Inediti di Domenico Porfido


domenico

Nasce nel 1991 a San Potito Ultra, piccolo borgo avellinese, dove si diverte a evitare la vita e immaginarsi diverso. Passa dall’infanzia alla maturità senza mai vivere l’adolescenza di cui ricorda solo l’acne; dell’adolescenza sognata parlerà nel libro Via Sehnsucht (Istituto italiano di cultura di Napoli, 2013), scritto tra le inconsistenze notturne. Nel futuro prossimo studierà per parlare una lingua meravigliosa.

***

Vengo

Bruciavi legna arsa che si muoveva frettolosa.
Mi abbracciasti con il casco,
ti mancavo per un’epoca di delitti.
Rifiutavi le offerte dei passanti sgraziatamente
e il tuo sorriso sporco, ma bello,
veramente bello,
fioriva per le strade
con le automobili sfreccianti di fianco.
Tu, te ne stavi seduta, grillo,
senza dire parole
rivolgendoti le mani
scarnificando il dolore
assaporando l’asfalto.
Non ti spogliavi e guardavi un’aquila volare
vicina alle verdi vette.
E quel dolore riversò infinito acido nel tuo corpo,
Dio mio, come sapevi di catrame e ciliegie.

Assaporandomi, ti vendicasti di me,
i sogni infranti in autostrada
mi si gettarono al collo.
Le luci fioche di un lampione
non furono mai così bianche.
Procedevo sulla diritta strada
quando mi fermai sulla destra
quieta sulla tua sdraio a righe blu e gialle
mi dicesti:
“Un viaggio nei miei occhi per il tuo sapore.”
Barbaramente fui avvicinato ai tuoi bianchi occhi
e ripetendomi l’intenzione di non proseguire,
scelsi di precipitare nell’oblio del piacere
e mi addormentai fra le scure membra.

Quando tutto procede piano
ia- ia a i ia ia.
A suoni rauchi incrociati
si scioglievano i giochi da strada
e cogliendo le paure
ie. eie ie e e e
rispondesti ai versi.
Bestie senza ritegno.
Che piacere.

Batte, batte il macabro incendio dei sensi.
Sulle strade adesso spente.
Batte e batte ancora
nelle notti
alle 3
alle 4
e non si ferma mai
fino a che non si avvicina lo zio Sole
che ammonisce noi, demoni neri
e rischiara le parole e le cupe anime.
Ma non risorgiamo
io voglio continuare in questo tremendo bagno
voglio assaggiare la notte di giorno
che batte e ribatte
nelle larve ostili dei miei pensieri
che si continua a cercare con pallore e devozione.
Ma quanto batte!
È molto pazza.
Si getta in danze tantriche, lei.
Possiede il lavoro di tutti i tempi scuri.
Questa riserva è una sorsata di vento e gelo.
Finisce.

Poi si avvicina nello scisma più puro e delicato
ti violenta e ride
ride…
non sai perché ma ride
e senti le sue languide risate
che cadono nella tua bocca e nella tua carne.
Rispettami rispettami
non sarai un sollazzo qualunque delle strade di provincia?
Ma niente, continua a ridere
Ah ah. Ah ah ah ah ah.
Ah ah. Ah ah ah ah ah.
Ah ah. Ah ah ah ah ah.
Se la spassa
e quando finisce
c’è solo confusione
e quieta calma che si riprende le note
e le risa che gli appartengono.

Che sollazzo celestiale – l’impressione mi tradisce molto raramente
e godo ora. Godo come un matto che gode.
E intanto che godo suono l’arpa e gioco a baseball
ma questo
tutto questo non mi appartiene
so solo che godo e godo bene.
Intanto scorre ancora ogni getto d’acqua del fiume di sotto
dietro gli alberi
e davanti a noi corrono lente le macchine all’alba.

Poi però si ferma tutto e mi prende una gioia tiepida
tiepida.
ben h g
beh h g
ben h g
beh h g

Fumo di grande quantità e grande sollecitudine nei tuoi occhi.
Si aspetta l’esplosione
l’afflato ci sorregge e va veloce
invasati abbiamo corso fino ad ora
e tra poco ci fermeremo
sotto il ricordo delle grandi attese
che si infrangono mentre godo.
Il fuoco sta per sopraggiungere.

Suona e risuona
vibra.
Vibra, con molta forza
e si infrange sul punto più alto.
Si spegne tutto.
Vengo

***

Un giorno con la vita

Stasera
donne appese lasceranno le valli
dimenticheranno il nome
risuoneranno antichi versi
strapperanno vesti e saranno nude
balleranno
avranno le ossa da mischiarsi nelle ferie putride comandate
si ciberanno di sazi profili
allora come allora strazieranno le membra degli innocenti
avranno le carni da abbracciare e mani sciolte per non definirsi.

Io
che non mi sciolgo
che ai randagi dico addio
che ai signori non chino il cappello
ora che non mi sento bene
che ho la febbre a quaranta
che sputo sui rifiuti
e che nelle rupestri cose non so dire di no
mi attacco alle vanità
mi cerco nelle pulsazioni
cardiologia da scuola elementari
scolaretto senza vita
muovo facili sillabe
nella mossa antica di un ritrovo per corpi imprecisi
e quando si risentiranno
i corpi
nelle parole come offese
e nelle strade come lesbiche al mattino al massacro degli omofobi
mi rivedrò steso come neve appena caduta
mi parlerò delle mie paure da quindicenne
liberandomene finalmente e
a testa alta camminerò nei vicoli ciechi
mi librerò sulle teste dei miei nemici,
cinici pensieri da supplizio fraternale.

Io ora vivo contro le innocenze delle pose da cretino
contro la mente che mi ero imposto
non sublimo i pensieri
e agisco di ruggito
leone in gabbia ora uscito col volume alto
attacco
inferocito
punto ad alte cose da non pensare
da non credere
e non cedo alle cose mie che mi hanno impedito la vita,
sorsata dolce delle spiagge pubbliche,
verranno fuori azioni dirette alle relazioni da lotta pubiche,
m’intenderò di tutto
caricherò i cannoni come gli orizzonti di gloria di Kubrick
sfonderò nel limbo
sarò assassino;
mai siate vittime di questi quattro bastardi senza cervello
e nel cervello io cerco meccanica di emozioni da vivo come sono
mi ritengo degno del saluto di tutti e non portatemi rancore
io provo gioia, vi amo
farabutti che mi avete portato alla conclusione vitale
al gioire da porcile
all’esplodere dell’esistenza
il far festa senza guerra
il morire per rinascere
il catrame dell’inferno
su questa cenere vi scenderà piano
vi mangerò
biblicamente
nelle vostre ansie, nei vostri dolori, io
sarò maestro
vi insegnerò il vivere
più il sentore del silenzio
tenderò le mani verso una musica da cerebrolesi per rendervi più interessanti
proletari da guerre di trincea
ho violato
ho violato per voi questa mia vita
siatemene grati…

Allora farete giochi con le mani
e vi mangerete fra di voi
scenderete nel sottosuolo
oltre i preti di paese e i frati ubriaconi
mi ricorderete per le omelie
per le celebrazioni da gran cane bastardo
porco farabutto da colazioni in ostelli a due soldi
mi riterrò il gran Signore
riderò con le braccia alzate al cielo
invocherò Dio,
chiamare senza risposta,
e mi scorderete
fratricida come un giunco piegato al calar del vento
ora che il vento è peggio del sole
e mi scendono lacrime per il cambiamento
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
Io non sono un Anticristo
vengo per portarvi l’ulivo
accettatelo
per le piaghe del demonio c’è tempo da buttare…

***

Sangue

Di questo corpo avvizzito,
scalciato il vitalismo di mio padre
l’arroganza terrena di mia nonna
il blaterare di mia zia
la compostezza di mia madre
provai a tentar le vie mie
negate
dai riflessi inutili del mio sangue.
D’un sentimento di non appartenenza
che non volli
ma che mi perseguita dalla nascita
rimangono i rancori
gli scatti atletici mai partiti
un agonismo da imbecilli
malcelato da un cinismo da strapazzo.

Scannatemi vivo se non sono io.

***

Respiro

Quando ci parliamo
non uso parole inglesi
solo poche frasi
italiane,
gesti già squadrati,
aria che respira
come la mia bocca sulla tua
ad adeguarti le risa
fra il cabaret e l’amore,
le mani già rosse
cadere negli impulsi da
vita che chiede vita
cui rispondo con perifrasi fisiche
per ritrovarmi, poi,
nelle meccaniche comuni,
a perdermi inconsciamente

***

Prostitute magre

Prostitute magre non sanno cos’è l’amore.
Il grasso l’ha portato via con sé.
E adesso, vagabondando sole, cercano
un posto caldo dove accamparsi
che non sia amore.
La delusione provoca sconforto,
lo sconforto provoca rancore,
prostitute magre non se ne accorgono
e quando il verme si alza ritto
lo accolgono, calde,
purché non sia amore.
Prostitute magre, forse son belle da vedere,
belle da pensare,
ma non da amare.
Cervello smagrito,
si saziano di effimere illusioni,
queste donne,
ma non hanno mai bevuto l’amore,
acido nella coppa.
Prostitute magre rimangono cenere in ceneriera,
accantonata da tanti anni
in una squallida sede di partito.

***

Lezione

Non ne è rimasto nemmeno un bicchiere
l’hai bevuto tutto
non mi resta che sorseggiarti vuotando i tuoi seni
spremendo i tuoi duri capezzoli da cui non esce che vile latte materno.
Costruimmo una casa
io e te
una casa
con dure mani e duri cuori
senza destino
solo il cadere dei rottami degli aerei che non ci riguardavano.

Non c’era poi nemmeno bisogno dei diti medi o delle bestemmie sparite tra i denti
solo tenere linguacce e baci soffiati.
Io e te eravamo apertura alare, altari sacri da non violare, fiamma inestinguibile, mari mossi da principi primi, terre sicure già esplorate, coppia di sangue senza incesto.

Non ti donavo che discorsi severi per contrariarmi
e tu divertita ridevi nel saggiare preziosi piaceri di una mente volatile.
Risalivi al verbo primo delle mie parole
dalle radici scomposte di una balbuzie
che tu
mi aiutavi a ricomporre con facili cenni del capo ed occhi fermi.

Fu in una notte di ghiaccio che ti colpii
con la violenza inaudita del troppo amore
con la follia dell’angoscia per l’infinito
ti sfregiai il volto
e pugni e calci che quasi andasti in coma
ma tu non capivi che l’amore è violenza
e non hai mai lottato:
deduco oggi tu non mi abbia mai amato.
Ah, se potessi tornare indietro
ti insegnerei a lottare
e ad armi pari
ti affronterei più forte
fino a ritrovare un’aspra coincidenza fra il tuo modo di amare ed il mio.

***

Appartato dal fabbricare
con la sacralità dei carcerati
e le liturgie di un prete mondano
ignorante da scuola dell’obbligo,
arrogante
come è arrogante una mucca al pascolo,
ero già stracciato da spirali patrie e
mi accomodavo sull’erba
fossi animale cacciato dal branco.

Solo non lavoravo
e non mi feci mai padre
incapace di figli
incapace di moglie,
nel dissiparsi inquieto di un bar scombiccherato
finivo energia

Forse non sono mai stato…
nel rumorio umano ho sempre latrato come un cane

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