solo me.

Rosario Campanile

***

Primo racconto pubblicato: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

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