Recensione album “Aske” – Burzum


“Aske” – Burzum

copertina Aske

Ci sono artisti che entrano nella storia della musica e raramente questo succede solo per la qualità della loro produzione. Affinché un musicista sia destinato ad andare oltre la qualità intrinseca dei brani che compone c’è bisogno che parli alle nostre parti nascoste e pensi per noi concetti primari e antichi. Varg Vikernes è uno di questi artisti, all’inizio degli anni ‘90 ha posto le basi concettuali e musicali del black metal, uno dei generi musicali più controversi degli ultimi decenni che per oscurità, cripticità e estremismo ha pochi eguali, ma che per capacità di evocare scenari e visioni è assimilabile alla musica classica. Vikernes si proponeva di dar vita a suggestioni, di costruire brani come riti, parole come rune, note come incantesimi e per raggiungere questo scopo creò il progetto Burzum, unendo la sua passione per l’universo tolkeniano a quella per il death metal d’oltreoceano. Amava il Signore degli anelli, vi si era immerso nell’adolescenza rimanendo affascinato dall’esercito di Mordor contrapposto a un bene troppo assoluto e perfetto e troppo somigliante alla religione ebraico-cristiana da lui giudicata come unica responsabile della caduta e dell’oblio del pantheon nordico. L’oscurità (questo significa Burzum nella lingua nera di Sauron) in opposizione alla luce imposta con la forza dal cristianesimo, il fascino del non conosciuto in risposta alla noia di tutto ciò che viene passato come unico assunto morale da una religione aliena e inaccettata. La sua terra, la Norvegia, gli aveva prestato scenari grandiosi, foreste oscure e un cielo mai piatto sotto il quale creare il suo universo e redigere la sua filosofia del rifiuto che divenne ben presto pratica e non solo ideologica. Vikernes fu accusato e condannato insieme ad alcuni suoi amici per aver dato alle fiamme tre chiese nei dintorni di Bergen ed Oslo. Una di queste, per il cui rogo non fu condannato, venne letteralmente rasa al suolo dalle fiamme la notte del 6 giugno 1992, era una delle più antiche e belle chiese di legno norvegesi, quella di Fantoft.

fantoft branner

La mattina successiva della sua struttura non restava che qualche trave annerita che si stagliava contro il cielo. Venne scattata una foto e fu usata come copertina di Aske, il secondo album di Burzum, un EP di soli 20 minuti composto da tre brani, concepito come un LP e diviso in due parti, il Side Hate e il Side Winter. Aske, che in norvegese significa cenere, racchiude in sé tutti i presupposti da cui Vikernes partiva per esprimere la sua visione del mondo e della musica; i brani hanno lo scopo di condurre l’ascoltatore nelle spire della magia, affinchè possa ricongiungersi all’antico, al mistero che permea il mondo, ai riti ancestrali che di quel mondo erano l’espressione. La musica comincia in fading, con il primo brano, Stemmen fra Taarnet, che lentamente si impone sul silenzio, sorretto da un ritmo lento e vigoroso che ricorda il battito cardiaco e un riff di chitarra ossessivo e lugubre, eppure melodico. Pochi accordi ripetuti in circolo, fanno da contrappunto alla voce acida di Vikernes, che urla fino a rendere il testo incomprensibile e sembrare un rantolo. Non ci sono doppie casse e quella velocità d’esecuzione che caratterizza il black metal, c’è invece un ritmo semplice, ma non banale, costruito per trasportare l’ascoltatore in una spirale oscura in cui il testo è solo una spiegazione di ciò che la musica evoca: notti senza fine, sogni cupi, bellezza oscura di tutto ciò che è protetto dalla luce di una ragione che ha ucciso i simboli magici che interconnettevano gli uomini alla terra e ai suoi misteri, misteri che scienza e religione hanno provato a spiegare riuscendo solo a svuotarli di significato.

Dominus Sathanas è un brano strumentale di sole chitarre dove la voce di Vikernes urla e sussurra soltanto, lamentosa e sofferente; il ritmo è doom, pesante, dissonante, compone una melodia malata e lenta, come lento potrebbe essere l’incedere di Satana, simbolo di ribellione a regole precostituite e a dogmi da distruggere. Il tempo di abituarsi al suo ritmo e il brano è già finito lasciando che A lost forgotten sad spirit, il brano più lungo e complesso dell’album, che da solo va a formare il Side Winter, riconduca l’ascoltatore alla realtà. Qui appare la doppia cassa, una ritmica più tipicamente black metal, e cambi di ritmo repentini che da veloce diventa lento e mantiene intatta l’ossessiva cupezza che caratterizza l’intero album. La voce urlata si fa più disperata, il testo racconta la morte, la fine di un mondo, la speranza di un ritorno. La produzione di Aske è volutamente rozza, Vikerenes stesso racconta di aver cercato un amplificatore vecchio e gracchiante per assicurarsi una sonorità grezza che rende ancora più ostico l’ascolto, perchè il suo fine non è quello di avvantaggiare l’ascoltatore, la sua musica non vuole essere amichevole, pretende impegno, dedizione, ascolto attento e questa è una delle caratteristiche più tipiche del black metal. Chi lo ama sa quanto difficile sia comprendere i suoi riff, riuscire a trasformare l’apparente rumore in melodia, non è una musica facile, ma una volta penetrato il suo segreto il suo fascino può incantare, perché racconta la parte oscura che vive in ognuno, dove il male e il bene non hanno confini netti ed entrambi appartengono alla natura. È una musica destinata a rimanere settaria, perché le sue liriche e la sua filosofia sono troppo controverse per essere unanimemente condivise e perché chi l’ha inventata si è spinto oltre la metafora ed è scivolato nel crimine. Negli anni ’90 più di 50 chiese vennero bruciate in Norvegia, alcune tombe vennero profanate, la scena black metal si rese responsabile di diversi omicidi di cui il più famoso fu quello perpetrato da Varg Vikernes stesso ai danni del suo amico e produttore Øystein Aarseth in arte Euronymous, chitarrista dei Mayhem. Vikernes fu condannato a 21 anni di carcere per omicidio di primo grado e per l’incendio di tre chiese e dal carcere continuò a scrivere musica, libri e a costruire la sua filosofia profondamente anticristiana.

varg

Chi vuol giudicare un movimento dagli atti che ne derivano può tranquillamente condannare il black metal come musica satanica e violenta, chi invece è interessato ad un’analisi più attenta e profonda delle motivazioni che hanno condotto a quei gesti, può provare a conoscere il contesto storico e culturale in cui le vicende si sono consumate e può cercare di capire cosa ha spinto un gruppo di ventenni a ribellarsi in modo così aggressivo ad una cultura che non sentiva propria, cosa ha determinato l’odio verso una religione che venne imposta a un popolo per meri scopi politici e che rase al suolo una cultura attraverso la maledizione di riti rappresentanti la connessione di un popolo con una terra aspra, difficile e solo parzialmente domabile. Il Grande Nord, con i suoi scenari magnifici e terrifici allo stesso tempo, regalò a quel gruppo di ragazzi il fascino per l’oscuro, il black metal non sarebbe mai potuto nascere in un posto diverso dalla selvaggia Norvegia, dove poco più di cinque milioni di abitanti si addensano in pochi centri abitati e la maggior parte del territorio è lasciato al dominio di una natura non benigna né fruttifera, ma altera, silenziosa e intrinsecamente mortale. Questi fattori uniti all’adolescenza, fase della vita più propensa all’estremismo perché bisognosa di cercare un’attestazione di unicità, hanno creato uno scenario buio e violento di cui uno dei cantori è stato Vikernes, nel bene e nel male. Chi vuol accusare ha molto a disposizione per perorare la sua accusa, chi vuol comprendere ha variabili storiche e culturali da mettere in relazione, chi vuol sottomettersi alla magia, tornare indietro nel tempo, sentire la gloria di un mondo antico attraverso le note di una chitarra distorta, allora chiuda gli occhi e cominci il viaggio, Aske sicuramente è un eccellente punto di partenza.

Flavia Morra

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