I consigli di WSF


Libri

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Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon

Libro fuori dai confini della letteratura. Hemon ha scritto un libro denso e straordinario. La realtà esplode a ogni passo; lo sorprende, sconvolge, supera. Eppure sa ricomporre in una serie di testi autobiografici secondo un’intima cronologia che li rende ancora più eloquenti e interrelati. Dalla nascita della sorella, che lo costringe a rivedere i confini del proprio io, alla scoperta del mondo oltre i confini della ‘terra promessa del socialismo’ durante uno sfortunato quanto esilarante viaggio in Italia; dai progetti ingenuamente sovversivi partoriti con un gruppo di artistoidi nella Sarajevo socialista, allo shock di vedere il proprio mentore trasformarsi in mostruoso braccio destro di Karadzic; da un soggiorno di studio negli Stati Uniti divenuto esilio involontario, al ritorno nella Sarajevo post-assedio dove ‘era tutto straordinariamente diverso da quello che avevo conosciuto e tutto straordinariamente uguale a prima’ – in ogni stazioni Hemon segue il proprio vissuto, orchestrando un’insieme di personaggi che con la loro forza terrena controbilanciano un orizzonte impietoso, e dai quali distilla una dimensione narrativa che gli consente di ‘estendere se stesso’ e forse di ‘capire quello che mi è difficile capire.

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La passione ribelle di Paola Mastrocola

Credevamo nell’immortalità. Una volta i grandi ci mettevano la vita per completare una sola opera, che magari vedeva la luce solo dopo la loro morte. C’erano progetti lunghi, che superavano il nostro limitatissimo tempo. Credevamo nell’immortalità, e questo ci toglieva la fretta, la smania di arrivare. Eravamo felici di non arrivare. Scrivevamo trattati, che radunavano in sé, e ordinavano, tutto lo scibile su un dato argomento. Scrivevamo, anche, a mano: scrivere a mano è lento, e quella lentezza favorisce i pensieri, li accompagna, li plasma meglio. Li rende più profondi, meno buttati lì, estemporanei. Vedevamo le cancellature che è un po’ come rivedere le foto dei vecchi amici e fidanzati. È dare tempo all’immagine di noi, capire che siamo esseri stratificati, farciti di momenti diversi, e che la vita è un mutamento continuo, e volgersi a vedere le prime forme ci rassicura sulle future. Non si studia più, lo studio è sparito dalle nostre vite. La cosa più incredibile e clamorosa è che non importa a nessuno. I ragazzi non leggono o non fanno proprio ciò che leggono. Gli insegnanti stessi hanno poco tempo per studiare. Gli adulti in generale non leggono più come una volta. Forse c’entra la scomparsa dell’introversione: se cade il gusto di stare dentro di sé, cade anche il gusto di fermarsi sulle parole di un libro. Vogliamo rinunciare al piacere delle idee e dei pensieri? Oggi tutto ci spinge a vivere fuori di noi, a contatto perenne con gli altri. Sempre relazionati e connessi, mai soli. La scuola – ma anche la famiglia, la società – non ama i timidi, i solitari, forse neanche i ragazzi studiosi: celebra il lavoro di gruppo, la socializzazione, i social network. Ma se nessuno sarà più capace di trovare in sé gli stimoli necessari, come potranno ancora essere favorite attività quali la lettura, la riflessione, la scrittura, l’arte e lo studio? E ci importa ancora favorire queste attività o preferiamo lasciarle cadere, in nome del cambiamento.

Film

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Le regole del caos di Alan Rickman

Sabine De Barra, donna e non nobile, è in lista per un incarico alla corte di Luigi XIV. Il sovrano e la sua cerchia stanno per trasferirsi a Versailles e l’artista di corte André le Notre, nonostante il disappunto iniziale, sceglie proprio Madame De Barra per realizzare uno dei giardini principali del nuovo palazzo. Mentre lei cerca di fare i conti con una tragedia del passato, Le Notre li fa con il disagio del suo presente. La malinconia di lui, attrae Sabine, mentre la tenacia di lei, e la sua sincerità, le avvicinano André. Il titolo originale, A Little Chaos, non fa il paio con quello normativo che ha scelto la distribuzione italiana: in fondo, Alan Rickman non voleva probabilmente dettar legge in campo cinematografico, bensì confezionare un piccolo film originale, nel quale vestire “modestamente” i panni del Re Sole. E se suona contraddittorio, è perché Le regole del caos è un progetto che si regge da cima a fondo su un balletto di contraddizioni, a partire dalla manciata di grandi attori anglofoni che giocano a fare i massimi francesi. La corte di Versailles, poi, non si direbbe certo lo sfondo ideale di un film di (relativamente) piccolo budget, ma in questo senso la scommessa è vinta, perché, pur girando esclusivamente in Inghilterra, il regista e la sua troupe tecnica sono riusciti a ricreare le dinamiche estetiche e relazionali della corte con gusto e autenticità (meravigliose le pantofoline di seta che affondano nel fango, a riprova di un’esistenza spesa nel nome dell’ideale, contro ogni buon senso). Teatrale nell’impostazione, come da scena madre tra Sabine e il re nel frutteto, esplicito nel sottotesto, con la protagonista nobile d’animo di contro ad una nobiltà di sangue meschina e capricciosa, e comoda nei suoi abiti senza corsetto perché lavora e non sta a guardare, il film di Rickman è effettivamente, nonostante tutto, un oggetto originale, in virtù principalmente del suo soggetto: la sfida sociale e creativa di una paesaggista alla corte del Re Sole. Peccato che la sceneggiatura non si accontenti di essere un gioco che si prende sul serio, come una danza a Versailles, ma si carichi del peso di fantasmi familiari e drammi ingombranti, fuori tema e fuori stile. Kate Winslet da sola ha la forza di farci credere qualunque cosa, ed è senza dubbio lei a salvare dall’annegamento Matthias Schoenaerts, anche se il film racconta il contrario. Solo Stanley Tucci è in grado di rubarle la scena: nell’interpretare il Duca D’Orleans, fratello del re, è evidentemente il più felice della compagnia, nonché il più à l’aise.

Serie TV

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Outlander

Nel 1945 Claire Randall, un’infermiera della seconda guerra mondiale, ritorna da suo marito Frank dopo la fine dei combattimenti. I due partono per le Highlands scozzesi in occasione della loro “seconda” luna di miele e, durante il soggiorno a Inverness, Claire viene misteriosamente catapultata indietro nel tempo nella Scozia del 1743 grazie ad un cerchio di pietre misteriose, chiamato Craigh na Dun. La donna si ritrova in un mondo sconosciuto, dove la sua vita è costantemente in pericolo. Un antenato di suo marito, il capitano Jonathan “Black Jack” Randall, cerca di stuprarla, ma la donna viene portata in salvo da Murtagh Fitzgibbons, il quale la conduce dai MacKenzie, il clan di scozzesi residenti a Castle Leoch. Durante la sua permanenza nel territorio dei MacKenzie, Claire fa la conoscenza di Jamie Fraser, giovane guerriero ricercato dalle Giubbe Rosse per furto e nipote del laird Colum MacKenzie. Quest’ultimo costringe la donna a rimanere al castello come guaritrice e le impedisce di dirigersi alle pietre, grazie alle quali spera di poter tornare da Frank. Claire cerca di ambientarsi nella società scozzese e fa la conoscenza di Geillis Duncan, la quale sembra comprendere la sua natura di “straniera” dandole consigli. Durante un viaggio nel territorio MacKenzie per la riscossione dei tributi, Claire incontra nuovamente Jonathan Randall ed è costretta a sposare Jamie. Col tempo, però, tra i due si accende un’intensa passione, che divide così il cuore di Claire tra due uomini molto diversi in due vite inconciliabili. Dopo il matrimonio, Jamie e Claire ripartono per Castle Leoch, ma prima Jamie intende incontrare un disertore inglese che potrebbe aiutarlo a far cadere le accuse di furto. Lasciata nei boschi vicini a Craigh na Dun, Claire vede un’occasione irrinunciabile di tornare da Frank e si precipita verso il cerchio di pietre, dalle quali sente provenire la voce di Frank urlare il suo nome. Dopo sette settimane di ricerche, infatti, l’uomo è tornato anch’egli a Craigh na Dun, per cercare una spiegazione alla scomparsa improvvisa di Claire. La donna si avvicina e chiama in risposta il marito, ma improvvisamente viene catturata dalle Giubbe Rosse. Frank, sconfortato, lascia le Highlands per recarsi ad Oxford. Gli inglesi conducono Claire a Fort Williams da Jonathan Randall, il quale cerca per la terza volta di scoprire la verità sulla donna, ricorrendo alla violenza. Ma prima che il capitano possa ferire Claire, Jamie irrompe dalla finestra e minaccia l’uomo di sparargli se non lascia andare sua moglie.

Daniela Bedeski: De l’amor


Daniela Bedeski

Daniela Bedeski

Tieni alto il vessillo del sogno
perché il vascello notturno
Acque amare dovrà solcare

Molti conoscono Daniela Bedeski come voce solista della Camerata Mediolanense, gruppo con il quale ha collaborato per circa un ventennio, nonchè per il suo più recente lavoro “RosaRubea”. Molti conoscono la di lei spiccata sensibilità, la capacità di esprimere nelle sue performances un equilibro perfetto di poesia, arte performativa, visiva e musicale. Io ho avuto il piacere di incontrarla al Festival internazionale multimediale e performativo di poesia, scrittura, fotografia, videoarte di Spinea ed ho potuto apprezzare i suoi versi e la meravigliosa recitazione degli stessi: le mani, le braccia, l’espressione, la voce, musica e poesia.
Daniela consegue la Laurea in Lingue e Letterature Straniere e in seguito a un “long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens”, comincia a studiare canto lirico con Antonella Gianese e Claudine Ansermet, specializzandosi nel repertorio barocco. Successivamente, segue master classes in canto barocco con la stessa Claudine Ansermet, con Lavinia Bertotti, Gloria Banditelli e Roberto Gini.
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Solo brevi domande esiliate di Griselda Doka


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Sono “solo brevi domande esiliate” quelle che Griselda Doka si pone nella sua prima silloge poetica pubblicata da FaraEditore.

Un percorso poetico e umano che scivola come una nenia tra il ricordo e la rivalsa del passato. Un canto triste e fiero che ci permette d’immaginare i ricordi di un paese natale lontano e allo stesso tempo vicinissimo. “Ti Shqipëri, më jep nder, më jep emrin shqipëtar” (Tu Albania, mi dai onore, mi dai il nome albanese)

in quell’angolo del mondo/dove congelato è rimasto il volo dell’aquila/ troppo alto il cielo/ troppo bassa la terra/” (Solo brevi domande esiliate pg. 23)

Una voce nuova quanto interessante quella di Griselda, capace di disegnare immagini familiari bellissime e caustiche, ricche di quel maturo perdono che solo il tempo è capace di donare. Una litania bilingue che trascina e ci trascina in un personalissimo percorso di purificazione:

mi dispiace madre/se non ho mantenuto la grande promessa/se ho disobbedito/ e non ho imparato a volare/per la tua gioia/ (Solo brevi domande esiliate pg. 47)

La visione di una donna, figlia e oggi madre che si guarda indietro e senza rimpianti pare dire “no, non rimpiango nulla”.

Griselda DokaSolo brevi domande esiliate” FaraEditore 2015

Sito ufficiale: http://www.faraeditore.it

Christian Humouda

Confini. Il dove della Poesia Italiana: Margherita Guidacci


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Da Nerosuite (1970)

Clinica neurologica
Qui giunto molte cose o pellegrino
puoi domandarti ma una sola importa:
E’ l’ultima casa dei vivi
o la prima dei morti?

***

LA MADRE PAZZA

Noi con gli stracci smessi del passato
ci costruiamo un presente.
Come una bambola piena di segatura
lo stringiamo al petto,
teneramente lo culliamo.
Così la madre pazza, mia vicina,
parla con un fanciullo
da molto tempo sparito in mezzo ai fiori,
e intanto volta indignata le spalle
all’uomo grigio, flaccido ed affranto
che quel fanciullo è diventato
e che la supplica invano
di riconoscerlo.

***

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Poesia e Arte. Ennio Abate


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Artista e poeta, oggi ospitiamo Ennio Abate!
Benvenuto nelle pagine virtuali di Words Social Forum!

Chi è Ennio Abate?

L’ho scritto nella presentazione del mio blog “Narratorio grafico di Tabea Nineo» (anagramma giovanile del mio nome e cognome nome col quale ho deciso di firmare disegni e dipinti): uno che da ragazzo ha imparato a scrivere e, a un certo punto, ha imparato anche a disegnare e dipingere. E che ha poi – giovane, adulto, vecchio – continuato le due attività, conciliandole o alternandole più o meno bene. Per varie ragioni, che qui non affronto, lo spazio occupato dalla scrittura (poesia, saggistica, carteggi con amici o avversari) ha prevalso su quello dedicato al disegno-pittura. Comunque, Tabea Nineo, resta in fondo il gemello di Ennio Abate.
Accanto al carattere fin dall’inizio bifronte della mia ricerca ne andrebbe considerato un altro: ho avuto una vita “ a zig zag”, piena di deviazioni e interruzioni, essendo stato studente, immigrato, impiegato, lavoratore-studente, militante politico e alla fine insegnante. Sono stato perciò poeta e artista in semiclandestinità; e credo che i miei lavori, per un diverso modo di sentire rispetto a quello attuale o dei giovani, appariranno quasi dei reperti archeologici.

Donna seduta

Donna seduta

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rosario Campanile – “Maria”


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Maria di Rosario Campanile

Quella sera uscii dal bar un po’ prima di mezzanotte, lo ricordo bene questo.
Avevo finito le sigarette, pioveva, ero stanco e gli occhi non reggevano più la sua vista.
Quindi i tre motivi precedenti erano solo scuse.
Vederla appoggiata con il gomito sul tavolino mentre rideva e scherzava con due perfetti sconosciuti m’irritava al punto che non riuscivo a buttare giù nemmeno una nocciolina, osservarla mentre metteva in pratica l’arte della seduzione in modo perfetto, mi graffiava l’esofago molto più del solito Matusalem 7 anni con cui condividevo l’attesa di un suo sguardo.
Che non era mai arrivato.
Lo conoscevo bene il suo nome, un nome comune, Maria.
Se non per il fatto che addosso a una sudamericana, un nome del genere assume un contorno esotico che rimanda a chiese missionarie e tango, a passioni coltivate nel barrio e sandali aperti su piedi abbronzati.
Non so dire nemmeno perché tre mesi prima avessi notato proprio lei, tra tutte le ragazze che il venerdì sera affollavano il Cicabum Bar.
Forse perché non era la più bella, forse per quella sua piccola cicatrice sul sopracciglio destro o per i denti bianchi e leggermente ricurvi verso il palato, forse per la sua risata muta, o per le orecchie piccole e definite.

O forse per i suoi occhi.
Neri come un salto nel buio, come un inchiostro sulla pergamena.

Non era mai sola, Maria, ma non era mai con le stesse persone.
Che fossero donne o uomini, in tre mesi non l’avevo mai vista rivolgersi alla stessa faccia per due venerdì di fila.
Di chiedere di lei al barista non me la sentivo, di appoggiare il mio trench nero in una sedia accanto alla sua, nemmeno.
Mi fermavo al bancone, ordinavo e la guardavo di sottecchi, ogni tanto, tra un sorso e l’altro, uscivo a fumare una sigaretta.
Fino alle due, le tre, o comunque fino a che non la vedevo raccogliere la borsa, dirigere lo sguardo verso l’accompagnatore o l’accompagnatrice della serata, alzarsi, andare.
Per darmi un contegno che non era notato da nessuno, allora ne ordinavo un altro, l’ultimo.
Di solito lo bevevo lentamente, una volta sola lo buttai giù di colpo e mi precipitati fuori, giusto il tempo per specchiarmi nelle luci posteriori di una mini minor, nera.
Nel frattempo l’estate era diventata inverno, i sandali avevano ceduto il posto a un paio di ballerine, nulla di più, come se le rigidità della temperatura non riuscissero a sfiorare il calore del suo corpo.
Tornavo direttamente a casa e continuavo a pensare a lei, come quando hai un mal di testa che appare e scompare ma è sempre presente.
Per il resto della settimana, nulla.
Lei non si vedeva in giro, io non andavo al bar, non pensavo a lei: era un veleno presente solo in una notte a settimana, quando mi si gonfiavano cuore, testa e calzoni.
Non erano le occupazioni settimanali a tenermi lontano da lei, proprio non mi veniva in mente, fino a che, alle 19,30 di ogni venerdì, uscito dall’ufficio, andavo a d occupare il mio posto al bancone.

Comunque, a sigarette finite e occhi doloranti, non si procede lontano, così mi avviai all’esterno, indeciso
se arrivare al bar della stazione , o incazzarmi con il distributore automatico, ben cosciente che senza la dose di nicotina giusta non avrei nemmeno preso sonno.

Scelsi la stazione, ancora due passi nel freddo, mi sarebbero serviti per riposare le pupille, confondere i miei pensieri con i suoni della notte.
Il Matusalem mi scaldava le viscere, non il viso, cominciai a stropicciarmi la faccia con la manica del trench, in un tentativo infantile di riscaldarla, e strofinai anche gli occhi, per cancellare ricordi recenti.
La sala d’aspetto della stazione era adiacente al bar, e le anime disperate o raminghe la popolavano in cerca di riparo.
Il barista guardava una replica televisiva in cui s’inventavano nuovi cantanti, le sigarette mi furono allungate senza uno sguardo, né una parola.
Misi i cinque euro sul banco e lo mandai mentalmente a fare nel culo, scartai il pacchetto e me ne accesi una.
Dalla macchina posteggiata all’angolo della strada venivano movimenti e mugugni, si accese la luce del cruscotto, e il viso di Maria emerse dal buio.
Fu la prima volta in cui mi fissò negli occhi. La seconda, circa cinque secondi dopo, quando uscita dall’abitacolo me ne chiese una.
Mi accorsi che batteva i piedi in terra dal freddo, del resto le ballerine non potevano essere di grande riparo.
Le feci accendere, senza fiato, cercando di scrutare nell’abitacolo, per capire quale dei due compagni di tavolino ci fosse con lei.
Il fiato non tornò certo quando li vidi entrambi, e soprattutto quando vidi che si baciavano tra loro.
Non capivo: perché allora al bar sembravano amoreggiare con lei?
Maria mi guardava con un mezzo sorriso, e taceva.
La osservai con nuova attenzione, faticavo a riconoscerla, poi sentii la sua mano nella mia, e una parola sola.
Vieni.
Non mi domandai dove, andai, anzi la seguii. Mentre camminavamo i miei occhi seguivano solo le sue anche e il loro movimento divino.
In quel momento, chi ci avesse visto da lontano, avrebbe notato solo due braci rosse, intermittenti, che si avvicinavano e si allontanavano.
Non avrebbero notato la mia espressione imbambolata, né la sua quasi sognante.
Il portone del palazzo in cui mi portò era buio più della notte, ma si accese improvvisamente quando la sua lingua scivolò nella mia bocca.
La luce trovò i miei occhi sbarrati per lo stupore, le mie mani che la stringevano all’altezza della nuca.
Avevo mille domande da farle, che rimanevano chiuse in me, e quella che più m’interessava, perché, era proprio quella che volevo evitare.
Fu lei a dirmelo. Che i due nella macchina avevano provato a spogliarla. Che le avevano messo le mani addosso, dappertutto, che lei era rimasta ferma, immobile, fino al momento in cui i due si erano immobilizzati, e un attimo dopo avevano preso a baciarsi tra loro.
Perché, chiesi.
Volevano scoparmi per esibire un trofeo, rispose. Ora si confrontano con le loro vanità.
Succederà anche a te, se non sarai sincero con me.
Impossibile, pensai, io ti amo.

Ricordo che lo pensai di getto, con forza, talmente forte che lei sembrò sentirlo.
Anzi, lo sentì. E cambiò il suo volto. Divenne il mio.
Lei tutta divenne me. I miei occhi, la mia bocca, il mio naso, stavo baciando me stesso, senza riuscire a fermarmi.
Solo la voce che sentivo nella mia testa era ancora la sua, e mi ripeteva, no, tu ami solo te, hai amato solo e sempre te.
La mia bocca stava divorando la mia lingua, masticandola con forza e incurante del dolore, del sapore di sangue, dell’orrore.
Quando riuscii a staccarmi dall’altro me stesso, tutto acquistò realtà, tutto si compose nell’istante in cui provai a urlare senza voce.
Lei era ancora, di nuovo davanti a me, che mi guardava, con disgusto.
Si levò le ballerine, me le mostrò, e me le scagliò addosso, nemmeno troppo forte, ma con disgusto.
Ora i suoi piedi erano diventati scuri, le sue anche si erano allargate, il suo viso pieno di macchie.
I suoi denti, ancora leggermente ricurvi, erano colmi del mio sangue.
Non fu questo che finì di terrorizzarmi, nemmeno la sua voce.
La sua voce che era diventata lontana. Sembrava provenisse da un’altra stanza, rimbombante e sorda assieme.
Fu quello che mi disse.
Vivrai, ancora, per tanto, troppo tempo.
Tu, e tu da solo.

Non riesco più a fumare, ora.
Non sento i sapori, e la nicotina non basta a rallentare i miei pensieri.
Cammino per le strade vuote, senza meta.
Osservo le case fatiscenti, i palazzi crollati, le piazze piene di immondizia.
Non ci sono musiche né canti di uccelli a confortare le mie orecchie, non esiste più un sole che mi scaldi, o una luna che mi faccia sognare.
Le mie notti e i miei giorni si assomigliano, tempi e ritmi ormai confusi.
Le mie mani non sfiorano cose vive.
Tranne il mio corpo.
L’unica cosa non morta sulla faccia della terra.
Mi amo completamente ora.
Aveva ragione Maria. Amo me, solo me.

Rosario Campanile

***

Primo racconto pubblicato: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

Da Kirchner a Nolde – Espressionismo tedesco 1905-1913 (Palazzo Ducale – Genova)


L’uomo è una corda tesa tra la bestia e l’uomo nuovo, una corda che attraversa un abisso…
la grandezza dell’uomo sta nel suo essere un ponte, non un fine” F. Nietzsche

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  Ernst Ludwig Kirchner “Marcella” – 1910

Il tramonto dell’impressione.

Questa pare essere la speranza presente nelle opere dei post impressionisti tedeschi, che per la prima volta si presentano nella cornice del Palazzo Ducale di Genova.

Una retrospettiva forse limitata nel numero di opere, ma presentata in un percorso grafico e umano che ci svela il triumvirato artistico definito “Die Brucke” (Il ponte).

La mostra copre un periodo storico importante quanto delicato, quello che va dal 1905 al 1913.

I post impressionisti tedeschi infatti, sono definiti come un anello di congiunzione tra due mondi. Uno spazio vitale ed artistico che porta alla fine dell’impressione neo-romantica e apre le porte al realismo dei regimi totalitari.

Un intervallo anagraficamente breve che ha però posto le basi per future quanto importanti influenze non solamente nell’ambito pittorico artistico, ma anche in quello culturale e cinematografico.

Kirkner, autore di spicco del periodo post impressionista modifica il suo stile semplice e deformato, tipico della pittura Fauves, in qualcosa di nuovo. La sua realtà riprodotta in modo non naturalistico ritorna in questo preciso periodo storico con rinnovata ricchezza di tragicità e colore. Le deformazioni dei ritratti, unita ad un particolare uso del colore nella demarcazione degli scorci urbani, altro non è che una linea di divisione tra la vita bucolica e quella cittadina.

Altresì degni di attenzione sono gli schizzi preparatori e le opere di Erich Heckel e Karl-Schmidt-Rottluff emblema massimo dell’abbandono del neo-romanticismo tedesco in favore di un espressionismo evasivo. Uno dei fili conduttori che unisce i tre artisti infatti, è la natura e i suoi colori, spesso vivaci, che vengono riprodotti attraverso una serie di pennellate nervose.

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  Ernst Ludwig Kirchner

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  Ernst Ludwig Kirchner

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Erich Nolde “Crocifissione” – 1912

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Erich Nolde

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Erich Nolde

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Erich Heckel

Particolarmente interessante è la ricchissima collezione di xilografie in bianco e nero che unite agli schizzi preparatori ci rendono visibile la matrice originaria della cultura primitivista africana.

Le forme stilizzate ritornano anche nelle illustrazioni a tema patriottico. Qui la “volontà di potenza”, si manifesta nella magnificenza delle alte figure, che alzano il braccio in segno di vittoria. Una anticipazione futurista quanto involontaria della tragedia che da li a poco avrebbe cambiato il mondo 

I venti di guerra e le incomprensioni tra i diversi componenti del gruppo portano allo scioglimento del “Die Brucke” nel 1913.

Ciò che rimane di questi grandi artisti è la loro visione, diversa ed uguale di un mondo in pieno cambiamento, un addio romantico e decadente, come solo i veri addii sanno essere.

Christian Humouda